PATRIMONIO DA SALVARE

Villa d’Elbeuf: un gioiello deturpato

Qui è iniziata la storia degli scavi di Ercolano ed ora finalmente il progetto per il suo recupero sembra essere iniziato

di Domenico Sepe

Emanuele Maurizio, il duca archeologo

La storia di Villa d’Elbeuf è strettamente legata all’eponimo duca, figura centrale nella storia degli Scavi di Ercolano. Difatti Emanuele Maurizio di Lorena, questo il suo nome, è l’uomo indicato, da più parti, come colui che ha avviato la stagione degli scavi di Ercolano e quindi anche di Pompei.
Nato a Parigi nel 1677, era il figlio minore del duca Carlo e della seconda moglie e fu principe di Lorena in quanto discendente di Renato II del Casato di Guisa. La sua vita, non essendo erede primario del casato, sembrava essere destinata ad essere poco più di una nota a margine della storia. Ma il suo destino cambiò quando, in cerca di un’occasione, passò al servizio di Giuseppe I d’Austria, tradendo il proprio monarca, Luigi XIV, che lo fece condannare a morte in contumacia.
Il suo nuovo sovrano lo nominò, nel 1706, luogotenente generale della cavalleria a Napoli, che era di recente passata all’Austria dopo la Guerra di successione spagnola, con il compito di garantire che i francesi, che avevano ancora fortissimi interessi sul Meridione d’Italia, restassero fuori da quel lato della Penisola ormai di egemonia austriaca.
Mentre si trovava a Napoli a gestire le truppe dell’Arciduca d’Austria, il duca Emanuele commissionò a Ferdinando Sanfelice, il grande architetto napoletano, una residenza privata a Portici da poter utilizzare come residenza estiva e di rappresentanza, e che divenne poi la prima delle 122 Ville del Miglio d’Oro, che naturalmente venne chiamata Villa d’Elbeuf, forse come richiamo ai titoli che gli erano stati strappati da Luigi XIV.
Negli anni della costruzione della villa e della sua permanenza a Portici, venne a sapere della presenza di reperti archeologici dissotterrati per caso nella vicina Ercolano, nel 1709, ad opera di un contadino che stava scavando un pozzo per il proprio campo.
Andò di persona a vedere questi reperti di marmo pregiato e ne comprò alcuni per la realizzazione di alcune cappelle in diverse chiese di Napoli. Successivamente acquistò il pozzo stesso ed avviò una serie di sondaggi attraverso dei cunicoli sotterranei; era, dunque, iniziata, la stagione degli scavi di Ercolano.
Nel 1719 il Duca ritornò nella natia Francia, dove riprese possesso dei propri titoli e dei propri possedimenti, ma restando sempre indissolubilmente legato a Napoli ed a Portici.
La villa venne acquistata dal duca Giacinto Falletti di Cannalonga e, nel 1738, il re Carlo di Borbone e sua moglie Amalia furono costretti, durante un viaggio per mare, a sbarcare a Portici a causa di una tempesta. Qui furono accolti dal nuovo proprietario per vari giorni e furono mostrate ai coniugi le bellezze della zona ed i reperti archeologici che erano custoditi nella villa. Il re rimase tanto impressionato dalla zona che volle costruire la propria residenza estiva proprio a Portici ed oggi quella splendida reggia estiva ospita la Facoltà d’Agraria della Federico II. Inoltre, incuriosito dai ritrovamenti fatti dal duca, il re commissionò una nuova serie di scavi nella zona di Ercolano, permettendo il rinvenimento di altri manufatti e la sistemazione iniziale dell’area archeologica.
Il duca, nel frattempo, era tornato a vivere in Francia e morì senza eredi a Parigi nel 1763 dopo essere diventato, infine, duca d’Elbeuf nel 1748 a seguito della morte del fratello maggiore e dei suoi figli.
Egli lasciava, dietro di sé, un lascito costituito dai primi scavi ercolanesi che, successivamente, lo avrebbero consacrato a pioniere dell’esplorazione archeologica delle città romane distrutte dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

La Villa protesa sul mare

Quando si guarda oggi la Villa d’Elbeuf è difficile immaginare che, tempo fa, questa fosse la residenza di uno dei nobili più potenti del Regno di Napoli, visto che attualmente è coperta dai ponteggi e dai tubi.
Ma quest’edificio, che domina lo scenario del Porto del Granatello, eretto nel 1711, è stato un elegantissimo edificio fino a metà del 1800.
La costruzione voluta del principe Emanuele Maurizio di Lorena fece conoscere a Carlo di Borbone la zona ed il re decise di costruire la Reggia di Portici quale residenza estiva. Vennero così tutte le ville che vanno da San Giovanni a Teduccio fino a Torre del Greco, quasi tutte in stile Rococò, com’era di moda in quegli anni.
La Villa d’Elbeuf è in stile Rococò e presenta due portali in marmo e piperno a cui si accede da una doppia scalinata monumentale che è collegata ad una terrazza che affaccia sul mare. Il progetto della villa fu dell’architetto Ferdinando Sanfelice, uno dei massimi esponenti del Rococò partenopeo e progettista di tantissimi palazzi a Napoli.
Dopo la costruzione, il duca Emanuele Maurizio aggiunse molte decorazioni alla sua casa, rendendola il perfetto esempio della residenza estiva e di rappresentanza. Il suo aspetto, infatti, nonostante l’attuale stato di abbandono, risulta essere imponente e maestoso e, inoltre, riesce a dominare tutto il bacino del Granatello.
Quando, come detto prima, il re Carlo di Borbone fu ospite del duca di Cannalonga, restando affascinato da questa residenza, e nel 1742 la comprò e la trasformò nella propria dépendance e nell’approdo marittimo per la propria reggia, il cui giardino comincia nelle immediate vicinanze.
Re Carlo, inoltre, era un appassionato di pesca e fece costruire dei canali, scavati nella lava vesuviana che alimentavano delle piccole peschiere convogliando l’acqua marina.
Un’altra caratteristica della villa sono i bagni a mare, fatti costruire nel periodo napoleonico da Gioacchino Murat ai piedi della villa per sé e per la famiglia, che rappresentano un raro esempio di impianto balneare in Stile Impero.
Ma la storia di questo esempio di architettura rococò finì con la costruzione della linea ferroviaria Napoli – Portici che attraversava proprio il parco della Villa d’Elbeuf. La posa dei binari, infatti, spezzò l’unità tra il palazzo ed il parco retrostante sancendo, nei fatti, l’inizio della decadenza per questo edificio.
La villa, dopo l’Unità d’Italia, passò alla famiglia Bruno con un’asta del Demanio ed il percorso discendente verso l’incuria continuò fino agli anni recenti. Oggi la villa si trova in condizioni terribili, dopo essere stata vittima di incendi, di saccheggi. Inoltre, gli stucchi sono stati quasi completamente distrutti e l’edificio versa in una condizione di totale inagibilità e d’insicurezza, visto che mancano le balaustre degli scaloni e vari punti del tetto sono crollati.
Eppure nonostante i ponteggi e lo stato d’abbandono, domina ancora lo scenario del Granatello ed è impossibile non notarla. Quest’edificio, nell’ambito della città di Portici, presenta delle grandi potenzialità museali, specie in collegamento con la vicina Reggia di Portici, di cui per un certo periodo ha fatto parte. Nel 2019, dopo che la villa era stata venduta ad una cordata di imprenditori per il restauro nel 2013, sono finalmente cominciati i lavori di recupero sotto il controllo della Soprintendenza mentre, negli anni, i cittadini di Portici hanno creato alcuni comitati per sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo monumento storico della città. I lavori procedono a rilento, complici sia alcuni problemi finanziari della cordata che l’attuale pandemia che non sono stati d’aiuto per il salvataggio di questo monumento.
Si può solo concludere dicendo che è quantomai necessario recuperare l’edifico che ha rappresentato, e rappresenta, uno dei massimi esempi d’architettura e storia del Miglio d’Oro.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021