Lavoro e strategia per un nuovo Napoli

Lavoro e strategia per un nuovo Napoli

FRAMMENTI D’AZZURRO

Lavoro e strategia per un nuovo Napoli

I prossimi giorni prima dell’inizio del campionato saranno fondamentali per il suo necessario completamento

di Giovanni Gaudiano

Forza Luciano.
Senza esagerare si può dire che la partenza sia stata buona. Intenso il lavoro sul campo e ottima la strategia negli spogliatoi ed ai microfoni.
La copertina ed alcuni servizi di questo numero sono dedicati proprio al nuovo tecnico del Napoli che, va detto adesso, va appoggiato senza indugio alcuno.
In Abruzzo la squadra ha ritrovato in questi giorni la sua rosa al completo. I prossimi giorni prima dell’inizio del campionato saranno fondamentali per il suo necessario completamento.
Il lavoro svolto sia in Trentino che in Abruzzo, intervallato dalle amichevoli e dalla sedute di Castel Volturno, ha mostrato che le idee sono chiare. L’attenzione al reparto arretrato e agli uomini più bisognosi di specifiche cure ne sono una prova. In allenamento Osimhen ha seguito il tecnico con assiduità. Il nigeriano sa bene che la prossima stagione sarà per lui e per la squadra molto importante. Si attendono conferme e giocate spettacolari per partire a spron battuto.
Si accennava alla strategia che il toscano ha messo in atto anche nelle sue dichiarazioni che sono sembrate chiare sin dal primo giorno. Spalletti ha lanciato senza polemica i giusti messaggi alla società, ha cercato sin da subito di ricostruire un giusto ambiente nello spogliatoio ed ha fatto capire che per lui la rosa è forte ma va soprattutto integrata, a maggior ragione se dovesse partire qualche uomo di valore.
L’allenatore del Napoli deve a questo punto lavorare per raggiungere un risultato personale e per la squadra, ossia quello di limitare le sconfitte. Andando a guardare il curriculum di Spalletti, si può scoprire come i migliori rendimenti le sue squadre in tal senso li abbiano raggiunti nella stagione 2007-08 con la Roma sconfitta 4 volte su 38 partite, fu infatti secondo posto; e nel periodo gennaio-maggio 2016 quando da subentrato portò sempre i giallorossi al terzo posto con una sola sconfitta in 19 partite. Nelle due ultime stagioni il Napoli è stato sconfitto in campionato ben 17 volte, 9 volte lo scorso anno ed 8 in precedenza. Troppe. Se il tecnico arrivato da Certaldo saprà abbattere con l’aiuto dei suoi uomini questo dato negativo, gli orizzonti azzurri saranno sereni, si potrà respirare aria di alta montagna, si potranno rivedere in corso d’opera i programmi e si potrà puntare ad aprire davvero un nuovo ciclo.

pubblicato su Napoli n. 44 del 14 agosto 2021

Qualità, esperienza ed ars oratoria

Qualità, esperienza ed ars oratoria

FRAMMENTI D’AZZURRO

Qualità, esperienza ed ars oratoria

Nella conferenze stampa Luciano Spalletti ha già mostrato la sua ironia nel rispondere alle domande, di cui alcune inadeguate, rivoltegli

di Giovanni Gaudiano

Il Napoli di Luciano Spalletti ha concluso il suo lavoro in Trentino.
L’appuntamento è ora a Castel di Sangro. L’allenatore ingaggiato da Adl è il 68° tecnico ad accomodarsi sulla panchina azzurra.
A differenza degli ultimi anni sembra esserci meno attesa per come si evolverà il suo lavoro. La città, i tifosi, nonostante si tratti di un allenatore di provata esperienza e capacità, si sono mostrati tiepidi.
L’allenatore non ha certo bisogno di incoraggiamenti ma sarà bene chiarirgli che nessuno ce l’ha con lui, anzi. La situazione di torpore e di sfiducia che aleggia sul Napoli riguarda soprattutto la società per come si è conclusa e come è stata condotta la scorsa stagione.
Dalle recenti parole di De Laurentiis si sa ufficialmente che il pensiero di sostituire Gattuso era balenato nella testa del presidente già dopo la sconfitta di Verona al termine del girone d’andata.
Il silenzio stampa degli ultimi mesi poi non è sembrata la migliore delle scelte e la rivelazione di Adl sul pensato coupe de theatre del ritorno ai microfoni programmato dopo l’ultima gara, sempre con il Verona, con l’ottenimento della qualificazione in Champions League, è sembrato un ripiego in corner per la gaffe rimediata con il saluto a mezzo tweet al tecnico di fatto già sostituito da tempo.
Spalletti a questo punto è impegnato nel ricostruire il gruppo che la società gli metterà a disposizione per cancellare le spiacevoli sensazioni che tuttora permangono proprio per la serata di Napoli-Verona.
Nella conferenza di presentazione a Napoli il toscano ha già mostrato la sua ironia nel rispondere alle domande, davvero poco incisive ed inadeguate, rivoltegli.
Gli auguriamo un buon lavoro e siamo pronti a seguirlo con attenzione sperando che sin da Castel di Sangro, con il ritorno dei nazionali, Spalletti possa contare sulla rosa definitiva con la quale preparare la stagione che ci si augura possa segnare l’inizio di un nuovo e duraturo ciclo.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Spalletti: ancora un toscano per ADL

PROFILI

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Col Napoli parte una nuova avventura per il tecnico di Certaldo, appassionato di buon vino e di un calcio offensivo e verticale

di Lorenzo Gaudiano

«Il calcio è il cuore del mondo, batte allo stesso modo ovunque e chi lo ama non gioca mai in trasferta ma sempre in casa». Non si tratta di un pensiero di un filosofo dell’antichità, nemmeno di una citazione letteraria famosa. Potrebbe sembrarlo, vista la sua esattezza, il suo profondo significato, l’emozione che suscita. Poco più di una ventina di parole da cui, guardandole e riascoltandole di continuo, si finisce per cogliere una molteplicità di valori celati, ricavare persino l’essenza genuina di uno sport che col passare degli anni pare si stia smarrendo sempre di più per inseguire principi diversi. Più lontani dalla competitività, più vicini agli interessi economici.
In realtà sono semplicemente le parole di un uomo per il quale il calcio ha sempre rappresentato una componente fondamentale della sua vita, un ambito in cui ha saputo dimostrare sin da subito le proprie competenze in materia, una passione che a distanza di anni continua a rimanere viva nonostante le numerose esperienze, i successi e le soddisfazioni ottenute dal conseguimento dei vari obiettivi prefissati. È di Luciano Spalletti che si parla, il prossimo allenatore del Napoli, colui che il presidente De Laurentiis ha scelto per intraprendere un nuovo cammino con tappa principale nella prima stagione con un piazzamento in zona Champions. Per altre tappe naturalmente si vedrà strada facendo.

Mi manda Boccaccio

La storia di Luciano parte dalla Toscana, per essere più precisi da Certaldo, la città di Giovanni Boccaccio, l’autore del famoso Decamerone. Dalle parole riportate in precedenza si vede che è probabilmente la città stessa ad ispirare una simile profondità di pensiero ed espressione. Un luogo davvero incantevole se si considerano gli splendidi e suggestivi vigneti, uliveti e la bellezza di una natura che con forza mostra il suo ammaliante ed incontrastabile predominio. Un immenso patrimonio a cui sessantadue anni fa si è aggiunta un’altra eccellenza che a distanza di qualche tempo avrebbe fatto parlare di sé in Italia e nel mondo, contribuendo al prestigio di un posto già noto grazie alle pagine della letteratura italiana.

Dagli scarpini ai taccuini

Spalletti con le scarpette ai piedi era un centrocampista. In carriera non è andato oltre la C1, ma in campo già si percepiva che il suo futuro sarebbe stato in panchina per le sue capacità di motivazione e la sua disciplina tattica. Gli mancava il talento, quella dote che invece dimostra di avere a bordo campo con il saper leggere bene le partite, prevedere le mosse degli allenatori avversari, motivare al meglio i propri calciatori verso la conquista della vittoria finale. Giovanili della Fiorentina, poi Entella, Spezia ed Empoli dove a 34 anni decide di slacciare definitivamente gli scarpini. Per lui però non è finita col mondo del calcio, c’è ancora qualcosa che il giovane di Certaldo può dare alla sua più grande passione e che naturalmente troverà tra i taccuini, le lavagne e i pennarelli per disegnare gli schemi tattici.

Empoli fine ed inizio

Empoli non è solo la fine di una vita, ma l’inizio di una nuova. Luciano parte dalle giovanili, una palestra ma anche una grande responsabilità considerando la grande attenzione che il club toscano ha per il settore giovanile. La prima squadra è in difficoltà in C1, la retrocessione è davvero ad un passo ma a sei giornate dalla fine Spalletti viene promosso per provare a dare una scossa. La salvezza arriva miracolosamente grazie ai play-out, meglio di così non si poteva davvero fare. La stagione successiva torna nuovamente con le giovanili prima di approdare in prima squadra con cui vince la Coppa Italia di C e centra la promozione in B. Poi subito il salto in massima serie e la conquista della salvezza a certificare il suo valore aggiunto in panchina, la sua conoscenza del calcio, la sua capacità di portare sempre a casa l’obiettivo.

Mettersi in discussione

L’ascesa però è piena di ostacoli. Negli anni successivi Luciano comincia ad incontrare diverse difficoltà. Brevi esperienze con Sampdoria e Venezia che pesano sul suo percorso di crescita e che di fatto costituiscono una pesante battuta d’arresto dopo i risultati positivi del passato. Poi arriva l’Udinese con cui la conquista della salvezza non basta per ottenere la riconferma. Non gira più bene a quanto pare, il suo successo sembra ormai sulla via del tramonto. L’unico modo per provare ad uscirne è rimettersi in discussione. Arriva la proposta dell’Ancona in B e Spalletti accetta senza se e senza ma. È salvezza a fine stagione. Luciano ritorna sereno e speranzoso, anche perché il meglio deve ancora venire.

Dalla Champions alla Champions

Di nuovo l’Udinese, per riprendere da dove aveva interrotto. Due anni consecutivi centra un piazzamento in Coppa Uefa, al terzo arriva la qualificazione alla Champions e la Panchina d’Oro. La stella di Luciano finalmente comincia a brillare e ad accorgersene è la Roma, con cui in quattro anni arrivano i primi trofei tra Coppa Italia e Supercoppa. Dopo cinque anni in Russia allo Zenit, dove arrivano due Scudetti, una Coppa nazionale e una Supercoppa, Spalletti torna ancora alla guida dei giallorossi, con cui centra un terzo ed un secondo posto dopo record di punti e una lite infinita con capitan Totti, stigmate negativa sul curriculum più umano che professionale dello stesso Luciano. È all’Inter che il suo cammino momentaneamente si è concluso, con due piazzamenti Champions che mancavano da tanti anni e uno stop sabbatico che conoscerà la parola fine a partire dal primo luglio.

Un uomo schietto per Napoli

Guardando le conferenze stampa passate, le sue dichiarazioni e le opinioni dei calciatori da lui allenati si comprende come Spalletti sia un personaggio con un carattere particolare. Sempre schietto, sincero in positivo ed in negativo, Luciano legge tutto, ricorda tutto, contesta quando c’è da contestare, ammette quando c’è da ammettere qualche errore. Le sue reazioni suscitano sempre meraviglia, a volte fanno anche ridere, possono persino non piacere perché sono autentiche, genuine. Il Napoli oggi in panchina ha bisogno di un uomo simile dopo mesi di silenzio e una gestione comunicativa non all’altezza di un club che ambisce a posizioni importanti in classifica ed in Europa. E l’augurio è che la squadra azzurra possa ritornare ad essere bella da vedere come “La Rimessa”, l’affascinante tenuta a Montaione dove in questo periodo lontano dal calcio Spalletti si è rifugiato. In campagna, con il suo ottimo vino, le magliette dei calciatori più stimati e quel calcio offensivo e verticale di cui il Napoli avrebbe davvero bisogno.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Pronti a scendere in campo con il Napoli di Spalletti

Pronti a scendere in campo con il Napoli di Spalletti

IL PARERE

Pronti a scendere in campo con il Napoli di Spalletti

È il terzo toscano alla corte del presidente De Laurentiis dopo Mazzarri e Sarri e poteva arrivare già a gennaio

di Francesco Modugno

C’è sempre stato nei suoi pensieri, sin da quella sera inquieta del 25 gennaio.
Il Napoli l’aveva persa male a Verona. E De Laurentiis era furibondo.
Non ne voleva più sentire di Gattuso. Non ne riconosceva neanche gli alibi, che pure c’erano. Le assenze, le tante partite ravvicinate, la salute malandata di Ringhio; e anche qualche errore, certo.
Un momentaccio. E non sembrava ci fossero prospettive; solo la paura di ripiombare nell’anonimato.
De Laurentiis sbottò. Era una furia. Voleva cambiare tutto. Tutto e subito. Voleva un altro allenatore. E cominciò a chiamarne tanti. Aprì il casting. La selezione di quelli disponibili per l’immediato, eventualmente prenotandoli per il futuro. Un listone. C’era anche Spalletti lì dentro. Anche lui tra gli altri. Ma avanti, tra i top.
C’era. Eppure non era però ancora il momento. Che poi è arrivato. Quattro mesi dopo. Lunghissimi. Entusiasmanti ma atroci.
Speranze e illusioni. Una rincorsa frenetica. Ansimante. Difficile. Anche se bella, spettacolare assai. Come il Napoli di Gattuso in tutto il girone di ritorno. Gol e punti, tanti. E da record. Da recriminare per quel che poteva e sarebbe dovuto essere. Ma non era. Non è stato. Mezza stagione con la convinzione di potercela fare. Di arrivarci, sì, tra le prime quattro. E magari anche di un colpo di scena finale. Irreale, proprio perché di teatro. Gattuso ancora a Napoli. Trattenuto o ritornato, fate pure. Comunque con quel contratto ch’era rimasto chiuso nel cassetto.
Ma il calcio è davvero come la vita. Vero, crudo. E così, pari col Cagliari ed il fatal Verona; l’atroce beffa. La resa e gli addii nel silenzio, tra rabbia, musi lunghi e De Laurentiis – ancor più fermo – certo ch’era giusto cambiare.
E allora avanti tutta col casting. Allargato e ambizioso. E un po’ anche misterioso.

La questione allenatore è da sempre che va così. Lo sceglie ADL. In autonomia. E ci mancherebbe, è il padrone. Ma pure in esclusiva. Riservato e imprevedibile. Li sente tutti. Sistema accanto valutazioni, racconti e sensazioni. Poi ne fa una sintesi. Confrontandosi col mercato. L’opportunità di prenderli. La concorrenza. E quei profili – da gennaio – erano ancora tutti lì. Suggestioni e idee, scommesse e sogni. Da Sarri a Galtier, a Inzaghi e Italiano. E così Allegri, corteggiato. E ovviamente lui, Luciano Spalletti. Il candidato forte dall’inizio. La scelta (anche) della ragione nella città dei sentimenti. Se l’obiettivo è la Champions, lui ne è uno specialista. Undici volte qualificato nelle sue ultime dodici stagioni. E prim’ancora aveva portato anche l’Udinese tra le prime quattro. Aveva fatto la storia. Quasi sempre tra i primi in Italia. Spesso anche vicino, vicinissimo allo scudetto. E campione in Russia con lo Zenit San Pietroburgo. Lo zar.
Spalletti la decisione che si è imposta, si è fatta largo nel mercato. Il profilo di personalità e carattere in un ambiente che non è per quelli anonimi. Per i grigi. Spalletti arriva. E così anche in campo.
Evoluto, ricercatore, per certi versi rivoluzionario. La sua Roma tra le più belle squadre degli ultimi venti, venticinque anni. Quella del 4-2-3-1 con Totti falso centravanti e Perrotta incursore. La sua Roma, l’albero di Natale del Milan di Ancelotti e Kakà e la meraviglia del Napoli di Sarri. Quell’azzurra nostalgia che ha fatto ormai della bellezza un parametro molto napoletano per valutare gli allenatori: e l’indice di Spalletti è alto.
Due anni di contratto. L’opzione per il terzo ed eventualmente anche per un quarto.
Teoricamente, 4 anni.
A due milioni e sette/otto netti circa a stagione. Bonus Coppe e scudetto.
Un nuovo progetto. Un ciclo da aprire, ancora con un allenatore toscano. Mazzarri stupì Napoli: secondo in classifica e Champions con quaranta milioni di monte ingaggio. Sarri stava facendo il colpo di stato con 18 uomini. E una città dietro. Ora Spalletti. L’intuizione che è anche della continuità; con principi tattici nei quali il Napoli si riconosce. Che sente suoi. Il 4-2-3-1 da personalizzare e calibrare, esaltando individualità e gruppo. Una visione di un calcio di qualità, esaltante da proporre se hai i piedi di Zielinski, il genio di Insigne, i lampi di Lozano e la forza devastante di Osimhen; il centravanti forse mai avuto da Spalletti; differente per struttura e caratteristiche da quelli passati. Non è Totti. Non è Icardi. Forse un po’ Salah e Gervinho per la capacità di attaccare la profondità e trovarsi spazi a campo aperto.
Una sfida in più in una città che l’aspetta, ora incuriosita e sospesa, quasi diffidente per presa di posizione social, bulimica di considerazioni negli anni economicamente più duri per il calcio, disastrato dalla pandemia e che anche a Napoli ha prodotto un rosso in bilancio di quasi 20 milioni e la riflessione sul monte ingaggi, da provare a ridurre del trenta per cento.
Ma poi si tornerà a giocare. E ancor prima ci saranno il mercato e le notti stellate in ritiro. Napoli è pronta ad accendersi. A sognare. A stare dalla sua parte. A scendere in campo col Napoli di Spalletti.

*giornalista Sky Sport

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

TESTIMONE DEL TEMPO

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

Lippi il primo. Poi il sanguigno Ulivieri. Di passaggio Colomba. Mazzarri e la Grande Bellezza di Sarri. Ora Spalletti

di Mimmo Carratelli

Toscani di terra e di mare sulle panchine del calcio italico, i “maledetti toscani”. Una schiera. Svelti di lingua, la lingua di Dante, e sfaccimmeria toscana che Renzo Ulivieri, pisano di San Miniato, definisce “merdite” con eleganza pendente, «noi toscani abbiamo qualcosa in più, la merdite, appunto».
Sei allenatori toscani sulla panchina del Napoli: Marcello Lippi, Ulivieri, Franco Colomba, Walter Mazzarri, Maurizio Sarri, Luciano Spalletti.
Ulivieri venne ad allenare il Napoli in serie B nel 1998. Aveva 57 anni, oggi ne ha 80. Fallì la promozione. Nono posto con 25 punti persi in casa (8 pareggi, 3 sconfitte). Espulso a più riprese. Si dimise dopo quattro pareggi consecutivi nel finale, Serie A lontana, sostituito da Montefusco nelle ultime tre giornate.
Poiché aveva un pessimo carattere fu per tutti Renzaccio, un pezzo d’uomo e un umore irascibile. Si nutriva di sarde fritte, fagioli col tonno, pane col rigatino e spaghetti con la bottarga. Iroso, redarguito, ammonito ed espulso in continuazione. Narcisista spudorato e fedele solo a tre cose: Coppi, il Livorno e la politica.
Quando si presentava per la prima volta in uno spogliatoio diceva: «Qui comandiamo in tre: io, Ulivieri e il figlio della Gina». La Gina era sua mamma. Diceva: «Palla a terra e testa alta, il calcio deve respirare». Precisò: «Meno pressing, maggiore cura del palleggio, più ricerca della manovra».
Ulivieri ha allenato per cinquant’anni, dal 1965 al 2015. Smise guidando la Scalese, squadra femminile di San Miniato. Prima di allenare il Napoli era stato in tredici club diversi. Dopo, allenò ancora altre sei squadre.
Il tecnico è stato il secondo dei sei toscani sulla panchina del Napoli. L’aveva preceduto, nel 1993, Marcello Lippi che, prima di arrivare nel golfo azzurro a 45 anni, aveva fatto due anni in A col Cesena e un anno con l’Atalanta, per il resto era stato alla guida di squadre in Serie C.
Fu Ottavio Bianchi a portare Lippi a Napoli. Scelta eccellente. Lippi, toscano di Viareggio, conquistò un sesto posto e riportò il Napoli in Coppa Uefa.
Da giocatore, elegante battitore libero, Lippi era stato il bello della Sampdoria. Gli si imbiancarono anzitempo i capelli e il suo fascino aumentò. Da allenatore, Napoli lo creò. La Juve lo rapì (1994). L’Avvocato Agnelli l’accolse così: «Lippi è il miglior prodotto di Viareggio dopo Stefania Sandrelli».
Lasciò la Juve e naufragò due anni nell’Inter. Disse “merda” nelle occasioni ostili e, dopo una sconfitta, dichiarò: «Mi vergogno di questa squadra. Fossi il presidente dell’Inter caccerei l’allenatore, poi prenderei a calci i giocatori». Fu cacciato, confortato da uno stipendio di quattro miliardi, il suo straordinario sussidio di disoccupazione pagatogli dall’Inter.
Tornò alla Juve per altri tre anni. Scacciò la malinconia e i rancori e promise: «Tornerò antipatico a tutti». La Juve ricominciò a correre e Marcello Lippi a fumare il sigaro con soddisfazione. Esaurite le glorie juventine, il viareggino dagli occhi azzurri concluse in Cina il suo ricco mestiere di allenatore, tre anni al Guangzhou per 12 milioni di euro l’anno. In Cina arrivò da campione del mondo. La vittoria del 2006 della Nazionale italiana in Germania è scolpita nel suo curriculum. Napoli era ormai un ricordo lontano.

Nella confusa stagione 2002-03, tramontata l’epoca di Ferlaino e allontanatosi Corbelli, l’imprenditore alberghiero Salvatore Naldi prese il Napoli in Serie B. Gli azzurri si salvarono dalla retrocessione in Serie C per un punto.
Nel valzer sulla panchina, arrivò Franco Colomba di Grosseto, persona mite. Era stato un giocatore delizioso nel Bologna, il mestiere di allenatore non sembrava il più adatto alla sua persona gentile e paziente. Colomba guidò il Napoli per 15 partite (2 vittorie, 6 pareggi, 7 sconfitte). Gli subentrò Franco Scoglio per dieci partite. Tornò Colomba per le ultime 13 giornate (5 vittorie, 5 pareggi, 3 sconfitte).
Un’apparizione passeggera quella dell’allenatore grossetano. Dei tecnici toscani, Colomba è stato il meno sanguigno e agitato, anzi per niente sanguigno e agitato, ma pacato e un po’ rassegnato al mestiere che non gli cambiò mai il carattere di uomo perbene, disponibile, garbato.
Walter Mazzarri di San Vincenzo, provincia di Livorno, era stato il vice di Ulivieri nel Napoli 1998-99. Tornò a Napoli da allenatore nel 2009 subentrando dopo sette partite a Roberto Donadoni. Per due campionati aveva allenato la Sampdoria. Eroe a Reggio Calabria quando conquistò la salvezza con la Reggina appesantita da 15 punti di penalizzazione.
Mazzarri rimase sulla panchina azzurra per quattro anni conquistando due volte la partecipazione alla Champions League e due volte quella all’Europa League. In Champions arrivò agli ottavi di finale, eliminato dal Chelsea ai tempi supplementari nella partita di ritorno a Londra. Giocava un solido 3-5-2. Vinse la Coppa Italia 2012: il Napoli batté in finale la Juventus 2-0 a Roma. Ebbe in squadra Lavezzi, Hamsik, Quagliarella, Cavani, Pandev.
Un toscano introverso, Mazzarri. Perfezionista, attento, preciso, pignolo. Un martello per i giocatori. «Sono un riflessivo esasperato, un rimuginatore» ammise. Nei momenti romantici raccontava: «Faccio un mestiere bellissimo. Ho cominciato a pensarci a 28 anni quando ancora giocavo». Nelle giovanili della Fiorentina, mezz’ala, doveva essere il nuovo Antognoni. Non lo fu.

Fumatore imperterrito, agitatore massimo a bordo campo gettando via la giacca e rimanendo in camicia assolutamente bianca. «Lo so, sto sulle scatole a molti, nel nostro ambiente c’è molta gelosia». Aveva fatto una buona gavetta. «Ho cominciato ad Acireale dove, prima di me, avevano cacciato undici allenatori in tre anni».
Nei momenti di relax diceva: «Godo come un riccio quando vedo realizzarsi sul campo quello per cui ho lavorato in settimana». Aveva una foresta di capelli in testa. Un giorno, Walter Mazzarri si spinse oltre: «Se si confrontano le rose delle squadre che abbiamo avuto, io meglio di Mourinho». «Sono pronto per una grande squadra» disse e piantò il Napoli per l’Inter. A Milano, fece un quinto posto e l’anno dopo venne esonerato.
Discendendo dalle colline toscane, preceduto, avvolto e seguito da una nuvola di fumo senza filtro, nell’estate del 2015, scappato Benitez al Real Madrid, arrivò a Napoli Maurizio Sarri con una lunga gavetta in squadre minori e gli ultimi tre anni all’Empoli a miracol del suo gioco mostrare.
Proprio contro il Napoli di Benitez, l’Empoli di Sarri aveva impressionato e stravinto. De Laurentiis volle scommettere sul tecnico portandolo in Serie A alla rispettabile età di 56 anni. Era nato a Bagnoli, Maurizio Sarri, figlio di un gruista toscano che lavorava all’Italsider. Diventò toscano per carattere e residenza.
Fumava più sigarette di Mazzarri (una sigaretta ogni 12 minuti) ed era più martello nella ripetitività ossessiva dei suoi schemi in allenamento, i giocatori azzurri sorvegliati e monitorati dai droni, una novità a Napoli, che volteggiavano nel cielo e sui campi di Castelvolturno. In tre anni creò un Napoli spettacolare, ma non riuscì a vincere un solo trofeo.
Rimasero, nel golfo, la Grande Bellezza azzurra, il record dei 91 punti, infine la resa in un albergo fiorentino nella corsa verso lo scudetto giungendo a un soffio dallo scipparlo alla Juventus. Maurizio Sarri fu il Grande Deriso del bel gioco a zero tituli. La convivenza con De Laurentiis fu subito aspra e guerreggiata. Lasciò il Napoli dopo 114 partite di campionato (79 vittorie, 22 pareggi, 13 sconfitte), ma fallì il cammino in Coppa Italia e in Europa.
Quando passò alla Juve vinse il campionato con Cristiano Ronaldo, ma disse: «Nessuno giocherà mai come il mio Napoli». Fu la goccia che fece traboccare il suo esonero.

Ed ecco il sesto allenatore toscano sulla panchina del Napoli, Luciano Spalletti nato a Certaldo nella Toscana empolese, con agriturismo a Fucecchio e la Società agricola Safe produttrice di vini. Un ricco terriero, se vogliamo. I soldi del calcio investiti nella terra delle colline toscane.
Allenatore appassionato e stizzoso, anche esonerato e subentrante, color terracotta e calvo, preciso un bonzo. Il migliore e il peggiore, secondo le circostanze. La maggior gloria e primo miglior premio, tre milioni l’anno, è la permanenza di Spalletti sulla panchina della Roma dal 2005 per quattro anni conquistando tre secondi posti, poi un sesto posto e l’esonero.
L’esilio dorato a San Pietroburgo innalzò Spalletti a zar dello Zenit vincendo due volte il campionato russo. Esonerato all’inizio del quarto anno, Spalletti fece ritorno a Roma, ma non fu come la prima volta. Il dissidio con Totti segnò quegli anni. In ogni caso Spalletti portò la Roma al terzo posto il primo anno, al secondo nel campionato successivo.
L’Inter è stata la sua ultima esperienza. Due stagioni, due volte quarto posto a 4,5 milioni l’anno. Esonerato con due anni di contratto ancora, Spalletti si ritirò sulle sue colline empolesi pagato dall’Inter.
Prima che De Laurentiis lo attraesse al Napoli, dissoltasi la meteora Gattuso, Luciano Spalletti ha vissuto due anni felici a Montaione, nella Bassa Valdelsa fiorentina, il suo rifugio da contadino, la fattoria, il suo olio, il suo vino, e cavalli, cinghiali, galline, anatre, due struzzi e un alpaca, specie di pecora sudamericana che dà buon latte e magnifica lana tosandola una volta l’anno.
Un gran Cincinnato, che si ritirò a coltivare i suoi quattro iugeri oltre il Tevere, il toscano Luciano Spalletti che ora lascia i campi e torna alle battaglie e alle ansie del pallone ed è pronto a battere i pugni e la testa sul tavolo delle conferenze stampa perché ha un bel caratterino cercando paglia per cento cavalli.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021