Luciano Saltarelli: una vita a via Chiaia

Luciano Saltarelli: una vita a via Chiaia

SIPARIO

Luciano Saltarelli: una vita a via Chiaia

Da oggi al 9 febbraio in scena al Teatro Sannazaro con “Una tragedia reale” di Giuseppe Patroni Griffi

di Lorenzo Gaudiano

Via Chiaia con la sua “Bomboniera”, il Teatro Sannazaro, è un luogo senza tempo. Qualcosa è sicuramente cambiato nel corso degli anni, ad esempio i marchi dei negozi presenti lungo la strada, oppure la circolazione oggi vietata ad autoveicoli e autobus e riservata esclusivamente ai pedoni, ma il suo aspetto è sempre quello. Il tempo non sembra essere trascorso, né per chi vi passeggia né per chi vi abita. Soprattutto se ad abitarci è un attore, che magari in giovanissima età, quando si è avvicinato al teatro, al quotidiano rientro a casa immaginava di salire un giorno sul palco del Sannazaro e ricevere un’ovazione da un pubblico sì molto caloroso, ma al tempo stesso molto esigente.
Luciano Saltarelli ha vissuto praticamente tutta la sua vita a Via Chiaia, oggi ha 47 anni, ed è proprio da qui che è partito il suo percorso di avvicinamento al teatro, diventato la sua professione, come probabilmente il destino aveva stabilito. Sul palco del Sannazaro dal 7 al 9 febbraio, dopo il successo dell’anno scorso, sarà con “Una tragedia reale”, un testo di Giuseppe Patroni Griffi dove interpreta la dama di compagnia della regina Elisabetta.

Vorrei partire dal suo ruolo nello spettacolo, in cui veste i panni di una donna.

«È la seconda esperienza en travesti dopo “Dolore sotto chiave” in cui ho interpretato la parte che nel testo di Eduardo era stata affidata alla sorella Titina. “Una tragedia reale” richiama le vicende legate alla morte di Lady Diana. Arriva la telefonata a Buckingham Palace, a cui rispondo io, che annuncia la morte della principessa e da quel momento si scatenano quelle che forse sono state le vere reazioni dell’epoca. Il testo è particolarmente interessante perché i personaggi presenti in scena, vestiti come reali inglesi, parlano in napoletano. Mi sono divertito molto proprio per la commistione tra la lingua napoletana ed un evento che non ci appartiene».

Per lei che è cresciuto a Via Chiaia, quanto è stato emozionante recitare al Sannazaro?

«Sono nato a Via Petrarca ma all’età di tre anni con la famiglia ci siamo trasferiti a Via Chiaia. Con questo spettacolo è stata la mia prima volta al Sannazaro. Ho provato grande soddisfazione a lavorare nel posto che ammiravo praticamente ogni giorno della mia vita. Un teatro che ha mantenuto la sua grande bellezza e che richiama alla memoria tanti bei ricordi».

Facciamo un passo indietro: come si è avvicinato al teatro?

«Il mio percorso è cominciato al Politeama, mia madre mi iscrisse alla scuola di recitazione diretta da Guglielmo Guidi perché pensava che fossi timido. Lo ero in realtà, ma è stato solo all’inizio. Ho continuato l’attività teatrale anche al liceo scientifico Mercalli, dove ho iniziato a studiare i testi di drammaturghi come Moscato, Ruccello che sono diventati per me dei riferimenti. Dopo questi doposcuola scolastico-teatrali abbiamo fondato al Vomero una compagnia, Bardefè. Dopo circa dieci anni stavo per abbandonare il teatro perché nel gruppo eravamo giunti ad una fase troppo autoreferenziale, eravamo un po’ troppo chiusi». .

Cosa le ha fatto cambiare idea?

«Nel 2003 scrissi un testo intitolato “Morte di un pupazzo paralitico” molto apprezzato da Teatri Uniti, con cui ho cominciato a collaborare nel 2004 grazie al forte legame di amicizia con Francesco Saponaro, che conoscevo già dai tempi del Politeama. In seguito ho preso parte ad una serie di spettacoli tra cui “Santa Maria d’America”, tratto dal libro di Francesco Durante, “Magic People Show” e “Dolore sotto chiave”. Molto importante per me e la mia attività è stato anche Arturo Cirillo, con cui ho collaborato in diverse occasioni».

Lei non è soltanto attore, ma anche autore. Si considera più l’uno o l’altro?

«Più attore che autore. In realtà scrivere è molto più difficile, se mi capita di elaborare un testo non penso prima che un personaggio mi spetti a prescindere. Il mio problema con i testi è che tendo a migliorarli di continuo, a non considerarli mai veramente ultimati».

Quali sono i suoi programmi futuri?

«Dopo i tre giorni al Sannazaro ci sarà per “Una tragedia reale” una tournée a Torino e Firenze. A giugno invece sarò al Napoli Teatro Festival con “Il Prestito”, un testo di Jordi Galceran tradotto da Enrico Ianniello con la regia di Rosario Sparno».

Andrea Renzi
Tre personaggi tra le mura di Buckingham Palace

È possibile, nell’arco di una rappresentazione teatrale, interpretare più personaggi? Andrea Renzi, che in “Una tragedia reale” di Giuseppe Patroni Griffi interpreta tre ruoli differenti, con la sua ecletticità ce lo dimostra.

Tre personaggi, con sfumature diverse, per un solo attore. Una bella e grande responsabilità?

«Sicuramente. In “Una tragedia reale” interpreto il Principe Carlo che appare soltanto all’inizio dello spettacolo in occasione di una video-telefonata con la madre nella notte del famoso incidente di Lady Diana. Poi Tony Blair, che è il personaggio più interessante senza nulla togliere agli altri due, e infine un operaio di Liverpool che ha vinto un viaggio a Londra e si dà alla pazza gioia, bevendo birra in grande quantità. Invece di rientrare in albergo, riesce a superare i controlli di Buckingham Palace per poi ritrovarsi nella stanza da letto della regina. È il personaggio che metaforicamente racconta l’incontro di sua Maestà con un rappresentante del popolo, in seguito al quale la regina comprende quale comportamento politico tenere per rispettare quell’amore che il popolo stesso sta riversando quella notte stessa verso la principessa».

Perché Tony Blair è il più interessante?

«Confrontarsi con questi personaggi che gestiscono il potere è sempre particolare perché ti fa comprendere dall’interno lo sforzo politico di mediazione tra il potere stesso e il popolo. Al momento della notizia la regina, che rappresenta quindi la monarchia, voleva chiudersi in se stessa ma Blair riesce con fatica a farle capire che questa chiusura nei confronti del mondo sarebbe stato l’errore politico più grave».

Che sensazione ha provato l’anno scorso partecipando alla messinscena di un testo di Patroni Griffi?

«Ho avuto grande interesse per questo autore sin da ragazzo, quando ho assistito alla messinscena di personaggi costruiti da Patroni Griffi. Il mio incontro personale con un suo testo è avvenuto grazie alla mediazione di Francesco Saponaro, che qualche anno fa ha rappresentato “In memoria di una signora amica” e che mi ha offerto l’opportunità di confrontarmi con una capacità di scrittura straordinaria. In questo caso “Una tragedia reale” è un divertissement nel repertorio di Patroni Griffi e pur essendo “un testo minore” ha il tocco di un’intelligenza partenopea lucida e sempre molto umoristica».

Francesco Saponaro
“Una critica alla società tra paradossi e comicità”

“Una tragedia reale” ha diversificato e al tempo stesso concluso il repertorio teatrale di Giuseppe Patroni Griffi. Era il 1999 quando fu rappresentato per la prima volta. Dopo vent’anni il regista Francesco Saponaro ha riportato in scena questo testo, che al Sannazaro ha avuto grande successo nella stagione scorsa e probabilmente ne avrà ancora da oggi al 9 febbraio.

Patroni Griffi con questo testo diversificò un po’ il suo repertorio.

«Sembra quasi il frutto di un divertimento intimo e familiare dell’autore stesso, che al momento della sua stesura probabilmente immaginava già per il ruolo di protagonista, la regina Elisabetta, la figura di Leopoldo Mastelloni. Proprio in virtù del rapporto tra Mastelloni e Lara Sansone mi sembrava interessante che dopo vent’anni fosse proprio Lara ad interpretare il ruolo della regina».

Anticiperebbe qualche dettaglio della trama?

«Il testo è caratterizzato da una trama tanto semplice quanto emblematica. La regina Elisabetta riceve la notizia della morte della principessa Diana e si ribella all’eventualità di un funerale di stato. Il primo ministro della corona britannica, interpretato magistralmente da Andrea Renzi che si ispira a Tony Blair, riesce a convincerla dell’utilità di recitare un funerale di stato. Fanno anche delle prove, che si rivelano divertenti, perché la regina ha sotto al cuscino una copia del “Riccardo III” di Shakespeare ed al suo interno si trova quello che potrebbe essere il rituale funerario adatto per il mondo e i mass media».

Siamo di fronte ad un testo caratterizzato da un tono farsesco e parodistico. Ma dietro sicuramente c’è dell’altro…

«In questo testo di Patroni Griffi c’è un’intuizione, se vogliamo profetica, di quanto il potere debba essere in grado di riconoscere nei mass media una forza per orientare e strumentalizzare anche la politica. È uno spettacolo brillante e proprio dietro a questa brillantezza e a slanci paradossali ed iperbolici di comicità si cela una critica feroce alla società contemporanea».

Personaggi affidati ad un cast d’eccezione.

«La scelta di affidare a Lara il ruolo della regina e alla sorella Ingrid quello della principessa Margaret, in dialogo serrato con attori come Luciano Saltarelli ed Andrea Renzi, aveva lo scopo di unire tradizione e innovazione, rapportare uno sguardo più lucido e lancinante del contemporaneo alle morbidezze della tradizione, perché la forza e la peculiarità di questo testo di Patroni Griffi è sentire la regina parlare in napoletano come lo parlerebbe una donna dei quartieri oppure una figura mutuata dall’immaginario fiabesco di Giambattista Basile».

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

La rivolta di Masaniello rivive al Sannazaro

La rivolta di Masaniello rivive al Sannazaro

Lara Sansone, Leopoldo Mastelloni e Carmine Recano

LO SPETTACOLO

La rivolta di Masaniello rivive al Sannazaro

Lara Sansone porta in scena le vicende del rivoluzionario partenopeo insieme ad un cast d’eccezione

di Bruno Marchionibus

Il mito di Masaniello, il celebre capopopolo napoletano che guidò la rivolta del 1647 contro il Vicereame spagnolo del duca d’Arcos, rivive in città da ieri e sino al 2 febbraio al Teatro Sannazaro in via Chiaia. A raccogliere la sfida di rappresentare un episodio così centrale nella storia della città partenopea è la direttrice della Compagnia intitolata a Luisa Conte, Lara Sansone, artista che non ha bisogno di presentazioni e che in quest’occasione è impegnata nella duplice veste di regista e interprete. Nel “suo” Sannazaro, l’attrice napoletana regala, anche quest’anno, al pubblico un “gioiello” in grado di commuovere ed emozionare, tra dialoghi intensi, eventi che si susseguono in un climax di drammaticità accompagnati dalla musica, a cura di Antonio Sinagra, che segue le vicende del pescatore divenuto rivoluzionario.
Il testo, scritto nel 1974 da Elvio Porta ed Armando Pugliese e messo in scena per la prima volta in quello stesso anno, fregiandosi delle musiche di Roberto De Simone e dell’interpretazione di Lina Sastri, come ha avuto modo di ricordare la stessa regista, ebbe sin da subito un carattere rivoluzionario per il modo in cui riuscì ad abbattere ogni barriera tra attori protagonisti e platea. E proprio per non tradire questo spirito, la scenografia di Francesca Mercurio ha previsto l’installazione di un ulteriore palcoscenico e di una pedana nella navata principale della sala. In tal modo gli spettatori, dividendosi tra le vicende della Corte da un lato e dei popolani dall’altro, possono di fatto immergersi in quei giorni del 1647 compiendo una sorta di viaggio nel tempo di quasi quattro secoli. Il 7 luglio di quell’anno il popolo napoletano, vessato da mesi dalle gabelle imposte dal Duca d’Arcos, insorse contro il Vicerè, costretto a riparare prima nel Convento di San Luigi e poi a Castel Nuovo. Masaniello, consigliato dall’abate Giulio Genoino, il quale progettava un disegno rivoluzionario che andava ben oltre l’abolizione delle tasse, assunse di fatto la guida della rivolta, e gruppi di “lazzari” da lui guidati fecero irruzione nella Reggia, diedero alle fiamme i registri daziari ed aprirono le carceri, anticipando di quasi 150 anni quanto fatto dai parigini nel 1789. I rivoltosi, riunitisi nella Chiesa del Carmine, istituirono poi un Comitato Rivoluzionario che riuscì ad ottenere i provvedimenti tanto bramati; risultato, tuttavia, che si rivelò ben presto effimero. La conclusione, nefasta per la popolazione e soprattutto per colui che l’aveva capeggiata, ucciso a tradimento nella stessa Basilica il 16 luglio, è infatti cosa risaputa. 

L’importanza che gli avvenimenti di quelle giornate e Masaniello in particolare rivestono per Napoli, tuttavia, risulta evidente da quanto ancor oggi il personaggio del capopopolo sia presente nel linguaggio parlato e nei dibattiti a sfondo sociologico sul popolo partenopeo, capace com’è la sua figura di raccogliere in sé lo spirito rivoluzionario, indomito, ma anche troppo spesso tremendamente incompiuto di Partenope e dei suoi figli.
Oltre alla Sansone, che veste i panni di Bernardina, moglie di Masaniello, ruolo che le consente di dare sfoggio a tutte le sue doti attoriali nel dialogo con la Viceregina e nello straziante monologo ai piedi del marito, lo spettacolo può contare su altri fuoriclasse del palcoscenico, come Leopoldo Mastelloni e Carmine Recano. Il primo, mostro sacro della recitazione, veste i panni del Duca d’Arcos delineando una figura infida ed enigmatica, particolareggiata, tra scatti improvvisi e sguardi cattivi, in modo da riprodurre al meglio quelli che potevano essere i tratti di un Vicerè del ‘600 dedito alla vita mondana e senza esperienza di governo, come il Duca stesso si rivelò essere. Il secondo, già protagonista di numerosi prodotti di successo tra cinema e tv, impersona proprio Masaniello, tratteggiato in tutti i suoi lati più difficoltosi e caratterizzanti con un’interpretazione magistrale, con cui probabilmente solo un napoletano avrebbe potuto omaggiare un personaggio che, dopo quasi 400 anni, ha un’eco ancora così forte nella città che fu teatro della sua rapida parabola.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Storia di un rapporto del giorno dopo

Storia di un rapporto del giorno dopo

Francesco Saponaro ed Eduardo Scarpetta

LO SPETTACOLO

Storia di un rapporto del giorno dopo

Alla Sartoria del Sannazaro ultimo giorno di rappresentazione di “After the end” di Dennis Kelly per la regia di Francesco Saponaro

di Bruno Marchionibus

«Gli antichi parlavano di genius loci, per indicare come ogni luogo fosse abitato da energie particolari. Io penso che Luisa Conte sarebbe felice di sapere che l’ambiente dove c’era la sartoria del teatro entri in contatto con il presente, con la scrittura contemporanea e con giovani attori».
È così che Francesco Saponaro introduce l’importanza del luogo prescelto, “La Sartoria-Cantiere Residenze” del Sannazaro, per portare in scena “After the end”: «Mi ha galvanizzato poter presentare un lavoro site-specific con un testo il cui luogo dell’azione è un bunker. Abbiamo usato lo spazio che avevamo a disposizione per entrare in dialogo con la storia, e mi sembra che siamo riusciti ad ottenere un risultato coerente. Qui ciò a cui assistiamo è quello che sta davvero succedendo e non c’è più un filtro tra noi e il teatro».

After the end è stato scritto nel 2005, ma ad oggi risulta più che mai attuale.

«Purtroppo sì. Diceva Eduardo De Filippo che il teatro è sempre politico, e questo testo non fa eccezione. In una disputa tra Mark e Louise vengono fuori due diverse visioni del mondo: lei è laburista; lui conservatore. Nel ragazzo ci sono richiami alla reazionarietà di una certa classe che ha paura ed esercita violenza e controllo sugli stranieri; c’è, infatti, un riferimento agli “uomini con la barba”, i terroristi. La paura del diverso è un tema cruciale che gli uomini evoluti dovrebbero affrontare».

A tal proposito il bunker, che spinge i personaggi a tirare fuori il peggio di sé, può rappresentare il mondo di oggi?

«Sì. Dennis Kelly è straordinario nel mettere i personaggi in una situazione estrema, di contrazione psicologica, in cui sono obbligati a dare il peggio (o eventualmente il meglio) di sé. È quando siamo sotto pressione che la nostra vera natura viene fuori. Louise è costretta a sopravvivere ed attaccarsi con le unghie alla vita, Mark a tirare fuori la frustrazione data dal sentirsi un emarginato nella propria comitiva. Ecco cosa può scatenare il senso dell’emarginazione: una sorta di rivalsa psicotica come quella del ragazzo su Louise».

Denise Capezza

Denise Capezza “Quando sei sul palco devi essere più generoso”

Nonostante la giovane età, Denise Capezza ha già avuto modo di affermarsi come una delle più promettenti attrici del panorama italiano, passando dalla televisione al teatro fino al cinema, grazie al suo amore per la recitazione.

In passato hai dichiarato che ami i personaggi complessi. Da questo punto di vista che sfida è stata interpretare Louise?

«Louise ha un’evoluzione all’interno del testo, quindi sono partita dal crearmi un background del personaggio per capire chi fosse fuori da questo bunker, dove tutto è possibile e dove la ragazza tirerà fuori il peggio e, in alcuni momenti, anche il meglio di sé. Quando Louise entra in questo luogo è una persona totalmente diversa da quella che sarà quando ne uscirà, quindi per me lavorare su questa dualità è stato molto interessante. In questo spettacolo esploriamo una realtà “estrema”, che difficilmente si ha l’occasione di raccontare al cinema o in tv».

A questo proposito, c’è differenza tra l’approcciarsi ad un ruolo in una fiction televisiva come Gomorra e ad uno in uno spettacolo teatrale come questo?

«Diciamo che c’è ma non c’è, nel senso che esistono alcune differenze ma non sono così marcate. A teatro si lavora molto di più con il corpo; nel cinema o in tv si recita avanti ad una telecamera che ti viene a tirare fuori le emozioni, mentre quando sei sul palco devi essere un po’ più “generoso” dal punto di vista emotivo, affinché allo spettatore possa arrivare tutto immediatamente».

So che da napoletana sei molto legata alla tua città. C’è un emozione particolare nell’esibirsi avanti al pubblico “di casa”?

«Onestamente no, il teatro è universale e non fa differenza per me il luogo in cui mi esibisco. In ogni caso è vero, amo molto Napoli e, pur riconoscendone i limiti, sono una “supporter” della napoletanità e dell’artisticità di questa città, che è ben altro rispetto alla pizza e al mandolino».

Eduardo Scarpetta “Il teatro è un’opera di continua ricerca”

Eduardo Scarpetta ha un cognome “importante”, ma soprattutto una sconfinata passione per la recitazione e in particolar modo per il teatro, in relazione alla quale ha anche intriganti progetti per il futuro.

So che ami molto i testi di Kelly. Cosa ti ha colpito particolarmente di questo autore?

«Al di là dei temi politici che tratta, è un maestro nel far focalizzare l’attenzione su chi sia la vittima in scena per poi ribaltare completamente la situazione nel finale. Da attore la cosa meravigliosa di testi come quelli di Kelly, i cui personaggi sono estremamente complessi e profondi, è poter svolgere un’opera di continua ricerca e lavorare a fondo su ciò che vai a portare in scena».

In una tua intervista di qualche tempo fa hai affermato che il rapporto tra teatro e cinema è un po’ come quello tra calcetto e calcio a 11. La pensi ancora così?

«Sì, e continuo ad essere dell’idea che, come nel calcio, se sei bravo a calcio a 5 è più facile che tu sia bravo anche ad 11, perché sei abituato a concetti come la palla attaccata, e non per forza viceversa. La palla attaccata del calcio nel teatro, per me, è il lavoro con tutto il corpo, mentre quando ho avuto esperienze nel cinema ho avuto l’impressione che lì si sia attori dallo sterno in poi. Al di là di questo io amo molto l’hic et nunc del teatro, dove ogni giorno lo spettacolo che porti in scena è sempre un qualcosa di diverso rispetto a quello del giorno precedente».

So che ti piacerebbe portare in scena degli spettacoli targati “Scarpetta”. Ad oggi è solo un sogno o c’è qualcosa già in cantiere?

«Diciamo che c’è un cantiere. Il progetto, che oltre me e Francesco coinvolge anche Edoardo Sorgente e Vincenzo Nemolato, è quello di partire dalla tradizione per rinnovare, cercando di indagare sotto un nuovo punto di vista i testi di Scarpetta con la collaborazione di giovani attori. Personalmente, in piccola parte, per me si tratta anche di una sorta di rivalsa; dato che ormai Scarpetta è fatto e rifatto da tanti mi viene da dire: “Posso farlo anch’io?” (ride, ndr)».

pubblicato su Napoli n.20 del 24 dicembre 2019

“Un sasso nella testa” di Francesco Paglino

“Un sasso nella testa” di Francesco Paglino

LO SPETTACOLO

“Un sasso nella testa” di Francesco Paglino

Prodotto da Teatri Uniti, sarà in scena presso la Sartoria del Sannazaro domani alle 19.30 e domenica alle 21

di Lorenzo Gaudiano

“Ho sempre trovato strano il fatto che riesco a ricordare gli avvenimenti della mia giovinezza con chiarezza e precisione, mentre le cose accadute ieri sono confuse, e non ho alcuna fiducia nella mia capacità di ricordarle accuratamente. C’è forse qualche procedimento di fissaggio, mi chiedo, per cui il tempo, anziché far svanire i ricordi (come ci si aspetterebbe), fa il contrario, li rende solidi come cemento, l’esatto opposto della poltiglia che mi sembra di ottenere quando cerco di parlare di ieri?”. È Dennis Cleg che parla, protagonista del romanzo psicologico “Spider” dell’inglese Patrick McGrath. Un piccolo stralcio soltanto di un monologo interiore intenso che proietta il lettore nella Londra tra gli anni ’40 e ’50, in pieno dopoguerra, quando si cominciò a voltare pagina dopo le tante perdite e le abominevoli distruzioni causate dalla seconda guerra mondiale. Liberamente adattato da questo lavoro letterario è “Un sasso nella testa” di Francesco Paglino e Fabio D’Addio, affidato alla regia di Andrea Renzi e prodotto da Teatri Uniti, che fa parte del progetto Cantiere Residenze presso la Sartoria del Teatro Sannazaro e che sarà in scena il 30 novembre alle ore 19.30 e il 1 dicembre alle 21.

Un libero adattamento da un romanzo psicologico. Com’è nato questo progetto?

«“Un sasso nella testa” – racconta Francesco Paglino – ha debuttato nel 2010 al Teatro Civico 14 di Caserta. Abbiamo trasposto la storia di “Spider” da Londra al casertano per adattarlo ad un contesto più vicino al nostro e per compiere un lavoro di ricerca soprattutto sulla lingua. Al centro della rappresentazione c’è un uomo che, dopo aver visto in giovane età il padre uccidere la madre, in uno sgabuzzino ricostruisce i momenti dolorosi della sua vita alla ricerca della sua verità. Non rivelo altro per non indirizzare già il pubblico su cosa si tratti».

Dal 2010 ad 2019 c’è stata sicuramente una continua evoluzione in questo lavoro?

«Lo spettacolo è andato in scena diverse volte, in ogni occasione la ricerca linguistica si arricchisce di contributi sempre nuovi. Si tratta di un work in progress continuo. Non è un film, un video che hai fatto e rimane lì. Come un normale essere umano, anche un attore con tutte le sue esperienze inevitabilmente si evolve».

Quale è stata la ragione della scelta de la Sartoria del Teatro Sannazaro?

«È un monologo molto intimo, come se fosse un concerto da camera. Ha bisogno del contatto col pubblico, anche se questo non è mai coinvolto nella rappresentazione. Avere questo contatto a due/tre metri contribuisce alla creazione istantanea dell’empatia e all’immersione diretta nella storia del personaggio».

Quanto è importante per la riuscita di questo lavoro il suo confronto con Andrea Renzi alla regia?

«Lavoro con Teatri Uniti dal 1997. Debuttai professionalmente con “Rosencrantz & Guildenstern sono morti”. Sono trent’anni che faccio teatro ed ho partecipato a tanti spettacoli proprio con Andrea Renzi e Toni Servillo. Nel corso di questi anni si è creato un rapporto sia umano che lavorativo molto forte. In merito a questo monologo in realtà con Andrea abbiamo lavorato in modo completamente diverso da come normalmente si fa in teatro. Non ci siamo chiusi in un teatro per venti giorni, lavorando su personaggio e messinscena. Al contrario, ho lavorato da solo su alcune scene e a mano a mano mi confrontavo con lui. Il lavoro è stato concentrato da parte mia sulla costruzione del personaggio, Andrea invece mi ha sempre offerto suggerimenti importanti per migliorare la mia ricerca drammaturgica, mantenendosi sempre fedele a questa sua idea che bisognerebbe tendere all’autoregia del monologo, ossia insistere sull’idea della coscienza di stare in scena».

Facendo un passo indietro, come è nata la sua passione per il teatro?

«Ho iniziato casualmente, non ho mai avuto da ragazzo nessuna idea di fare l’attore e fare teatro. Andando un giorno a Napoli all’università, notai una locandina di un corso di teatro. Ero incuriosito e a mano a mano mi sono appassionato sempre di più. Questo corso si teneva in una di quelle cantine sotto ai palazzi di un tempo, tipo sottoscala per intenderci. Lo spazio era enorme e c’era quest’odore di muffa per l’umidità che mi è rimasto impresso. Ho avuto la fortuna di conoscere nel corso della mia esperienza professionale tante piccole realtà che hanno alimentato negli anni la passione e l’interesse per quest’arte».

“Francesco ha preparato questo suo assolo in autonomia ed è sempre per me un enorme piacere affiancarlo in questa esperienza. Quando mi ha manifestato la sua intenzione di volersi sperimentare nel genere del monologo, ha chiesto una mia supervisione su alcune fasi del suo lavoro. Per il suo carattere fortemente emotivo ha scelto un testo che sente particolarmente. Spider è un personaggio a lui molto caro”

Andrea Renzi

“Io l’ho visto in una situazione di studio e mi è sembrato un esperimento drammaturgico e linguistico particolarmente interessante da poter regalare all’esperienza della sartoria, soprattutto per cominciare a sperimentare come la sala può diventare luogo per monologhi e favorire un ravvicinato e intimo rapporto con il teatro. Un vero e proprio teatro da camera, fatto attraverso l’assolo di un attore con una storia piccola, ambientata in un contesto vicino al nostro, ma abbastanza inquietante”

Francesco Saponaro

pubblicato su Napoli n.16 del 19 ottobre 2019