STORIE DI CALCIO

Valcareggi: “Giocare al calcio era un bel sogno”

Il figlio di Ferruccio Valcareggi, unico ct ad aver vinto con la Nazionale un Europeo di calcio, parla di suo padre e del calcio

di Giovanni Gaudiano

Il 1968 non passò inosservato da nessun punto di vista. Nel mondo come in Italia molti avvenimenti ne segnarono la storia.
Le lotte studentesche, lo sciopero generale, la primavera di Praga e la successiva repressione da parte dell’URSS, il terremoto nel Belice e la strage di Avola. Scomparve in quell’anno anche l’eroe dello spazio, il russo Gagarin. Se ne andò anche Padre Pio e pochi giorni dopo due atleti americani alle Olimpiadi messicane protestarono silenziosamente sul podio per portare all’attenzione il problema della discriminazione razziale.
Tra le cose più liete Vito Pallavicino e Paolo Conte in maggio anticiparono un tema offrendo a Celentano una canzone che sarebbe diventata una previsione per l’incipiente estate italiana: Azzurro.
Quell’anno, infatti, in giugno si sarebbero giocate in Italia le fasi finali della terza edizione dell’Europeo di calcio. La Nazionale ci arrivava dopo la disfatta di Middlesbrough del 1966. Era toccato ad un nuovo ct tentare di ricostruire la squadra azzurra per cercare di dimenticare quell’incredibile risultato.
Era un signore distinto, dal bell’aspetto, quello che a cui era stata affidata la Nazionale. Era stato un buon giocatore ed aveva già maturato anche una buona esperienza da allenatore, il suo nome era Ferruccio Valcareggi.
Zio Uccio, come poi lo si sarebbe soprannominato, era un triestino roccioso, serio, autorevole che entrò nelle case degli appassionati, grazie alla tv, dalla porta principale. Aveva poi una seconda patria Valcareggi, la Toscana, quella della sua Fiorentina, della sua famiglia. Ed è qui che entra in gioco il figlio Furio.
Il calcio nel cuore e nella testa, la parlata toscana come biglietto da visita e la passione per la viola che dura da una vita. Con lui, altrimenti con chi, si dialoga di papà Ferruccio, di una grande squadra campione d’Europa ricostruita in poco tempo, capace di illuminare quell’estate italiana.

Furio lei è nato subito dopo la guerra. Cosa rappresentava il calcio per un ragazzo negli anni ‘50?

«Il calcio è stato la mia passione assoluta. Ho sempre pensato sin da piccolo a giocare e il mio babbo voleva che pensassi più alla scuola ma con me ha vinto il calcio e perso la scuola. Certo le cose erano molto diverse da oggi. Si giocava molto meno, si vedevano poche partite perché sarebbe stato per un giovane sottrarre tempo o al lavoro o allo studio. Era un bel sogno per tutti i ragazzi, compreso me, diventare un calciatore».

Cosa ricorda dei racconti di suo padre, della sua gioventù a Trieste, visto che ad un certo punto dichiarò che doveva tutto al calcio?

«Mio padre ha esordito a 17 anni in Serie A, quindi ha avuto poco tempo per sognarlo. C’è arrivato molto presto. Il suo idolo era Nereo Rocco, che era più grande di 7 anni, che ogni volta che mio papà giocava in prima squadra gli regalava 5 lire. Aveva bruciato le tappe e per tutta la vita ha sempre riconosciuto quello che il calcio gli aveva dato tanto in fretta da non averlo dovuto sognare».

Ho letto che sua madre non seguiva il calcio, non guardava quasi mai le partite eppure era sempre informata. Come ci riusciva visto che all’epoca non c’erano i mezzi di informazione di oggi?

«La mia mamma si era organizzata. Quando mio padre andava allo stadio per visionare i giocatori che pensava di convocare in azzurro lo accompagnava. Restava in auto, ascoltava la radio e sferruzzava. Il calcio non gli interessava molto, lo guardava in tv solo quando giocava la Nazionale del mio babbo ma non è mai andata allo stadio».

Valcareggi e Bearzot
Parliamo di Valcareggi ct. A sentirlo parlare, l’idea era quella di un signore d’altri tempi. Calmo, autorevole, pacato in panchina e con i giornalisti. Cosa vuole aggiungere a questo breve ritratto?

«A quei tempi era tutto più soft. Per restare nel mondo del calcio è giusto ricordare come gli allenatori durante la settimana sudassero, corressero con la squadra. Oggi sono diventati dei manager. Prima durante una gara se dovevano comunicare qualcosa ad un giocatore lo chiamavano vicino alla panchina e ci parlavano. Oggi gesticolano, urlano, si dimenano e i giocatori in campo non capiscono nulla. Il lunedì mio padre allenava quelli che non avevano giocato, non esisteva il giorno di riposo. Non c’era il secondo, lo staff che vi provvedeva. Erano metodi più nobili, più educati, c’era meno rumore. Gli allenatori erano come dei capi famiglia».

Quando Valcareggi divenne ct azzurro, aveva il compito di rialzare l’Italia dopo la Corea. Quale strategia adottò visto che arrivò il successo all’Europeo e la fantastica spedizione messicana?

«Ricordo che quando papà accettò di guidare la Nazionale si scatenò un mondo. Giornali, televisioni, tutti ci cercavano. Era una bella sensazione. Papà scremò molto. Convocò Meroni, Bertini, Riva, De Sisti, Domenghini, Burgnich, Facchetti ed altri per costruire una squadra a cui affidarsi senza dimenticare qualche giocatore d’esperienza come Salvadore, Castano, Puia. Precorse i tempi il mio papà, visto che nella seconda finale cambiò cinque giocatori mostrando a tutti che una squadra doveva essere formata non solo da undici titolari fissi ma da un gruppo di calciatori che avrebbero potuto giocare in qualunque momento».

Parliamo di Roma, anzi prima di Napoli. Ai quarti gli azzurri superarono la Bulgaria. Si giocò al San Paolo ed in porta suo padre schierò Zoff, che giocava nel Napoli, al posto di Albertosi. Si parlò di scelta geopolitica…

«Mio padre preferiva Albertosi a Zoff. Per lui si trattava comunque di due grandissimi portieri ma in quell’occasione Ricky non stava bene e quindi toccò a Dino».

Poi ci fu la famosa sera della semifinale, sempre a Napoli, che si concluse con il sorteggio, definito da qualcuno come il giallo della monetina. Che ricordo ha di quella sera?

«Quella vicenda anche a distanza di tanti anni resta incommentabile. Al sorteggio nella stanza dell’arbitro partecipò solo Facchetti e quando la monetina toccò terra si sentì urlare il capitano che si era vinto. Penso ancora oggi che aver fatto il sorteggio nello spogliatoio e non in campo con il pubblico che aspettava sugli spalti fosse una stupidaggine. Ricordo che mentre Facchetti andava in campo per informare il pubblico mio padre stava già pensando alla finale di tre giorni dopo».

Davanti ad un televisione in bianco e nero tanti italiani seguirono le due finali. In molti alla ripetizione della partita, il 10 giugno, pensarono che Valcareggi fosse impazzito visto che operò ben cinque cambi mentre l’allenatore avversario confermò la squadra di due giorni prima. Ci racconta come andò?

«Le cronache del tempo ed anche il telecronista quella sera non nominò mai mio padre se non per mettere in dubbio e criticare le scelte effettuate per quella gara. La mossa di cambiarne 5 non piacque un granché. Fu rischiosa certo, ma fu un capolavoro e con rammarico devo dire che nessuno mai gli ha riconosciuto il merito e il coraggio di averla pensata e messa in atto. Grazie a quella scelta si stravinse dopo che la prima finale era stata molto in bilico. Quella sera nacque una squadra che vinceva molto e perdeva molto poco».

Forse la sensibilità di Valcareggi, il suo coraggio e la conoscenza dei suoi uomini furono determinanti per quella scelta vincente. Come un suo predecessore, Vittorio Pozzo, zio Uccio fregandosene di quello che sentiva attorno fece ricorso anche all’esperienza e ricordò come al Mondiale del 1934 fosse accaduta una cosa simile. Pozzo nella ripetizione ai quarti di finale con la Spagna ne cambiò quattro, superando il turno e portando a casa la prima Rimet per l’Italia.

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021