Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

SCAFFALE PARTENOPEO

Vincenzo De Lillo: l’autore ideale per l’estate

Giovane scrittore con un innato senso ironico che ha trovato nella scrittura il giusto canale di diffusione della terapia del sorriso che “costa nulla e fa molto bene”!

di Marina Topa

La sua storia è la testimonianza di come la vita può cambiare in modo radicale, imprevedibile quanto improvviso, e di come sia proficuo accettare gli eventi con un atteggiamento costruttivo anziché rassegnato. È stato proprio quest’atteggiamento che gli ha permesso di aprirsi strade fino a quel momento inimmaginabili.
Affettuoso marito e padre di due figli, viveva dedito al lavoro ed alla famiglia. A trent’anni una vita già delineata che scorreva autonomamente… La battuta facile, la compagnia degli amici, qualche intervento simpatico su Facebook e in attesa, prima o poi, della pensione. Tutto era dato per scontato, anche la monotonia! Improvvisamente, però, Vincenzo perde il lavoro ed aumenta il tempo libero a sua disposizione, il rischio depressione incombe ma, fortunatamente per lui e per i suoi cari, fa una scelta resiliente! È arrivato il momento di dare un taglio al passato: si guarda intorno, intraprende altri lavori, evade dalla realtà leggendo vari libri e sente che la scrittura potrebbe essere lo strumento giusto per dare sfogo alle emozioni del momento (momenti di paura, rabbia, sfiducia si contrappongono ad altri di speranza, amore e fiducia). Decide così di iniziare a scrivere.

Siamo nel 2016 e, consapevole di avere il dono dell’ironia, che considera un’arma da tenere sempre affilata e pronta per essere usata, inizia a produrre una serie di racconti divertenti dal titolo Wc Tales – Brevi storie per una sana e corretta attività intestinale.
La scrittura gli fa praticamente da terapia per riappropriarsi della sua naturale maniera di affrontare la vita… Seguono tanti racconti ironici, pubblicati su varie antologie; con sua grande meraviglia alcuni vincono dei concorsi e, ormai consapevole delle sue capacità letterarie, a maggio del 2020 vede pubblicato il suo romanzo d’esordio Delirio (edito dalla Biplane Edizioni). L’esperienza continua infatti, il 19 aprile 2021, giorno del suo compleanno, vede pubblicato ancora un altro suo lavoro: Un cuore condiviso – Cronache appassionate di una famiglia, una raccolta di aneddoti di vita familiare con cui cerca di far comprendere cosa significa avere la “napoletaneità nelle vene”, una forma culturale che permette di affrontare la quotidianità con un allegro istinto di sopravvivenza abbinato al senso pratico. Insomma, soprattutto in vacanza e soprattutto dopo tutto lo stress accumulato in quest’ultimo anno e mezzo, la leggerezza dei suoi scritti può aiutare a riscoprire il sorriso di cui tutti abbiamo bisogno!

 

pubblicato il 4 luglio 2021

NapoliCittàLibro comincia. Buon Salone a tutti!

NapoliCittàLibro comincia. Buon Salone a tutti!

SEGNALIBRO

NapoliCittàLibro comincia. Buon Salone a tutti!

Oggi nella splendida cornice di Palazzo Reale è una giornata di festa e lo sarà fino a domenica. Tutti i cittadini sono invitati

di Lorenzo Gaudiano

Oggi è una giornata di festa. Lo sarà fino a domenica. E tutti i cittadini napoletani, in una cornice che non poteva essere più storica, splendida ed affascinante di quella offerta da una sede come Palazzo Reale, sono invitati a festeggiare, esultare per l’inizio di una manifestazione culturale che arricchisce ulteriormente il prestigio del capoluogo partenopeo, condividere insieme a tutti gli editori del nostro territorio e provenienti da tutta Italia una gioia immensa, perché NapoliCittàLibro è ritornato a vedere la luce, lasciandosi alle spalle l’interruzione dello scorso anno, tutte le difficoltà organizzative attraversate in questi mesi in cui si è fatto veramente di tutto per mantenere in vita quest’iniziativa.
È grazie ai soci fondatori che questa festa può avere inizio. È merito loro se Napoli anche quest’anno potrà offrire un’occasione di confronto culturale ai lettori con tutti gli operatori del settore editoriale per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze, esplorare aspetti legati al mondo del libro che non si possono apprendere semplicemente comprandoli dagli scaffali della libreria, comprendere sfumature delle pagine stesse ascoltando le parole dell’autore, dell’editore che ha consentito a quell’autore di vedere pubblicato il proprio testo. Ed è proprio agli organizzatori, Alessandro Polidoro, Diego Guida e Rosario Bianco a cui va aggiunto come socio fondatore il direttore del Centro Produzione della Rai Antonio Parlati, che deve essere rivolto un grazie sentito per aver contribuito alla diffusione dell’immagine più bella che la città possa offrire ai propri figli ed al resto della Penisola, aver permesso alla cultura l’opportunità di far valere la propria forza, trionfare ancora una volta.
Protagonista sarà appunto il libro. Diceva Sciascia che «il libro è una cosa: lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, ma se lo apri e leggi diventa un mondo». Nei porticati di accesso al museo di Palazzo Reale e nel Cortile d’onore saranno più di 90 i mondi da esplorare con gli stand degli editori pronti a mettere in esposizione i propri libri. Una festa anche per loro, che finalmente stanno ritrovando le opportunità di incontro con il pubblico di lettori, dopo un anno e mezzo in cui il mondo editoriale si è ritrovato a dover affrontare una rapida trasformazione, adeguarsi al progresso dei tempi, alla nuova situazione che ha colpito l’intera popolazione, sfruttare tutti gli strumenti possibili per tirare avanti, sopravvivere, non mollare la presa. Fortunatamente il peggio sta passando per loro, come per tutti. E questo Salone è la prima occasione aperta al pubblico per poter condividere la soddisfazione, dare sfogo all’entusiasmo, diffondere un ulteriore messaggio di speranza e fiducia per il futuro.

Quindi bisogna festeggiare. E bisogna farlo anche per l’uomo presente sulla copertina di questo numero speciale dedicato al Salone del Libro partenopeo. Luis Sepùlveda con la sua produzione letteraria, giornalistica, le sue interviste, il suo impegno politico-sociale resterà per sempre impresso nei cuori di tutti. Sarebbe stato bello che, come previsto, ad aprire questa terza edizione fosse proprio lui, con il suo accento spagnolo, la sua abilità a proporre metafore pensate da un momento all’altro in grado di spiegare la realtà e trasmettere concetti talmente forti da rimanere impressi, il suo spirito a volte sarcastico e a tratti anche malinconico, che si può dire lo accomunasse a noi napoletani.
La commemorazione prevista all’inaugurazione era un atto più che dovuto che mira ad essere anche simbolico. Dopo tanto dolore, è arrivato il momento di ripartire dall’attimo in cui la vita di tutti si è interrotta. Sepùlveda non c’è più, molti altri sono venuti a mancare, ma l’esistenza deve andare avanti, perché c’è davvero tanto da fare.
L’autore cileno diceva di sognare «un futuro in pace, di amicizia, un futuro senza la minaccia costante di chi è il più forte. Forse è un futuro utopico ma io credo che questa utopia sia possibile». Ebbene sì, lo è. A condizione che la cultura venga valorizzata, primeggi a dispetto di altre cose considerate più importanti dalle istituzioni, rinforzi ancora di più le proprie radici aprendosi a tutti i ceti sociali, interessando un pubblico sempre maggiore, cancellando tutti i tipi di differenze, così da poterne uscire sempre più arricchiti e migliori di quello che si potrebbe già essere. Anche perché, come diceva Pier Paolo Pasolini, «puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura».
Anche la nostra rivista ha sposato questa missione e sarà lì tra le vostre mani per festeggiare insieme a voi organizzatori, editori e lettori, esservi di compagnia tra i vari stand ed omaggiare con orgoglio e soddisfazione un altro grande successo della nostra città.
Quindi non ci resta che augurare un buon Salone a tutti!

pubblicato su Napoli n. 42 del 1 luglio 2021

“Il romanzo appartiene al suo autore”

“Il romanzo appartiene al suo autore”

LE STORIE

“Il romanzo appartiene al suo autore”

Una conversazione con de Giovanni su quanto siano differenti i romanzi e le serie adattate per la televisione

di Giovanni Gaudiano

Libri, teatro, cinema, manifestazioni sportive e poi la vita di tutti i giorni che stenta a riprendere il suo ritmo normale. Tutto è stato toccato, modificato da quanto accaduto in questi mesi. Si è ripartiti ma nonostante le cautele, le rassicurazioni è diffuso un senso di disagio oltre che gli evidenti problemi di natura economico-finanziaria.
L’attività televisiva ha beneficiato delle lunghe giornate trascorse in casa ma anche in quel settore le produzioni sono state sospese ed ora finalmente vedono la luce.

Vedremo serie attese da tempo ma quello che sta per essere messo in onda è l’occasione per puntualizzare con un autore prolifico e sempre atteso come Maurizio de Giovanni cosa verrà fuori dallo schermo televisivo.

«Io faccio lo scrittore, le serie televisive sono una cosa carina ma non mi riguardano direttamente. Sono contento perché la condivisione delle storie è maggiore, però io scrivo i romanzi ed in questo senso le storie sono tutte uguali: Ricciardi, Sara, Mina ed i Bastardi sono tutte quante storie che per me sono importanti così come i personaggi, l’ambientazione, l’epoca in cui si svolgono. Non sono quindi le serie televisive che mi rendono più o meno affezionato ai miei personaggi. È importante che si capisca che il romanzo è dell’autore che si siede davanti al computer e scrive quello che vede, quello che sente, non c’è nessuna mediazione. La storia esce per come l’autore la vede. L’unico limite può essere rappresentato dalla capacità di scrittura che incide sui concetti che vuoi esprimere».

La conversazione con Maurizio de Giovanni inizia così.
L’autore più rappresentato del momento rivendica il suo lavoro perché non si confonda cosa vuole dire essere scrittore, essere capace di trasmettere attraverso il racconto quella partecipazione dell’autore alla vita dei suoi personaggi e di conseguenza poi la capacità del lettore di creare un contatto con la storia, immaginando volti, suoni e luoghi attraverso la lettura della pagine del romanzo. Certo la serie televisiva come nel caso dell’opere di de Giovanni finisce per fornire tanti particolari del personaggio immaginato ma in realtà senza il lavoro dello scrittore non esisterebbe nulla, non ci sarebbe la possibilità di dare forse una vita diversa rispetto a quella pensata a quei personaggi che finiscono per affollare le nostre serate passate in comodità in poltrona a casa, al teatro, al cinema.

E quindi per meglio chiarire il concetto diamo ancora spazio alle parole dell’autore che non sono una sorta di rivendicazione del suo lavoro, non ne avrebbe bisogno, ma più che altro una maniera di spiegare quello che abbiamo sotto gli occhi ma che a volte ci sfugge.

«Una serie televisiva come uno spettacolo teatrale, come un film è frutto del concorso di molte professionalità: registi, attori, direttori della fotografia, scenografi, sceneggiatori, costumisti, autori della colonna sonora, ognuno dei quali in maniera corretta e indipendente esercita la propria professionalità. Il prodotto finale nel caso del romanzo è unicamente il frutto della fantasia dell’autore, mentre nel caso della serie televisiva e degli spettacoli teatrali e cinematografici ci sono molte professionalità che contribuiscono a produrlo. Di fatto quell’opera diventa meno tua perché si discosta da quello che avevi in mente quando l’hai scritta, perché tutti gli altri che partecipano alla sua realizzazione con i vari dispositivi ci mettono del loro e finiscono per deviare dalla storia principale. La serie televisiva, una commedia al teatro o un film appartiene meno all’autore che l’ha scritta con diversi gradi di differenza perché per esempio nel caso del teatro c’è maggiore vicinanza a quello che hai scritto, perché al di là degli attori e della scena non si va mentre nella serie televisiva già cambiare i tempi della conversazione può cambiare il significato».

C’è un altro aspetto che vorrei chiarire con il tuo aiuto. In molti dicono che attraverso le serie televisive si finisce per mostrare una Napoli lontana dalla sua realtà perché magari troppo bella, più efficiente e diversa dagli stereotipi che invece le sono stati appiccicati addosso. Cosa ne pensi?

«Si potrebbe obiettare con facilità che la Napoli che viene fuori da Gomorra è troppo brutta. Diciamo che la nostra è una città mondo. È un universo, puoi cercare e trovare varie tipologie di ambienti, di panorami. Io racconto il centro storico con i Bastardi e rappresento una città che ha delle bellezze e delle bruttezze. Ci sono luoghi di difficile lettura sociale, come ad esempio il Pallonetto di Santa Lucia, i Quartieri Spagnoli e poi ci sono anche quei luoghi solari, più ampi e anche monumentali come Piazza Plebiscito e Santa Lucia. Noi sappiamo benissimo che la nostra è una città di conflitti e contraddizioni ed è sempre opportuno raccontarne una parte tenendo ben presente che non si tratta del tutto. Napoli in alcuni aspetti è abbagliante, incantevole e meravigliosa mentre in altri aspetti è buia, oscura e difficile. In fondo non c’è nessuno che possa dire la vera Napoli ve la racconto io. Non lo posso dire io, e neanche Roberto Saviano, Elena Ferrante, Diego De Silva, Valeria Parrella».

Soffermandoci un momento sui Bastardi, hai tratteggiato nel primo romanzo le figure dei personaggi principali proprio nelle note al testo, ora dopo dieci romanzi quale sarebbe la tua definizione, anche sintetica, aggiornata per ognuno di loro alla luce di tutte le storie che hanno attraversato le loro vite?

«I personaggi man mano che tu scrivi cambiano, perché le loro personali situazioni evolvono. Partendo da Luigi Palma, oggi direi che la sua figura somiglia a quella di un buon allenatore che deve mettere in campo la squadra tirando da ognuno il meglio che ha. Lojacono invece è un fantasista, uno di quelli abituato a giocare da solo che però al momento buono sa mettersi al servizio della squadra. Pisanelli è un classico regista che cerca di non correre molto ma ha la capacità di indirizzare gli altri ed è per questo quasi un allenatore in campo mentre la Calabrese è un portiere, tenta di far lavorare bene gli altri anche attraverso le sue informazioni. Marco Aragona invece è un esterno d’attacco estroso, fantasioso che può farti arrabbiare in alcuni momenti ma in altri ti risolve la partita e Francesco Romano è un roccioso difensore centrale che al momento opportuno picchia senza farsi pregare. Poi c’è la Alex Di Nardo che è un terzino capace di coprire ed attaccare all’occorrenza, è una che sa fare bene entrambe le fasi di gioco».

L’utilizzo di termini calcistici è assolutamente condivisibile ed aiuta ad identificare i tuoi personaggi. Ma ti chiedo, lo scrittore finisce per avere tra tanti personaggi una preferenza personale magari dettata dal fatto di rivedersi in quella caratterizzazione?

«Sai, è un po’ la stessa cosa che accade con i figli non perché ce ne sia uno a cui vuoi più bene ma ce ne può essere uno a cui ti senti più affine rispetto agli altri. Penso che Maione in “Ricciardi” e Pisanelli nei “Bastardi” siano quelli che io sento un poco più vicini».

A proposito, quanto è prossimo il nuovo romanzo sui Bastardi e poi pensando un momento all’interpretazione di Lojacono di Gassmann ti chiedo: la sua scelta ti è piaciuta sin dall’inizio?

«Il prossimo libro che pubblicherò sarà proprio sui Bastardi. Uscirà a dicembre e si intitolerà: “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”. Per quanto riguarda Alessandro a me piaceva moltissimo, credo sia un attore straordinario oltre ad essere una persona di rara sensibilità e intelligenza. Sono sempre stato assolutamente soddisfatto che la scelta sia caduta su di lui».

La conversazione ha trattato altri temi che svilupperemo prossimamente ma è impossibile chiudere per il momento questo incontro con Maurizio de Giovanni senza ricordare come il nostro concittadino abbia raggiunto proprio la scorsa settimana con “Troppo freddo per Settembre”, l’ultimo romanzo con al centro l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli Mina, la prima posizione assoluta nei libri di narrativa più venduti in Italia. È un risultato prestigioso per lui che trattiene a stento la sua soddisfazione, per il suo lavoro e per la nostra città che continua a presentare eccellenze in ogni campo nonostante le difficoltà generali e quelle particolari che da noi non sono mai mancate.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

In buona compagnia con la lettura

In buona compagnia con la lettura

SCAFFALE PARTENOPEO

In buona compagnia con la lettura

A Napoli presso la terrazza dell’hotel Britannique partono suggerimenti sui nuovi libri da leggere per l’estate

di Marina Topa

Lunedì 20 luglio ha avuto luogo “Libri in passerella … in un pomeriggio di mezza estate” nel bellissimo scenario della terrazza dell’Hotel Britannique in Corso Vittorio Emanuele.
L’evento, condotto dalla giornalista e scrittrice Anna Copertino e organizzato in collaborazione dalla “sua” Road Tv Italia e dalla casa editrice Homo Scrivens di Aldo Putignano, ha dato vita ad un bel momento di cultura e socialità. Editori, scrittori, librari e semplici lettori si sono finalmente potuti incontrare “vis-à-vis”, dopo mesi di incontri online per confrontarsi sulla situazione attuale del settore e sulle iniziative post-covid che lasciano sperare in un suo rilancio partendo proprio da Napoli.
Si sono poi susseguite presentazioni di libri e momenti musicali affidati alla voce di Giacomo Casavola.
Iniziativa lodevole, dunque, che ha permesso al pubblico di trascorrere un piacevole pomeriggio e di conoscere una serie di nuove interessanti proposte editoriali da gustare durante le vacanze estive, introdotte dalla lettura della quarta di copertina e intervallate dagli interventi di Chiara Tortorelli, Enza D’Esculapio e del Presidente dell’Associazione Piccoli Editori Diego Guida.

pubblicato il 22 luglio 2020

Lorenzo Marone: la vita, la famiglia e le scelte

Lorenzo Marone: la vita, la famiglia e le scelte

/ AUTORI

Lorenzo Marone: la vita, la famiglia e le scelte

Da una scrivania d’avvocato a quella di scrittore. Con “Tutto sarà perfetto” Marone rinuncia a Napoli ed approda a Procida

di Lorenzo Gaudiano

Come può un avvocato lasciare la propria professione per diventare scrittore? Semplicemente percorrendo la strada intrapresa da Lorenzo Marone, che senza guardarsi indietro ha chiuso in un armadio la toga e riposto il codice in un cassetto per dedicarsi alla scrittura, la sua passione giovanile. Da una scrivania ad un’altra quindi, dal tribunale alla libreria con la determinazione, la volontà e la consapevolezza di dover ripartire da zero ma soprattutto con la certezza di aver imboccato la giusta direzione verso la propria felicità e soddisfazione. Editorialista de “la Repubblica” con la rubrica “Granelli”, l’autore napoletano oggi è impegnato in numerose presentazioni del nuovo romanzo “Tutto sarà perfetto”, che insieme ai precedenti lavori sta contribuendo alla sua crescita letteraria e al suo successo.

Dal primo romanzo ad oggi, quanto è cambiato Lorenzo Marone dal punto di vista narrativo e letterario?

«Sono cambiato come cambiamo tutti con il passare del tempo. Da questo punto di vista l’editoria è strana, perché oggi presento tutti i giorni un romanzo a cui in realtà ho lavorato circa tre anni fa. Per me rappresenta il passato, rispecchia una personalità completamente diversa. Nella scrittura a livello stilistico sono cambiato, credo di essere migliorato nel senso che ogni specie di lavoro spinge a perfezionarsi continuamente. Non penso di aver perso la mia voce, la mia tendenza a parlare di vita, di temi come la famiglia, le scelte, i rimpianti con uno sguardo prevalentemente ironico. Un filo che accomuna tutti i miei personaggi è rappresentato dalla loro capacità di guardarsi dentro e cambiare la propria vita».

La scrittura è sempre stata la sua passione. Era destino che la riabbracciasse.

«È sempre stata per me uno strumento terapeutico, un modo per dare un senso alle cose che succedevano attorno a me. Negli anni di studio e lavoro come avvocato non ho più scritto. Ne sentivo l’esigenza ed è per questo che a trentatré anni ho lasciato la professione per tornare a scrivere. Nessuno può decidere di diventare scrittore, si scrive per necessità di esternare il proprio mondo e rifugiarsi in altre storie. Nel corso degli anni poi, nonostante abbia incontrato tante ritrosie e sia sbattuto contro tanti muri, non mi sono mai arreso. Ci sono voluti anni perché arrivassi al grande pubblico».

Quindi un percorso lungo e difficile.

«Con Edizioni La Gru pubblicai il mio primo romanzo che fu letto da 200 persone. Mi sentivo frustrato perché non riuscivo a farmi leggere. Erano anni in cui non mi sono comunque fermato, anche se mi sentivo inascoltato. Conoscendo questo mondo, adesso capisco quanto sia difficile farsi notare. Quello dell’editoria è un mondo dove però la bravura prima o poi viene fuori».

Importante è stato il sostegno della sua famiglia.

«Ai tempi in cui non volevo più fare l’avvocato mia moglie Flavia avrebbe potuto ricordarmi l’importanza del lavoro che stavo lasciando e la responsabilità di una famiglia. Invece non mi ha mai tarpato le ali, anzi mi ha spronato a cercare la mia strada. Tutto quello che sono oggi lo devo a lei».

La presentazione di “Tutto sarà perfetto” alla Feltrinelli di Napoli
In merito alla sua passione, ha qualche aneddoto da condividere?

«Risale ad una decina di anni fa, quando ritornai a scrivere dopo un periodo di inattività. Ancora vedo dinanzi a me l’immagine di mia moglie che, distesa a letto, leggeva un racconto di due pagine a cui mi ero dedicato. Pendevo dalle sue labbra, era la prima volta nella mia vita che sottoponevo qualcosa di scritto ad una persona. Tutt’oggi lei è la mia prima lettrice».

Parlando di lettura, c’è probabilmente qualche autore che è stato importante per la sua formazione.

«In realtà non ho dei punti di riferimento veri e propri. Mi piace molto leggere e tutto quello che ho letto mi ha sempre assorbito. Amo particolarmente la letteratura americana perché descrive la società senza la prosopopea di quella europea, che guarda meno alla sostanza. Penso a Philip Roth, Jonathan Foer e Charles Bukowski, un uomo che secondo me aveva capito tutto della vita. Per la narrativa contemporanea invece amo i libri della Morante».

Come ne “L’isola di Arturo” anche “Tutto sarà perfetto” è ambientato a Procida. Gli altri suoi romanzi invece sono ambientati a Napoli.

«Dal punto di vista letterario Napoli offre innumerevoli spunti. Come diceva Eduardo De Filippo, è un teatro aperto, pieno di contraddizioni sulle quali si fonda anche la letteratura, fatto di personaggi più che di persone. È un calderone da cui attingere, una fonte di ispirazione narrativa. L’ho raccontata tanto e cambiare ha rappresentato per me una sfida divertente e stimolante per misurarmi con la descrizione dell’ambientazione. La città partenopea per me rimane fondamentale, mi ha regalato tanto».

Oltre ai suoi libri, anche la rubrica su “la Repubblica” di Napoli “Granelli”.

«Nei miei lavori cerco di parlare di vita attraverso piccole storie, piccoli mondi, cerco di puntare lo sguardo sul minuscolo. Volevo fare questo anche con una rubrica giornalistica, i granelli di sabbia sono una cosa minuscola che messa insieme fa spiaggia. Da qui l’idea di chiamarla così, perché sono le piccole cose attraverso cui si manifesta la poesia della vita».

Sono giunte quasi al termine le Universiadi, che hanno offerto un contributo importante al rilancio della città.

«Una manifestazione bellissima, che ha portato Napoli al centro dell’attenzione mediatica. Quando si riunisce, la nostra città riesce sempre a dare qualcosa in più a livello di accoglienza».

Avendone la possibilità, c’è qualche aspetto di Napoli che vorrebbe diverso?

«Dal punto di vista privato abbiamo la grande dote di essere empatici nel far sentire gli altri a proprio agio e farcene carico, ma della città ce ne freghiamo e non la sentiamo nostra. Ce ne freghiamo quando la attaccano, la sporcano, non reagiamo mai per difenderla se non a parole. Dal punto di vista pubblico, sarebbero necessari maggiori investimenti nella scuola, nei quartieri difficili con apertura di biblioteche e centri di accoglienza».

Passiamo al calcio. Grandissimo tifoso del Napoli, quest’anno si punta a giocatori di blasone per il salto di qualità.

«Con Benitez è successa la stessa cosa. È chiaro che su questa sessione di mercato ci sia la mano di Ancelotti. Mi piacerebbe che fosse sempre così, cioè che si riuscissero a prendere gli “scarti” delle squadre migliori d’Europa per continuare a crescere anno dopo anno e rimanere sempre competitivi».

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019