Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

Nel club madrileno da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente

di Domenico Sepe

Quanti sono i presidenti di una squadra di calcio che possono vantare di aver vinto per cinque volte di seguito la mitica Coppa dei Campioni? Solo uno: Santiago Bernabéu.
Il suo Real Madrid fu incontrastato dominatore della manifestazione dalla prima edizione del 1955-56 sino a quella del 1959-60 (la rivincerà sotto la sua guida anche nel 1965-66), Don Santiago si impegnò personalmente perché l’idea lanciata da Gabriel Hanot dalle colonne de L’Equipe diventasse realtà, convincendo Fifa ed Uefa che il torneo avrebbe avuto successo con o senza di loro.
Bernabéu entrò nel club da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente, aveva studiato diritto ed aveva trovato lavoro al Ministero del Commercio ma la sua attività per il Real Madrid ed il calcio non avrà mai sosta.
In poco tempo la società spagnola fu organizzata nel miglior modo possibile per l’epoca, il presidente aveva uno sguardo lungo, vedeva già a quell’epoca cosa sarebbe diventato il calcio e nonostante la Spagna, quando divenne il numero uno del Real, attraversasse un periodo di grande crisi seppe gestire al meglio le difficoltà al punto da ottenere dal Banco Mercantil e Industrial, di cui era presidente l’amico Rafael Salgado, un importante prestito che gli consentì di edificare lo stadio che dal 1955 gli è stato intitolato.
Bernabéu è stato presidente ininterrottamente dal 1943 sino al 1978, dando sempre al Real la spinta per essere un club guida nel calcio europeo e mondiale. Durante la sua presidenza furono conquistati ben 29 trofei ufficiali (71 quelli vinti in totale) ed a Madrid giocarono calciatori tra i più importanti della storia del calcio mondiale.

Presidente da dove si parte per costruire una società così forte e vincente nel tempo?

«Quando mi hanno nominato presidente pensavo che lo sarei stato solo per un anno, avevo trentaquattro anni, credevo che si trattasse di una transizione, il club veniva da periodo molto buio. Decisi comunque che avrei avviato la mia attività dedicandomi alla riorganizzazione del club che conoscevo bene. Partivo sempre da un’idea fissa, che era quella della popolarità che il football stava acquisendo, e soprattutto dall’attrazione che questo sport scatenava negli appassionati. Dicevo sempre ai miei collaboratori, per cercare di infondergli la mia passione, che il calcio era una tentazione così grande che un paralitico su una sedia a rotelle avrebbe allungato la gamba se una palla gli fosse passata davanti».

Per lei lo stadio di proprietà già in quegli anni significava tanto per la società, quale fu l’idea che la guidò in tale direzione?

«Il Real Madrid è sempre stata una squadra popolare. Appartiene al popolo e tutti gli appassionati hanno bisogno di una loro casa comune che per un club calcistico altro non può essere che lo stadio. Poi pensavo da sempre che per costruire una squadra vincente ci fosse bisogno di una struttura sia societaria che sportiva e lo stadio era determinante. Debbo dire però che, se non avessi avuto l’aiuto del mio amico Rafael Salgado, non si sarebbe potuto realizzare nulla. In quel momento ci volle un bel coraggio da parte della banca, che lui rappresentava, nell’erogare il finanziamento. La mattina del nostro incontro, prima di entrare in banca, mi fermai in un angolo ed ho visto formarsi una lunga coda di clienti in pochi minuti. L’economia spagnola era in grande difficoltà, la guerra aveva compromesso tante attività e la fiducia generale era molto scarsa. Nonostante tutto in poco tempo riuscimmo a concordare l’operazione grazie alla quale avremmo costruito il centro dei sogni di tutti gli appassionati madridisti».

Il Real Madrid è sempre stato etichettato come la squadra del Generale Francisco Franco, che c’è di vero?

«Per anni ci hanno identificati come la squadra del regime, forse anche perché avevamo l’attitudine a vincere. Posso dire che i governi di Franco ci hanno sfruttato per la nostra immagine popolare e non ci hanno mai dato neanche cinque centesimi. Lo sport viene sempre utilizzato da chi governa per fare propaganda e approfittare della situazione».

Molti giocatori l’hanno definita come un secondo padre, quale è stato da parte sua in tanti anni il rapporto con i giocatori e cosa pensa sia cambiato oggi?

«È vero, ho avuto un buon rapporto con i miei giocatori. A tutti per prima cosa ho sempre detto che la maglia del Real Madrid è bianca e che può sporcarsi per il fango, per il sudore e persino per il sangue ma che tutti quelli che la indossano devono onorarla e devono andare oltre le macchie alla fine di ogni partita. Chi non la pensa così o non vuole più stare a Madrid sa già dove si trova la porta. Penso anche che non ci siano giocatori giovani e vecchi in senso assoluto, ci sono solo buoni e cattivi giocatori indipendentemente dalla loro età: Puskás arrivò da noi a 31 anni, qualcuno diceva che era finito ed invece ha scritto per noi, per se stesso e per il calcio in generale pagine di storia indelebili. Un club di calcio è come una famiglia, solo più grande del solito. Tutto quello che accade deve restare tra le mura della casa di questa famiglia. Se uno qualsiasi dei tesserati (dirigente, allenatore, giocatore, magazziniere etc.) racconta ad altri quello che accade nel club, sbaglia ed espone tutti al grave rischio dell’illazione, della notizia a tutti i costi che troppo spesso risulta inventata. Il club deve pretendere sempre una linea di comportamento e deve essere sempre coerente nella gestione».

Per un dirigente di calcio quanto è importante il rapporto con la stampa e con il pubblico?

«È fondamentale. Il presidente di un club calcistico deve rispettare la piazza, il pensiero degli altri, poi è evidente che debba prendere le decisioni che ritiene più utili per la vita e il futuro della società. Generalmente il pubblico si stanca dei grandi giocatori prima che inizi la loro fase calante, è quasi un fatto naturale. La stampa invece frequentemente è a caccia di notizie scottanti per realizzare quello che viene chiamato “scoop”. Quest’attività può in qualche caso essere fallace, la notizia raccolta essere fasulla o manipolata e può portare dei danni al club. Proprio per questo la società deve impegnarsi con la sua organizzazione affinché si possano evitare questi momenti negativi. In sostanza è giusto che ci sia un naturale rispetto da parte di tutti. Quando sono diventato presidente del Real per prima cosa ho voluto attribuire ad ognuno dei dirigenti un preciso compito, responsabilizzando tutti per evitare confusione e conferire a tutti la giusta autorevolezza».

Le parole di Bernabéu, pronunziate ben oltre sessant’anni fa, ed i concetti espressi chiariscono come sarebbe assurdo dire che erano altri tempi. Chi vorrà fare un facile raffronto ai giorni nostri troverà tante risposte ai quesiti che in questi ultimi giorni hanno occupato tutti gli appassionati a Napoli come a Milano ed anche in Europa. Il calcio ha bisogno di idee, di organizzazione, di capacità di saper tollerare o di far passare la propria decisione senza imporla. Il calcio è dialogo ma è diventato, anche se la storia di Bernabéu dice che era così anche nel 1943, un affare più economico che sportivo, dove le ragioni di tutti hanno il loro peso.
Forse i presidenti di oggi farebbero bene a conoscere meglio la storia di un antesignano come Santiago Bernabéu, al quale fu intitolato lo stadio da vivo perché era e resta l’anima del Real Madrid.

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

Il Benfica di Béla Guttmann vince due volte la Champions mettendo fine alla supremazia madrilena

di Giovanni Gaudiano

La volontà di Santiago Bernabéu di vedere il suo Real sempre vincente non ha conosciuto limiti se non quelli dettati dall’impossibilità di convincere qualche giocatore legato alla sua terra, alla sua squadra d’origine. Con Ferenc Puskás il problema il presidente dei blancos lo ebbe all’interno del suo club. Il colonello ungherese viveva da due anni in esilio in Italia, aiutato da qualche amico. Era stato raggiunto dalla famiglia ma anche da una squalifica, richiesta dalla federcalcio ungherese che lo accusava di diserzione e sancita dalla Fifa. La stella della Honvéd venne appiedata per 2 anni ed in molti ritenevano che la sua carriera si fosse oramai chiusa.
Nonostante qualche impegno in gare amichevoli, sulle quali la federazioni chiuse un occhio, appena la squalifica gli fu ridotta Bernabéu bruciò tutti sul tempo e ingaggiò l’ungherese.
A Madrid i commenti erano discordanti ma era praticamente impossibile contrastare la volontà di don Santiago. Puskás aveva 31 anni, era fermo da 18 mesi ed era ingrassato quasi un chilo al mese vista la mancanza di un vero allenamento ed in virtù di un fisico che tendeva alla pinguedine. Bernabéu aveva però predisposto tutto, allestendo un’equipe medica e di preparatori atletici che avrebbe riportato il giocatore in forma. Il risultato fu eccezionale, Puskás visse una seconda giovinezza calcistica vincendo con la maglia del Real: tre coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale, 5 campionati nazionali spagnoli ed una coppa di Spagna. Giocò sino a 40 anni e fu capocannoniere svariate volte nelle varie competizioni.

Puskás e la Coppa del Mondo del 1954

Parlare del talentuoso giocatore magiaro è facile. Nella sua carriera gli è sfuggita solo la Coppa del Mondo nel 1954, in Svizzera, quando la grande Ungheria fu battuta in finale dalla Germania. Puskás fu azzoppato proprio dal tedesco Liebrich, che lo inseguì per tutto l’incontro nel gara del girone di qualificazione centrandolo duramente almeno tre volte sino a procurargli una frattura alla caviglia. Si racconta che l’allenatore tedesco Sepp Herberger avesse chiesto specificamente una marcatura ferrea sul numero 10 magiaro, prevedendo di poter rincontrare l’Ungheria in finale come poi accadde. Puskás giocò egualmente, anche se visibilmente menomato. Nonostante questo portò la sua squadra in vantaggio e avrebbe anche allungato la partita ai supplementari grazie ad un’altra rete messa a segno prima del 90° che, seppur palesemente regolare, fu annullata dall’arbitro della partita, l’inglese Ling.
La scelta del direttore di gara aveva contrariato la delegazione ungherese.
Negli anni precedenti la nazionale magiara e la squadra della Honvéd, che ne rappresentava quasi tutto lo scheletro, avevano più volte battuto sonoramente la nazionale inglese e le squadre di club d’oltre manica e questo avrebbe dovuto consigliare una scelta verso un direttore di gara meno coinvolto. La designazione fu di fatto infelice.
Nelle sue memorie l’allenatore di quella splendida squadra, Gusztáv Sebes, racconta in particolare due aneddoti che spiegano perché avesse fatto giocare Puskás nonostante fosse infortunato.
Prima della partita l’attaccante Sándor Kocsis, che aveva messo a segno due doppiette contro il Brasile agli ottavi e contro l’Uruguay in semifinale, gli chiese: “Mister, ma Puskás giocherà la finale, vero? Mi creda, è molto difficile per me da quando lui non gioca. Tutti mi stanno addosso, tutti mi attaccano. Qualsiasi cosa io faccia, non riesco a liberarmi di tutti. Potremmo marcare il doppio di reti se ci fosse Ferenc”. La sollecitazione del suo giocatore aveva generato nella mente di Sebes un pensiero che lui stesso spiega: “Mi venne in mente la valutazione della rivista tedesca “Kicker” dopo le Olimpiadi: «I giocatori ungheresi sono i maghi del calcio. I fili del gioco convergono tutti verso Puskás. È lui che dirige, che guida la squadra sulla via che conduce alla vittoria»”.

Il primo attacco galactico del Real Madrid. Da sinistra Kopa, Rial, Di Stefano, Puskás e Gento

Dal Real Madrid al Benfica

Tornando alla Coppa dei Campioni, il ciclo del Real si concluse tra le polemiche con la squadra eliminata dagli “odiati” connazionali del Barcellona. In quella sconfitta ci fu un po’ della sfortuna capitata proprio al grande Puskás ai mondiali del 1954. Prima di tutto la finale di quell’anno si sarebbe giocata a Berna, proprio nello stesso stadio dove la sua Ungheria aveva dovuto cedere alla Germania sulla quale peraltro in quegli anni pesavano anche sospetti di doping. E poi di mezzo ci fu ancora una volta un arbitro inglese, quel Reginald Leafe, che aveva diretto anche la famosa partita tra Wolwerhampton e Honvéd del 1954. Agli ottavi di Coppa dei Campioni Leafe annullò 4 reti al Real Madrid, decretandone l’eliminazione. Di Stefano dichiarò che probabilmente la supremazia del Real non piaceva a qualcuno dell’Uefa e che la designazione dell’arbitro inglese, vista la sua direzione, aveva qualcosa di prestabilito.
Il Barcellona arrivò in finale dove si pensava dovesse prevalere ed invece fu sconfitto dal Benfica di Béla Guttmann, un ungherese, che in seguito diverrà austriaco, di origine ebraiche. Il tecnico è noto nella storia del calcio soprattutto per la famosa invettiva scagliata contro la società del Benfica, rea di non avergli voluto aumentare lo stipendio, che ancora oggi resiste e che prevedeva come la società portoghese non avrebbe più vinto dopo il suo licenziamento in campo internazionale.
Guttmann aveva costruito quella squadra attorno all’uomo di maggior classe del momento, il centrocampista Mário Coluna, soprannominato dai tifosi lisbonesi “Il mostro sacro”. Coluna era originario di Inhaca, un’isola del Mozambico, colonia portoghese, aveva iniziato a giocare da attaccante ma per le sue innate doti di eleganza e fantasia e per la grande visione di gioco accoppiata ad un sinistro pungente dalla lunga distanza fu arretrato proprio da Guttmann nel ruolo di centrocampista. Resterà 16 anni al Benfica durante i quali vincerà: 10 scudetti, 6 coppe nazionali e due coppe dei Campioni. Nel 1966 con lui in campo la nazionale portoghese conquisterà il terzo posto ai mondiali d’Inghilterra, che resta ad oggi il miglior risultato raggiunto dalla nazionale lusitana nella massima competizione calcistica mondiale. In quella edizione della Coppa dei Campioni giocherà, poco, la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti evidenziando già in quell’edizione quel complesso e la difficoltà di imporsi in campo internazionale proseguita nel tempo. La squadra allenata da Carlo Parola, con Renato Cesarini nella fase iniziale del campionato di serie A come Direttore Tecnico, vincerà il campionato ma verrà eliminata dalla squadra che diventerà il CSKA di Sofia al primo turno della competizione europea.

Il Benfica concede il bis

Nell’edizione seguente, quella del 1961-62, la squadra portoghese si prenderà il lusso di raddoppiare. Guttmann inserirà in squadra un giovane proveniente anche lui dal Mozambico come Coluna: Eusébio.
Eusébio da Silva Ferreira, che verrà soprannominato la “pantera nera”, in quel primo anno con la maglia del Benfica giocherà complessivamente 31 partite mettendo a segno 29 reti.
Nel corso della sua carriera Eusebio giocherà 440 partite con il Benfica, mettendo a segno 473 reti (totale 733 reti in 745 partite), una media realizzativa eccezionale che gli consentirà di vincere due volte la Scarpa d’oro come miglior realizzatore in Europa nel 1968 e nel 1973 e soprattutto di venire eletto Pallone d’oro nel 1965, giungendo in altre due occasioni secondo.
È stato un attaccante veloce, potente, dotato di ottima tecnica individuale, di un tiro potente e preciso anche dalla lunga distanza e di notevoli capacità acrobatiche. Abile nel dribbling utilizzato quasi con movenze feline, il giovane mozambicano viene schierato come mezzala ma di fatto è una punta che opera quasi come un secondo centravanti.
Sarà il simbolo del Benfica e della nazionale portoghese per molti anni vincendo: 11 campionati, 5 coppe nazionali ed una Coppa dei Campioni.
In finale, il 2 maggio del 1962 ad Amsterdam metterà a segno la quarta e la quinta rete, sul punteggio di tre a tre contro il Real Madrid di: Araquistain, Santamaria, Del Sol, Di Stefano, Puskás e Gento. Il Benfica s’imporrà per 5 a 3 e complessivamente nelle 7 partite disputate la squadra delle aquile metterà a segno 17 reti con Eusébio che in 6 presenze andrà in gol ben 5 volte. In quell’edizione la Juventus uscirà ai quarti per mano del Real. La sfida sarà però di quelle da ricordare. A Torino si imporranno le “merengues” con un gol di Di Stefano, nella gara di ritorno al Chamartin di Madrid sarà Omar Sivori a mettere a segno la rete che obbligherà le due squadre a disputare lo spareggio. Si giocherà al Parco dei Principi di Parigi, la Juventus resterà in partita grazie ancora a Sivori sino a quando non si infortunerà Stacchini e il Real andrà in vantaggio anche per un errore del portiere Anzolin.

(4 – continua)

pubblicato su Napoli n.23 del 12 febbraio 2020

Il quinquennio vincente del Real Madrid

Il quinquennio vincente del Real Madrid

Kopa al Santiago Bernabéu assieme a Di Stefano con la Coppa dei Campioni del 1957

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Il quinquennio vincente del Real Madrid

Santiago Bernabéu costruisce una macchina da guerra. Tre allenatori per vincere cinque anni di seguito

di Giovanni Gaudiano

La prima Coppa dei Campioni entra quindi nella bacheca del Real Madrid. Santiago Bernabéu però non si ferma. Nella finale di Parigi ha visto giocare Raymond Kopa. Manda subito un suo emissario a trattare per portarlo a Madrid ma c’è la fila, dove compare anche il Milan. Don Santiago ha deciso e così non bada a spese.

Raymond Kopa

520.000 franchi allo Stade de Reims e si porta a casa il francese, che potrà essere presentato e giocare solo dopo che Di Stefano otterrà la nazionalità spagnola.
L’attaccante ha 25 anni, viene da una famiglia di minatori di origini polacche sia dalla parte del padre che da quella della madre, il suo vero cognome sarebbe Kopaszewski ma si sa che in Francia nazionalizzano tutto. Anche il piccolo Raymond ha lavorato in miniera ma sino a 16 anni, quando per un incidente aveva perso due dita della mano sinistra. È bassino (1,68 cm.), gli piace giocare all’ala perché è veloce, agile, esprime nel gioco molta grinta. Ha sviluppato nel tempo un dribbling fulminante ed ha il senso del gol.
Quando si trasferirà a Madrid, dove Villalonga lo utilizzerà all’ala per lasciare Di Stefano al centro, è già un idolo per i francesi.
Al Real vincerà 2 campionati nazionali, tre Coppe dei Campioni ed una Coppa Latina. Santiago Bernabéu gli permetterà di andare ai mondiali di Svezia con la sua nazionale. Sarà per lui un torneo indimenticabile. Alla fine la Francia si qualificherà al terzo posto e Kopa sarà eletto come miglior giocatore del torneo. Nello stesso anno si aggiudicherà, da primo francese, il Pallone d’oro.
Durante il mondiale a chi chiedeva all’emissario del Real chi stessero seguendo arrivava sempre la stessa risposta: “Nessuno, perché non possiamo acquistare il miglior calciatore del mondiale poiché l’abbiamo già. È Raymond Kopa”.

Cinque finali, cinque vittorie

Le “Merengues” di Don Santiago dopo la vittoria di Parigi e la replica nell’anno successivo, giocata il 20 maggio del 1957 proprio al Bernabéu di Madrid, consolideranno una superiorità unica nella storia della competizione. Cinque vittorie consecutive con tre allenatori diversi alla guida.
Il primo è lo spagnolo José Villalonga, un ex giocatore ed insegnante di educazione fisica che la vincerà due volte. Gli succederà l’argentino Luis Antonio Carniglia, capace di vincerla ancora due volte e poi mandato via dal presidente Bernabéu dopo la finale vinta a Stoccarda, ancora una volta contro lo Stade de Reims, perché reo di aver escluso dalla partita Puskas che ufficialmente figurava come infortunato.
Carniglia era un tipico argentino: pieno di sé, arrogante, dalla lingua pungente. Era solito dire: “Dicono che abbia un brutto carattere. No. Io ho un carattere, a differenza di tutti gli altri”. Dopo la parentesi madridista verrà anche in Italia, allenerà: Fiorentina, Bari, Roma, Milan, Bologna e Juventus senza vincere nulla.

L’allenatore Munoz con Bernabéu

Miguel Munoz

La quinta Coppa dei Campioni consecutiva il Real la vincerà con in panchina un uomo legatissimo al club: Miguel Munoz.
Sarà il primo a vincere la Coppa dei Campioni due volte da giocatore e due volte da allenatore sempre con il Real Madrid.
Questo primato sarà condiviso da Carlo Ancelotti, Josep Guardiola, Zinedine Zidane oltre che da Giovanni Trapattoni, Johan Cruijff e Frank Rijkaard che ci riusciranno però con squadre diverse.
“Il caballero blanco,” come venne soprannominato dai tifosi del Real, è l’allenatore più vincente di sempre alla guida delle merengues oltre che uno dei giocatori che hanno avviato la grande stagione di vittorie della squadra di Bernabéu.
Ha giocato da mediano, dotato come era di una eccellente visione di gioco. Con addosso la camiseta blanca ha vinto 4 campionati nazionali, 3 volte la Coppa dei Campioni e 2 volte la Coppa Latina. Inoltre è stato suo il primo gol messo a segno dal Real nella prima edizione della Coppa dei Campioni del 1955-56 nella gara contro gli svizzeri del Servette.
Da allenatore Munoz è riuscito a mettere in bacheca: nove campionati nazionali, 2 coppe di Spagna, 2 coppe dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.
La sua professionalità, il suo attaccamento ai colori e la sua capacità di guidare la squadra con mano ferma ed i risultati ottenuti lo hanno reso un vero beniamino dei tifosi del Real, che non lo hanno mai dimenticato.

Dagli allenatori ai fenomeni in campo

Si è giustamente parlato di Di Stefano, stella di prima grandezza nell’intero panorama del calcio mondiale, del francese Kopa, ma a scorrere le rose delle squadre, allestite dal Real nel quinquennio, si dovrebbero analizzare ed evidenziare quasi tutti i giocatori voluti ed ingaggiati da Santiago Bernabéu.
Dall’Argentina per esempio con Di Stefano arrivò Hector Rial, una mezzala dotata di grande tecnica, visione di gioco, tiro dalla lunga distanza e soprattutto capacità di confezionare pregevoli assist per i suoi compagni.
Quest’ultima qualità sarà sfruttata soprattutto da Francisco Gento.
L’argentino era un giocatore decisivo, di quelli che con il loro apporto determinano il risultato, alla fine della carriera avrà girato mezzo mondo calcistico lasciando dappertutto una sua indelebile impronta.
Rial fu portato a Madrid da Raimundo Saporta, illuminato dirigente, vice di Don Santiago, uomo capace di imprimere un’etichetta internazionale alla squadra che nel frattempo in Spagna veniva utilizzata come simbolo dal regime di Franco.
Da Rial quindi a Gento, una giovane ala sinistra spagnola che aveva nelle gambe un 100 metri da 11” netti.
Si racconta che Di Stefano avesse intuito le qualità del giovane Gento e avesse mandato proprio Rial a parlargli: “Fermati un attimo ragazzo, che ti spiego io come devi giocare, ti dico io come devi usare questa tua arma incredibile, questa velocità che ti porta dove vuoi, ma a volte troppo lontano da noi”.
Gento avrebbe capito al punto da modificare qualcosa, sfruttando al meglio quella sua eccezionale velocità, mettendola al servizio della squadra e riuscendo a migliorare anche la sua media realizzativa.
Alla fine della sua carriera il giovane venuto dal nord verrà considerato uno dei più forti giocatori spagnoli di ogni tempo con un palmarés impressionante, dove figurano: 12 campionati nazionali, 2 coppe di Spagna, 6 coppe dei Campioni, 2 coppe Latine ed una coppa Intercontinentale. Inoltre Gento ha partecipato con il Real a quindici edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, superato in questo primato solo da Iker Casillas (19) e Ryan Giggs (18).

Il calcio italiano e la Coppa dei Campioni

Nelle cinque finali consecutive vinte dal Real ce ne sono state due che hanno visto in campo altrettante squadre italiane: la Fiorentina di Fulvio Bernardini nel 1956-57, battuta al Chamartin per 2 a 0 grazie anche ad una svista dell’arbitro olandese Horn che al 69’ assegna un calcio di rigore sullo 0 a 0 per un fallo di Magnini su Mateos avvenuto fuori area, trasformato dal solito Di Stefano.
Poi la stagione successiva sarà la volta del Milan di Gipo Viani che assaporerà solo per un minuto, sul 2 a 1, il sapore della vittoria dopo la rete messa a segno dall’argentino Ernesto Grillo subito pareggiata da Rial.
Si gioca a Bruxelles nel tristemente famoso Heysel: è il 28 maggio del 1958. Il Milan dopo il nulla di fatto nel primo tempo aveva trovato il vantaggio con Schiaffino, a cui aveva fatto seguito il pareggio di Di Stefano. Il Real farà sua la partita ai supplementari con una rete di Gento.
L’anno seguente a Madrid arriverà un giovanotto sovrappeso, colonnello di un esercito che non esiste più. Ha 31 anni ed è in fuga da quasi due anni dal suo paese, dove i carri armati sovietici hanno represso il desiderio di democrazia del popolo magiaro: si chiama Ferenc Puskas, ma questa è un’altra storia.

(3 – continua)

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Il presidente Santiago Bernabéu ed il suo gioiellino Alfredo Di Stefano

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Bernabéu sa muoversi nella stanza dei bottoni in federazione mentre la sua squadra si aggiudica la prima Coppa dei Campioni

di Giovanni Gaudiano

La nascita della Coppa dei Club Campioni è dunque cosa fatta nel 1955.
Hanot successivamente dirà di non aver avuto manifestazioni simili a cui ispirarsi e che la competizione non avesse avuto una vera e propria antenata. Ammise però, da cronista attento, che qualcosa di simile si era già visto in Sudamerica anche se il torneo non era stato riconosciuto dalla confederazione sudamericana ed inoltre si era giocato soltanto un anno con una formula diversa da quella che verrà adottata in Europa.

L’antenata sudamericana

Si era, infatti, nel 1948 ed ai cileni del Colo-Colo venne in mente di organizzare un torneo per stabilire chi fosse la più forte squadra di club del continente sudamericano.
La Conmebol (la federazione calcistica sudamericana) decise di considerare la manifestazione alla stregua di un torneo di calcio amichevole e ci sono poi voluti quasi 50 anni perché riconoscesse quell’unica edizione come l’antenato della Coppa Libertadores. A quella manifestazione presero parte sette squadre che si fregiavano in quel momento del titolo di campione in carica della propria nazione ad esclusione della rappresentante peruviana che era arrivata seconda in campionato: il Colo-Colo, campione del Cile e squadra organizzatrice ed ospitante, l’Emelec campione dell’Ecuador nel 1946, il Deportivo Litoral campione di Bolivia nel 1947, il Deportivo Municipal dal Perù per rinuncia del Atlético Chalaco, il Nacional campione d’Uruguay nel 1947, il River Plate grande favorita dell’Argentina ed il Vasco de Gama che aveva prevalso nel 1947 nel campionato di Rio de Janeiro.
Si trattava quindi di una vera e propria Coppa dei campioni del Sudamerica (Copa de Campeones Sudamericanos).
Si giocarono 21 partite in 36 giorni con la formula della classifica a punti e gare di solo andata. Il torneo iniziò l’11 febbraio con il 2 a 2 tra i padroni di casa del Colo-Colo e terminò con la vittoria oramai inutile del River Plate proprio sul Colo-Colo per 1 a 0. Si laurearono campioni i brasiliani del Vasco de Gama che conquistarono dieci dei dodici punti in palio vincendo 4 partite e pareggiandone due. Grazie a questo successo nel 1997 il Vasco de Gama verrà ammesso a disputare la Supercoppa del Sudamericano, visto che l’anno precedente la Conmebol aveva finalmente riconosciuto la validità di quel torneo, come riconoscimento e riparazione dell’eccessivo ritardo con il quale era maturata la decisione.

La famosa maquina del River Plate

Minella, la “máquina” e Di Stefano

Quel torneo vide ai nastri di partenza la squadra argentina del River Plate, allenata da José Minella che era da tutti considerata come la favorita assoluta per la conquista della vittoria finale. Minella era figlio di immigrati italiani provenienti dal Piemonte (Villanova Monferrato, provincia di Alessandria) era stato un buon giocatore e come allenatore conquistò sette vittorie nel campionato argentino sempre alla guida del River Plate. In quella squadra che seppe racimolare un punto in meno rispetto al Vasco de Gama giocava ancora la famosa “máquina”, una linea d’attacco tanto tecnica quanto prolifica formata sino al 1946 da: Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau con la variante nel 1947 di Alfredo Di Stefano al posto di Pedernera.
Di Stefano nel campionato argentino di quella stagione aveva messo a segno 27 reti ed anche nella Coppa dei Campioni del Sudamerica si mise in evidenza. La “saeta rubia” per questo motivo è considerato di fatto il giocatore simbolo che ebbe la funzione di creare un’ideale saldatura tra quella competizione e la Coppa dei Club Campioni d’Europa visto che arrivato al Real Madrid sarà tra i protagonisti, se non il protagonista principale, dei cinque successi consecutivi che la squadra del presidente Bernabeu conquisterà nella prime cinque edizioni della manifestazione.

Don Santiago e la sua determinazione

Si narra che come suo solito Don Santiago si fosse presentato nello spogliatoio avversario dopo la gara disputata nell’ambito di un torneo amichevole tenutosi a Madrid contro i colombiani del “Millionarios” di Bogotà. Il presidente del Real Madrid era presente per visionare Pedernera ma invece decise di acquistare Di Stefano che dal River Plate si era trasferito in Colombia. Concluso l’affare nacque una disputa con il Barcellona che vantava un accordo con il River Plate, che avrebbe detenuto ancora ufficialmente il cartellino dell’argentino. Si era nel 1953 e Bernabeu riuscì con la sua autorevolezza e i suoi mezzi economici a convincere i rivali catalani e così la “saeta” divenne un giocatore del Real Madrid. Per convincerlo a trasferirsi nella capitale pare gli avesse detto che non ci sarebbero stati problemi con la cifra, era solito offrire assegni firmati senza importo preventivo, ma che comunque il Real era una squadra seguita dal popolo e dagli operai e che lui avrebbe dovuto tenere bene a mente questi avvertimenti evitando atteggiamenti fuori posto. L’argentino accettò ma dal suo canto avanzò alcune richieste a Bernabeu, che qualche anno dopo raccontò come gli avesse concesso di mangiare quello che voleva (sardine e vino bianco). Il presidente e Di Stefano con una stretta di mano stavano scrivendo la storia del calcio spagnolo, europeo e mondiale ed in particolare la storia della Coppa dei Campioni. Nella prima edizione Di Stefano metterà a segno 7 dei 20 gol complessivi che il Real realizzerà sino alla vittoriosa finale del 13 giugno 1956 disputata al Parco dei Principi di Parigi contro la squadra francese dello Stade de Reims. In quell’edizione però la “saeta rubia” mostrò al calcio internazionale come sarebbe stato il giocatore universale del futuro. Nella gara di ritorno dei quarti di finale dopo che a Madrid le “merengues” avevano strapazzato per 4 a 0 il Partizan di Belgrado, sul 3 a 0 in rimonta degli slavi comprese che la qualificazione era appesa ad un filo e pur giocando su di un campo innevato ai limiti della praticabilità decise, senza che l’allenatore Villalonga glielo avesse chiesto, di dare man forte alla difesa per mantenere sino alla fine l’ultima rete di vantaggio per la sua squadra. La cosa ovviamente riuscì.

Lo jugoslavo Milos Milutinovic, sogno proibito per Bernabéu

La strada per la vittoria

Il Real incasserà in semifinale 4 reti dal Milan ed in finale 3 reti dallo Stade segnandone sempre uno in più e porterà la coppa a casa. La prima edizione con 800.000 spettatori in 29 gare mostrò subito le potenzialità della manifestazione e fu un grande successo sia sportivo che finanziario. Prima della finale inoltre Don Santiago che porterà a Madrid l’attaccante dello Stade de Reims Raymond Kopa, dopo aver tentato inutilmente di ingaggiare anche lo jugoslavo Miloš Milutinović del Partizan che avrebbe accettato se non ci fosse stato il veto della sua federazione, otterrà un’altro significativo risultato.
Nel 1956 il Real Madrid aveva terminato il campionato al terzo posto dietro ai vincitori dell’Athletic Bilbao seguiti dal Barcellona e quindi la squadra della capitale non avrebbe potuto giocare in Coppa dei Campioni l’anno seguente.
Bernabeu riuscirà a far inserire durante una riunione, prima della finale di Parigi, la postilla per cui la squadra vincitrice della Coppa avrebbe avuto automaticamente il diritto di difendere il trofeo indipendentemente dalla posizione di classifica ottenuta al termine del proprio campionato nazionale. Il presidente del Real aveva scommesso con se stesso che i suoi ragazzi avrebbero vinto e così finirà con la prima coppa dalle grandi orecchie finita nella bacheca di una società già importante che stava inaugurando una stagione di vittorie che ancora oggi continua.

(2 – continua)

pubblicato su Napoli n.21 del 5 gennaio 2020

La Champions ha sessantacinque anni

La Champions ha sessantacinque anni

Hanot premia Stanley Matthews, primo Pallone d’Oro della storia

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

La Champions ha sessantacinque anni

La coppa tanto ambita è nata grazie al giornalista Gabriel Hanot e all’appoggio del quotidiano francese L’Equipe

di Giovanni Gaudiano

1. Introduzione

Sessantacinque anni di Coppa dei Campioni prima e di Champions League dopo: è questa l’età della competizione calcistica per club più prestigiosa, più inseguita da tutti.
Un tempo il suo appeal era soprattutto sportivo e fortemente competitivo; da qualche anno prevale l’aspetto economico, quello che consente di dare qualità all’organico del club e che soprattutto mette in condizione di giocare il proprio campionato ad alto livello.
Si può dire che la Champions attuale ha finito per snaturare, se non del tutto in buona parte, lo spirito e la finalità di chi l’aveva pensata come Coppa dei Campioni d’Europa.
Con la formula adottata negli anni Novanta, che ha permesso alle prime quattro squadre dei campionati maggiori di iscriversi alla competizione, è venuto a mancare il concetto di un torneo tra i club campioni nel proprio paese ma l’allargamento ha consentito di allestire turni preliminari, gironi di qualificazione prima di arrivare alla fase ad eliminazione diretta con alcune squadre escluse da tale fase finale retrocesse in Europa League, quella che una volta era la Coppa Uefa.
Un affare enorme, cifre da capogiro e l’interesse di alcuni sponsor di caratura mondiale.
La storia di questa competizione però ha scandito la storia del calcio europeo e non solo ed è quindi utile ripercorrerla per rileggere pagine di football incancellabili e sulle quali si fonda ancora oggi il movimento dello sport che si suole definire come il più bello del mondo.

2. Nasce l’idea

La storia della Coppa dei Campioni potrebbe essere una volta di più la storia di un confronto tra Francia ed Inghilterra.
Il calcio inglese sino al 1954, soprattutto quello dei club, pensa di essere l’unico titolato al mondo anche se la nazionale ha preso parte a due mondiali sui quattro disputati senza portare a casa risultati significativi. Gli inglesi, oltre a vantare il loro primato di primogenitura del football, ritengono di essere superiori nell’applicazione del gioco, delle regole e della tattica e valutano gli scadenti risultati della propria nazionale come il risultato di una scarsa attenzione profusa nell’attività della propria squadra nazionale.
A livello di club i britannici sono invece convinti di essere imbattibili e proprio nei primi anni ‘50 la stella è considerata la squadra del Wolverhampton. Una serie di partite amichevoli giocate in casa e fuori casa dai “lupi” con buoni risultati finiscono per creare un’aura di mito attorno a questa squadra e quando il 13 dicembre del 1954 i Wolves affrontano sul loro terreno di gioco, il mitico Molineux, la Honved di Budapest, che aveva fornito l’ossatura all’Ungheria di Puskas capace di strapazzare proprio a Wembley la nazionale inglese con un perentorio 6 a 3 il 25 novembre del 1953, quella partita assume il valore di una sfida per il predominio nel football a livello mondiale.
Le due squadre giocheranno su un campo fangoso, in notturna e con la BBC pronta a registrarne attraverso il mezzo televisivo le gesta. Il Wolverhampton si imporrà rocambolescamente per 3 a 2, dopo essere stato in svantaggio per 2 a 0 e al mattino seguente dalle colonne del Daily Mail il giornalista David Wynne-Morgan imposta questo titolo sulle parole del manager dei lupi Stanley Cullis: “Salutiamo i Wolves ora Campioni del Mondo”.
Wynne-Morgan forse non sa che a quella gara ha assistito anche Gabriel Hanot, inviato de L’Equipe. Il francese annoverato tra i promotori della Coppa Latina riflette sulla partita vinta dai “lupi” e forse un po’ per spirito di contrarietà ed un po’ per esperienza e cognizione di causa propone nel suo articolo questa riflessione: “Attendiamo, per proclamare l’invincibilità del Wolverhampton, che si rechi a Mosca e a Budapest. E poi ci sono altri club di valore internazionale come il Milan e il Real Madrid”.
Sta nascendo l’idea di affidare ad una competizione per club lo scettro della squadra più forte d’Europa e sta nascendo in pratica l’idea della Coppa dei Campioni.

La nazionale ungherese che si impose a Wembley

3. La prima edizione

Hanot e L’Equipe si muovono, fanno capire alla neonata Uefa, titubante sull’organizzazione del nuovo torneo, che andranno avanti perché hanno l’appoggio della Fifa e di alcuni dei maggiori club calcistici europei. Si arriva così ad una risolutiva riunione che si tiene il 2 aprile del 1955 all’Hotel Ambassador di Parigi con la quale nasce la Coppa dei Campioni.
Le squadre che parteciperanno alla prima edizione sono scelte direttamente da L’Equipe (dalla seconda edizione vi prenderanno parte le vincenti dei vari campionati nazionali) sulla base del prestigio internazionale dei club invitati. Le sedici formazioni che daranno vita alla prima edizione della manifestazione sono: Stade Reims, Real Madrid, Sporting Lisbona, Milan, Servette, Rot-Weiss Essen, Saarbrücken – in rappresentanza della Saarland -, Holland Sport, Anderlecht, Chelsea, Hibernian, Rapid Vienna, Djugaarden, BK Copenhagen, Partizan Belgrado, Honved Budapest. Il Chelsea non riceve il beneplacito dalla FA e viene sostituito dai polacchi del Gwardia Varsavia, ma comunque le squadre inglesi accetteranno di partecipare sin dalla seconda edizione. Causa defezione Holland Sport, Honved e BK Copenhagen vengono sostituite da PSV Eindhoven, Vörös Lobogó e Aarhus.
Nel frattempo la Fifa consiglia all’Uefa di farsi carico della manifestazione intuendone il potenziale e così il 21 maggio del 1955 la confederazione del calcio europeo sancisce la nascita della Coppa dei Club Campioni.
Il 4 settembre dello stesso anno Sporting Lisbona e Partizan Belgrado disputeranno la prima partita della nuova competizione europea, che terminerà con un pirotecnico 3-3.
Gabriel Hanot ha raggiunto il suo primo obiettivo grazie anche all’incondizionato appoggio del presidente del Real Madrid Santiago Bernabéu e dell’allenatore della squadra del momento, la nazionale ungherese, Gusztáv Sebes.
Il giornalista francese, il cui impegno non si fermerà e che subito dopo si dedicherà ad altre nuove iniziative, ha aperto la strada alla competizione antesignana dell’attuale Champions League.

Il tabellino della partita inaugurale della Coppa dei Club Campioni

Domenica 4 settembre 1955 – Estadio Nacional do Jamor – Lisbona
1° Turno – Partita d’andata

Sporting Lisbona 3 – Partizan 3

Sporting Lisbona: Carlos Gomes, Manuel Caldeira, João Galaz, Armando Barros, Manuel Passos (cap), Juca, Hugo Sarmento, Manuel Vasques, João Martins, José Travassos, Quim. Allenatore: Scopelli.

Partizan Belgrado: Slavko Stojanovic; Bruno Belin, Cedomir Lazarevic, Ranko Borozan, Branko Zebec, Bozidar Pajevic, Prvoslav Mihajlovic, Milos Milutinovic, Marko Valok, Stjepan Bobek (cap), Anton Herceg. Allenatore: Tomasevic.

Reti: 14′-78′ João Martins, 45′-50′ Milutinovic, 65′ Quim, 73′ Bobek

Arbitro: Dean Harzic (Francia)

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019