Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano a destra con Luigi De Canio al Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Dal sogno Champions al ricordo di Diego

Raffaele Ametrano, ex laterale di Napoli e Crotone, è pronto a scommettere sulle possibilità Champions degli azzurri

di Bruno Marchionibus

Raffaele Ametrano nel corso della sua carriera ha vestito molte maglie, onorandole tutte con corsa, grinta e abnegazione. Nel suo palmares, impreziosito dall’Europeo Under 21 vinto nel ’96 e dalla partecipazione alla spedizione olimpica dello stesso anno, ci sono due “trofei” che, a livello emozionale, valgono più di tante medaglie: aver conosciuto Maradona, ai tempi in cui l’esterno militava nel settore giovanile partenopeo, e aver vestito la maglia azzurra avanti ai 70mila del San Paolo, quando con De Canio il Napoli sfiorò la promozione in A nel 2001/02. Nella stagione precedente, Ametrano aveva militato nel Crotone, squadra che oggi affronterà gli azzurri a Fuorigrotta.

Nonostante la distanza in classifica, la sfida coi calabresi può nascondere delle insidie per il Napoli?

«Tutte le partite di Serie A possono nascondere delle insidie; abbiamo visto, ad esempio, la Juve perdere in casa col Benevento o lo Spezia battere il Milan. Ogni match va affrontato con la giusta cattiveria, ma se il Napoli scenderà in campo concentrato sulla carta il pronostico è decisamente chiuso in suo favore».

Dopo i successi su Milan e Roma crede nelle possibilità Champions della squadra di Gattuso?

«Certo. La classifica dice che il Napoli è in piena lotta, e se guardiamo al trend delle pretendenti in questo periodo, gli azzurri possono giocarsi senza dubbio le proprie chances. C’è ancora, poi, la gara da recuperare con la Juve, e se i campani vincessero quel match diventerebbero una delle più serie candidate a rientrare tra le prime quattro».

A proposito di Juve-Napoli, che partita si aspetta?

«In questo momento il Napoli sembra più in salute dei bianconeri, anche se la Juve ha giocatori in grado di risolvere la gara in qualsiasi momento. Sarà sicuramente una sfida equilibrata, e c’è anche da capire come andranno i rispettivi incontri con Crotone e Torino».

Tornando proprio al Crotone, ritiene che i rossoblù possano ancora giocarsi la salvezza?

«Sicuramente la permanenza in A in questo momento appare come un traguardo difficile da raggiungere. La sconfitta per 3 a 2 subita in casa dal Bologna, dopo essere stati avanti di due reti, rischia di essere una batosta anche dal punto di vista psicologico dalla quale non sarà semplice riprendersi».

Il match del Maradona arriva dopo lo stop per le Nazionali. La sosta in questo momento può rappresentare un problema?

«Senza dubbio la pausa rompe un po’ il ritmo. In questo momento storico, inoltre, è sempre pericoloso mandare tanti giocatori in giro per l’Europa, col rischio non solo di infortuni ma anche di contagi. Questo, ad ogni modo, è un problema che riguarda tutte le grandi squadre e non solo i partenopei».

C’è qualche ricordo in particolare legato alla sua doppia esperienza napoletana?

«I ricordi sono tanti. Ho avuto la fortuna di far parte del settore giovanile in un periodo bellissimo, in cui il Napoli vinceva gli Scudetti e noi ragazzi avevamo il privilegio di poter vedere Diego da vicino. Vestire la maglia azzurra “da grande” e giocare avanti ai 70mila del San Paolo, poi, per me è stata la realizzazione di un sogno, un’emozione indescrivibile».

Quell’anno nella rincorsa verso la promozione, poi sfumata di un soffio, il pubblico ebbe un ruolo fondamentale. Nello scontro diretto con la Reggina lo stadio era gremito…

«Sì. Purtroppo quella fu una stagione complicatissima con tante vicissitudini societarie; la squadra in parte ne risentì anche se poi fummo protagonisti di una bella cavalcata che per poco non ebbe il lieto fine. Avessimo vinto quella partita con la Reggina, saremmo stati noi a guadagnare la promozione; quel giorno fummo sfortunati, dominammo i 90 minuti e avremmo meritato di conquistare i 3 punti».

Continuando a parlare del pubblico di Fuorigrotta, quanto è mancato quest’anno l’apporto del dodicesimo uomo in campo alla squadra?

«Il Maradona è uno stadio che fa la differenza, soprattutto quando il Napoli non è al 100% e i tifosi riescono a dare una spinta in più ai propri calciatori. È pur vero che il supporto del tifo quest’anno è mancato a tutte le squadre; d’altronde, lo sappiamo, questa è un’annata molto particolare».

Prima ha raccontato che ai tempi della Primavera a voi ragazzi capitava di incrociare Maradona. C’è qualche episodio particolare legato a Diego che le è rimasto impresso?

«Sì. Una volta in cui noi ragazzi giocammo la partita di allenamento del giovedì contro la prima squadra, io e Fabio (Cannavaro, ndr) a fine partita chiedemmo, un po’ imbarazzati, le scarpe a Diego, ma con poche speranze di essere accontentati. Dopo due giorni, invece, ci sono arrivate le scarpette; da episodi come questo si può capire quale sia stata la grandezza di Maradona e quanto la sua scomparsa sia stata un dispiacere immenso per tutti».

Riguardo ai settori giovanili, a parer suo in Italia si punta ancora troppo poco sui giovani rispetto ad altre realtà europee?

«Un po’ sì, anche se il trend sta cambiando. Al giorno d’oggi anche le grandi società hanno bisogno di giovani; le spese oramai sono folli e quindi c’è necessità per tutti di dare nuova linfa ai settori giovanili. Prima il calcio italiano era estremamente in salute, vincevamo coppe frequentemente, mentre ora facciamo fatica anche a qualificarci per i quarti di finale. In questa stagione, poi, si è perso tanto dal punto di vista economico per i minori incassi, e i club devono giocoforza guardarsi intorno e far crescere i propri ragazzi».

Parlando di ricordi ha nominato, oltre a Maradona, anche Cannavaro. Negli ultimi anni a livello mondiale di difensori del livello del Pallone d’Oro 2006 ce ne sono sempre meno. Da cosa dipende secondo lei questa crisi nel ruolo?

«Cannavaro è stato un autentico fenomeno. Sapeva impostare ed era insuperabile in marcatura. Fabio, però, è cresciuto lavorando su quei fondamentali. Oggi magari si cercano più altre cose, come la capacità di ripartire dal basso e di gestire la palla, mentre prima il difensore era visto più come il marcatore che doveva fermare gli attaccanti avversari. C’è anche da dire che ci sono stati dei cambiamenti nel regolamento per cui ai difensori di oggi è concesso meno in termini di aggressività».

In conclusione, dopo la carriera da calciatore lei ha avuto anche esperienze da allenatore. Come giudica il lavoro di Gattuso e pensa che il tecnico ad oggi meriterebbe la riconferma?

«Rino è un amico, abbiamo giocato insieme e già solo per il modo in cui vive per il calcio lo riconfermerei. È un ragazzo che dà davvero tutto se stesso per il proprio lavoro e penso vada apprezzato per questo. Io credo che il Napoli sia stato anche sfortunato in questa stagione, non avendo a disposizione per molto tempo giocatori in grado di fare la differenza. Il lavoro dell’allenatore può arrivare fino a un certo punto, poi se in campo viene a mancare la qualità le partite non si vincono. Immaginiamo se all’Inter fossero venuti meno Lukaku e Lautaro; i nerazzurri sarebbero rimasti una buona squadra ma avrebbero avuto senz’altro più difficoltà. Per me Gattuso è un valore aggiunto nel Napoli e sarebbe un vero peccato se andasse via».

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

LA PARTITA DI OGGI

Napoli-Crotone: il derby della Magna Grecia

Dopo aver battuto Milan e Roma fuori casa il Napoli è chiamato a non fallire l’esame al Maradona contro il Crotone ultimo

di Marco Boscia

Gli azzurri

Recuperati i 12 nazionali che sono stati in giro per il mondo, il Napoli arriva al match di oggi con 5 risultati utili consecutivi e 13 punti conquistati su 15. E, soprattutto, dopo aver ottenuto il massimo dalle trasferte di Milano e Roma con cui si è rilanciato in classifica portandosi a meno due da quel quarto posto che gli garantirebbe la qualificazione alla prossima Champions. Per raggiungerlo bisogna che gli uomini di Gattuso anche oggi scendano in campo per conquistare i 3 punti preparandosi poi ad affrontare la Juventus fra quattro giorni a Torino nel match contro i bianconeri che, dopo diversi rinvii e le svariate polemiche che ha generato da ottobre in poi, sembra essere finalmente alle porte.

I rossoblù

Gli ospiti arrivano al match da ultimi della classe ma con un nuovo allenatore in panchina, arrivato in Calabria esattamente un mese fa. In quattro partite Serse Cosmi ha ottenuto soltanto 3 punti battendo il Torino. Dopo il 5 a 1 rimediato a Bergamo dall’Atalanta alla prima, l’allenatore sembra essere ugualmente riuscito, in poche settimane di lavoro, a dare ai suoi calciatori una mentalità diversa. La squadra calabrese è già apparsa più vogliosa e convinta dei propri mezzi e, anche nelle sconfitte contro Lazio e Bologna, è riuscita a mettere in difficoltà gli avversari fino al novantesimo. Il Crotone scenderà oggi in campo senza avere quindi nulla da perdere e per giocarsi le ultime residue possibilità di ottenere la permanenza in massima serie.

Grinta e passione

Da una parte Gattuso, dall’altra Cosmi. Due allenatori simili. Sanguigni, schietti, sinceri, che in carriera non le hanno mai mandate a dire. Non è la prima volta che si incrociano in panchina. È già successo ai tempi della B quando guidavano rispettivamente Pisa e Trapani. E poi lo scorso anno quando il Perugia, appena ingaggiato Cosmi, venne battuto 2 a 0 dal Napoli, con una doppietta di Insigne nell’ormai ex San Paolo, nella gara valevole per gli ottavi di finale di Coppa Italia. Ma stasera il Crotone di Cosmi, che stuzzicato ha accettato di provare a fare il miracolo, venderà cara la pelle. Come non ricordare il suo quadriennio alla guida del Perugia, agli inizi degli anni 2000, in cui lanciò alcuni giovani come Materazzi e Grosso, poi campioni del mondo nel 2006, e dove conquistò per tre volte la salvezza riuscendo anche a portare la società, dell’allora presidente Gaucci, con la vittoria dell’Intertoto, in Europa. Dopo aver sfiorato la salvezza con il Lecce nel 2012, Cosmi è poi nuovamente tornato alla ribalta in serie B. Prima con il Trapani, portato in finale playoff, persa contro il Pescara, e poi con l’Ascoli, squadra presa in corsa e portata ad una miracolosa salvezza nella stagione 2017/2018 con 32 punti in 25 partite.

Gli uomini chiave

In vista della sfida alla Juventus, Gattuso oggi non dovrebbe rischiare Lozano dal primo minuto. Il messicano è anche diffidato e, visto il periodo particolarmente roseo di Politano, è probabile che il tecnico si affidi ancora a lui sulla corsia offensiva di destra. In difesa assenti Koulibaly, squalificato, e Rrahmani, ancora infortunato. A centrocampo uno fra Demme e Ruiz, entrambi diffidati, potrebbe rifiatare in luogo di Bakayoko. Nelle file del Crotone non dovrebbero riuscire a recuperare dai rispettivi infortuni i tre ex “napoletani” Luperto, Cigarini ed Ounas. Cosmi dovrà rinunciare in mezzo al campo anche a Petriccione, squalificato, sostituendolo probabilmente con Molina ed avanzando Messias dietro le punte in un 3-4-1-2 offensivo. Il tecnico perugino confida nella verve sotto porta di Simy, cannoniere più prolifico della storia dei calabresi, già a quota 13 in classifica marcatori in questa stagione ed in gol sei volte nelle ultime quattro partite.

I precedenti

Quello di oggi sarà il decimo confronto fra Napoli e Crotone. Una storia recente, cominciata nel 2001, che vede i campani in netto vantaggio sui calabresi. 7 vittorie azzurre, 1 pareggio, nel campionato di Serie B stagione 2001/2002, ed 1 sola vittoria rossoblù, sempre in B nel 2007. L’ultima vittoria del Napoli in casa, nonché ultima panchina azzurra di Sarri, risale al 20/05/2018, quando gli azzurri si imposero per 2 a 1 condannando alla B i calabresi. Nella sfida d’andata quest’anno il Napoli si è imposto per 0 a 4 allo Scida di Crotone con i gol di Insigne, Lozano, Demme e Petagna.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Renato Carosone e la sua musica immortale

Renato Carosone e la sua musica immortale

COPERTINA

Renato Carosone e la sua musica immortale

Giovedì la Rai trasmetterà il film dedicato ad un uomo coinvolgente nella sua naturale verve artistica ed alla sua musica

di Giovanni Gaudiano

L’attesa sta per finire. Giovedì 18 marzo in prima serata la Rai trasmetterà il film dedicato ad un uomo semplice, buono, allegro, rassicurante seduto davanti al suo piano, internazionale nella sua napoletanità, coinvolgente nella sua naturale verve artistica ed alla sua musica: Renato Carosone.
Non vuole essere e non sarà una biografia completa. Sarà invece il racconto di un sogno diventato realtà, di sacrifici diventati concretezza, di amicizia cementata nel tempo con sullo sfondo Napoli, la sua Napoli.
Il napoletano è coriaceo come dice un vecchio detto, dimagrisce ma resiste ed alla fine lo trovi sempre pronto a proporre la sua idea, la sua fantasia, la sua ricchezza culturale certificata dal tempo e dalla capacità di assorbire tanto i venti del nord quanto l’effluvio caldo proveniente dal continente africano.
Carosone era magro, era un napoletano tipico con un volto sempre maturo, sin da giovane, capace di coinvolgere il pubblico ma soprattutto capace di esportare il buonumore. Sentirlo cantare, vederlo con la sua band esibirsi era il miglior ritrovato per la malinconia che ha la sua presenza nella vita di ognuno.
Era stato in Africa e poi in America. Aveva girato tutta l’Italia, il mondo, e ovunque andasse sembrava essere sempre a suo agio.

Ebbe la capacità di pensare la nuova stagione della canzone napoletana senza mai dimenticare la tradizione e la bellezza di parole poetiche messe in musica che hanno fatto e rifatto e fanno ancora oggi il giro del mondo.
Renato Carosone è stato anche l’artista capace a 39 anni, all’apice del successo, di staccare la spina ritirandosi e lasciando tutti a bocca aperta per lo stupore. Volendo per un attimo pensare al presenzialismo nello spettacolo di oggi, il gesto di Carosone appare incomprensibile.
Eppure fu proprio lui a spiegarlo, anni dopo, quando Bernardini lo convinse a rientrare ripartendo proprio dalla sua Bussola.
«Ero stato in America. Avevo sentito i Platters. Mi sembrava che stesse avanzando una nuova musica e pensai che forse avevo concluso la mia storia, che la mia musica fosse superata».
Parole semplici. Pensieri razionali. Forse l’artista voleva anche restare un po’ di più in famiglia. Al rientro Carosone raccontò che aveva passato molto tempo continuando a studiare il piano, scrivendo musica, viaggiando con accanto sempre la sua adorata Lita. Fu un successo. Non poteva essere altrimenti.
Il suo ritorno, che poteva rappresentare un passo all’indietro, una sorta di amarcord, fu invece la ripresa di un discorso solo accantonato. Il rientro di Renato Carosone fu al tempo stesso una gioia e la conferma che non avesse mai davvero lasciato il mondo della musica.

Qualcuno forse ne approfittò ma a lui poco importava. Per un napoletano verace come lui non contava tanto l’interesse personale in quello che faceva ma la capacità di sentire le vibrazioni positive che il pubblico ti trasmette. Quelle che fanno alzare in piedi gli spettatori non perché il tuo nome, il tuo curriculum è altisonante o per i riconoscimenti vinti qua e là, ma perché in quel momento hai bisogno di dimostrare il tuo coinvolgimento in qualche modo. Devi esprimere con il tuo corpo l’allegria di essere presente.
Quando al Teatro Mercadante gli organizzarono la serata per il suo 75° compleanno, il maestro Carosone apparve emozionato come un ragazzino e quando sul palco arrivò Lionel Hampton, un altro ragazzino di 86 anni, i due diedero vita ad una performance indimenticabile. Quella sera Carosone inviò un messaggio preciso a tutti: la musica è universale, il genere musicale non la divide. Possono convivere Jazz, Swing, Blues etc., soprattutto poi se lo fai cantando in napoletano. La musica in fondo a ben osservare ha una caratteristica potente: unisce, non divide. È stata ed è un mezzo per superare certe incomprensioni, certe diversità. È stata ed è anche utilizzata a fini commerciali come qualunque attività ma l’effetto coinvolgente rimane sempre presente. Carosone lo aveva capito, ebbe solo il timore di non potersi più migliorare ed allora preferì lasciare il suo patrimonio creativo al massimo livello. Poi ci ripensò quando comprese che nonostante gli anni trascorsi la sua musica piaceva anche ai giovani, a quelli che non lo avevano conosciuto ed allora decise di ritornare per dare anche a quelli la possibilità di ricordarlo bene, associando le sue musiche al suo volto, al suo pianoforte, al suo sorriso.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

DA SAN SIRO AL SAN PAOLO

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Dallo scudetto coi rossoneri del 1979 fino alla promozione col Napoli del 2000, Il tecnico irpino è un pezzo di storia delle due squadre

di Bruno Marchionibus

Per un’intera generazione di tifosi il suo è stato l’unico Napoli vincente visto durante la propria infanzia. Ma Walter Novellino da Montemarano, dal canto suo, vincente lo è stato per tutta la carriera. Da calciatore con lo Scudetto al Milan del ‘79, quello della “Stella” e dell’ultimo Rivera. Da allenatore con cinque promozioni conquistate, di cui quattro in massima serie e tutte in piazze diverse; tra queste, appunto, quella del 2000 con gli azzurri, al termine di una stagione segnata dal suo carisma in panchina e dai gol di Stefan Schwoch.

Mister, per lei Milan-Napoli è un po’ una partita del cuore. Che ricordi ha dello scudetto vinto coi rossoneri nel ‘79?

«Quella nel Milan è stata un’esperienza straordinaria, coronata dal decimo Scudetto vinto col grande Liedholm in panchina. Grazie a lui eravamo già avanti rispetto agli altri; in attacco c’era Chiodi e poi tanti trequartisti e centrocampisti difficili da marcare per i difensori avversari. Molti di noi erano ragazzi giovani con grande voglia; partimmo in sordina ma poi conquistammo un titolo storico».

Tra tanti ragazzi giovani, c’erano anche due “senatori” come Rivera e Capello. Quanto è importante in una squadra avere giocatori di esperienza che guidino i compagni come facevano loro?

«È molto importante perché nei momenti di difficoltà la loro esperienza veniva fuori. In campo davano i tempi di gioco ed erano sempre pronti a dare i consigli giusti a noi altri. Erano un po’ degli allenatori in campo, e Capello in particolare poi ha valorizzato ampiamente questa sua attitudine nella carriera da tecnico».

Quanto è cambiato il calcio di oggi rispetto ad allora?

«Sicuramente sono cambiate le metodologie di lavoro. Oggi si predilige la corsa, all’epoca veniva dato più spazio alla tecnica e la qualità ne risentiva in positivo. Al di là di questo, però, c’è da dire che attualmente sono migliorate tante situazioni; nel calcio odierno si cerca di partire più da dietro, mentre allora si scavalcava spesso e volentieri il centrocampo con palle lunghe, anche se noi, con Liedholm, già mettevamo in pratica un gioco più “moderno”».

A proposito del partire da dietro, trova che a volte l’uscita dal basso a tutti i costi sia un po’ eccessiva?

«Beh, secondo il mio punto di vista l’uscita dal basso è importante, ma è importante che tale concetto non venga estremizzato. Si cerca sempre il palleggio basso per poter poi trovare spazio in avanti, mentre secondo me lo spazio in avanti si trova anche andando in verticale. Il punto è che bisogna valutare sempre le situazioni, i momenti in cui ciò può esser fatto e i momenti in cui vanno provate altre soluzioni, ed anche, soprattutto, la qualità dei giocatori a disposizione».

Passando alla sua carriera da allenatore, lei ha ottenuto cinque promozioni di cui quattro in Serie A, e tutte in piazze diverse. Qual è il segreto per far bene in così tante realtà differenti tra loro?

«Il primo segreto è sicuramente coinvolgere tutti e farli sentire parte importante del progetto. Al di là delle promozioni, poi, ho avuto anche tante altre soddisfazioni; con la Samp, ad esempio, abbiamo giocato la Coppa Uefa. In panchina ho vissuto anni bellissimi, e con molta sincerità dico che ho ancora grande voglia di allenare. Purtroppo, però, quello che si è fatto non basta, e ad oggi va molto di moda puntare sugli allenatori che fanno giocare le squadre in un determinato modo. A volte, invece, la strada giusta è quella della semplicità e si dovrebbe badare di più ad essere concreti. Prendiamo, ad esempio, Semplici al Cagliari: ha apportato giusto un paio di accorgimenti e subito sono arrivati i risultati».

Tra le promozioni ottenute c’è quella del 2000 a Napoli. Che ricordo ha di quella esperienza e quanto è difficile gestire la pressione in una piazza come quella partenopea?

«Innanzitutto per me è stata una bellissima esperienza poter allenare in una città meravigliosa con tifosi meravigliosi come Napoli. Quell’anno ho avuto la fortuna di avere alle spalle una società in cui Carlo Juliano, ogni volta che io “sbroccavo”, era in grado di ricucire il tutto. In seguito, tra l’altro, sono diventato amico di molti giornalisti napoletani, con cui instaurai un rapporto straordinario al di là di quelli che poi furono i risultati sul campo».

Forse una delle mancanze del Napoli attuale è proprio quella di non avere figure in società col compito di mediare tra squadra, proprietà e ambiente esterno?

«Mah, questo non lo so, però io credo che Giuntoli sia un direttore sportivo molto bravo che ritengo assolutamente all’altezza. Ed anche lo stesso De Laurentiis, devo dire, nel momento di difficoltà di Gattuso si è ben comportato; non mi pare si siano ascoltate parole fuori posto del Presidente a riguardo, pur considerando che, molto probabilmente, ADL e il mister hanno avuto modo di parlarsi in privato».

Sempre a proposito degli azzurri, a distanza di anni quanto è forte il rimpianto per non aver potuto guidare il “suo” Napoli anche in Serie A?

«Certamente il rimpianto è grande. Io ricordo che comparvero foto di Zeman, prima ancora che fosse ufficializzato il suo ingaggio, che già indossava la maglia del Napoli. Quello a Napoli era il periodo dei “due presidenti” (Ferlaino e Corbelli, ndr), e quando intuii la piega che avrebbero preso le cose, preferii andare via senza creare nessun problema».

Quella separazione quindi dipese dai cambiamenti in atto in società in quel periodo?

«Sì. Corbelli e qualcun altro volevano fortemente portare Zeman alla guida della squadra. Certamente tra questi non c’era Ferlaino, che avrebbe voluto confermare me per affrontare quella stagione in Serie A».

Il “suo” Napoli, ad ogni modo, era una squadra molto forte, così come erano tante le squadre della Serie B di quegli anni che ad oggi, probabilmente, disputerebbero senza grossi problemi la massima serie. Crede che mediamente il livello tecnico del campionato italiano sia sceso rispetto ad allora?

«Sì. All’epoca il livello tecnico era molto più alto rispetto a quello attuale, e non c’era questa enorme differenza tra le diverse squadre. Adesso la lotta al vertice riguarda davvero pochi club, mentre allora erano in tante a lottare. Ad oggi il fattore economico ha assunto davvero un valore enorme».

Cosa pensa del Napoli attuale e di Gattuso?

«In primis mi auguro di cuore che la squadra possa raggiungere il quarto posto, e me lo auguro anche per Rino, che sta soffrendo tanto. Io un consiglio al mister voglio darlo: Napoli è una città davvero fantastica, e lui deve proseguire dritto per la sua strada. A me il Napoli di Gattuso piace; è vero che il rendimento ultimamente è stato altalenante, ma su questo hanno inciso vari fattori, dall’impossibilità di fare allenamenti, giocando ogni tre giorni, fino ai tanti indisponibili tra infortuni e positività al Covid. Non si tratta di trovare alibi, ma di valutare dati oggettivi».

Il suo giudizio sul Milan di Pioli?

«I rossoneri stanno facendo grandi cose, mi ricordano molto il “mio” Milan, pieno di giovani di valore, e sono convinto che possano ancora dire la loro nella lotta per il primato. È chiaro, tuttavia, che in questo momento la squadra favorita per vincere il campionato è l’Inter».

In conclusione, una curiosità: c’è qualche giocatore in particolare del Napoli attuale che le piacerebbe allenare?

«Insigne sicuramente. Ma anche Fabian, Koulibaly quando sta bene, Mertens. Nella mia squadra non farei mai a meno di loro».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

TRACCE D’AZZURRO

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

L’ex attaccante ripercorre le fasi salienti della sua carriera dall’esordio al Santos al fianco di Pelé fino all’arrivo in Italia al Mantova

di Marco Boscia

Roccaraso, estate 2000. Quella degli Europei in Belgio e nei Paesi Bassi. Del cucchiaio di Totti dal dischetto all’Olanda in semifinale. Tanti bambini che cullano un sogno, quello di diventare calciatori. Un progetto importante con un coordinatore d’eccezione come Angelo Benedicto Sormani che diresse anche un paio di allenamenti. Una gioia ed un onore per chi scrive oggi che, dopo aver fatto parte di quel gruppo di bambini, ha il piacere di fare un piacevole tuffo nel passato con un grande campione di un calcio che purtroppo stenta a trovare nuove strade.
Nato a Jaú, in Brasile, il 3 luglio 1939 ma di origini italiane, motivo per il quale scelse di indossare la maglia azzurra della nazionale e non quella verdeoro, Sormani è stato uno dei più grandi attaccanti degli anni ‘60 e ‘70. Prima di approdare al Napoli all’età di 31 anni, raggiunse l’apice della sua carriera nelle quattro stagioni al Milan con cui vinse una Coppa Italia, uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.

Venne soprannominato il “Pelé bianco” nella sua breve parentesi a Roma e da allora è sempre stato ricordato così. Forse perché arrivò in Italia nel 1961 dopo aver esordito in Brasile nel Santos al fianco di Pelé, quello vero?

«Parlo di Pelé sempre con grande piacere. Oggi ci sono tanti filmati che mostrano le gesta dei calciatori. Di Pelé invece credo si sia visto solo il 30% di quello che ha realmente fatto. Io ho giocato insieme e contro tanti campioni dell’epoca. Con Rivera, con Altafini, con Beckenbauer, solo per citarne alcuni. Tutti fortissimi ma non c’è stato nessuno con le caratteristiche di Pelé. Credo che se Pelé si fosse allenato per il salto in alto sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per il salto in lungo sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per i 100 metri sarebbe andato alle Olimpiadi. Senza parlare poi di come colpiva il pallone indifferentemente di destro, di sinistro, di testa. È stato un giocatore unico e completo. È nato pronto, sia fisicamente che psicologicamente. Chi di Pelé non ha visto tutto non può paragonarlo a nessun altro. Non so se nascerà mai più uno come lui o più forte di lui».

Dopo il Santos lei arrivò giovanissimo in Italia. Quali difficoltà incontrò nel suo percorso di crescita?

«Ho inseguito un pallone per tutta la vita ma naturalmente ci sono stati momenti in cui le cose non sono andate come avrei voluto. In Italia arrivai al Mantova. Lì feci molto bene e dopo due stagioni fui ceduto alla Roma. Iniziai la mia esperienza in giallorosso con grandi motivazioni ma in una partita con la nazionale in Russia ebbi una distorsione del gomito. Passai più di un anno con la paura dei contrasti, di cadere e di rifarmi male. Fui condizionato tanto da quell’episodio e a Roma non riuscii ad esprimermi al meglio. Mi ripresi fisicamente solo nel finale della stagione successiva alla Sampdoria e così fui ingaggiato dal Milan».

Quanto fu importante in tal senso per la sua crescita il ritorno in panchina al Milan di un allenatore come Nereo Rocco?

«Era una persona speciale, alla mano. Chi si allenava con lui doveva capire il dialetto triestino. Era fenomenale per come coinvolgeva tutti e per come ci faceva stare insieme. Ridevamo, scherzavamo e ci divertivamo sempre. Fu in grado di creare un gruppo unito e con gli stessi obiettivi. Di me seppe forse sfruttare, più di tutti, le mie qualità tecniche».

A proposito di qualità tecniche. In passato il calcio brasiliano sfornava tanti talenti. Come mai secondo lei oggi succede meno?

«Prima in Brasile, in Argentina e nei paesi più poveri bastava un semplice pallone. Per noi era tutto, giocavamo l’intera giornata o a casa da soli contro il muro o per strada con altri ragazzi. Oggi ci sono troppi interessi, esistono un’infinità di scuole calcio ed il calciatore è diventato una figura invidiata da tutti. Si guadagna troppo. Quello che è un divertimento è stato trasformato in altro. Molti genitori credono che i propri figli possano diventare calciatori, invece è difficilissimo, perché la concorrenza è enorme. I ragazzi pensano solo al benessere economico che questo sport può dare ma ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il calcio è prima di tutto passione, divertimento, allegria».

Dopo quattro anni al Milan arrivò al Napoli. Com’era l’ambiente partenopeo?

«Formidabile. Mi sono innamorato di Napoli. Della città e del modo di vivere, molto simile a quello brasiliano. Per quelle che erano le possibilità della società facemmo abbastanza bene. Ho ammirato tantissimo il presidente Ferlaino. Ci ha sempre messo la faccia ed il suo obiettivo era quello di regalare uno scudetto alla città, arrivato poi finalmente alla fine degli anni ‘80. Credo che quello fu uno dei riconoscimenti più giusti per una persona che ha vissuto e che ha dato tutto per il Napoli».

Come mai non concluse la sua carriera di calciatore al Napoli?

«Perché non ho mai scelto dove andare come spesso accade oggi. Andai via a quasi 33 anni e probabilmente quando avevo ancora buon mercato. Passai alla Fiorentina ma l’esperienza non fu delle migliori perché trovai un gruppo di ragazzi giovani che stavano crescendo con una mentalità nuova ed io non riuscii ad integrarmi completamente».

Conclusa la carriera in campo al Vicenza, qualche anno dopo tornò a Napoli da allenatore. Che ricordi ha di quell’esperienza?

«Ti racconto un aneddoto. Nel ‘67 quando giocavo al Milan ebbi l’ernia del disco e a quei tempi per un calciatore si pensava che la carriera potesse finire. Ma mi operai e mi fu consigliato di fare delle sedute alle terme per riprendermi più velocemente. Quando uscivo di lì a ora di pranzo, visto il caldo, mi recavo spesso in un bar per rinfrescarmi con una bevanda. Un giorno il barista mi chiese: “Sei contento di andare al Napoli?” Lo seppi così. Al Milan non me lo avevano ancora comunicato. Quando invece sono venuto a Napoli per fare l’allenatore nel 1978 era la prima volta in vita mia che scelsi dove andare. Accettai e venni volentieri perché mi ero già trovato benissimo. Ancora adesso ho molte amicizie nell’ambiente partenopeo. Con la Primavera fu una delle tappe più belle della mia vita, tanti giovani calciatori riuscirono ad emergere».

Quanto cambia sedersi in panchina?

«Non ho mai studiato tanto come quando ho fatto l’allenatore. Essere allenato ed allenare sono due cose completamente diverse. Volevo far capire come palleggiare, come tirare, come dribblare. Cercare di mostrare come si gioca a calcio a dei giovani ragazzi è una cosa che mi ha entusiasmato e riempito di gioia».

Arriviamo alla partita di domani sera. Chi vede favorito e per chi farà il tifo?

«Non posso sbilanciarmi. Io faccio il tifo per tutte le squadre in cui ho giocato. Sono stato voluto bene in tutte le città dove sono stato. Forse per il mio carattere ho avuto sempre un ottimo rapporto con la gente del posto. Sapevo di essere un ospite e ho imparato che dovevo essere io bravo a diventare mantovano, romano, milanese, napoletano etc. Credo di poter affermare con orgoglio di non aver avuto nessun nemico nel mondo del calcio».

Alla luce degli ultimi risultati, dove crede che possano arrivare queste due squadre a fine stagione?

«È un momento complesso per tutti. Non si può neanche più entrare a prendere un caffè in un bar. Calciatori ed allenatori sono sempre a rischio e vivono con l’incubo dei tamponi. Credo che in questo senso, e giocando ogni tre giorni, la qualità del gioco ne stia risentendo. Ad ogni modo penso che il Milan cercherà di giocarsi lo scudetto fino alla fine e spero che il Napoli riesca a centrare almeno il quarto posto, una squadra così non può restare fuori dall’Europa che conta».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021