Valcareggi: “Giocare al calcio era un bel sogno”

Valcareggi: “Giocare al calcio era un bel sogno”

STORIE DI CALCIO

Valcareggi: “Giocare al calcio era un bel sogno”

Il figlio di Ferruccio Valcareggi, unico ct ad aver vinto con la Nazionale un Europeo di calcio, parla di suo padre e del calcio

di Giovanni Gaudiano

Il 1968 non passò inosservato da nessun punto di vista. Nel mondo come in Italia molti avvenimenti ne segnarono la storia.
Le lotte studentesche, lo sciopero generale, la primavera di Praga e la successiva repressione da parte dell’URSS, il terremoto nel Belice e la strage di Avola. Scomparve in quell’anno anche l’eroe dello spazio, il russo Gagarin. Se ne andò anche Padre Pio e pochi giorni dopo due atleti americani alle Olimpiadi messicane protestarono silenziosamente sul podio per portare all’attenzione il problema della discriminazione razziale.
Tra le cose più liete Vito Pallavicino e Paolo Conte in maggio anticiparono un tema offrendo a Celentano una canzone che sarebbe diventata una previsione per l’incipiente estate italiana: Azzurro.
Quell’anno, infatti, in giugno si sarebbero giocate in Italia le fasi finali della terza edizione dell’Europeo di calcio. La Nazionale ci arrivava dopo la disfatta di Middlesbrough del 1966. Era toccato ad un nuovo ct tentare di ricostruire la squadra azzurra per cercare di dimenticare quell’incredibile risultato.
Era un signore distinto, dal bell’aspetto, quello che a cui era stata affidata la Nazionale. Era stato un buon giocatore ed aveva già maturato anche una buona esperienza da allenatore, il suo nome era Ferruccio Valcareggi.
Zio Uccio, come poi lo si sarebbe soprannominato, era un triestino roccioso, serio, autorevole che entrò nelle case degli appassionati, grazie alla tv, dalla porta principale. Aveva poi una seconda patria Valcareggi, la Toscana, quella della sua Fiorentina, della sua famiglia. Ed è qui che entra in gioco il figlio Furio.
Il calcio nel cuore e nella testa, la parlata toscana come biglietto da visita e la passione per la viola che dura da una vita. Con lui, altrimenti con chi, si dialoga di papà Ferruccio, di una grande squadra campione d’Europa ricostruita in poco tempo, capace di illuminare quell’estate italiana.

Furio lei è nato subito dopo la guerra. Cosa rappresentava il calcio per un ragazzo negli anni ‘50?

«Il calcio è stato la mia passione assoluta. Ho sempre pensato sin da piccolo a giocare e il mio babbo voleva che pensassi più alla scuola ma con me ha vinto il calcio e perso la scuola. Certo le cose erano molto diverse da oggi. Si giocava molto meno, si vedevano poche partite perché sarebbe stato per un giovane sottrarre tempo o al lavoro o allo studio. Era un bel sogno per tutti i ragazzi, compreso me, diventare un calciatore».

Cosa ricorda dei racconti di suo padre, della sua gioventù a Trieste, visto che ad un certo punto dichiarò che doveva tutto al calcio?

«Mio padre ha esordito a 17 anni in Serie A, quindi ha avuto poco tempo per sognarlo. C’è arrivato molto presto. Il suo idolo era Nereo Rocco, che era più grande di 7 anni, che ogni volta che mio papà giocava in prima squadra gli regalava 5 lire. Aveva bruciato le tappe e per tutta la vita ha sempre riconosciuto quello che il calcio gli aveva dato tanto in fretta da non averlo dovuto sognare».

Ho letto che sua madre non seguiva il calcio, non guardava quasi mai le partite eppure era sempre informata. Come ci riusciva visto che all’epoca non c’erano i mezzi di informazione di oggi?

«La mia mamma si era organizzata. Quando mio padre andava allo stadio per visionare i giocatori che pensava di convocare in azzurro lo accompagnava. Restava in auto, ascoltava la radio e sferruzzava. Il calcio non gli interessava molto, lo guardava in tv solo quando giocava la Nazionale del mio babbo ma non è mai andata allo stadio».

Valcareggi e Bearzot
Parliamo di Valcareggi ct. A sentirlo parlare, l’idea era quella di un signore d’altri tempi. Calmo, autorevole, pacato in panchina e con i giornalisti. Cosa vuole aggiungere a questo breve ritratto?

«A quei tempi era tutto più soft. Per restare nel mondo del calcio è giusto ricordare come gli allenatori durante la settimana sudassero, corressero con la squadra. Oggi sono diventati dei manager. Prima durante una gara se dovevano comunicare qualcosa ad un giocatore lo chiamavano vicino alla panchina e ci parlavano. Oggi gesticolano, urlano, si dimenano e i giocatori in campo non capiscono nulla. Il lunedì mio padre allenava quelli che non avevano giocato, non esisteva il giorno di riposo. Non c’era il secondo, lo staff che vi provvedeva. Erano metodi più nobili, più educati, c’era meno rumore. Gli allenatori erano come dei capi famiglia».

Quando Valcareggi divenne ct azzurro, aveva il compito di rialzare l’Italia dopo la Corea. Quale strategia adottò visto che arrivò il successo all’Europeo e la fantastica spedizione messicana?

«Ricordo che quando papà accettò di guidare la Nazionale si scatenò un mondo. Giornali, televisioni, tutti ci cercavano. Era una bella sensazione. Papà scremò molto. Convocò Meroni, Bertini, Riva, De Sisti, Domenghini, Burgnich, Facchetti ed altri per costruire una squadra a cui affidarsi senza dimenticare qualche giocatore d’esperienza come Salvadore, Castano, Puia. Precorse i tempi il mio papà, visto che nella seconda finale cambiò cinque giocatori mostrando a tutti che una squadra doveva essere formata non solo da undici titolari fissi ma da un gruppo di calciatori che avrebbero potuto giocare in qualunque momento».

Parliamo di Roma, anzi prima di Napoli. Ai quarti gli azzurri superarono la Bulgaria. Si giocò al San Paolo ed in porta suo padre schierò Zoff, che giocava nel Napoli, al posto di Albertosi. Si parlò di scelta geopolitica…

«Mio padre preferiva Albertosi a Zoff. Per lui si trattava comunque di due grandissimi portieri ma in quell’occasione Ricky non stava bene e quindi toccò a Dino».

Poi ci fu la famosa sera della semifinale, sempre a Napoli, che si concluse con il sorteggio, definito da qualcuno come il giallo della monetina. Che ricordo ha di quella sera?

«Quella vicenda anche a distanza di tanti anni resta incommentabile. Al sorteggio nella stanza dell’arbitro partecipò solo Facchetti e quando la monetina toccò terra si sentì urlare il capitano che si era vinto. Penso ancora oggi che aver fatto il sorteggio nello spogliatoio e non in campo con il pubblico che aspettava sugli spalti fosse una stupidaggine. Ricordo che mentre Facchetti andava in campo per informare il pubblico mio padre stava già pensando alla finale di tre giorni dopo».

Davanti ad un televisione in bianco e nero tanti italiani seguirono le due finali. In molti alla ripetizione della partita, il 10 giugno, pensarono che Valcareggi fosse impazzito visto che operò ben cinque cambi mentre l’allenatore avversario confermò la squadra di due giorni prima. Ci racconta come andò?

«Le cronache del tempo ed anche il telecronista quella sera non nominò mai mio padre se non per mettere in dubbio e criticare le scelte effettuate per quella gara. La mossa di cambiarne 5 non piacque un granché. Fu rischiosa certo, ma fu un capolavoro e con rammarico devo dire che nessuno mai gli ha riconosciuto il merito e il coraggio di averla pensata e messa in atto. Grazie a quella scelta si stravinse dopo che la prima finale era stata molto in bilico. Quella sera nacque una squadra che vinceva molto e perdeva molto poco».

Forse la sensibilità di Valcareggi, il suo coraggio e la conoscenza dei suoi uomini furono determinanti per quella scelta vincente. Come un suo predecessore, Vittorio Pozzo, zio Uccio fregandosene di quello che sentiva attorno fece ricorso anche all’esperienza e ricordò come al Mondiale del 1934 fosse accaduta una cosa simile. Pozzo nella ripetizione ai quarti di finale con la Spagna ne cambiò quattro, superando il turno e portando a casa la prima Rimet per l’Italia.

pubblicato su Napoli n.40 del 05 giugno 2021

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

STORIE DI CALCIO

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

Un breve ricordo in occasione del 135° anno dalla nascita dell’allenatore più vincente del calcio italiano

di Giovanni Gaudiano

Il 2 marzo del 1886 nasceva a Torino Vittorio Pozzo. Sono trascorsi 135 anni da quella data così importante per la storia del calcio italiano e non ci sono state particolari manifestazioni di ricordo del commissario tecnico più vincente nella storia del calcio italiano.
Anche la carta stampata, in larga parte, ha mandato nel dimenticatoio il ricordo di una stagione calcistica azzurra felice a dispetto di quello che accadeva nel paese che l’ideologia fascista portò alla distruzione con la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.
L’Italia di Pozzo s’impose nelle due edizioni consecutive dei mondiali del 1934 e del 1938, e poi Pozzo fu capace di allestire una squadra di valenti universitari che andò ad imporsi nel torneo olimpico del 1936 di Berlino.
Si fosse giocato il mondiale del 1942, forse l’alpino piemontese avrebbe colto il terzo successo consecutivo spazzando via le discussioni che si accesero nel dopoguerra sulla sua adesione al partito nazionale fascista.
Se oggi ci si è un po’ colpevolmente dimenticati di lui, va detto che anche la battaglia condotta dagli anni 60 in poi dal figlio Alberto sostenuto da giornalisti, uomini di cultura per intitolargli lo stadio di Torino non ha trovato una soluzione stabile.
Ci sono due stadi in tutta Italia che sono stati intitolati a Vittorio Pozzo: uno a Biella, terra che lo rivendica da sempre come un suo figlio, dove nell’ambito del complesso sportivo intitolato al generale Alessandro La Marmora, altro torinese, lo stadio per il calcio è dedicato al commissario tecnico azzurro; un altro a Boscoreale che va avanti da anni tra chiusure e riaperture, lavori da eseguire e gestioni a cui affidarlo per mettere una parola fine sull’utilizzo di un impianto che sarebbe molto importante per il centro vesuviano.
Torniamo a parlare però di Vittorio Pozzo.
Come si diceva, qualcuno pensò di affibbiargli l’etichetta di gerarca. Lo fece, strano a dirsi, uno come Mario Monicelli durante un’intervista inserita in uno splendido documentario dedicato all’allenatore della nazionale. Fu prontamente smentito dal giornalista Antonio Ghirelli che disse: «Pozzo era un conservatore, più che un fascista era un nazionalista.

Direi che se fosse nato 50 anni prima sarebbe stato un grande esponente della destra storica».
Intervennero sull’argomento anche gli ex partigiani che mostrarono un documento redatto dal CNL in cui si riconosceva a Vittorio Pozzo di aver fatto parte della resistenza.
Monicelli aveva le sue buone ragioni per avercela con gli uomini vestiti in orbace, ma faceva confusione parlando di Pozzo.
Giorgio Bocca in un suo articolo su La Repubblica del 2006 ebbe a dire: «Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti».
La realtà ci racconta di un Vittorio Pozzo autorevole con i suoi uomini ma mai autoritario. Critico con se stesso sempre al punto di dire: «Ero disposto a qualunque rinuncia, pur di ottenere il gioco di squadra».
La nazionale azzurra di quegli anni mostrava al mondo la capacità italiana di padroneggiare un gioco grazie soprattutto alla qualità che i singoli mettevano a disposizione della squadra. Il grande lavoro fatto dall’allenatore era quello di saper assemblare ed equilibrare la squadra e poi quello di intrattenere con tutti i suoi uomini un rapporto personale che gli consentiva di conoscerne a fondo le problematiche della vita di tutti i giorni, che era la base per cercare di infondere tranquillità ad un gruppo che in campo doveva pensare, muoversi, comportarsi come una persona sola.
Questo risultato Vittorio Pozzo lo ottenne per lunghi anni perché non vanno dimenticate le affermazioni della nazionale azzurra nella Coppa Internazionale, una manifestazione paragonabile per certi versi al campionato europeo degli anni che seguiranno.
Per tornare alla visione non riflessiva di Mario Monicelli, vale la pena ricordare ancora alcune sue parole alle quali fece da contrappunto una volta di più Antonio Ghirelli.
«Io ero ragazzo – ha raccontato Monicelli – ma insieme ai miei amici eravamo esaltati dal fatto che avevamo vinto il campionato del mondo, però al tempo stesso eravamo perplessi perché questi grandi giocatori della nazionale alla fine per i 4/5/6 undicesimi erano composti dai cosiddetti oriundi, che non erano italiani ma argentini. Il mezzo di informazione era allora la radio, che era molto seguita. Le radiocronache eccitavano forse molto più di quanto faccia oggi la televisione perché questi radiocronisti dell’epoca erano anche molto bravi. Veramente popolare all’epoca era il ciclismo, non il calcio. Il ciclismo era lo sport delle masse a partire dai contadini. Il calcio era già un po’ più su, bisognava conoscere certe regole, bisognava saperle interpretare, conoscere certi giocatori, le squadre, etc. Il ciclismo era più semplice, chi andava più veloce arrivava primo e buonanotte».

Anche questa volta il grande giornalista napoletano seppe rispondere per le rime al regista: «È una sciocchezza. Pozzo ha vinto con un paio di oriundi e poi nel 1938 e nel 36 a Berlino non ha vinto con gli oriundi. Lui vinceva grazie a questo suo straordinario carisma che aveva».
Le diatribe sono il sale della vita e poi nel caso dello sport e del calcio sono all’ordine del giorno.
Sulla questione è intervenuto anche Sandro Mazzola che ebbe a dire: «Io credo da quello che ho sentito dagli allenatori che ho avuto, Valcareggi, Fabbri, e da giocatori come Lorenzi e Boniperti che Pozzo per quell’epoca fosse un innovatore. Adesso noi sentiamo parlare del club Italia, che è una cosa portata avanti da Sacchi, ma credo che lui sia stato il primo a creare il club Italia».
La testimonianza di Mazzola rivela come Vittorio Pozzo fosse un innovatore, un grande organizzatore, un grande gestore delle risorse che doveva utilizzare, un uomo avanti nel tempo.
In questo senso che a Rovetta, ritiro della nazionale del ’34, la posta diretta ai giocatori gli venisse recapitata e che poi lui provvedesse a distribuirla non era un’operazione da gerarca ma un modo per guardare in faccia i suoi uomini al ricevimento delle missive a loro dirette, valutandone le reazioni dall’intensità del profumo che le lettere stesse emanavano anche per quelli regolarmente sposati.
Pozzo prima di diventare l’allenatore, il selezionatore che la storia ci ha consegnato era stato uno studente applicato, un giramondo curioso, un poliglotta ante litteram, un alpino rispettoso della montagna e poi un uomo colpito dalla sorte avversa per la prematura scomparsa della moglie, un padre attento per la sua famiglia intendendo anche quella allargata che gli comporterà lo strazio e il dolore di dover riconoscere i suoi ragazzi periti a Superga, unico in grado di farlo.
Anche in questo caso ci viene in soccorso Antonio Ghirelli, che ha raccontato: «Lui piangeva quando li ha dovuti riconoscere. Era un uomo che non aveva nemmeno immaginato che potesse piangere mai nella vita e quella volta ha pianto». In questo caso gli fece eco nel summenzionato documentario il figlio Alberto Pozzo: «Mio padre venne incaricato dell’orazione ufficiale. Di ognuno declarò l’albo d’oro, quante volte in nazionale, quante volte campione d’Italia. Ad un certo punto disse la frase che mi è rimasta impressa: «Non vedremo più sbucare dal sottopassaggio il ciuffo volitivo di capitan Valentino».

pubblicato su Napoli numero 35 del 13 aprile 2021

L’importanza di essere titolari nel proprio club

L’importanza di essere titolari nel proprio club

/ VERSO L’EUROPEO

L’importanza di essere titolari nel proprio club

Ancora a punteggio pieno la Nazionale di Mancini, che ieri ha rischiato seriamente una brutta figura

di Lorenzo Gaudiano

L’Italia vince.

Quindici punti in classifica, bottino pieno e la Finlandia che insegue con la speranza di qualificarsi in un girone dove Bosnia-Erzegovina e Grecia stanno inaspettatamente faticando.

Anche la Nazionale allenata da Roberto Mancini a Yerevan ha faticato contro l’Armenia, evidenziando ancora qualche piccola falla da colmare. Per un attimo è ritornata alla mente quella sfida del San Paolo del 2013, c’era Prandelli in panchina, dove fu protagonista Insigne, ieri assente per infortunio, e il risultato fu un pareggio che fece discutere.

Ieri l’Italia ha giocato con il fuoco, soffrendo soprattutto in fase di ripartenza avversaria e sottovalutando un impegno comunque delicato se si va considerare il rendimento straordinario della Finlandia nel girone. Lo stesso Karapetyan è sembrato sorpreso del gol realizzato al punto da percorrere quasi tutto il campo di corsa per l’emozione e farsi espellere successivamente per doppia ammonizione per la troppa foga che aveva sul terreno di gioco.

Un aspetto della gara di ieri che non è piaciuto e che andrebbe sottolineato è l’impiego di Barella e Bernardeschi.

Senza dubbio fanno parte della schiera di calciatori forti che al momento la Nazionale possiede ma al momento nelle loro squadre, Inter e Juventus, non sono titolari. La rete degli armeni per l’appunto è arrivata su un intervento in ritardo del giovane Nicolò e la gara disputata dal fantasista juventino ha lasciato molto a desiderare. Per non parlare di Chiesa, che è sembrato una furia solo nell’esordio al Franchi contro il Napoli, ma almeno l’esterno viola è già un punto di riferimento nella propria squadra e ha la giovane età dalla sua parte.

Sono entrati Pellegrini e Sensi, finora titolari in quest’inizio di campionato, e nella parte finale della gara la musica è cambiata.

È importante che in Nazionale siano tenuti in maggiore considerazione i giocatori più coinvolti nei rispettivi club, senza badare al prestigio della loro squadra di appartenenza. Anche perché ieri il rischio di fare una brutta figura c’è stato. Alla fine la partita è terminata 3 a 1 in favore degli azzurri, ma se fosse arrivato un pari oppure una sconfitta su chi avrebbero puntato il dito? Su Insigne che non è proprio sceso in campo?

pubblicato su Napoli il 06 settembre 2019

Europeo Under 21 – Una vetrina di campioncini

Europeo Under 21 – Una vetrina di campioncini

La Dacia Arena

/ LA COMPETIZIONE

Europeo Under 21 – Una vetrina di campioncini

Al via in Italia e San Marino la competizione europea per nazionali che avrà per protagonisti i giocatori del domani

di Bruno Marchionibus

Tre gironi per sei città ospitanti

Inizieranno il 16 giugno e si concluderanno il 30 gli Europei Under 21 in programma in Italia e San Marino. Per la seconda volta nella storia della rassegna, dopo l’edizione di Polonia 2017, a prendere parte alla manifestazione saranno dodici nazionali, divise in tre raggruppamenti da quattro squadre ciascuno. A qualificarsi per le semifinali saranno le prime classificate di ogni girone più la migliore seconda. Il Gruppo A, in cui sono stati inseriti di diritto gli azzurri di Gigi Di Biagio in quanto padroni di casa, comprende anche la Spagna, giustiziera proprio della selezione italiana due anni fa, la Polonia ed il Belgio. Il Girone B, invece, vedrà i tedeschi, campioni in carica, affrontare Danimarca, Serbia ed Austria, mentre nel Gruppo C a giocarsi il passaggio del turno con Inghilterra e Francia saranno Romania, assente dal 1998, e Croazia. Sei le città nelle quali si giocheranno le ventuno gare in programma: Bologna (Stadio Renato Dall’Ara), teatro dell’esordio dell’Italia contro le Furie Rosse e di una semifinale; Reggio nell’Emilia (Mapei Stadium), dove si disputerà l’altra semi; Udine, con lo stadio “Dacia Arena-Friuli” pronto ad ospitare la finale; Cesena (Stadio Dino Manuzzi); Trieste (Stadio Nereo Rocco) e Serravalle (Stadio Olimpico) per San Marino.

Tante le pretendenti al titolo insieme all’Italia

Tra le principali antagoniste dell’Italia nella caccia alla Coppa è da annoverare sicuramente la Spagna, vera e propria bestia nera degli azzurrini e come sempre composta da numerosi giovani interessanti. Pretendenti alla vittoria finale sono anche la Germania, vincitrice proprio sugli iberici due anni fa e pronta a difendere il titolo, e l’Inghilterra, desiderosa di sfruttare l’onda dell’incredibile stagione disputata dalle squadre di club inglesi in Europa. Occhio anche alla Francia; i “galletti” mancano dalla fase finale del torneo dal 2006 e senza dubbio affronteranno i quindici giorni italiani vogliosi di ottenere il gradino più alto del podio. Oltre alla conquista del titolo di Campione d’Europa, inoltre, la rassegna continentale assegnerà alle quattro semifinaliste anche i pass per le Olimpiadi di Tokyo della prossima estate, eccezion fatta per la rappresentativa inglese, non aderente al CIO, che se dovesse raggiungere le semifinali sarà sostituita dalla vincente dello spareggio delle restanti seconde.

Il primato degli azzurrini nell’Albo d’Oro

L’attuale format dell’Europeo di categoria affonda le sue radici negli anni ‘60. Dopo aver subito varie modifiche, la competizione assunse la denominazione attuale a partire dal 1986; nel ‘94, poi, per la prima volta semifinali e finale si disputarono in un singolo paese organizzatore, mentre è solo dal 2000 che la formula ha iniziato a prevedere dei gironi eliminatori. L’Italia, cinque volte campione, è la nazionale con più titoli in bacheca. Dopo la finale persa nel 1986 contro la Spagna dai ragazzi di Vicini, molti dei quali quattro anni più tardi furono i protagonisti delle indimenticabili Notti Magiche, gli azzurrini si sono aggiudicati tre edizioni consecutive della Coppa tra il ‘92 ed il ‘96 sotto la guida tecnica di Cesare Maldini. Tra i tanti campioncini avvicendatisi in quegli anni Peruzzi, Toldo, Panucci, Nesta, Inzaghi, Vieri, Totti, Buso e Fabio Cannavaro, questi ultimi due proclamati migliori giocatori della rassegna rispettivamente nel ‘92 e nel ‘96. Successi italiani anche nel 2000, con Tardelli in panchina ed in campo i futuri Campioni del Mondo Pirlo, protagonista assoluto del torneo, Gattuso e Zambrotta, e nel 2004, quando De Rossi e Gilardino guidarono la squadra di Claudio Gentile al trionfo sulla Serbia. Sconfitta in finale per la selezione azzurra, invece, nel 2013, con Verratti, Insigne ed Immobile fermati sul più bello dalla stratosferica Spagna di Alcantara, Isco e Morata. Toccherà ai ragazzi di Di Biagio, dunque, provare a conquistare per la sesta volta l’Europeo, combattendo anche con una tradizione sfavorevole che accompagna le nazionali di casa; solo in una circostanza infatti, l’Olanda nel 2007, la squadra ospitante ha alzato la Coppa al cielo.

La Germania vincitrice nel 2017
Come si è arrivati al format attuale

È la Challenge Cup, trofeo risalente agli anni ‘60, la prima competizione internazionale tra selezioni giovanili che può essere considerata un’antenata diretta dell’attuale Europeo Under 21. Tale Coppa, riservata all’epoca alle nazionali Under 23, era basata su una formula simile a quella adottata nel pugilato: la squadra campione in carica poteva mettere in palio il titolo in una partita secca a cadenza non prestabilita. Questo format venne presto abbandonato e sostituito dai Campionati Under 23, comprendenti più nazionali, che nelle tre edizioni disputate videro un dominio dell’Est Europa con i successi di Cecoslovacchia, Ungheria ed U.R.S.S. Nel 1978 la UEFA, considerando troppo ampio il divario tra Under 18 ed Under 23, abbassò il limite di età all’Under 21, riservando a tali compagini la partecipazione alla rassegna che nel 1986 ottenne la denominazione attuale. A metà degli anni ‘90, decennio dominato dai colori azzurri dell’Italia, la manifestazione iniziò ad essere disputata in un unico paese ospitante, e dal 2000 nella fase finale furono introdotti anche due gironi eliminatori. Le ultime modifiche apportate al format dell’Europeo di categoria sono giunte nel 2007, anno a partire dal quale la competizione è stata spostata negli anni dispari per evitare la concomitanza con Europei UEFA e Mondiali FIFA, e nel 2017, quando nell’edizione in Polonia per la prima volta i raggruppamenti sono diventati tre, con l’innalzamento del numero delle partecipanti a dodici.

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

Evaristo Beccalossi

/ L’INTERVISTA

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

“Il Becca”, l’amicizia con Altobelli ed il suo calcio spettacolo fatto di qualità anche al di fuori del rettangolo di gioco

di Pier Paolo Cattozzi

“DRIBBLOSSI”, più che un acronimo, un vero e proprio Titolo onorifico riconosciuto urbi et orbi dalla DEA EUPALLA e tramandato ai posteri dallo scrittore e giornalista, anche di sport, Gianni Brera. «Se devo essere sincero, quando mi battezzò come DRIBBLOSSI, non la presi affatto bene. Mi lamentai. Poi scrisse che “io vedevo autostrade dove gli altri vedevano solo strade di campagna” e allora capii che non era il solito criticone e gli sono addirittura riconoscente. Il soprannome mi ha portato fortuna».

EVARISTO BECCALOSSI: per i giornalisti del tempo erano considerati, nome e cognome, troppo lunghi per i titoli e, in genere, anche per i tabellini della cronaca spicciola. Essendo il giovane cresciuto a Brescia giocatore di talento e fantasia, non lo si poteva certo ignorare. Accadde così che l’autore settimanale dell’Arcimatto (rubrica settimanale di risposte ai lettori del Guerin Sportivo) ancora una volta seppe racchiudere in un solo suo neologismo tutto quanto sapeva inventare in campo quel Campione dal dribbling facile. Proprio tutto, invero, non lo si può affermare, perché il personaggio aggiungeva all’estro un pizzico di “discontinuità” che lo faceva regredire al ruolo di semplice comprimario. Raccontano che i suoi colleghi di spogliatoio, prima di entrare in campo, usassero chiedersi se la partita in programma l’avrebbero giocata in dieci o in dodici a seconda dell’umore di DRIBBLOSSI. «Non posso smentire: era proprio così. Perché a me piaceva giocare per divertirmi e a volte gli altri evidentemente si divertivano meno».

Il Becca con la nazionale
Eri evidentemente insofferente agli schemi.

«Che schemi e schemi: io e Altobelli giocavamo e ci intendevamo perfettamente, ma nessuno ci ha mai dettato schemi. Gli schemi sono venuti dopo e, almeno io, non sono proprio convinto che abbiano aggiunto qualcosa di più al gioco: forse qualche alibi e rompicapo per voi giornalisti».

Non è che il tuo rapporto con il giornalismo, quello che Frassica (il comico, categoria che oggi va per la maggiore ndr) ha definito il mestiere più antico del mondo, sia stato sempre idilliaco.

«No, grande rispetto per tutti ma riconosco che oggi siano troppo invadenti. Radio, tv, giornali, social e così via. Tu sei un amico, quindi è un’altra cosa».

In effetti per averti al telefono sono stato dribblato via cavo, con sms, whatsapp e via dicendo in Italia e all’estero. A proposito, cosa ci facevi in Georgia.

«Ero con l’Under 19 come Capo delegazione. Una bella esperienza che mi gratifica. Oggi ci sono giovani che a soli diciannove anni vengono convocati da Mancini in Nazionale A. Vedi Tonali, Zaniolo, ma non solo. Il problema è che vengono subito paragonati a campioni del passato o recenti mentre non ci sono cloni: ognuno ha caratteristiche proprie. Mi sembra sciocco paragonarli subito a Del Piero o Pirlo. Inoltre si rischia anche di mandarli fuori giri».

Inutile chiederti se c’è qualcuno che ti assomiglia, ad esempio, nel Napoli.

«Non me la sento proprio di fare certe cose: io ero uno che cercava di fare bene l’ultimo passaggio. Con Altobelli lo facevo a occhi chiusi e per questo ci divertivamo. Non era vero che sbavavo per il dribbling: mi piaceva giocare per gli altri e non mi piaceva correre. Da qui il fatto che non tutti gli allenatori mi capivano».

Nemmeno Bearzot (non lo convocò per i Mondiali dell’82, quelli vinti dall’Italia).

«Fammi il favore. Acqua passata, non ne voglio più parlare».

Allora ritorniamo alla Coppie Regine: come Mertens ed Insigne, ad esempio.

«Davvero forti, ma niente paragoni. Hanno tecnica, classe e si allenano come si fa oggi: al massimo. Non c’è più il calcio naïf».

Qualcuno dice anche a scapito della qualità.

«Tutte balle. Certo il professionismo esasperato di oggi priva lo spettacolo di qualche colpo del cosiddetto fantasista, privilegiando il collettivo. Però quanti atleti e campioni che possono comunque garantire lo spettacolo».

Con la maglia dell’Inter
Come Napoli e Inter: chi vedi come anti Juve.

«Il Napoli ha fatto vedere qualche cosina in più. Ancelotti in soli sei mesi ha già valorizzato quel tanto di buono che aveva fatto Sarri. Indubbiamente la sua esperienza internazionale è più che una garanzia».

Spalletti.

«Spalletti ha fatto bene alla Roma, ma la sua vera occasione di dimostrare cosa sa fare è l’Inter. Se sbaglia, Milano potrebbe essere l’ultima spiaggia».

L’eliminazione di entrambe in Champions a chi porterà più problemi.

«È difficile dirlo. Certo il Napoli è uscito veramente a testa alta. Nessuno aveva pensato a un’impresa tanto meritevole. Si pensi che praticamente è stato eliminato a causa del golletto subito dalla Stella Rossa. Per Ancelotti solo un ulteriore riconoscimento nonostante l’eliminazione, ma si sa che in campo poi vanno solo i giocatori. Qualcosina in più ci si aspettava sia da Mertens che da Insigne. L’Europa League resta un traguardo da non sottovalutare».

E la tua Inter.

«Quasi lo stesso discorso anche per l’Inter, ma con l’aggravante di un calo di condizione e concentrazione che Spalletti dovrà valutare molto attentamente. Anche perché non mancano rimproveri a suo carico. Forse anche un mea culpa non guasterebbe e Milano resta per lui l’ultima spiaggia».

Visto che sei fra i suoi collaboratori in Nazionale, come giudichi il lavoro di Mancini.

«Sono ottimista. La scelta di puntare sui giovani darà risultati molto lusinghieri. Io fra i giovani lavoro e vedo ragazzi interessanti e tecnicamente già affidabili. Mancini come Ancelotti ha buona esperienza internazionale. Farà bene: lo auguro a lui e alla Nazionale».

Dopo Brera, mio Direttore al Guerin Sportivo che mi portava a San Siro a vedere la sua Beneamata, ti ricordo anche un altro personaggio mai dimenticato fra i tuoi prestigiosi ammiratori: l’avvocato Prisco. Lui amava dire: “Non è BECCALOSSI che gioca col pallone, è il pallone che vuole giocare con lui”.

«Hai ragione: davvero indimenticabile come la Beneamata di allora. Senza dimenticare i suoi grandi Presidenti».

A proposito di presidenti, cosa pensi di De Laurentiis.

«Sinceramente solo bene, basti ricordare che ha scelto Ancelotti per il dopo Sarri. Chiaro che a volte parla troppo, ma non devo essere proprio io a dirlo. Sta portando avanti un programma ambizioso che merita attenzione, non solo per la sua soddisfazione ma per quel pubblico che tutti vorrebbero avere. Forse anche la Juve, almeno qualche volta».

Quindi alla fine Juve o Napoli o ….

«Ehi Catto, non ci riprovare: niente pronostici».

Così, alla fine, non poteva che arrivare un bel tunnel, firmato DRIBBLOSSI.

Beccalossi ed il suo amico Altobelli

I pensieri di Beccalossi:

“Quando vidi per la prima volta il campo a 11, mi sembrò enorme. Ci andavo in bicicletta, una Graziella che piegavo in due per metterla nell’automobile di papà, che veniva a prendermi quando finiva di lavorare”

“La maglia nerazzurra la ricordo di un peso incredibile. La gente dell’Inter mi ha sempre amato e lo fa ancora, ma arrivare a giocare nell’Inter dopo i fenomeni che c’erano stati mi faceva paura. Era incredibile, passare da Brescia alla grande città, Milano, per giocare con l’Inter. Passare da Suarez, Corso, Mazzola a Beccalossi, erano emozioni impressionanti”

“È meglio giocare con una sedia che con Hansi Muller, perché con la sedia quando gli tiri la palla addosso ti torna indietro!”

pubblicato su Napoli n.4 del 22 dicembre 2018