PROTAGONISTI

“Tutti abbiamo sognato di interpretare Ricciardi”

Enrico Ianniello ci parla del lavoro partendo dall’autore, passando per il regista D’Alatri e arrivando ai compagni di viaggio

di Giovanni Gaudiano

Il successo televisivo de Il commissario Ricciardi ha riportato in libreria molti lettori che per una ragione o per un’altra non avevano pensato in precedenza di leggere i libri di Maurizio de Giovanni o che magari non li avevano letti tutti.
L’autore va comprensibilmente fiero di questo che è un risultato importante, ottenuto anche grazie al lavoro di Alessandro D’Alatri e del cast scelto per portare in tv un noir molto particolare che ha subito incontrato il favore del pubblico.
La somma delle cose positive che una tale produzione è stata capace di raccogliere, al di là delle storie raccontate, deve essere necessariamente ascritta anche alla presenza di una serie di attori di grande qualità e capacità. Lo stesso scrittore di recente in un’intervista si è spinto sino a dire che «nessuna città italiana ha una così grande classe attoriale», parlando della sua Napoli.
Ed allora perché non esplorare questi interpreti, peraltro in molti casi già noti, e farlo adesso che la serie è finita e quindi tutti quelli che li hanno visti all’opera si saranno fatti una propria idea? La speranza è ovviamente quella di creare ancora sani motivi di discussione sulla serie di cui si aspetta a questo punto con interesse la seconda stagione.
Analizzando le storie, l’ambientazione temporale e lo sguardo rivolto ad un periodo tanto complicato per l’Italia, quale personaggio poteva essere il più idoneo per aprire un percorso, che proseguiremo, che dal ruolo in Ricciardi potesse dare allo spettatore uno sguardo più ampio anche sull’attore capace di interpretarlo così bene?
Senza alcun dubbio l’interpretazione di Enrico Ianniello del ruolo del dottor Bruno Modo ha nella storia televisiva, come in quella cartacea, una sua rilevanza per una serie di motivi.

Ed allora partiamo da lui, da quel volto simpatico, da una persona con una parlata mai banale come non lo è il personaggio che gli è stato affidato. Dove ti trovi, Enrico? Cosa stai facendo?

«Sono a casa mia, in Spagna (vicino Barcellona, ndr) e sto chiudendo proprio in questi giorni il mio prossimo romanzo che uscirà il 10 giugno per la Feltrinelli. Si tratta di un libro che partirà da una riflessione su un episodio che è rimasto nel cuore di tutti, accaduto oramai 40 anni fa a Vermicino: la tragedia di Alfredino Rampi. La data d’uscita del libro è proprio quella dell’incidente che costò la vita a quel bambino di 6 anni. Il libro comunque non racconta quella storia ma parte solo da quell’episodio per raccontare una storia diversa».

In Spagna, dove si trova Ianniello, il teatro sia pur con limitazioni funziona ma tralasciando questa differenza con il nostro paese parliamo della fiction “Il commissario Ricciardi”. Avevi letto i libri di de Giovanni prima o magari l’hai fatto in quest’occasione di lavoro?

«Li avevo già letti ed in particolar modo quelli dedicati a Ricciardi perché in qualche modo fu un piccolo caso nella comunità del teatro napoletano. C’è infatti una certa vicinanza tra le storie raccontate e il teatro dove spesso sono state ambientate e poi perché Maurizio de Giovanni è un appassionato spettatore teatrale e quindi all’epoca veniva spesso alle varie rappresentazioni e ci eravamo conosciuti in alcune occasioni. Questo ha finito a suo tempo per creare una sorta di piccola comunità che, incontrandosi di frequente, è diventata sempre più numerosa e più coesa proprio per le assidue frequentazioni».

Sono passati 15 anni dall’uscita del primo libro dedicato a Ricciardi, che sensazioni ricordi di avere avuto all’epoca leggendolo?

«Intanto mi era piaciuta la leggerezza e la capacità nella scrittura di Maurizio che lo ha portato a scrivere tanto e bene. Tante storie, tanti personaggi, tutti ritratti con estrema empatia e con una grande vicinanza da parte dello scrittore nel dipingere ogni tratto del personaggio. E poi mi era piaciuta questa intuizione di Luigi Alfredo, il commissario. Tutti più o meno gli attori della mia generazione abbiamo sognato di impersonarlo».

Il tuo personaggio è uno dei più importanti per la struttura temporale nella quale sono calati i noir dell’autore napoletano. Proviamo a descriverlo andando oltre quello che abbiamo visto in televisione…

«Intanto ci sono i romanzi di Maurizio. È lui che ha avuto questa bellissima idea e questa intuizione del personaggio. E la bella intuizione consiste nel fatto che in un’epoca nera sia dal punto di vista iconografico che politico, facendo un lavoro che lo porta ad eseguire di continuo autopsie, a dissezionare cadaveri, tutto da rapportare alle modalità ed agli strumenti a disposizione negli anni 30, soprattutto le mani, quest’uomo sa godersi la vita. Capace come è di riconoscere le gioie di tutti i giorni e quindi di sapersele prendere perché poi tutti i giorni guarda in faccia la morte. Per me Modo è la sintesi più assoluta della napoletanità quando si esprime al meglio. Cioè la capacità di essere simpatico, gioviale, di sapersi godere la vita perché tutti i giorni sa guardare in faccia le cose che appartengono alla morte».

Leggendo il libro, si poteva immaginare un medico magari più vecchio stampo. La tua interpretazione ci ha restituito un personaggio di quei tempi ma con una forte vena attuale. Sei d’accordo?

«Purtroppo sì. E mi esprimo così perché sarebbe bello che l’aspetto antifascista di Bruno Modo fosse una cosa antica e superata. Sarebbe bello dire, uh guarda all’epoca come facevano per essere antifascisti, invece purtroppo non lo è, nel senso che è attuale oggi dover ancora dire certe cose in difesa della libertà, in difesa della donna, in difesa strenua dei diritti di chiunque senza totalitarismi, senza alcuna forma di autoritarismo. E poi penso sia attuale anche per un paradosso. Se all’epoca ci voleva tanto coraggio a parlare, a dire certe cose, oggi ci vuole molto coraggio a stare zitti. Perché oggi tutti noi siamo abituati a dire la prima cosa che ci passa per la testa pubblicandola di qua e di là, invece per dire bene cose importanti brevemente ci vuole molto tempo e quindi ci vorrebbe molto silenzio».

Avete girato durante questo periodo così difficile. Quali difficoltà avete incontrato soprattutto nella parte dove i dialoghi avvengono forzosamente in modalità ravvicinata?

«È cambiato proprio tutto, anche se chi fa cinema e televisione continua a lavorare mentre gli altri sono totalmente fermi. Ho fatto il tampone a giorni alterni, siamo sempre stati soggetti ad un grandissimo controllo. Poi è vero, meno pacche sulle spalle e ci si abbraccia un po’ di meno. Però la simpatia riusciamo sempre ad esprimerla, magari in altri modi».

Tra le location utilizzate so che c’è stata la vecchia zona Nato di Bagnoli con la ricostruzione di una via Roma simile a quella di quei tempi. Come vi siete trovati, quale la sensazione pensando che si trattava di un sito militare per il quale è in corso una riconversione?

«Ho girato poco in quella location, però ho pensato e penso che quello sarebbe un posto bellissimo per farci una cittadella del cinema. Sarebbe la giusta riconversione per un posto nato con un obiettivo militare che diventa luogo d’arte a 360 gradi. Sarebbe una cosa davvero bella. Immagino una cittadella artistica che accoglie frotte di giovani che la frequentano per questo, per la città rappresenterebbe molto».

Parliamo del rapporto con Lino Guanciale e soprattutto di quello con Alessandro D’Alatri, che mi pare abbia con gli sceneggiatori mantenuto la fiction molto aderente alle storie raccontate da Maurizio de Giovanni?

«Parlando degli sceneggiatori è sicuramente andata così, credo siano stati bravi a rispettare la bellezza dei racconti di de Giovanni senza voler correre verso un presunto gusto del pubblico. Gli ascolti hanno dimostrato che, nonostante si tratti di una fiction con meno coriandoli delle altre, sia stata accolta molto bene dagli spettatori. Il regista poi è stato bravo perché è stato capace di raccontare una Napoli che evidentemente lui ama, pur non essendo napoletano, ma l’ha raccontata con la bravura di chi si mette di fronte a Napoli, di chi la vede senza indugiare nel folklore, raccontandola con profondità. Il personaggio di Bruno Modo è un po’ una conferma di come è stata pensata la fiction nel suo complesso. La caratterizzazione anche visiva del personaggio va oltre quella presente nel libro, arricchendo ulteriormente la figura di questo dottore del tempo. Mi sono trovato bene anche con Lino Guanciale perché anche lui viene dal teatro, abbiamo una formazione grammaticalmente parlando simile ed è stato facile intendersi come lo è stato anche con lo strepitoso Antonio Milo».

Le sei puntate hanno avuto molto successo. Ascolti importanti, l’attesa del pubblico nelle settimane di messa in onda è stata evidente. Poteva essere prevedibile visto il successo dei libri e del personaggio ma non è mai scontato…

«È stato un lavoro impegnativo, avevamo il compito di portare sul video dei racconti anche particolari e dalla nostra parte c’è stata anche la capacità direi visiva di Alessandro (il regista D’Alatri, ndr) e di Davide Tondelli, il direttore della fotografia, che hanno reso bella da vedere la storia che lo era già di per sé. Ci sono vari momenti in cui le inquadrature mi sembrano un quadro, anche perché si è andata a cercare una Napoli bellissima attraverso location affascinanti».

Il finale ha lasciato tutto sospeso. Nessuna delle storie che formano il filo conduttore si è chiarita. Ora è iniziata l’attesa per la seconda serie. Quando la girerete e quando potrà arrivare presumibilmente in tv?

«Credo che non la gireremo prima dell’anno prossimo, non sono a conoscenza di date precise ma da quello che so è ancora in corso la fase di scrittura e quindi è probabile possa arrivare sugli schermi nell’autunno del 2022».

Al di là dell’attesa che si crea, che è utile alla produzione, alla Rai, da attore cosa ne pensi: è giusto terminare un ciclo lasciando così tutto in sospeso?

«Fa parte del linguaggio della televisione, è il famoso cliffhanger, ovvero il meccanismo attraverso il quale si porta l’interprete e quindi gli spettatori sull’orlo del burrone e poi non si capisce se ci si butterà o meno. Serve a creare l’attesa della puntata successiva. Non so dire se sia giusto ma è necessario».

Quando ti rivedremo in Rai con la fortunata serie “Un passo dal cielo” che dovrebbe aver cambiato nome e location?

«Dovrebbe essere il primo di aprile se lo confermeranno e si chiamerà “I guardiani del cielo” per rilanciare la serie che è arrivata alla sesta stagione e che è stata spostata nel Cadore nei pressi di Cortina».

In conclusione a fine mese potrebbero riaprire i teatri nelle zone cosiddette gialle. Cosa ne pensi?

«La speranza è che si possa tornare in teatro al più presto ma personalmente non sono molto ottimista. Penso che per i piccoli teatri con la riduzione ad un terzo della capienza non sarà facile riuscirci. Capisco lo slancio di voler tornare tutti quanti a teatro, soprattutto tutti al lavoro, ma senza una vera forma di aiuto per il settore la situazione è molto dura».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021