Il Liverpool battuto al Wanda Metropolitano

Il Liverpool battuto al Wanda Metropolitano

CHAMPIONS LEAGUE

Il Liverpool battuto al Wanda Metropolitano

L’Atletico Madrid ed il Napoli uniche squadre sin qui ad aver battuto i Reds in una gara vera

di Giovanni Gaudiano

Non è per parlare sempre del Napoli, argomento peraltro che ci interessa tanto e che ci coinvolge quotidianamente per assunto, vale la pena dopo la prima giornata degli ottavi di Champions soffermarsi sul confronto tra Atletico Madrid e Liverpool che di sicuro nella serata di ieri avrà attirato l’attenzione di tutti gli appassionati.
Dopo quasi due terzi di stagione la squadra di Klopp è caduta al Wanda Metropolitano per la quarta volta in stagione, anche se in sostanza si tratta della seconda volta, perché in due occasioni in cui la squadra inglese è stata sconfitta era scesa in campo la formazione dei giovani del Liverpool per gli importanti impegni internazionali dei titolari.
Nelle gare che contano, quindi, i Reds hanno sommato due sconfitte ad opera ieri dagli spagnoli e nella prima gara del girone di Champions per mano del Napoli, capace anche di impattare ad Anfield una gara fondamentale per il passaggio del turno.
Nella partita di ieri in Spagna il Liverpool ha reagito con veemenza ad uno svantaggio maturato molto occasionalmente anche se l’Atletico di Simeone, un altro tecnico inguardabile a bordo campo, ha in sostanza meritato il risultato. Klopp ha tentato diverse strade sostituendo addirittura prima Mané e poi Salah senza riuscire a riequilibrare il risultato finale. Il passaggio del turno ovviamente resta dopo l’1 a 0 subito alla portata dei Campioni d’Europa e del Mondo in carica, ma i “materassai” a Liverpool venderanno cara la pelle.

Tornando al Napoli. Alla fine di questa stagione quella serata di settembre al San Paolo potrebbe restare una luce viva in una stagione spenta, ma partendo proprio da quella partita ci sarebbe da chiedersi cosa mai possa essere successo ad una squadra che superò con merito l’undici inglese. Nell’altra gara della prima giornata degli ottavi il Borussia Dortmund ha battuto per 2 a 1 il Psg in un confronto dove la sproporzione del valore della rosa (637 mln per il Borussia contro oltre il miliardo per il Psg) è così evidente che resta un mistero come mai la squadra francese non riesca a sfruttare a dovere i campioni a sua disposizione.
Nella fila dei tedeschi allenati dallo svizzero Favre, allenatore noto per essere stato alla guida del Nizza, battuto dal Napoli nel preliminare di Champions di tre anni fa, ha giocato e messo a segno una doppietta Haaland, il giovane norvegese, ex Salisburgo, che si dice il Napoli avrebbe potuto acquisire. Le notizie e le gare di ieri dimostrano come la squadra azzurra e soprattutto la società potrebbe pensare di fare finalmente un sensibile salto di qualità solo che lo volesse. Costruire una società forte e presente in tutto non è facile ma a Napoli sembra di poter dire che sia diventato doveroso.

pubblicato il 19 febbraio 2020

L’occasione di Liverpool per ritrovare serenità

L’occasione di Liverpool per ritrovare serenità

OBIETTIVO ISTANBUL

L’occasione di Liverpool per ritrovare serenità

La qualificazione è vicina. La meritano la squadra, l’allenatore e la tifoseria

di Giovanni Gaudiano

L’appuntamento è per le 21.00. Il Napoli di Carlo Ancelotti ritornerà ad Anfield nel tempio del Liverpool per cercare di concretizzare la seconda occasione e chiudere anzi tempo questa benedetta qualificazione agli ottavi di Champions. Non dovesse riuscirci, il confronto presenta le sue difficoltà, ci sarà poi da vincere la gara del San Paolo con il Genk per avere la matematica certezza di approdare al turno successivo. La squadra lo meriterebbe sin da subito in terra inglese sia per quello che ha fatto da quando è nella mani dell’attuale tecnico che per il suo valore nei confronti delle altre formazioni, senza sottovalutare nessuno, inserite nel girone E. L’allenatore, neanche a dirlo, lo meriterebbe per quello che ha fatto da quando è al Napoli con una rosa sicuramente importante ma sopravvalutata, che lui ha dovuto sempre definire competitiva per il rispetto del ruolo che occupa.
Il Napoli, lo abbiamo ampiamente spiegato nel numero precedente del nostro giornale, non ha investito in pratica nulla nel mercato dell’estate appena trascorsa. Gli importi degli acquisti sono stati ampiamente pareggiati dagli incassi che entro l’inizio della prossima stagione arriveranno nelle casse della società. È una politica condivisibile, sicuramente oculata ma che non deve creare false aspettative negli appassionati ma soprattutto negli addetti ai lavori, che troppo spesso si lasciano andare.

Se si pensa che Antonio Conte, dopo la sconfitta di Dortmund, si è lamentato con la società facendo capire di avere una rosa incompleta e corta e se si tengono presente gli importanti investimenti fatti dall’Inter ed i sacrifici che hanno determinato la cessione di Icardi, praticamente gratis, al Psg per volontà dello stesso allenatore, è naturale chiedersi cosa si può volere di più da un tecnico che ha, al contrario, rivalutato una rosa che per tre anni aveva scaldato la panchina.
L’opinione pubblica, come naturale, sull’argomento ha il suo pensiero, ci sono quelli che si aspettavano da Ancelotti risultati diversi nonostante le considerazioni avanzate sulla rosa siano in fondo condivise dalla maggioranza. In sostanza “la coperta è corta”, gli infortuni e gli errori non sono mancati, la società ha confermato di avere il braccino corto, l’informazione ha pompato la situazione con superficialità e poi c’è stato anche un pizzico di cattiva sorte. Tutti questi fattori hanno determinato l’attuale situazione che sembra attanagliare la squadra, che avrebbe bisogno di una serie di risultati di spessore per superare il momento meno felice sino a questo punto della gestione Ancelotti. La gara di Liverpool può rappresentare proprio per questo l’occasione per tentare di cambiare passo. Una vittoria con la qualificazione potrebbe infondere fiducia e consapevolezza dei propri mezzi invertendo l’attuale inerzia.
È l’ennesima occasione per mettere in mostra il meglio, ci si augura che gli azzurri non se la lascino scappare.

pubblicato sull’inserto di Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Here comes the… Champions League

Here comes the… Champions League

LE CITTÀ DELLA CHAMPIONS

Here comes the… Champions League

L’immortale musica dei Beatles, la magia unica di Anfield e tanto altro ancora. Questa è Liverpool

di Bruno Marchionibus

La storia della città da John a… John

È strano come, a volte, nelle circostanze in cui una persona viene al mondo possa esserci già scritto qualcosa del suo avvenire. Il 9 ottobre del 1940, infatti, mentre nei cieli del Regno Unito infuria la Battaglia d’Inghilterra e Liverpool viene colpita da un massiccio raid aereo della Luftwaffe, Alfred Lennon e Julia Stanley nei corridoi del Maternity Hospital festeggiano la nascita del loro primogenito John. Ironia della sorte, quel bambino nato tra le bombe avrebbe inciso poco più di trent’anni dopo il brano pacifista più celebre di tutti i tempi, Imagine, diventando uno dei maggiori promotori del movimento di protesta contro la Guerra del Vietnam e, soprattutto, avrebbe formato insieme a Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr il quartetto che, partendo dal Cavern Club in Matthew Street, sarebbe stato in grado di conquistare in pochi anni il mondo registrando quasi duecento canzoni e dando eterno lustro alla città capoluogo del Merseyside: The Beatles.
Città, quella di Liverpool, la cui genesi è generalmente fatta risalire all’anno 1207, quando un altro John, il John Lackland (Giovanni Senzaterra) entrato nei libri di storia per la Magna Charta che fu costretto dai baroni a promulgare e nella tradizione popolare per essere l’acerrimo nemico di Robin Hood e Riccardo Cuor di Leone, concedeva con un proprio atto la qualifica di “libera città” al villaggio di Liuerpol, che fu ben presto dotato di un porto data la sua posizione strategica di centro situato sull’estuario del fiume Mersey ed affacciato sul Mare d’Irlanda.

Una città vivace dai musei fino ad Anfield

La parabola dei Beatles, ad ogni modo, è solo la massima espressione artistica di una città che nel corso dei decenni ha sviluppato una particolare propensione per ogni forma di arte, dalla musica e la poesia alla pittura e la scultura, tanto da essere stata insignita del titolo di Capitale Europea della cultura nel 2008 e da avere ospitato, nello stesso anno, i MTV Europe Music Awards. Dalla Walker Art Gallery, dove sono esposte opere della scuola preraffaellita, alla Tate Liverpool, la galleria d’arte moderna più nota del nord del Paese, fino alla Liverpool Philarmonic Hall, “casa” della Royal Liverpool Philarmonic Orchestra, la città, sede di due Università, di numerose biblioteche e di un rinomato festival biennale di arte contemporanea, mostra una vivacità espressiva che ad ogni partita del Liverpool, squadra principale del capoluogo assieme all’Everton, si trasferisce anche sugli spalti di Anfield ed in particolare nella curva della Kop. È qui che il celeberrimo “You’ll never walk alone”, brano che un altro famoso gruppo cittadino, Gerry and the Peacemakers, propose in Europa negli anni ‘60 prendendolo in prestito da un musical americano del 1945, la fa da padrone trascinando i Reds e contribuendo a rendere, per gli avversari, il “This is Anfield” presente all’ingresso sul terreno di gioco un monito da non poter prendere sottogamba.

Un’economia fondata sul porto e sulla musica

È proprio l’aspetto artistico ed il posto di rilievo che ancora oggi i Beatles occupano nella cultura di massa che hanno, a partire dagli anni ‘90, richiamato nel secondo centro urbano del Paese per importanza un gran numero di turisti, contribuendo così ad una fase di ripresa dell’economia della città che dal dopoguerra in avanti era stata falcidiata dalle problematiche legate alla chiusura di numerose fabbriche ed alla disoccupazione culminate, nel 1981, nei disordini di Toxteth Riots, nel corso dei quali per la prima volta la polizia inglese usò gas lacrimogeni contro i civili.
Una città che, a dire il vero, già nei secoli precedenti aveva vissuto periodi in cui le contingenze del momento la avevano posta di fatto al centro del mondo. A inizio Settecento, di fatti, la chiusura del vicino porto di Chester, contestualmente alla costruzione del primo bacino acqueo artificiale d’Inghilterra fecero di Liverpool il primo polo portuale del Regno Unito, primato sfruttato al meglio quando con l’apertura dei commerci verso le Indie Occidentali (incentrati anche, purtroppo, sulla tragica tratta degli schiavi) sui moli della Mersey transitava il 40% del commercio mondiale.
Una centralità rispetto alle rotte intercontinentali, quella del porto cittadino, rimasta intatta fino ai primi anni del Novecento, quando la città inglese diventa uno dei principali punti di collegamento tra il Vecchio Continente e gli Stati Uniti, meta dei principali flussi migratori del periodo. Da Liverpool, inoltre, secondo i piani originari avrebbe dovuto salpare il Titanic in seguito “dirottato” a Southampton.

A tavola molto più che fish and chips

Immancabile, per chi si trovi a visitare la città, è poi qualche sosta a sfondo culinario per assaggiare le specialità tipiche del luogo, o, magari, per ritrovare in ristoranti italiani come “La Cucina di Vincenzo” sapori mediterranei anche in una terra così gastronomicamente diversa. Quanto alle pietanze made in Great Britain, assieme ai grandi classici inglesi del fish and chips e del pudding tra le portate più caratteristiche di Liverpool possono annoverarsi il wet nelly, dolce della cucina povera realizzato con pane raffermo, burro e frutta secca e servito, da tradizione, con crema pasticciera, e la scouse, piatto cittadino per antonomasia a base di carne (manzo o agnello) e contorno di verdure e patate, di cui una versione consigliata è quella del Boot Room Restaurant nei pressi di Anfield Road. Quanto ai pub, luogo di aggregazione per eccellenza nella cultura anglosassone, non può che, naturalmente, esserci l’imbarazzo della scelta.

pubblicato sull’inserto di Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Klopp: un vincente “pazzo” e simpatico

Klopp: un vincente “pazzo” e simpatico

PROFILI

Klopp: un vincente “pazzo” e simpatico

La passione ereditata da papà Norbert, le vittorie con il Dortmund, la Champions con il Liverpool e tante scene divertenti

di Lorenzo Gaudiano

Al Wembley Stadium un grido di felicità, gioia, soddisfazione e di emozione assoluta risuona forte. Sono i tifosi inglesi in festa per la vittoria ai Campionati del mondo disputati in casa nel 1966. La Germania Ovest è battuta ai supplementari con una tripletta di Hurst. Jurgen Klopp non era ancora nato, non poteva ancora assistere ad una delle tante disfatte della sua nazionale, che probabilmente avrebbe accolto con qualche sua consuetudinaria ed inquietante smorfia di dissenso e quella rabbia energica, a tratti incontenibile, che a volte spaventa, altre invece non può fare a meno di suscitare un sorriso.
Poco meno di un anno dopo il tecnico tedesco vide la luce, la delusione per l’insuccesso sportivo ormai non c’era più (del resto come avrebbe potuto), sostituita da un sorriso pieno, che ancora oggi Jurgen non nasconde sia nei momenti positivi che in quelli negativi. Di strada da quel giorno quel neonato ne ha fatta. Due Bundesliga con il Borussia Dortmund, una Champions League e una Supercoppa Europea con il Liverpool ne sono la principale dimostrazione, anche se, prima di tutto, Klopp ha saputo ritagliarsi un posto nel cuore delle piazze in cui ha allenato con la sua spontaneità, la sua chiarezza, la sua grinta e il suo carisma esilarante.

Il calcio nelle vene

Se si dovesse descrivere Jurgen Klopp con un’immagine letteraria, per rimanere in tema con la Germania la più opportuna sarebbe lo “Sturm und Drang” (Tempesta ed Impeto), un movimento culturale che si diffuse nella seconda metà del Settecento. L’esaltazione del genio e il freddo rifiuto di norme e regole accademiche costituivano uno dei tanti cavalli battaglia di quegli intellettuali che di lì a poco avrebbero vissuto l’esplosione del Romanticismo. Il tecnico di Stoccarda in effetti è sempre stato un po’ fuori dagli schemi, come nella vita così in campo, anche perché se si fosse comportato alla stessa maniera di tanti altri probabilmente il suo genio e la sua unicità non sarebbero mai sbocciati. La passione per il calcio ad esempio non tardò ad arrivare, perché gli scorreva nelle vene. Il padre Norbert era portiere, Jurgen passava ore e ore a vederlo giocare senza stancarsi mai e soprattutto con il desiderio di diventare un calciatore. Sorvegliare i pali non era sufficiente, un’ora e mezza fermo in porta non poteva tollerarla, era più forte di lui. Divenne difensore e praticamente in campo non riusciva a stare zitto. Si sentiva soltanto lui tra i giocatori e sugli spalti, persino più dell’allenatore a bordocampo. Diciotto anni al Magonza sia con le scarpette ai piedi che con il taccuino in panchina. Il problema è che Jurgen fuori dal campo in veste di allenatore non riesce quasi mai a rimanere seduto come fanno i giocatori e il taccuino, quasi sempre, manco il tempo di un appunto che subito lo lancia via in preda al suo agonismo. Squadra poco blasonata ma comunque Klopp riesce a condurla in Coppa Uefa nel 2006, anche se l’anno dopo è retrocessione e il tentativo di riportarla in Bundesliga purtroppo non va a buon fine. Il ciclo può dirsi concluso, con l’amaro in bocca il tedesco saluta il suo pubblico perché ad attenderlo c’è il Borussia Dortmund.

Una sbornia vincente

Prima di approdare al Westfalenstadion, era ancora al Mainz, squilla il telefono. La voce del presidente del Bayern Monaco Hoeness è inconfondibile ma Klopp non si scompone, cerca di non far trapelare il suo entusiasmo. Il numero uno bavarese gli dice che per la panchina stanno pensando ad un profilo internazionale e ad uno nazionale. Nel caso della seconda scelta, il posto sarà suo. Due giorni dopo la delusione, gli viene comunicato che è stato scelto un altro Jurgen. Era Klinsmann e rappresentava il profilo internazionale, a detta del tedesco “soltanto perché viveva in California”. Klopp allora fa uno dei suoi soliti sorrisi, promette a se stesso che in qualche modo il Bayern si pentirà di non averlo scelto. Con il Borussia nel 2011 arriva il successo in Bundesliga e successivamente una pesante sbornia in seguito alla quale si ritrova in un camion nel garage dello stadio. Jurgen non ricorda proprio nulla, esce nel cortile esterno e in lontananza riconosce l’ad Watzke, con cui ricerca un passaggio verso casa. Una station wagon si ferma, ci vogliono circa 200 euro per convincere l’autista turco a farli salire. La stanchezza si fa sentire, la testa sbatte continuamente sul finestrino ma ad un certo punto il tedesco sente uno strano verso. Si guarda indietro e scopre che il bagagliaio è pieno di polli. I festeggiamenti arrivano anche l’anno successivo, questa volta più sobri, anche se il Bayern si prende la rivincita in Champions con il successo in finale proprio sui gialloneri nel 2013.

L’Inghilterra nel destino

Klopp rifiuta una chiamata del Manchester United nel 2014. I dirigenti dei Red Devils gli avevano descritto l’Old Trafford come una Disneyland per adulti, dove i sogni possono diventare realtà. La situazione non lo attrae, anche se l’appuntamento con l’Inghilterra è soltanto rimandato. Nell’ottobre 2015 gli si aprono le porte di Anfield tutto colorato di rosso e “You’ll Never Walk Alone” come musica di sottofondo, Jurgen non può proprio dire di no. Subito una finale di Europa League, contro il Siviglia, per riscattare la delusione nella coppa dalle grandi orecchie. Anche questa volta è sconfitta, ma Jurgen è duro a morire. Nel 2018 finale di Champions contro il Real Madrid, sembra la volta buona ma il portiere Karius gli tende un bel tranello con due papere decisive. L’anno dopo però al girone elimina il Napoli e anche in quest’occasione chi batte gli azzurri solleva la coppa. Derby con il Tottenham e Klopp tra le braccia dei suoi calciatori vola al cielo con il pensiero al suo papà che purtroppo non c’è più e che sarebbe stato orgoglioso del grandissimo successo di suo figlio. La Premier gli sfugge per un punto dopo 97 totalizzati, veramente assurdo, anche se dopo la Supercoppa Europea quest’anno potrebbe essere la volta buona. Klopp ne ha prese tante nella vita ma ha sempre saputo rialzarsi e rispondere. Come un pugile, come quel Rocky che provò a far vedere al suo Borussia per motivarlo nella sfida contro i rivali del Bayern. Ci fu un attimo di perplessità perché nessuno conosceva quel film ma subito dopo tutti i giocatori cominciarono a ridere. Jurgen allora spense la tv e, rimasto solo, sorrise. Non poteva farne a meno.

Jurgen parla del calcio e di se stesso

Il calcio

“Sono convinto che il 98% del calcio abbia a che fare con il fallimento. Anche se tutti guardano ai protagonisti del calcio come degli dei”

Il suo sorriso

“A volte le persone mi chiedono perché sorrido sempre. Da quando è nato mio figlio, ho capito che il calcio non è vita o morte. Su quel terreno di gioco non salviamo vite. Il calcio dovrebbe riguardare l’ispirazione e la gioia, soprattutto per i bambini”

Una crescita veloce

“La mia vita è cambiata completamente con la nascita di mio figlio. Sono dovuto crescere in fretta perché non avevo altra scelta. Giocavo a calcio a livello amatoriale e per pagarmi gli studi lavoravo in un archivio cinematografico. Dormivo 5 ore al giorno, è stato un periodo tosto che mi ha insegnato il significato della vita reale”

Dicono di lui:

“Klopp è un magnifico oratore: eloquente, dalla risposta pronta e molto convincente. Non ha bisogno di un testo da leggere, ma parla liberamente con convinzione”

Elmar Neveling, autore di “Jürgen Klopp: Echte Liebe”

“Lo amiamo come si ama un padre, ma abbiamo anche paura di lui. È una grandissima persona e mi fido ciecamente di lui, come la maggior parte dello spogliatoio”

Sadio Manè

“Dice sempre quello che pensa. Quando non davo il 100% in allenamento, spesso era molto intimidatorio. Veniva di corsa e con i denti stretti diceva: ‘Devi avere più passione!’. Subito dopo tornava calmo ed era anche capace di dire: ‘Mario, come stai?’. Non ho mai incontrato un manager nel calcio che fosse così naturalmente divertente”

Mario Gotze

pubblicato sull’inserto di Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Liverpool – Napoli: assalto alla “fortezza”

Liverpool – Napoli: assalto alla “fortezza”

LA PARTITA

Liverpool – Napoli: assalto alla “fortezza”

Gli azzurri a Liverpool ritrovano Alisson. Si va ad Anfield per riprendersi il primato del girone e ripartire

di Marco Boscia

Dove può arrivare il Napoli?

“Questo Napoli può vincere la Champions League. Ha un piano di gioco e giocatori importanti. Non bisogna essere i migliori per vincere questa competizione, ma la squadra più forte in certi momenti”.
Dopo la partita d’andata, vinta 2-0 dal Napoli con i gol di Mertens e Llorente arrivati nei minuti finali, l’allenatore del Liverpool, Jurgen Klopp, si lasciò andare a queste dichiarazioni che sono servite da stimolo agli azzurri e che, ancora adesso, sembrano attuali. Da allora, difatti, i partenopei ne hanno fatta di strada: due piccole frenate con i pareggi contro Genk in trasferta e Salisburgo in casa, ma oltre alla vittoria sul Liverpool al San Paolo, gli azzurri hanno vinto e convinto anche in Austria alla Red Bull Arena. Se il Napoli sta facendo questo percorso nella massima competizione europea può forse significare, a differenza di quanto si è voluto far trapelare in estate, che la squadra abbia una dimensione più europea che da campionato? Sembra difficile crederlo, ma adesso il Napoli è secondo con 8 punti, senza aver mai perso, alle spalle proprio del Liverpool capolista a 9. Gli azzurri, al di fuori dei confini nazionali, hanno espresso un tipo di gioco molto più europeo, che ha parzialmente oscurato i difetti della squadra mostrati in campionato anche con squadre tecnicamente inferiori sulla carta, e adesso sognano un posto tra le prime sedici d’Europa. D’altra parte Ancelotti alle dichiarazioni di Klopp si limitò a rispondere che “lui conosce molto bene il calcio”.
Raggiungere la finale di Istanbul oggi appare pura utopia, nel frattempo però non è detto che questo Napoli non possa riuscire nell’impresa di vincere proprio a Liverpool sul campo dei campioni in carica.

Gli azzurri si qualificano se…

Il primo obiettivo stagionale del Napoli è dunque quello di guadagnare la terza qualificazione agli ottavi di finale della sua storia. Per farlo mercoledì cercherà di fare risultato sul campo del Liverpool: nel caso in cui gli azzurri dovessero sbancare Anfield infatti, oltre alla qualificazione automatica, sarebbero quasi chiusi anche i giochi per il primo posto, basterebbe poi un pareggio nell’ultima partita casalinga contro il Genk. In caso di sconfitta o di un pareggio del Napoli a Liverpool ma di un contemporaneo pari fra Genk e Salisburgo o di una sconfitta degli austriaci in Belgio, i punti di distanza fra la compagine partenopea e quella austriaca sarebbero ugualmente incolmabili per il vantaggio azzurro negli scontri diretti.

L’inedita coppia Champions

Ancelotti sembra intenzionato a schierare in attacco ancora una volta la coppia formata da Mertens e Lozano. In Champions infatti sono stati impiegati, fatta eccezione per la trasferta di Genk, sempre insieme dal primo minuto. L’intenzione dell’allenatore è quella di riuscire a dare velocità e profondità alla manovra della squadra sfruttando al massimo le caratteristiche dei due calciatori. Mertens, dopo aver siglato una splendida doppietta alla Red Bull Arena, è apparso un po’ sottotono nella partita casalinga contro il Salisburgo mentre Lozano, dopo le prime gare in cui sembrava bloccato, è risultato finalmente ben inserito nel sistema di gioco dell’allenatore. Il messicano ha trovato il gol che ha rimesso in piedi il match contro gli austriaci ed ha più volte creato difficoltà agli avversari con scatti e cambi di passo improvvisi.

Il Liverpool e l’incubo Alisson

Il Napoli torna ad Anfield, dove lo scorso anno perse la qualificazione agli ottavi contro chi è poi stato capace di vincere la competizione. La gara fu decisa da Salah ed Alisson, entrambi ex Roma. L’estremo difensore nei minuti di recupero ipnotizzò Milik, compiendo un miracolo sul tiro ravvicinato del polacco che avrebbe permesso al Napoli di qualificarsi. Gli azzurri dovranno essere capaci di battere anche il numero uno dei Reds se vogliono tornare da Liverpool con i 3 punti: sarà difatti il brasiliano, dopo aver saltato la sfida d’andata per infortunio, a difendere i pali della porta degli uomini di Klopp. L’allenatore tedesco si affiderà a lui ed al tridente formato da Salah, Firmino e Mané per provare a battere gli azzurri, guadagnare gli ottavi ed a riconfermarsi una delle squadre più forti a livello europeo.

pubblicato sull’inserto di Napoli n.18 del 23 novembre 2019