STORIE DI CALCIO

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

Un breve ricordo in occasione del 135° anno dalla nascita dell’allenatore più vincente del calcio italiano

di Giovanni Gaudiano

Il 2 marzo del 1886 nasceva a Torino Vittorio Pozzo. Sono trascorsi 135 anni da quella data così importante per la storia del calcio italiano e non ci sono state particolari manifestazioni di ricordo del commissario tecnico più vincente nella storia del calcio italiano.
Anche la carta stampata, in larga parte, ha mandato nel dimenticatoio il ricordo di una stagione calcistica azzurra felice a dispetto di quello che accadeva nel paese che l’ideologia fascista portò alla distruzione con la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.
L’Italia di Pozzo s’impose nelle due edizioni consecutive dei mondiali del 1934 e del 1938, e poi Pozzo fu capace di allestire una squadra di valenti universitari che andò ad imporsi nel torneo olimpico del 1936 di Berlino.
Si fosse giocato il mondiale del 1942, forse l’alpino piemontese avrebbe colto il terzo successo consecutivo spazzando via le discussioni che si accesero nel dopoguerra sulla sua adesione al partito nazionale fascista.
Se oggi ci si è un po’ colpevolmente dimenticati di lui, va detto che anche la battaglia condotta dagli anni 60 in poi dal figlio Alberto sostenuto da giornalisti, uomini di cultura per intitolargli lo stadio di Torino non ha trovato una soluzione stabile.
Ci sono due stadi in tutta Italia che sono stati intitolati a Vittorio Pozzo: uno a Biella, terra che lo rivendica da sempre come un suo figlio, dove nell’ambito del complesso sportivo intitolato al generale Alessandro La Marmora, altro torinese, lo stadio per il calcio è dedicato al commissario tecnico azzurro; un altro a Boscoreale che va avanti da anni tra chiusure e riaperture, lavori da eseguire e gestioni a cui affidarlo per mettere una parola fine sull’utilizzo di un impianto che sarebbe molto importante per il centro vesuviano.
Torniamo a parlare però di Vittorio Pozzo.
Come si diceva, qualcuno pensò di affibbiargli l’etichetta di gerarca. Lo fece, strano a dirsi, uno come Mario Monicelli durante un’intervista inserita in uno splendido documentario dedicato all’allenatore della nazionale. Fu prontamente smentito dal giornalista Antonio Ghirelli che disse: «Pozzo era un conservatore, più che un fascista era un nazionalista.

Direi che se fosse nato 50 anni prima sarebbe stato un grande esponente della destra storica».
Intervennero sull’argomento anche gli ex partigiani che mostrarono un documento redatto dal CNL in cui si riconosceva a Vittorio Pozzo di aver fatto parte della resistenza.
Monicelli aveva le sue buone ragioni per avercela con gli uomini vestiti in orbace, ma faceva confusione parlando di Pozzo.
Giorgio Bocca in un suo articolo su La Repubblica del 2006 ebbe a dire: «Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti».
La realtà ci racconta di un Vittorio Pozzo autorevole con i suoi uomini ma mai autoritario. Critico con se stesso sempre al punto di dire: «Ero disposto a qualunque rinuncia, pur di ottenere il gioco di squadra».
La nazionale azzurra di quegli anni mostrava al mondo la capacità italiana di padroneggiare un gioco grazie soprattutto alla qualità che i singoli mettevano a disposizione della squadra. Il grande lavoro fatto dall’allenatore era quello di saper assemblare ed equilibrare la squadra e poi quello di intrattenere con tutti i suoi uomini un rapporto personale che gli consentiva di conoscerne a fondo le problematiche della vita di tutti i giorni, che era la base per cercare di infondere tranquillità ad un gruppo che in campo doveva pensare, muoversi, comportarsi come una persona sola.
Questo risultato Vittorio Pozzo lo ottenne per lunghi anni perché non vanno dimenticate le affermazioni della nazionale azzurra nella Coppa Internazionale, una manifestazione paragonabile per certi versi al campionato europeo degli anni che seguiranno.
Per tornare alla visione non riflessiva di Mario Monicelli, vale la pena ricordare ancora alcune sue parole alle quali fece da contrappunto una volta di più Antonio Ghirelli.
«Io ero ragazzo – ha raccontato Monicelli – ma insieme ai miei amici eravamo esaltati dal fatto che avevamo vinto il campionato del mondo, però al tempo stesso eravamo perplessi perché questi grandi giocatori della nazionale alla fine per i 4/5/6 undicesimi erano composti dai cosiddetti oriundi, che non erano italiani ma argentini. Il mezzo di informazione era allora la radio, che era molto seguita. Le radiocronache eccitavano forse molto più di quanto faccia oggi la televisione perché questi radiocronisti dell’epoca erano anche molto bravi. Veramente popolare all’epoca era il ciclismo, non il calcio. Il ciclismo era lo sport delle masse a partire dai contadini. Il calcio era già un po’ più su, bisognava conoscere certe regole, bisognava saperle interpretare, conoscere certi giocatori, le squadre, etc. Il ciclismo era più semplice, chi andava più veloce arrivava primo e buonanotte».

Anche questa volta il grande giornalista napoletano seppe rispondere per le rime al regista: «È una sciocchezza. Pozzo ha vinto con un paio di oriundi e poi nel 1938 e nel 36 a Berlino non ha vinto con gli oriundi. Lui vinceva grazie a questo suo straordinario carisma che aveva».
Le diatribe sono il sale della vita e poi nel caso dello sport e del calcio sono all’ordine del giorno.
Sulla questione è intervenuto anche Sandro Mazzola che ebbe a dire: «Io credo da quello che ho sentito dagli allenatori che ho avuto, Valcareggi, Fabbri, e da giocatori come Lorenzi e Boniperti che Pozzo per quell’epoca fosse un innovatore. Adesso noi sentiamo parlare del club Italia, che è una cosa portata avanti da Sacchi, ma credo che lui sia stato il primo a creare il club Italia».
La testimonianza di Mazzola rivela come Vittorio Pozzo fosse un innovatore, un grande organizzatore, un grande gestore delle risorse che doveva utilizzare, un uomo avanti nel tempo.
In questo senso che a Rovetta, ritiro della nazionale del ’34, la posta diretta ai giocatori gli venisse recapitata e che poi lui provvedesse a distribuirla non era un’operazione da gerarca ma un modo per guardare in faccia i suoi uomini al ricevimento delle missive a loro dirette, valutandone le reazioni dall’intensità del profumo che le lettere stesse emanavano anche per quelli regolarmente sposati.
Pozzo prima di diventare l’allenatore, il selezionatore che la storia ci ha consegnato era stato uno studente applicato, un giramondo curioso, un poliglotta ante litteram, un alpino rispettoso della montagna e poi un uomo colpito dalla sorte avversa per la prematura scomparsa della moglie, un padre attento per la sua famiglia intendendo anche quella allargata che gli comporterà lo strazio e il dolore di dover riconoscere i suoi ragazzi periti a Superga, unico in grado di farlo.
Anche in questo caso ci viene in soccorso Antonio Ghirelli, che ha raccontato: «Lui piangeva quando li ha dovuti riconoscere. Era un uomo che non aveva nemmeno immaginato che potesse piangere mai nella vita e quella volta ha pianto». In questo caso gli fece eco nel summenzionato documentario il figlio Alberto Pozzo: «Mio padre venne incaricato dell’orazione ufficiale. Di ognuno declarò l’albo d’oro, quante volte in nazionale, quante volte campione d’Italia. Ad un certo punto disse la frase che mi è rimasta impressa: «Non vedremo più sbucare dal sottopassaggio il ciuffo volitivo di capitan Valentino».

pubblicato su Napoli numero 35 del 13 aprile 2021