LO SPETTACOLO

“Un sasso nella testa” di Francesco Paglino

Prodotto da Teatri Uniti, sarà in scena presso la Sartoria del Sannazaro domani alle 19.30 e domenica alle 21

di Lorenzo Gaudiano

“Ho sempre trovato strano il fatto che riesco a ricordare gli avvenimenti della mia giovinezza con chiarezza e precisione, mentre le cose accadute ieri sono confuse, e non ho alcuna fiducia nella mia capacità di ricordarle accuratamente. C’è forse qualche procedimento di fissaggio, mi chiedo, per cui il tempo, anziché far svanire i ricordi (come ci si aspetterebbe), fa il contrario, li rende solidi come cemento, l’esatto opposto della poltiglia che mi sembra di ottenere quando cerco di parlare di ieri?”. È Dennis Cleg che parla, protagonista del romanzo psicologico “Spider” dell’inglese Patrick McGrath. Un piccolo stralcio soltanto di un monologo interiore intenso che proietta il lettore nella Londra tra gli anni ’40 e ’50, in pieno dopoguerra, quando si cominciò a voltare pagina dopo le tante perdite e le abominevoli distruzioni causate dalla seconda guerra mondiale. Liberamente adattato da questo lavoro letterario è “Un sasso nella testa” di Francesco Paglino e Fabio D’Addio, affidato alla regia di Andrea Renzi e prodotto da Teatri Uniti, che fa parte del progetto Cantiere Residenze presso la Sartoria del Teatro Sannazaro e che sarà in scena il 30 novembre alle ore 19.30 e il 1 dicembre alle 21.

Un libero adattamento da un romanzo psicologico. Com’è nato questo progetto?

«“Un sasso nella testa” – racconta Francesco Paglino – ha debuttato nel 2010 al Teatro Civico 14 di Caserta. Abbiamo trasposto la storia di “Spider” da Londra al casertano per adattarlo ad un contesto più vicino al nostro e per compiere un lavoro di ricerca soprattutto sulla lingua. Al centro della rappresentazione c’è un uomo che, dopo aver visto in giovane età il padre uccidere la madre, in uno sgabuzzino ricostruisce i momenti dolorosi della sua vita alla ricerca della sua verità. Non rivelo altro per non indirizzare già il pubblico su cosa si tratti».

Dal 2010 ad 2019 c’è stata sicuramente una continua evoluzione in questo lavoro?

«Lo spettacolo è andato in scena diverse volte, in ogni occasione la ricerca linguistica si arricchisce di contributi sempre nuovi. Si tratta di un work in progress continuo. Non è un film, un video che hai fatto e rimane lì. Come un normale essere umano, anche un attore con tutte le sue esperienze inevitabilmente si evolve».

Quale è stata la ragione della scelta de la Sartoria del Teatro Sannazaro?

«È un monologo molto intimo, come se fosse un concerto da camera. Ha bisogno del contatto col pubblico, anche se questo non è mai coinvolto nella rappresentazione. Avere questo contatto a due/tre metri contribuisce alla creazione istantanea dell’empatia e all’immersione diretta nella storia del personaggio».

Quanto è importante per la riuscita di questo lavoro il suo confronto con Andrea Renzi alla regia?

«Lavoro con Teatri Uniti dal 1997. Debuttai professionalmente con “Rosencrantz & Guildenstern sono morti”. Sono trent’anni che faccio teatro ed ho partecipato a tanti spettacoli proprio con Andrea Renzi e Toni Servillo. Nel corso di questi anni si è creato un rapporto sia umano che lavorativo molto forte. In merito a questo monologo in realtà con Andrea abbiamo lavorato in modo completamente diverso da come normalmente si fa in teatro. Non ci siamo chiusi in un teatro per venti giorni, lavorando su personaggio e messinscena. Al contrario, ho lavorato da solo su alcune scene e a mano a mano mi confrontavo con lui. Il lavoro è stato concentrato da parte mia sulla costruzione del personaggio, Andrea invece mi ha sempre offerto suggerimenti importanti per migliorare la mia ricerca drammaturgica, mantenendosi sempre fedele a questa sua idea che bisognerebbe tendere all’autoregia del monologo, ossia insistere sull’idea della coscienza di stare in scena».

Facendo un passo indietro, come è nata la sua passione per il teatro?

«Ho iniziato casualmente, non ho mai avuto da ragazzo nessuna idea di fare l’attore e fare teatro. Andando un giorno a Napoli all’università, notai una locandina di un corso di teatro. Ero incuriosito e a mano a mano mi sono appassionato sempre di più. Questo corso si teneva in una di quelle cantine sotto ai palazzi di un tempo, tipo sottoscala per intenderci. Lo spazio era enorme e c’era quest’odore di muffa per l’umidità che mi è rimasto impresso. Ho avuto la fortuna di conoscere nel corso della mia esperienza professionale tante piccole realtà che hanno alimentato negli anni la passione e l’interesse per quest’arte».

“Francesco ha preparato questo suo assolo in autonomia ed è sempre per me un enorme piacere affiancarlo in questa esperienza. Quando mi ha manifestato la sua intenzione di volersi sperimentare nel genere del monologo, ha chiesto una mia supervisione su alcune fasi del suo lavoro. Per il suo carattere fortemente emotivo ha scelto un testo che sente particolarmente. Spider è un personaggio a lui molto caro”

Andrea Renzi

“Io l’ho visto in una situazione di studio e mi è sembrato un esperimento drammaturgico e linguistico particolarmente interessante da poter regalare all’esperienza della sartoria, soprattutto per cominciare a sperimentare come la sala può diventare luogo per monologhi e favorire un ravvicinato e intimo rapporto con il teatro. Un vero e proprio teatro da camera, fatto attraverso l’assolo di un attore con una storia piccola, ambientata in un contesto vicino al nostro, ma abbastanza inquietante”

Francesco Saponaro

pubblicato su Napoli n.16 del 19 ottobre 2019