La “fatal Verona” colpisce ancora

La “fatal Verona” colpisce ancora

I TEMI DEL CAMPIONATO

La “fatal Verona” colpisce ancora

La Juve di Maurizio Sarri frana al Bentegodi: scricchiolii, errori in campo e fuori. Il Napoli a pranzo con il Lecce

di Giovanni Gaudiano

È evidente che a Verona vogliono sempre dire la loro.
La Juventus dopo Napoli perde ancora in trasferta, mostrando una serie di fragilità che, volendo, si potevano prevedere. A proposito sarebbe interessante conoscere il nome dell’albergo che ha ospitato la comitiva bianconera soltanto per evitarlo in un prossimo futuro.
Un plauso forte va a Juric, un uomo di calcio al quale noi di “Napoli” abbiamo dedicato un approfondimento che vi riproporremo in evidenza nei prossimi giorni. Il tecnico croato ha impostato la sua squadra dandole un gioco in verticale, una difesa alta e soprattutto la voglia e la determinazione di giocarsela sempre contro chiunque, seguendo le proprie caratteristiche. Si tratta di qualcosa di diverso da quanto si vede in Italia, si tratta di quello che qualcuno aveva pensato di applicare al Napoli senza che chi di dovere raccogliesse il suo suggerimento.
È vero a questo proposito che sono i giocatori ad andare in campo, ma anche se Fabio Capello afferma da sempre che l’allenatore non vale più del 20% nell’economia di una squadra, ci sono molte eccezioni che confermano come il pensiero del friulano non possa rappresentare una regola certa.

Non a caso dalla “perfida albione” continuano ad arrivare gli echi di una squadra, l’Everton, che sta scalando la Premier e che era ai limiti della zona salvezza quando un certo Carlo Ancelotti l’ha presa per mano.
Gli allenatori contano sempre ed a Napoli lo sappiamo bene.
Sarri è stato un idolo per i tifosi azzurri, un uomo al margine a Londra con il Chelsea e potrebbe essere la grande scommessa persa da Nedved e soci alla Juve. Nel frattempo lui continua a scrivere in panchina. Visto che non si conoscono i contenuti di quegli scritti, è probabile che a fine carriera pubblicherà (giusto per arrotondare lo stipendio!) uno dei soliti libri che non andrebbero stampati e tanto meno letti.
Veniamo al Napoli, senza prima aver dimenticato di accennare al derby di Milano. Anche a San Siro saranno di fronte due allenatori che non possono annoverarsi tra i più simpatici. Vinca il migliore, anche se forse non c’è. L’Inter stasera ha una grande occasione come nel tardo pomeriggio capiterà alla Lazio. Sarebbe stato proprio questo il campionato alla portata del Napoli, solo che De Laurentiis non lo ha capito. Ha pensato di non seguire le indicazioni del suo tecnico ed ha investito in ritardo.
Con questa osservazione abbiamo aperto la finestra sugli azzurri.
È bene ricordare che nessun avversario vada sottovalutato ed è bene evidenziare come il Napoli non si possa ritenere totalmente guarito. In settimana il capitano ha ammesso, ai microfoni di una pay-tv, che la squadra e l’ambiente-Napoli in generale hanno commesso diversi errori a partire dalla fatidica serata del dopo Napoli-Salisburgo. Si tratta di una presa di coscienza, forse un po’ tardiva, che dimostra come nessuno sia a conoscenza di cosa sia veramente accaduto.
Insigne è un giovane e va per questo aiutato, ai giovani bisogna concedere sempre diverse occasioni per verificarne le capacità. La serata da cui tutto è apparentemente partito non è stata l’inizio di quel periodo disastroso. Il prologo risiede nella scellerata decisione da parte del presidente di ordinare il ritiro senza concordarlo con la guida tecnica. Con quella presa di posizione De Laurentiis di fatto aveva già nella settimana precedente liquidato Ancelotti e quindi aperto una crisi con tutte le conseguenze del caso.
Questa è la storia, difficile tergiversare. Ora incombe il campo, bisogna andare a avanti, cercare di recuperare, prepararsi a dovere per mercoledì sera e pensare con convinzione e determinazione che non tutto è perduto.

pubblicato il 09 febbraio 2020

Napoli-Juventus: assalto al potere

Napoli-Juventus: assalto al potere

L’APPROFONDIMENTO

Napoli-Juventus: assalto al potere

La Fiat, la famiglia Agnelli e la Juve: una storia quasi centenaria fatta di successi sportivi necessari per un’immagine vincente

di Francesco Marchionibus

Va in scena al San Paolo la sfida più attesa dai tifosi del Napoli, che negli ultimi anni e fino allo scorso torneo è stata anche una sfida fondamentale per l’assegnazione del titolo.
Ma anche nelle annate meno favorevoli, come purtroppo quella in corso, la partita con la Juventus è sempre stata considerata la più importante del campionato: vincere vuol dire battere la squadra più odiata dai tifosi azzurri ma anche quella più vincente e più ricca del campionato italiano.
La Juventus è quotata in borsa, ed è controllata con il 63,8% delle azioni dalla Exor N.V., una holding anch’essa quotata che realizza investimenti di lungo termine: oltre che nella società bianconera possiede quote di controllo nella FCA (Fiat Chrysler Automobiles), nel gruppo assicurativo PartnerRe, nella Ferrari, nel settimanale The Economist, nel gruppo editoriale GEDI, proprietario dei quotidiani La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e del settimanale L’Espresso, e in svariate radio e quotidiani locali.
La Exor ha sede ad Amsterdam ma è presente anche, oltre che a Torino, a New York ed Hong Kong, annovera circa 300.000 dipendenti (di cui però solo poco più del 20% in Italia), rappresenta la 24ª società al mondo per fatturato (pari nel 2018 a 143,3 miliardi di euro) e ha chiuso l’esercizio 2018 con un utile di 1,35 miliardi.
Si tratta dunque di un vero e proprio gigante dell’economia mondiale, un gigante controllato attraverso la società Giovanni Agnelli BV dalla famiglia Agnelli, storicamente presente nella Juventus e nel calcio nazionale.
Il connubio Agnelli/Juventus rappresenta per la sua durata un caso unico, visto che l’acquisizione del club torinese risale a quasi un secolo fa e, tranne una parentesi di 11 anni dal 1936 al 1947, è giunto sino ad oggi e non pare destinato ad interrompersi.

Era il luglio del 1923 quando il dirigente juventino Sandro Zambelli ottenne un colloquio con il presidente della FIAT Giovanni Agnelli senior per chiedergli maggiore disponibilità nei permessi per il terzino Antonio Bruna, un operaio che aveva difficoltà ad allenarsi a causa del lavoro in fabbrica. Preso atto della disponibilità del presidente, Zambelli alzò il tiro e gli chiese di acquistare la Juventus: Agnelli, consapevole della popolarità che il calcio avrebbe potuto assicurare alla famiglia, accettò e affidò il ruolo di presidente del club al figlio Edoardo.
Il presidente della FIAT fu il primo ad intuire l’importanza di investire nel calcio (che all’epoca era in grande ascesa) per ottenere in cambio il consenso popolare, e diede da subito al club una organizzazione imprenditoriale.
Da allora la famiglia Agnelli così come è stata protagonista della storia d’Italia, partecipandovi ed influenzandola in un continuo intreccio tra impresa e politica, ha preso parte in maniera determinante alla storia del calcio italiano.
Tutti i successi della Juventus sono legati agli Agnelli, che hanno applicato al club bianconero la stessa filosofia della FIAT: sbaragliare la concorrenza per affermarsi ad ogni costo.
La frase “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, pronunciata spesso dall’Avv. Gianni Agnelli, rappresenta la filosofia che ha sempre ispirato la famiglia torinese, nel calcio come in ogni altro campo di attività, e che ha condotto la squadra bianconera ad essere la più vincente di sempre in Italia (molto meno all’estero), anche se spesso tra tanti dubbi e polemiche.
Anche la brutta pagina di Calciopoli, che ha forzatamente determinato una pausa dello strapotere juventino in Italia, è stata colta dalla famiglia Agnelli come un’opportunità per rafforzare il potere economico, organizzativo e di relazioni che supporta la filosofia del club, per ripartire con più determinazione di prima e riconquistare in maniera ancora più radicata la leadership del calcio nazionale.
Ecco perché la partita contro i bianconeri ha un significato particolare: non è solo la sfida ad una squadra molto forte, con possibilità economiche e quindi tecniche molto superiori a quelle del Napoli, ma è anche una sfida alla tradizione e al “potere” calcistico, e vincerla ha sempre un sapore molto speciale.

Il servizio sarà pubblicato sul n.22 di Napoli in edicola il 26 gennaio 2020

Quei minuti di silenzio allo Stadium

Quei minuti di silenzio allo Stadium

/ L’EDITORIALE

Quei minuti di silenzio allo Stadium

Il Napoli va sotto per i suoi errori. Ancelotti modifica la squadra che recupera il risultato, poi una sfortunata autorete vanifica tutto

di Giovanni Gaudiano

Parole, tante parole. Immagini, tante immagini. Giudizi sommari, i soliti.

Carlo Ancelotti, nonostante la sua visibile contrarietà per quanto si era visto durante la partita, ha forse detto l’unica cosa giusta sulla quale riflettere attentamente. “Non sarei stato contento anche se la partita fosse terminata sul 3 a 3”. Il tecnico è rimasto deluso dalla prestazione della sua squadra, che ha concesso alla Juve di portarsi in largo vantaggio senza sfruttare le possibilità che il campo stava palesando. Si tenga presente che gli elogi sulla grande prima ora dei bianconeri da parte di tutti gli addetti ai lavori sono come sempre esagerati e fuori luogo. La Juventus ha potuto sfruttare gli ampi spazi concessi dal Napoli ancora incapace di tenere la squadra corta per una serie di fattori che saranno oggetto di altro intervento. Gli stessi spazi che il Napoli, pur avendo a disposizione, non ha saputo cogliere per avvantaggiarsene. Ancelotti è stato chiaro, chiarissimo.

La squadra ed alcuni interpreti devono crescere. Uomini su cui si fonda il progetto sono apparsi fuori forma e per la prima volta abbiamo potuto assistere a dei cambi che avevano sovvertito l’esito della gara perché va detto che sin dal primo minuto del secondo tempo il Napoli è apparso un’altra squadra, dove soprattutto la fase offensiva mostrava ben altra consistenza rispetto ai primi 45’.

C’è da lavorare tanto. C’è da sistemare la fase difensiva che, va detto, risente di un carente filtro del centrocampo, zona dove qualcuno è fuori condizione. Sette reti in due partite sono un’enormità per una squadra che intende competere al vertice. A questo proposito, una riflessione che lascia tanta amarezza è quella di pensare di avere segnato tre reti allo Stadium senza che questo abbia significato punti. Ora Ancelotti potrà lavorare sin da martedì su quelli che resteranno in sede, pochi. Ci saranno Koulibaly, Milik e Llorente che potrebbero mettersi in linea con quelli in migliore condizione. La ripresa del campionato e l’avvio della Champions dovranno vedere in campo da subito una squadra più equilibrata, capace di ridurre gli spazi agli avversari e più rapida come in alcuni momenti del secondo tempo di Torino.

Il finale è dedicato all’inqualificabile pubblico di Torino. Chi avrà la compiacenza di leggere sappia, se non lo sa già, che tra quei presenti vi sono moltissimi figli di meridionali. È bastato mettere a segno il primo gol, quello di Manolas, per asciugare la gola a chi cantava motivi non propri e sul pareggio qualcuno avrà pensato addirittura di gettarsi dagli spalti.

Torino è una bellissima città dove oggi si produce poco. Ha qualche monumento per la presenza dei Savoia. Detiene ancora un potere economico dovuto soprattutto al passato ma dal punto di vista dell’educazione e della civiltà da anni sta facendo dei passi all’indietro evidenti. Se proprio dobbiamo trovare un sorriso, ringraziamo il Napoli per aver zittito quei cori e per aver dato ancora una volta una lezione di stile, vedasi le interviste del tecnico e dei giocatori azzurri. A proposito ma lo stile Juventus, di cui tanto parlava l’avvocato Agnelli, esiste ancora?

pubblicato su Napoli il 01 settembre 2019

Vincere non è l’unica cosa che conta

Vincere non è l’unica cosa che conta

/ UNO SGUARDO ALL’EUROPA

Vincere non è l’unica cosa che conta

Anche negli altri campionati europei, tranne in Inghilterra e Germania, i distacchi dal vertice sono ampi

di Lorenzo Gaudiano

Ecco la sosta per le partite delle Nazionali. La Serie A, così come tutti gli altri campionati, si ferma per l’ultima volta. Poi un tour de force di dieci partite che sancirà gli ultimi verdetti di una classifica almeno al vertice mai in discussione.

Quindici infatti sono i punti di vantaggio della Juventus sul Napoli secondo in classifica, un distacco vistoso se si considera la battaglia serrata tra le due compagini nella passata stagione. Entrambe sono tra l’altro ancora impegnate in campo internazionale per cercare di ridare lustro al calcio italiano con un trofeo.

Se la Vecchia Signora si può adesso consentire qualche scivolone in campionato, come a Marassi contro il Genoa, per concentrare meglio le energie nelle sfide europee, il Napoli in campionato deve ancora guardarsi le spalle con Inter e Milan ancora in agguato. È pur vero che tra secondo, terzo e quarto posto non c’è una differenza sostanziale perché tutte centrerebbero la qualificazione alla prossima Champions, ma il piazzamento alle spalle della Juventus deve essere mantenuto per blasone e riscatto rispetto alle previsioni estive, che davano gli azzurri al quinto posto e fuori dalla zona Champions. La Roma, che i partenopei incontreranno alla ripresa del campionato, è distante infatti tredici punti dal secondo posto.

Anche nei campionati europei più importanti alcune situazioni ai vertici della classifica sembrano quasi definitive. Psg e Barcellona in Francia e Spagna dominano senza rivali, più i parigini che hanno 20 punti di vantaggio sul Lilla rispetto agli spagnoli che ne hanno 10 sull’Atletico Madrid. In Germania ed Inghilterra la situazione è ancora competitiva con Bayern e Borussia Dortmund pronte a darsi battaglia fino alla fine e Liverpool e Manchester City separate da due punti (i Citizens hanno una gara in meno).

Chi insegue queste squadre è lontano, un po’ come Napoli, Inter e Milan sono lontane dalla Juventus. Questo fa capire come il secondo posto della squadra di Ancelotti sia tutt’altro che un fallimento. Squadra rivoluzionata nel gioco e nell’assetto tattico, giocatori con un anno in più sulla carta d’identità e tanti infortuni rispetto al passato avrebbero in altri casi potuto determinare un calo di rendimento che la squadra azzurra non ha in sostanza evidenziato.

Non era difficile prevedere che in campionato il Napoli non potesse competere contro una Juventus costruita per tentare l’assalto alla Champions. Coppa Italia a parte, dove può capitare di sbagliare una partita anche se più importante di altre, Meret e compagni hanno onorato un durissimo girone di Champions e raggiunto i quarti di finale di Europa League, dove l’ostacolo Arsenal sarà arduo da superare.

Vincere non è l’unica cosa che conta.

Il risultato rappresenta la giusta ricompensa per un lavoro svolto correttamente, non il metro di giudizio dello stesso. Purtroppo questo a causa di messaggi e slogan fuori luogo sta cadendo sempre di più nell’oblio.

pubblicato il 21 marzo 2019

Giuseppe Volpecina: il sinistro che firmò la presa di Torino

Giuseppe Volpecina: il sinistro che firmò la presa di Torino

Volpecina tra Maradona e De Napoli

/ L’INTERVISTA

Giuseppe Volpecina: il sinistro che firmò la presa di Torino

Nato a Caserta, cresciuto nelle giovanili del Napoli resterà nella storia del club per il gol che siglò il risultato nel 1986

di Bruno Marchionibus

9 novembre 1986. Dopo 29 anni il Napoli, guidato da Maradona, torna a battere la Juventus al Comunale, in una sfida che si rivelerà poi fondamentale nel percorso verso il primo storico Tricolore partenopeo. A mettere il sigillo sul successo napoletano, dopo che le reti di Ferrario e Giordano avevano ribaltato il vantaggio bianconero di Laudrup, è il sinistro di Giuseppe Volpecina, terzino sinistro cresciuto tra Casertana e Napoli ed a Napoli tornato per volere di Allodi nell’estate dell’86, giusto in tempo per laurearsi Campione d’Italia, che grazie a quel gol, in quel pomeriggio d’autunno, entra di diritto in una delle pagine più belle del romanzo della storia azzurra.

Giuseppe, non possiamo che partire dall’1 a 3 del 9 novembre ’86. Che ricordo ha di quel giorno?

«Un ricordo bellissimo; quella al Comunale fu una giornata indimenticabile che ci regalò una vittoria decisiva, non solo per i punti conquistati sul campo ma anche dal punto di vista del morale. Il 9 novembre ’86, insomma, è una data che non si potrà mai dimenticare».

Fu il riuscire a battere la Juve nello scontro diretto, dunque, che vi diede la consapevolezza definitiva di poter vincere il campionato?

«Sì, ma tale consapevolezza non venne solo dalla vittoria in sé e dai due punti guadagnati, ma anche e soprattutto dal fatto che portammo a casa il risultato vincendo in maniera schiacciante, dominando e creando almeno dieci palle gol, con Tacconi costretto in più di un’occasione agli straordinari. Quella Juve era una squadra molto forte, ma noi scendemmo in campo desiderosi di conquistare la vittoria, e demmo una dimostrazione di forza nel riuscirci nonostante lo svantaggio».

Passando alla sfida tra Napoli e Juve in programma il 3 marzo, che partita si aspetta?

«Assisteremo sicuramente ad una bella sfida; al San Paolo i match tra queste due squadre hanno sempre regalato spettacolo. Partita difficile sia per gli azzurri che per i bianconeri, alla quale però è un peccato arrivare con un tale gap in classifica, che permette alla Juve di poter anche perdere senza veder messo in pericolo il proprio primato. Ci fosse stato qualche punto in meno di distacco, infatti, una vittoria del Napoli avrebbe potuto significare una riapertura del campionato, ma bisogna essere sportivi ed ammettere che gli uomini di Allegri sono un’ottima squadra e stanno meritando questo primo posto».

Il Napoli campione d’Italia nella stagione 1986-87
Può essere proprio il notevole distacco in classifica dai bianconeri la causa della scarsa affluenza di pubblico al San Paolo dell’ultimo periodo?

«È sicuramente uno dei motivi. Il campionato ormai chiuso non invoglia i tifosi ad andare allo stadio, e tra l’altro a causa dell’alto numero di partite disputate per molti seguire la squadra da vicino rappresenta una spesa notevole, anche se ultimamente c’è stata una diminuzione del costo dei biglietti. C’è anche, a dire il vero, un po’ di contestazione contro la società, così come è da considerare che ad oggi, con la possibilità di guardare le partite in TV, c’è chi preferisce la comodità di casa. Infine, anche se in piccola parte, possono influire anche le condizioni non ottimali dello stadio».

Tornando al Napoli del primo Scudetto, quella squadra era forte, oltre che dei tanti fuoriclasse acquistati da Ferlaino, anche di molti giovani napoletani provenienti dal vivaio. Secondo Lei, che tra l’altro ha lavorato per anni coi giovani, investire nel settore giovanile potrebbe essere il modo giusto per colmare nei prossimi anni il gap con la Juve?

«Investire sulle giovanili è sempre importante, anche perché avere in squadra ragazzi formatisi in casa permette di risparmiare molti soldi, però c’è da dire che in tutti questi anni la società non ha mai mostrato l’intenzione di metter su un centro sportivo ad hoc per il proprio settore giovanile, cosa che invece hanno quasi tutte le big in Italia e in Europa».

Lei tornò a Napoli per volontà di Allodi, conquistato dalla perfetta marcatura che riservò a Maradona in un Pisa-Napoli. È d’accordo con chi sostiene che non esistono più i difensori di una volta o il gioco si è semplicemente evoluto causando modifiche nell’interpretazione del ruolo?

«Personalmente ho avuto modo di giocare a zona fin da subito, però mi è capitato anche di disputare partite in cui mi venivano affidate marcature specifiche ad uomo, come nel caso di Diego. Adesso sicuramente ai difensori viene richiesto maggiormente di partecipare alla manovra, però è anche vero che gli attaccanti avversari vanno marcati, perché giocare a zona non vuol dire lasciare l’uomo libero; molte volte, ad oggi, capita di vedere giocatori in area soli con il marcatore distante due metri, cosa impensabile nel calcio di una volta. I difensori attuali sono migliorati nel far girare la palla e nel partecipare al gioco ma sono, in generale, peggiorati nella marcatura; diciamo che a tal proposito ci sarebbe da lavorare un po’».

Da ex terzino sinistro, crede che Ghoulam possa tornare ad esprimersi sui livelli precedenti al doppio infortunio ?

«Ghoulam si è infortunato proprio nel momento migliore della sua carriera, sia dal punto di vista fisico che mentale. Adesso fisicamente è recuperato, però bisogna avere pazienza, perché questi infortuni si assorbono completamente solo col passare dei mesi. Penso che tornerà l’ottimo giocatore che avevamo ammirato prima dello stop e ci darà ancora grandi soddisfazioni».

Volpecina racconta quell’impresa:

“Ogni tanto si avvicina qualcuno e mi dice che quel giorno era a Torino, e poi mi racconta il gol. Comincio a pensare che avrei dovuto segnarmi tutti i loro nomi in questi trent’anni, perché non c’erano così tanti napoletani allo stadio

“Sono un uomo fortunato a cominciare da quel gol, nato dall’egoismo di Andrea Carnevale: che parte e non la scambia con me nonostante gli avessi chiamato il pallone, e poi è costretto a darmela. Se avesse passato prima, cambiava tutto, e si sarebbe ritrovato solo davanti alla porta. Invece, ha tergiversato e per questo finisco in fuorigioco. Alla fine, sul limite dell’area, finalmente, la tocca, io mi fermo e tiro

“Dopo il gol, non vedevo l’ora che l’arbitro fischiasse la fine. Correvo e sapevo di aver fatto una cosa importante, non pensavo, però, che durasse tanto

“Il ricordo più bello di quell’anno rimane quello legato al pullman che ci portava allo stadio per la partita con la Fiorentina, c’era tutta la città per strada. Ricordo un fiume di macchine e sopra la gente che ci camminava sopra per toccare il pullman

pubblicato su Napoli n.7 del 03 marzo 2019