Calzettoni abbassati e tunnel a volontà

Calzettoni abbassati e tunnel a volontà

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Calzettoni abbassati e tunnel a volontà

L’irascibile, indisciplinato, talentuoso, attaccabrighe Enrique Omar Sivori, calciatore e funambolo, “un angelo dalla faccia sporca”

di Giovanni Gaudiano

Controlla la palla tenendola sotto la pianta del piede, si ferma, si guarda attorno, gli avversari si avvicinano come a caccia della preda, sono in cinque. Ha un sorriso beffardo sulle labbra e con un movimento rapido effettua un pallonetto scattando ed uscendo dalla morsa. Si è liberato, gli avversari si sono quasi scontrati e lui veleggia verso la porta avversaria.
Enrique Omar Sivori, calciatore e funambolo, è stato anche questo.
“Un angelo dalla faccia sporca”, componente del famoso trio con Maschio ed Angelillo che guidò la nazionale argentina vincitrice nel 1957 in Perù della “Copa América”, che ancora si chiamava “Campeonato Sudamericano de Football”.
I soliti provocatori gli rimproveravano di essere lento, di trattenere troppo la palla, ma riesce difficile essere d’accordo visto che in 398 partite disputate con le squadre di club (River Plate, Juventus e Napoli) riuscì a mettere a segno ben 219 reti, senza contare una miriade di assist, soprattutto per Charles, e 17 reti in 28 gare con le due nazionali, quella argentina e quella italiana, per le quali ha giocato.

Buongiorno Sivori, ma lei veramente era così lento quando giocava?

«Perché mi dice buongiorno se sono le 12.00».

Era solo per capire se oggi è una buona giornata per parlarle…

«Ho capito, lei voleva sapere del mio umore. È buono, anche se i giornalisti spesso me lo guastano, ma adesso non gioco più e quindi non sono in ritardo per andare all’allenamento. Va bene, parliamo di calcio. Per risponderle, non ero velocissimo ma neanche lento. Però quando occorreva, era la palla a correre. In Argentina, quando ero ragazzo, il mio primo allenatore diceva che saper giocare dipendeva dal controllo del pallone ed allora mi allenavo per averlo sempre tra i piedi, per impedire che me lo prendessero. Così ho imparato: il tunnel, il pallonetto, il dribbling stretto, i colpi di tacco, lo stop tra la spalla e la testa e tante altre diavolerie».

Si ricorda che Gianni Agnelli, l’avvocato, nel sintetizzare, come faceva di solito, disse di lei: “Sivori è più di un fuoriclasse. Per chi ama il calcio è un vizio. Sai che alla lunga non ti farà bene, ma non puoi farne a meno”.

«Sì, me ne ricordo. Agnelli era un appassionato ma era anche molto competente. D’altronde sin da ragazzo aveva avuto modo di vedere da vicino all’opera dei grandi giocatori. All’avvocato piaceva il bel gioco e se la giocata più bella della partita era quella di un avversario era pronto ad ammetterlo».

El Cabezon con il comandante Lauro
Ci racconta cosa successe la prima volta che lui ha seguito un suo allenamento.

«Quando arrivai a Torino mi accorsi che l’attesa di vedermi era grande. I giornali con i loro articoli mi avevano preceduto. Alla presentazione trovai tanti tifosi che aspettavano. C’era anche la famiglia Agnelli. Allora iniziai a palleggiare e subito l’Avvocato mi fece notare che lo facevo utilizzando esclusivamente il mio piede preferito, il sinistro. Non gli risposi per non essere scortese, pensai di mostrare quello che sapevo fare: presi la palla e feci quattro giri di campo palleggiando senza mai farla cadere. Alla fine del quarto giro mi fermai davanti a lui e gli dissi: “Secondo lei, cosa ci dovrei fare, con il piede destro?”. Mi guardò con ammirazione, anche se leggermente contrariato».

Quindi le storie che parlano del suo brutto carattere sono tutte vere?

«Non posso smentirle. La natura del carattere degli argentini è sempre stata particolare. Io avevo anche origini italiane, mio nonno veniva da Cavi di Lavagna vicino Genova. Erano quasi tutti pescatori in quel posto e si sa che chi va per mare ha un carattere che si può definire un po’ chiuso».

La Juventus pagò per il suo cartellino 180 milioni nel 1957. È vero che il River Plate rifece lo stadio?

«In realtà costruirono un anello degli spalti e fecero anche dei lavori di manutenzione al Monumental, ma forse qualcosa avanzò!».

Ritornando a parlare del suo carattere, è vero che giocava senza parastinchi e con i calzettoni abbassati per mostrare che non aveva paura dell’avversario?

«Ho sempre giocato con i calzettoni abbassati, arrotolati sulle caviglie, mi davano fastidio sul polpaccio. È anche vero che lo facevo per far capire ai difensori avversari che, anche se ero piccolino (1,63 cm d’altezza, n.d.r.), nessuno ma davvero nessuno mi faceva paura».

Con la maglia della nazionale italiana con Altafini ed Angelillo
Il presidente del club Teatro Municipal di San Nicolas, Angelito Alfredo Massimo, ha detto che già da bambino lei era un’attrazione, uno spettacolo per come toccava il pallone. Che si ricorda di quel periodo?

«Giocavo per divertirmi, non avrei mai smesso. Ero già allora convinto che l’unica maniera per far divertire gli spettatori fosse quella di giocare divertendosi. Renato Cesarini mi portò al River e poi alla Juventus, dove lui aveva giocato e vinto».

Quando ha pensato di venire a giocare in Italia?

«Non avevo ancora esordito in prima squadra al River e già pensavo che mi sarebbe piaciuto giocare in Italia. Il mio desiderio di vestire la maglia della “vecchia signora” era grande, era il mio obiettivo».

Quell’amore però si dissolse. Lei fu costretto a lasciare Torino, si è detto per i continui contrasti con l’allenatore Heriberto Herrera. Quale era la verità?

«Dopo molti anni, parlando con l’allenatore, abbiamo chiarito. Ci sono cose che non racconterò mai, ma io penso che il mio ciclo alla Juventus si era concluso».«Dopo molti anni, parlando con l’allenatore, abbiamo chiarito. Ci sono cose che non racconterò mai, ma io penso che il mio ciclo alla Juventus si era concluso».

Però l’arrivo a Napoli fu da vero trionfatore…

«Quando sono arrivato alla stazione di Napoli è iniziata una giornata ed un periodo della mia vita bellissimo. L’entusiasmo della gente era commovente. Avevo accettato con qualche iniziale titubanza, poi il presidente Fiore, Pesaola ed il mio ex compagno alla Juventus Emoli mi convinsero. Scendendo dal treno, mi resi conto che avevo fatto una scelta stupenda e oggi considero che ogni giocatore dovrebbe fare un’esperienza in quella città. La gente di Napoli mi ha dato moltissimo. Io non ho potuto ricambiare con la squadra per vincere uno scudetto ma poi è arrivato Diego che è riuscito a farlo ed io ho potuto festeggiarlo con lui e con tutta Napoli».

L’addio al Napoli, e più in generale al calcio, però non fu altrettanto felice. Cosa accade al San Paolo il primo dicembre del 1968?

«Herrera ordinò a Favalli di impedirmi di giocare. Ed è stato forse lui il più colpevole accentuando la caduta in un contrasto di gioco, perché sapeva che l’arbitro mi avrebbe cacciato dal campo. Fu furbo a provocarmi ed io stupido nel reagire. Mi ritirai dal calcio e da quel momento mi è rimasta l’idea che Napoli mi ha dato molto ed io per un infortunio al ginocchio e le squalifiche ho dato meno di quello che la città ed il suo pubblico aveva dato a me. Ed è una cosa a cui non posso più porre rimedio».

In quel momento Sivori, “El Cabezon”, era convinto che fosse stato vittima di un’ingiustizia come gli era capitato già alla Juventus dove, nonostante Charles lo teneva a bada, in sette campionati aveva sommato 33 giornate di squalifica. A Napoli gliene diedero sei per tutto quello che accadde ed allora decise di appendere le scarpette al chiodo.

Per chiudere la conversazione Omar, l’annosa domanda, ma chi è stato più forte tra Pelè e Maradona?

«Ho spesso risposto provocatoriamente Alfredo Di Stefano perché è stato un altro grandissimo giocatore. In realtà il calcio è una questione d’opinione, nessuno può dire in assoluto chi è stato il migliore di sempre, quello che posso dire è che personalmente nessun altro giocatore al mondo mi ha fatto divertire come Diego».

L’irascibile, indisciplinato, talentuoso, attaccabrighe Enrique Omar Sivori quando ha smesso di giocare è totalmente cambiato. Da allenatore prima, da osservatore della Juve poi e infine da opinionista televisivo, resta memorabile la sua intervista a Gianni Agnelli del 7 dicembre 1986 durante la quale l’avvocato previde che il Napoli avrebbe vinto il suo primo scudetto in quella stagione, ha dimostrato equilibrio, pacatezza, signorilità e una naturale competenza che illuminò tutti i salotti che lo ospitarono. Aveva fatto l’ultimo tunnel della sua lunga carriera superando come birilli quelli che avrebbero fatto di tutto per rivederlo azzuffarsi magari davanti ad una telecamera dedicata.

Il servizio sarà pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Miralem Pjanic: linea alla regia bianconera

Miralem Pjanic: linea alla regia bianconera

L’AVVERSARIO

Miralem Pjanic: linea alla regia bianconera

Via dalla patria a due anni a causa della guerra, cresce in Lussemburgo prima di svoltare in Francia ed in Italia

di Lorenzo Gaudiano

Bosnia Erzegovina, 1992. Scoppia la guerra. C’è chi non può fare altro che rifugiarsi nella propria dimora sperando che finisca al più presto, chi invece decide di scappare, di lasciarsi alle spalle la patria per salvare le sorti della propria famiglia e trovare condizioni di vita migliori. A malincuore i coniugi Pjanic propendono per la seconda opzione. Valigie pronte, da Tuzla, a 120 km dalla capitale Sarajevo, si va in Lussemburgo. Il piccolo Miralem ha soltanto due anni, per fortuna troppo pochi per comprendere quei momenti di terrore e sofferenza, è soltanto un bambino con un futuro incerto e sicuramente lontano dal luogo in cui ha visto la luce. È per lui che i genitori hanno voluto fortemente questa fuga, per garantirgli un futuro più roseo, più tranquillo, una maggiore possibilità in un mondo dove queste situazioni dovrebbero essere sicuramente evitate.

Più in campo che a casa

La meta scelta è Schifflange, 8800 abitanti circa. Per il permesso di soggiorno occorre lavorare e i genitori di Pjanic si danno subito da fare. Del resto tutto è meglio della guerra nel proprio Paese e soprattutto c’è un bambino da crescere. Il papà asfalta strade e gioca anche a calcio, la sua passione più grande. In patria militava in Serie B jugoslava ed anche in Lussemburgo molte squadre lo ingaggiano, soprattutto per i campionati amatoriali, visto che questo sport è poco praticato a livello professionistico. La mamma è infermiera e in ospedale per lo più le toccano i turni notturni. Miralem è troppo piccolo per rimanere a casa da solo, allora calca i terreni di gioco insieme al padre. Per passare il tempo guarda gli allenamenti, assiste alle partite settimanali e con i palloni in panchina palleggia, attirando l’attenzione del pubblico, dei giocatori stessi e degli allenatori. Il calcio gli ruba il cuore, vorrebbe giocare e nel 2000 il papà lo accontenta. L’FC Schifflange 95 se ne assicura le prestazioni, lanciando il giovane bosniaco nella mischia. È inutile dire che in qualsiasi ruolo venga schierato Pjanic incanta, dimostrando un talento naturale ed una superiorità tecnica che spinge a riflessioni importanti. Il calcio è la sua strada, tutti se ne sono accorti.

Un poster anche per lui

Ogni giorno Miralem nella sua stanza guarda i poster di Michael Jordan e Muhammad Alì e si ripete con convinzione che un giorno anche lui diventerà uno sportivo di livello. Osservatori di squadre da tutta Europa sono rapiti dalle sue prestazioni e vogliono ingaggiarlo. La famiglia si riunisce, il piccolo bosniaco ha tredici anni e per lui è arrivato il momento di andare via per iniziare la propria carriera. In Francia c’è il Metz, prima le giovanili e poi la prima squadra, con cui esordisce in occasione della sfida contro il Paris Saint-Germain. Una sola stagione ed il Lione, reduce da sette scudetti consecutivi, non se lo lascia scappare. Prime esperienze nelle competizioni europee ed in tre anni la sua crescita continua, si aprono persino le porte della nazionale maggiore. Da mezzala offensiva Pjanic sforna assist per i compagni, va spesso anche in rete ed impara a calciare le punizioni grazie ai consigli di Juninho Pernambucano. A Miralem però tutto questo non basta. Vuole di più, non gli è sufficiente sfidare i giocatori più forti ma arrivare a giocare in squadra con loro per diventare protagonista come i suoi idoli.

Ciak… si gira!

Arriva la chiamata dell’Italia, Pjanic risponde senza esitazione. La capitale sponda giallorossa gli offre l’opportunità di crescere dal punto di vista tattico. In cinque anni il bosniaco sfiora in più occasioni lo scudetto, egemonia del triangolo industriale del nord, in particolare della Juventus, che ha un’ossessione: la Champions League. I bianconeri nel 2016 lo soffiano alla Roma, affidandogli le chiavi del centrocampo, e finalmente con i più forti Miralem conquista i primi trofei e le prime soddisfazioni. Rispetto agli inizi oggi in campo Pjanic è un regista, le azioni di gioco passano tutte per i suoi piedi e il suo contributo in zona gol per natura comunque non manca. Il suo obiettivo è stato ampiamente raggiunto, merito di una famiglia che ha investito su di lui, insegnandogli giorno dopo giorno che in un mondo di atrocità occorre avere grande determinazione per farsi spazio e lasciare il segno. A due anni non poteva capirlo, oggi invece sì.

Parlando di Pjanic

“Pjanic è il nodo di tutto: Sarri lo vuole più ordinato di quanto lui non sia, un regista alla Jorginho per intenderci, ma lui è un’altra cosa. È un architetto creativo e anarcoide, non un geometra per villette a schiera”

Maurizio Crosetti, giornalista de “La Repubblica”

“Quando hai un giocatore come Pjanic è tutto più semplice, è uno che quando riceve la palla dribbla, si muove bene, ha grande tecnica. È l’unico giocatore che ricorda un po’ Pirlo. È per questo che Allegri ha voluto portarlo alla Juventus”

Fabio Capello

 

“Di Miralem ho un gran ricordo. Come oggi anche allora, quando ha il pallone tra i piedi, il tempo si ferma”

Yvon Pouliquen, suo allenatore al Metz

 

I racconti di Miralem

“Da piccolo sono scappato dalla Bosnia per colpa della guerra e mi sono trasferito in Lussemburgo. Il pallone era una delle poche cose che poteva comprarmi mio padre e mi divertivo con lui. Il calcio è diventato un obiettivo concreto quando ho capito che ero un pochino più bravo degli altri. È stata una vita dura ma anche fortunata”

“Da quando ho iniziato io, oggi nel calcio è cambiato molto. Ci vuole quasi la perfezione in tutto. Ogni giorno devi mettere in discussione le tue qualità per poter migliorare. Stare ogni tre giorni sul campo esige che tu stia bene con la testa e fisicamente. Ci sono giocatori che hanno fatto carriera anche senza avere piedi straordinari”

“Futuro? Se riuscissi a rubare qualcosa da tutti i miei tecnici, sarei un grande allenatore. Non escludo questa ipotesi, anche se so che non è un ruolo semplice. Da un lato trasmetti le tue idee sul campo ai tuoi uomini, dall’altro devi cercare di venire incontro a tutti per accontentarne le esigenze”

Il servizio sarà pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Vince la Juve ma che Napoli

Vince la Juve ma che Napoli

/ L’EDITORIALE

Vince la Juve ma che Napoli

Una piccola Juve passa al San Paolo con un grande Napoli in dieci

di Giovanni Gaudiano

Sembra incredibile affermare che la squadra che ha perso ha dominato, ha schiacciato la grande Juventus di Ronaldo, costringendola a giocare da provinciale. Eppure è andata così. Una espulsione forzata di Meret, andava al massimo ammonito, un palo di Zielinski, il secondo gol della Juve frutto di una deviazione di Hysaj. Poi le mosse di Ancelotti nell’intervallo e l’arrembaggio del Napoli nel secondo tempo. Il gol di Callejon, la traversa di Zielinski ed infine il rigore fallito da Insigne con la palla sul palo. Tutto con Ospina inoperoso tra i pali nel secondo tempo e la retroguardia bianconera tanto in affanno da lanciare via la palla a casaccio.

Callejon beffa la difesa bianconera riaprendo la partita

Alla gara il Napoli chiedeva di capire quale fosse la sua reale forza e la risposta è stata più che confortante. La Juventus sicuramente si aspettava qualcosa di meglio in vista del ritorno di Champions con l’Atletico ed è invece andata molto male, lasciando stare il risultato. Spesso il calcio è ingiusto, non premia i più meritevoli.

Il Napoli ora è pronto per l’Europa League, per il Salisburgo. La gara del San Paolo ha segnato il definitivo passaggio della squadra nelle mani di Ancelotti. L’undici che va in campo potrebbe essere quello sul quale il tecnico intende lavorare sino a fine stagione per poi chiedere al Presidente uno sforzo per portare in azzurro quei rinforzi necessari, almeno 4/5, per tentare di competere per tutto l’anno ed anche in Champions. La sconfitta è dolorosa, forse inaccettabile ma servirà in questo finale di campionato e soprattutto dal Salisburgo in avanti.

Rocchi mostra il cartellino rosso a Meret

Una nota finale per il signor Rocchi. Erano 32 partite che non dirigeva la Juve, ora nessuno si meraviglierà se dovrà attendere poche partite per essere ancora una volta designato per una gara con i bianconeri. La sua direzione non è stata scandalosa, ma condita da errori più o meno gravi che hanno condizionato la partita e questo un arbitro così bravo e così importante non dovrebbe permetterselo mai.

pubblicato il 04 marzo 2019

Quando Zoff passato alla Juve mi offrì un piatto bianconero

Quando Zoff passato alla Juve mi offrì un piatto bianconero

/ TESTIMONE DEL TEMPO

Quando Zoff passato alla Juve mi offrì un piatto bianconero

Cinque anni alle falde del Vesuvio per il portiere goriziano di Mariano del Friuli, che volentieri sarebbe rimasto a Napoli

di Mimmo Carratelli

L’ultimo giorno di febbraio, Vinicio ha spento 87 candeline e Dino Zoff, nella sua casa romana, ne ha spente 77. Il vecchio, brontolone friulano, quanti ricordi! Il portierone mai spettacolare, ma essenziale, campione del mondo a 40 anni dopo avere inchiodato sulla linea di porta il colpo di testa del brasiliano Oscar aprendo la strada, con i gol di Pablito, alla finale di Madrid sotto la pipa di Pertini e davanti al viso ancora più scavato dall’emozione di Enzo Bearzot, l’altro friulano, artefice di un campionato memorabile con la squadra azzurra più bella.

Cinque anni napoletani, dal 1967 al 1972, per Dino Zoff, 143 presenze di cui 141 di fila mentre invecchiavano in panchina Pacifico Cuman, un pel di carota di Varese di sette anni più anziano di Zoff, e Marcello Trevisan, un vicentino di Pontecchio, alto appena 1,73, che riuscì a giocare sette partite perché il Dinosauro si fermò per un infortunio. Capitò a metà marzo del 1972 quando, in allenamento, Zoff mise il piede in una buca. Frattura del perone, 40 giorni di gesso.

Goriziano di Mariano del Friuli, classe 1942, Zoff era costato al Mantova 30 milioni nel 1963 dopo che aveva giocato due anni a Udine. Quattro anni dopo il Napoli lo prese dal Mantova per 120 milioni dando anche il portiere Bandoni.

Dino Zoff al Napoli

Zoff debuttò al “San Paolo” in un’amichevole contro l’Independiente con parate prodigiose. Fu battezzato “Nembo Kid”. “Che esagerazione” commentò. Serio, silenzioso, con due grandi mani, diceva: «Sono un uomo dei campi, sono un contadino, parlo poco. Da ragazzo mi sono già sentito un uomo di mezza età».

Fu ceduto alla Juventus in cambio di Carmignani più 320 milioni. Andai a trovarlo a Torino alla vigilia della partita che il Napoli di Vinicio perse 1-2 col gol decisivo di Altafini, passato anch’egli alla Juve dopo gli anni azzurri, e Zoff parò un gran tiro di Juliano quando il match era sull’uno a uno.

La moglie Anna aveva nostalgia di Napoli, della bella casa in via Petrarca spalancata sull’azzurro del golfo. Dino mi disse: «Mi sarebbe piaciuto restare a Napoli. Non ho fatto nulla per passare alla Juve. Hanno fatto tutto gli altri». Mi raccontava: «Con le mani che ho, se non avessi fatto il portiere di calcio, avrei fatto il contadino. Avrei potuto fare anche il motorista.

Mi piaceva e le mani erano buone per farlo. I motori mi sono sempre piaciuti e mi sono sempre piaciute le mani sporche di grasso che frugano nei cuori delle macchine. Ho lavorato in una officina, a Mariano, il mio paese.

Lavoravo per trentamila lire al mese, per il resto mi buttavo nel calcio. Mangiavo più mele che il resto. Non c’era tanto da scialare a quei tempi».

A pranzo, Dino mi fece uno scherzo dicendo alla moglie di preparare un piatto speciale per me. Quando il piatto arrivò in tavolo mi accorsi che si trattava di pesce in bianco e olive nere. I colori della Juventus!

pubblicato su Napoli n.5 del 20 gennaio 2019

Ancelotti ed Allegri dal centrocampo alla panchina

Ancelotti ed Allegri dal centrocampo alla panchina

/ LA COPERTINA

Ancelotti ed Allegri dal centrocampo alla panchina

Due stili diversi ma convergenti nella ricerca della vittoria.
L’emiliano ed il toscano di fronte per una sfida mai banale

di Marco Boscia

Un passato da centrali di centrocampo ed un presente da allenatori di due tra i club più prestigiosi d’Italia: Napoli e Juventus.

Il primo, Carlo Ancelotti, a 16 anni, grazie alle innate qualità, espresse già con la maglia del Reggiolo, approda a Parma, dove esplode grazie all’avvento in panchina di Cesare Maldini. Viene reinventato trequartista, ruolo che lo porterà a fare le fortune dei gialloblù e che gli permetterà di disputare una gloriosa carriera nelle file di Roma prima e Milan poi.

Il secondo, Massimiliano Allegri, ha una carriera meno brillante e cambia più volte casacca prima di essere notato da Pierpaolo Marino nel 1991, allora dirigente del Pescara. Max viene allenato da quello che poi definirà il suo maestro, Giovanni Galeone: debutta in massima serie e dimostra anch’egli di essere un ottimo centrocampista centrale con spiccate proprietà offensive. Dopo stagioni con il Cagliari, il Perugia ed il Padova, disputa le sue ultime partite in massima serie proprio con la maglia del Napoli. Chiude la carriera in Serie D con l’Aglianese.

Divenuti allenatori, dimostrano di essere meno maniacali di altri ma con una magnifica capacità di gestire la rosa ed i grandi campioni: amano far ruotare i calciatori, sfruttando l’intero organico a propria disposizione.

Apparentemente simili, ma invece profondamente diversi: silenzioso, pacato e “leader calmo” Carlo, più frizzante e fumantino Max.  Entrambi uomini di stile e sempre eleganti nel vestire, ma se da un lato Ancelotti mantiene il suo “aplomb” anche dinanzi le telecamere, non sempre Allegri riesce a contenersi, finendo in qualche occasione per esagerare.

Così diversi, così uguali, Ancelotti ed Allegri sono nati per vincere.

“Ci sono diversi modi per arrivare alla vittoria, ma se giochi bene senz’altro è più facile vincere. Il mio obiettivo è quello, far giocare bene la squadra, far rendere al massimo i miei calciatori

Carlo Ancelotti

“Quando smetterò mi dovranno spiegare cosa vuol dire giocare bene. Se vogliamo divertirci possiamo giocare per quello, però poi se non si vince qualcuno si lamenterebbe. Nell’albo d’oro viene ricordato chi vince, non chi gioca meglio. A me piace vincere, anche se si gioca male

Massimiliano Allegri

I Signori della panchina con la vittoria nel dna

ANCELOTTI: IL PIU’ VINCENTE A CUI MANCA L’EUROPA LEAGUE

 

Dopo essere stato il vice di Arrigo Sacchi in nazionale ai mondiali del 1994, comincia la sua carriera da allenatore con la Reggiana in Serie B. Passa poi al Parma, dove resta per due anni. Tra il 1999 ed il 2001 allena la Juventus, con due secondi posti, e nelle successive otto stagioni si consacra con il Milan, con cui vince praticamente tutto. Attira quindi le attenzioni dei più grandi club europei, allenando in ordine Chelsea, Psg, Real Madrid e Bayer Monaco prima di arrivare al Napoli la scorsa estate. E’ considerato uno dei migliori allenatori al mondo: soprannominato Carlo Magno dalla stampa spagnola, nel 2014 è stato inserito nella Hall of Fame del calcio italiano. In carriera ha vinto: 1 Coppa Italia, 1 Campionato italiano, 1 Supercoppa italiana, 1 Community Shield, 1 Premier League, 1 Fa Cup, 1 Ligue 1, 1 Coppa del Re in Spagna, 2 Supercoppe di Germania, 1 Bundesliga, 3 Champions League, 3 Supercoppe europee e 2 mondiali per club, 1 Coppa Intertoto.

Carlo Ancelotti:

nato a Reggiolo, età 59 anni, altezza 179 cm, peso 81 kg

ALLEGRI: IL TOSCANO CHE SOGNA LA CHAMPIONS

Vince con l’Aglianese, da calciatore, il campionato di Serie D nel 2002, venendo assunto come allenatore per la stagione successiva. Gavetta sulle panchine di Spal, Grosseto e Lecco nei cinque anni successivi. Approda nel 2007 al Sassuolo, raggiungendo la storica prima promozione in Serie B del club. Lo chiama il Cagliari ed in due anni raggiunge altrettante salvezze. In Sardegna riceve la chiamata da parte del Milan, che gli affida la panchina nel 2010. Dopo quattro ottime stagioni, vince uno scudetto con i rossoneri, arriva alla Juventus per sostituire Antonio Conte. È l’unico tecnico ad aver raggiunto un double nazionale (coppa e campionato con la Juve) per quattro stagioni consecutive. In carriera ha vinto: 1 Campionato italiano di Serie C1, 1 Supercoppa di Serie C1, 5 Campionati italiani, 3 Supercoppe italiane e 4 Coppe Italia. Dopo aver raggiunto due finali di Champions League, poi perse, sogna di consacrarsi definitivamente al di fuori dei confini nazionali.

Massimiliano Allegri:

nato a Livorno, età 51 anni, altezza 183 cm, peso 75 kg

pubblicato su Napoli n.7 del 03 marzo 2019