Europa League: un torneo in forte crescita

Europa League: un torneo in forte crescita

L’APPROFONDIMENTO

Europa League: un torneo in forte crescita

Stasera si disputerà l’andata degli ottavi di finale, mentre Roma e Inter non scenderanno in campo

di Francesco Marchionibus

Si giocano oggi le partite di andata degli ottavi di finale della Europa League, anche se Roma e Inter impegnate nella sfida incrociata italo-iberica con Siviglia e Getafe non scenderanno in campo a causa della diffusione sempre maggiore del Covid-19.
Vincere l’Europa League non è più solo un traguardo internazionale di prestigio, anche se di secondo piano rispetto alla Champions: vista la crescita che il torneo ha avuto negli ultimi anni, arrivare in fondo significa ora anche ottenere discreti guadagni.
Nelle ultime cinque edizioni l’ammontare dei ricavi distribuiti dalla UEFA alle società partecipanti all’Europa League è passato dai circa 400 milioni della stagione 2015-2016 ai 560 di quella 2018-2019 (confermati per l’edizione in corso), con un incremento di circa il 40%. Ma secondo quali criteri viene distribuito questo ricco montepremi?
Il 25% (140 milioni) viene ripartito in parti uguali tra tutti i 48 club qualificati alla fase a gironi, che dunque ricevono 2,92 mln ciascuno.
Il 30% (circa 168 mln) viene attribuito in base ai risultati, con 570 mila euro per ogni vittoria e 190 mila euro per ogni pareggio nel girone di qualificazione, un bonus di 1 milione per il vincitore del girone, 500 mila euro per la qualificazione ai sedicesimi, 1,1 mln per quella agli ottavi, 1,5 per i quarti, 2,4 per il raggiungimento delle semifinali, 4,5 mln per chi arriva in finale e ulteriori 4 mln per la vittoria del trofeo.
Un ulteriore 15% del montepremi (84 mln) viene suddiviso facendo riferimento al ranking decennale, e cioè alla classifica stilata sulla base dei risultati ottenuti in Europa negli ultimi dieci anni (attualmente Inter e Roma sono rispettivamente al 28° e 29° posto).

Infine, il restante 30% (altri 168 mln) viene assegnato sulla base del cosiddetto “market pool”, e cioè dei diritti televisivi, tenendo conto del valore proporzionale dei mercati televisivi nazionali dei club partecipanti alla Europa League e dei risultati ottenuti da ogni squadra nelle competizioni nazionali della stagione precedente.
Al montepremi UEFA si dovranno poi sommare gli incassi al botteghino delle sette partite disputate in casa nel corso del torneo dalle due squadre che riusciranno a raggiungere la finale di Danzica del prossimo 27 maggio.
Dunque la squadra che si aggiudicherà l’edizione 2019/2020 dell’Europa League succedendo al Chelsea campione in carica, potrà incassare un importo complessivo di 20/25 milioni, oltre alla quota derivante dal market pool televisivo e agli incassi al botteghino.
La soddisfazione per la vittoria nel secondo torneo europeo, o anche solo per la partecipazione ad una finale comunque prestigiosa, potrà quindi essere accompagnata da un incasso totale di oltre 35/40 milioni (nella scorsa edizione il Chelsea ha portato a casa 46,3 mln e l’Arsenal finalista 38,9, anche se c’è da dire che le squadre inglesi incassano molto di più delle altre dal market pool).
E questo senza contare la ricaduta positiva in termini di ranking, fondamentale per la disputa delle competizioni europee della prossima stagione.

pubblicato il 12 marzo 2020

Insigne vs Eriksen: fantasia a confronto

Insigne vs Eriksen: fantasia a confronto

IL CONFRONTO

Insigne vs Eriksen: fantasia a confronto

Due calciatori dotati di estro e genialità che hanno la capacità di cambiare la partita in qualsiasi momento

di Marco Boscia

Manca poco a Napoli-Inter, semifinale di ritorno di Coppa Italia: Gattuso e Conte con ogni probabilità si affideranno fin dall’inizio al miglior 11 per cercare di conquistare la finale, che si disputerà allo Stadio Olimpico di Roma contro la vincente dell’altra sfida fra Juventus e Milan. Gli azzurri partiranno dall’1-0 conquistato a San Siro nella gara d’andata, un gran vantaggio sicuramente. Giovedì entrambe le squadre avranno bisogno di quel pizzico di fantasia che i giocatori più estrosi possono garantire. Fra questi, chi avrà quasi certamente una chance è Christian Eriksen, neoacquisto dell’Inter arrivato a Milano per innalzare il tasso tecnico della squadra. Il Napoli potrà invece contare sulle invenzioni e le giocate del proprio capitano, Lorenzo Insigne, che vive il suo miglior momento di forma stagionale e che vorrà continuare a stupire nella competizione nazionale in cui, finora, è l’unico marcatore azzurro.

Il capitano in cerca di continuità

Una maglietta che ha sognato di indossare per tutta la vita ma che, dopo le giovanili, ha dovuto lasciare per farsi le ossa con Cavese, Foggia e Pescara prima di riuscire a riconquistarla e ad esordire in Serie A nel 2012. Insigne ha vissuto negli anni un rapporto di odio ed amore con la piazza partenopea: così legato ai colori azzurri da non riuscire ad essere sempre lucido, ha sofferto in silenzio ed ingoiato bocconi amari per l’esclusione in match fondamentali, ha subito fischi dai propri tifosi quando non è riuscito a dare il 100%, ma ha sempre tenuto alle sorti della squadra per cui tifa fin da bambino e della quale, dopo l’addio di Marek Hamsik, è diventato il capitano. Dopo un anno e mezzo passato a sacrificarsi ed a percorrere l’intera fascia sinistra nel 4-4-2 disegnato da Carlo Ancelotti, con l’arrivo di Gennaro Gattuso sulla panchina azzurra ed il conseguente ritorno al 4-3-3, Insigne è tornato a giocare n un ruolo a lui più congeniale ritrovando la via del gol e tornando ad essere decisivo. Ora è necessario, perché la squadra risalga posizioni in classifica, che il ragazzo di Frattamaggiore che ha quasi 29 anni ritrovi un’accettabile continuità.

Il grande colpo dei nerazzurri

Nato a Middelfart, in Danimarca, nel giorno di San Valentino del 1992, Christian Eriksen spera di far innamorare il pubblico di fede nerazzurra: è stato infatti il grande colpo del mercato invernale dell’Inter che è riuscito ad assicurarselo per poco meno di 20 milioni di euro. Il suo contratto con il Tottenham era in scadenza e il giocatore ha voluto fortemente provare una nuova esperienza sin da subito. Il suo acquisto, nonostante non ci fosse un ruolo cucito per lui nel sistema di gioco utilizzato da Conte, è stata un’operazione intelligente di una società che sta cercando di riacquisire quell’appeal internazionale che negli ultimi anni aveva perso. Eriksen nasce trequartista, si è formato in Olanda con l’Ajax prima di trasferirsi in Inghilterra al Tottenham nel 2013. Grazie alla sua duttilità tattica può essere schierato anche da mezzala o defilato sull’esterno. Ha un’ottima visione di gioco, è in grado di calciare con entrambi i piedi ed è uno specialista dei calci piazzati. È considerato uno dei più grandi calciatori della sua generazione ed è stato votato per quattro volte come calciatore danese dell’anno, record condiviso con Brian Laudrup.

Lorenzo: gli allenatori e il tifo

“Sarò grato sempre a Zeman, mi ha lanciato e se sono arrivato sin qui è merito suo. Mazzarri è stato il primo allenatore in A, gli sarò sempre riconoscente. Benitez mi ha fatto conoscere anche ruoli diversi. Con il 4-3-3 di Sarri sono tornato alle origini, gli auguro ogni bene. Essere stato allenato da Ancelotti per me è un onore, è un uomo straordinario. Gattuso mi sta dando tantissima fiducia e per questo lo ringrazio; sono felice dei gol che ho ritrovato e per come ci stiamo esprimendo”

“Alcuni tifosi napoletani non mi hanno capito. Credo abbiano un’immagine diversa da quella che sono, a qualcuno potrei sembrare presuntuoso ma io per il Napoli mi farei ammazzare. Chiedo ai tifosi di starmi vicino, spero possano ricredersi. A Napoli è l’ora di vincere, si aspetta da troppo tempo”

Un danese per Antonio Conte

“Essere qui è bellissimo. Sono molto emozionato e non vedo l’ora di farmi conoscere dai tifosi, ho già avuto modo di sentire il loro calore, è stata un’accoglienza fantastica. In Inghilterra ho fatto bene, ma ora è arrivato il momento di intraprendere una nuova sfida con una grande società come l’Inter, è un club fantastico”

pubblicato su Napoli n.23 del 12 febbraio

Il primo “special one” della storia del football

Il primo “special one” della storia del football

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Il primo “special one” della storia del football

Helenio Herrera e la grande Inter di Angelo Moratti tra aneddoti, pareri e il ricordo della moglie Flora

di Giovanni Gaudiano

Gli archivi fotografici calcistici degli anni sessanta/settanta sono pieni di immagini di Helenio Herrera ma ci sono pochissime fotografie che lo ritraggono assieme al presidente Angelo Moratti. Si dice fossero due prime donne e forse in fondo non si amavano tanto. Il presidente, rimasto stregato dal “mago” durante una gara di Coppa delle Fiere, lo volle a tutti i costi anche se questo gli costò in termini economici molto e inizialmente sembrò a tutti che avesse speso male i suoi soldi. Poi arrivarono vittorie indimenticabili e con esse la certezza di aver impresso il nome dell’Inter di Milano definitivamente nella storia del calcio europeo.
Don Helenio era nato a Buones Aires, aveva alla spalle una vita da romanzo, era pieno di sé: “Cosa sarebbe il calcio senza di me” ebbe a dire in un’occasione ad un giornalista che lo intervistava. Herrera non era uno stupido e qualche ragione l’aveva per parlare in quel modo. Il calcio dopo il suo avvento non sarebbe stato più lo stesso, perché la dimensione e l’importanza dell’allenatore sarebbe cambiata totalmente.
Gli allenamenti, la preparazione atletica imposte da Helenio Herrera furono importanti ed innovativi ma la comunicazione e la capacità di saper parlare ai propri calciatori e poi con la stampa furono le vere novità per quei tempi. Dopo il “mago” hanno fatto notizia i sistemi adottati da Mourinho, ma le metodologie di lavoro e di comunicazione adottate dal portoghese erano tutte già presenti 40 anni prima nel lavoro di Don Helenio. Un esempio per tutti: “Il calcio moderno è velocità: gioca veloce, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente” è una frase di Herrera ma sembra di Mourinho.

.Sig. Herrera ma perché ha sempre attribuito tanta importanza alla velocità del gioco?

«Semplice, senza la velocità non esiste l’imprevedibilità e senza questa caratteristica non è facile trovare la via del gol. D’altra parte la velocità non ha mai escluso le capacità tecniche, anzi è proprio il contrario. Vede, con un gioco veloce è facile creare gli spazi vuoti e nel calcio, come nella vita, nella pittura, nella musica, i vuoti e i silenzi sono importanti come i pieni. La trasformazione della fase difensiva in un’azione di contropiede profonda, ficcante e ben organizzata consente alla squadra quello che un gioco ragionato ma lento non ti darà mai».

Secondo lei perché oggi si parla di ripartenze, di transizione e non più di contropiede neanche fosse una bestemmia?

«Questo fa parte della modernità del linguaggio ma in sostanza non è cambiato nulla. Certo qualcuno ha pensato di importare nel football qualche termine derivato dalla pallacanestro, ma viene da ridere se si pensa alla differente grandezza dei due campi e al numero dei giocatori impiegati. Il football è un gioco inarrivabile. Quando dicevo ai miei ragazzi “taca la bala”, era come dire facciamo pressing perché sì è necessario marcare l’avversario ma soprattutto facciamolo perché serve a togliergli il pallone e partire all’attacco».

Dopo il contropiede parliamo del libero, del catenaccio. Lei dice di averli creati con la sua profonda conoscenza del football ma molti dicono che si tratta di fantasie?

«Nella vita di tutti i giorni si parla molto. Ci sono tante versioni della stessa cosa ed ognuno pensa di averla detta prima degli altri. Io sono sicuro di quello che dico ma ho più volte cercato di ricordare anche a chi mi ascolta qualche episodio della mia carriera. Soffermandoci sull’Inter, vorrei dire che Armando Picchi, prima che io arrivassi, aveva sempre giocato da terzino destro poi da noi all’Inter io lo impiegai da libero, dopo qualche partita, ruolo che seppe ricoprire benissimo. Molti, inoltre, non ricordano che Picchi aveva iniziato a giocare a centrocampo e che quindi aveva le giuste attitudini per diventare una sorta di regista difensivo. Eppure sono sempre girate tante voci come per il catenaccio. La mia Inter segnava abbastanza e chi ha parlato di capacità difensiva non ha sbagliato ma evidentemente non ricorda quanto fosse pericoloso e variegato il nostro attacco composto da giocatori con grandi qualità tecniche e grandi capacità atletiche. A questo proposito vorrei anche dire che se giochi individualmente, giochi per l’avversario, la mia Inter era un gran collettivo».

Il mago con Sandro Mazzola
Nella sua esperienza in panchina ha sempre dato molta importanza ai giovani calciatori, cosa pensa oggi che il calcio italiano è pieno zeppo di stranieri a partire proprio dai settori giovanili?

«Trovo veramente incredibile che una scuola calcistica come quella italiana stia perdendo da qualche anno le sue caratteristiche peculiari. Quando penso a Burgnich, Facchetti, Guarneri, Picchi etc e vedo giocare nelle grandi squadre pochi calciatori italiani in quei ruoli, per non parlare del portiere, mi sembra di vivere un brutto sogno. Certo capisco, l’ho detto più volte, un allenatore si diverte quando vince, ma il lavoro sul campo con i giovani ha sempre prodotto buoni risultati. Pensate a quando ho portato Mazzola dalle giovanili alla prima squadra con i risultati che tutti conoscono. Mi dissero che lo stavo facendo solo perché era il figlio del grande Valentino. Stupidaggini. Sandro era più che un promettente calciatore, era già pronto ed io lo feci giocare vicino a Suarez, Corso, Jair. I risultati sono negli annali del calcio italiano ed internazionale».

Gianni Brera la soprannominò Accaccone ma aveva grande considerazione del suo lavoro. Anche Nereo Rocco, suo avversario nel tradizionale derby in tante occasioni, ha sempre avuto parole rispettose nei suoi confronti anche se avevate caratteri e impostazioni professionali molto diverse…

«Lei mi parla di due persone di grande qualità. Brera era, se non l’unico, uno dei pochi giornalisti capaci di parlare veramente di calcio. I suoi articoli poi non si fermavano al football spaziavano nelle tradizioni, nella cultura, per dire anche di quella culinaria. Era un piacere ed un impegno leggerlo ma questo ne accresceva l’interesse al di là delle sue campagne che hanno sempre avuto spunti dettati da una sottile vena provocatoria. Rocco, invece, non era affatto tanto diverso da me. Anche a lui piaceva parlare con i giocatori, motivarli opportunamente. Lo faceva con altri sistemi ma il risultato alla fine era praticamente simile».

Quindi non le è dispiaciuto quando a Milano nel 2013 è stata allestita la mostra “La leggenda del Mago e del Paròn – Il calcio milanese in mostra” accomunandovi?

«È stato un onore. Infondo è vero che pur su due panchine diverse il calcio milanese deve qualcosa a noi due che siamo venuti dal mare. In fondo a ben guardare cosa saremmo stati ognuno senza l’altro o senza quel furbacchione di Gianni Brera. Il calcio è un storia infinita, dove tutti possono dire la loro. Poi si va in campo, si gioca e per i 90’ più recupero le chiacchiere non contano più».

L’Inter del 1964-65

Helenio Herrera va considerato uno studioso del calcio. La signora Flora Gandolfi, sua moglie, dopo la sua scomparsa mostrò in un documentario un numero impressionante di quaderni con annotazioni, schemi, notizie, soluzioni tattiche, schede di giocatori, appunti sulla preparazione atletica e squadre avversarie che il mago custodiva gelosamente ed aggiornava costantemente. Durante la sua attività in un’occasione ebbe a dire: “Chi non ha dato tutto non ha dato niente”. Tappezzava lo spogliatoio con cartelli motivazionali che i suoi giocatori gioco forza vedevano tutti i giorni e che forse qualche certezza in più creavano nelle loro “teste”. Ha vinto tanto in Spagna ed in Italia ma soprattutto ha segnato una svolta epocale nei rapporti tra allenatore e società. Si è pronti a scommettere come non ci sia tifoso dell’Inter che non ne conosca la storia, come non c’è appassionato di football nel mondo che non sappia chi sia stato.

Flora Gandolfi:
Il mio uomo “Speciale”

Riportiamo alcuni stralci da un’intervista rilasciata dalla moglie che parla dell’uomo Herrera

La conoscenza

“A sentire certi colleghi della Stampa, quella mattina del ’69 avrei dovuto intervistare una specie di mostro, con la dentiera e i capelli tinti. Presi la mia 500 e andai incuriosita a Grottaferrata, dove la sua Roma si trovava in ritiro. I denti li aveva storti, altro che dentiera. E i capelli non erano colorati, casomai spalmati di brillantina. Aveva l’aria di un uomo raffinato, ma con delle tremende rozzezze. Era nato povero, e un po’ si vedeva”

La vita insieme

“Io vivevo con Helenio Herrera, un uomo straordinario, non con il calcio. Lui mi ha aiutato a tirar fuori il meglio di me stessa. Come faceva con i calciatori”

Un po’ di storia del “mago

“Era figlio di un anarchico di Siviglia, che era scappato in Argentina un po’ perché, dicevano, avesse cercato di ammazzare il Re di Spagna e un po’ per fare fortuna, che non arrivò. Tornati in Europa, che Helenio aveva ormai 10 anni, andarono a vivere in Marocco, a Casablanca, per avere l’Andalusia più vicina. Dunque a casa parlava spagnolo, frequentava la scuola francese e per strada parlottava in arabo. Andava al mercato con la mamma e rimaneva ipnotizzato dai guaritori che strofinavano le zampe di camaleonte o le pietre preziose su una frattura che, per magia, spariva. Si convinse che credendo veramente in qualcosa niente era impossibile. E trasferì questa filosofia nel calcio”

I suoi quaderni

A chi le chiedeva sui famosi e preziosi quaderni del perché li avesse consegnati dopo il funerale a Facchetti: “Certamente, perché Giacinto rappresentava la purezza, non era un uomo corrotto, era come Helenio. Ho voluto che li conservasse lui”

Su Mourinho

Qualche anno fa José Mourinho fece riferire alla signora Gandolfi che avrebbe voluto leggere volentieri qualcuno dei quaderni di suo marito. “Sì, alcuni contenuti erano riportati in un mio racconto su Helenio, che gli ho fatto pervenire con piacere, perché ha l’intelligenza e la stessa grande passione che aveva Herrera per il lavoro scientifico. Mi ha ringraziato al telefono, in piena notte… Sono poche che le persone che oggi ti dicono grazie”

Dicono di lui

“Nell’ambiente torpido, provinciale e sostanzialmente conformista del calcio italiano, egli portò tutte le qualità ed i vizi di un temperamento zingaresco. Tipico autodidatta, mezzo negromante e mezzo fisiologo, impasto di menzogne, di spacconate e di intuizioni geniali, non digiuno di solide nozioni professionali, dotato di una ferrea ambizione e di una capacità di applicazione quasi sovrumana, votato alla religione borghese del “dinero” per reazione ad un’adolescenza miserrima, il gitano marocchino doveva rivelarsi infinitamente più forte, scaltro e moderno di gran parte degli allenatori operanti in Italia, anche se non soprattutto nell’arte di valorizzare oltre misura il proprio valore”

Da “Storia del calcio in Italia” di Antonio Ghirelli, Einaudi 1972

“L’ho incontrato mago e l’ho riscoperto bambino, seguendolo con voi traverso mari e contrade di ogni continente. Io francamente non so come sia riuscito a mostrarvelo, per quante facce, da quanti lati. Importante, per me, che il personaggio non sia mai fasullo, neppure quando si sforza di esserlo. E H.H. è sempre vero, se non proprio accettabile”

Da “Herrera” di Gianni Brera, Longanesi & C. 1966; ristampa Limina 1997

Parola al Mago

“Classe + Preparazione Atletica + Intelligenza = Scudetto”

“Juventus uguale Fiat uguale potere”

“Se hai paura di fare una cosa, pensa che sicuramente un idiota la farà al posto tuo”

Il servizio sarà pubblicato su Napoli n.21 del 05 gennaio 2020

Lobotka forse, Mertens da confermare

Lobotka forse, Mertens da confermare

IL CALCIOMERCATO ALLE PORTE

Lobotka forse, Mertens da confermare

Lo slovacco richiesto da Gattuso per il centrocampo, il belga da tenere per tentare la scalata al quarto posto

di Giovanni Gaudiano

Ieri il Napoli ha ripreso gli allenamenti con un giorno di ritardo rispetto all’Inter di Antonio Conte, che sarà al San Paolo lunedì sera.
L’obiettivo della gara della Befana dovrebbe essere quello di rendere difficile la vita alla lanciatissima Inter che tra l’altro, pare, potrà contare sulla rosa al completo con il recupero di alcuni infortunati, a partire da Sanchez.
Non si sa ancora, invece, se Koulibaly, la cui importanza per la difesa non è in discussione, recupererà.
In questo momento la sfida di lunedì sera ha solo il sapore del grande confronto, con il Napoli chiamato a tentare di recuperare una posizione in classifica migliore dell’attuale, in attesa più avanti di valutare possibili recuperi per la zona Champions ad oggi davvero lontana.
Nel frattempo ci sono notizie, al momento non confermate, che riguardano eventuali operazioni di mercato.
Pare sia in fase di chiusura la trattativa per Lobotka, lo slovacco che qualcuno dice sarebbe stato consigliato a suo tempo da Hamsik. Secondo alcuni sarebbe la scelta giusta per sistemare il centrocampo del Napoli, la zona di campo che più di tutte la squadra ha denotato problemi.
Le caratteristiche del giocatore a ben guardare potrebbero, però, non essere quelle necessarie a Gattuso per modificare il gioco del Napoli. Poi ci sarebbe da capire chi sarà scelto per giocargli di fianco.

Si sente anche parlare di una cessione di Mertens, addirittura alla Roma, che teoricamente sarebbe la squadra sulla quale Gattuso e compagni dovrebbero tentare la corsa per il sorpasso.
Il belga è uno dei giocatori che meglio si è comportato in questi anni al Napoli. Anche nella vicenda del dopo Salisburgo è stato forse l’unico, in quell’inopportuno allenamento a porte aperte, a chiedere scusa al pubblico.
Il presidente ne conosce il valore, la serietà e soprattutto la capacità di andare in gol, di servire assist e di giocare laddove richiesto, al contrario di altri che hanno sempre mal sopportato la necessità di mettersi a disposizione della squadra anche in un ruolo non proprio gradito.
Sarebbe un errore cedere Mertens, come d’altra parte non trovare un accordo per prolungare la sua permanenza al Napoli. Si tratta di un giocatore integro, con voglia di fare, che in questi anni si è sempre ben comportato, accettando anche la panchina senza creare problemi.
Cosa ricaverebbe oggi il Napoli dalla sua cessione? Quanto costerebbe sostituirlo? E soprattutto con chi? Per uscire al più presto da una situazione non preventivata, per affrontare prima la Coppa Italia e poi la difficile sfida con il Barcellona al meglio servono idee chiare e scelte precise e coraggiose. Arriveranno?
Se lo augura tutta la città con il pubblico del San Paolo che alla ripresa dovrebbe affollare lo stadio come nei migliori momenti.

pubblicato il 31 dicembre 2019

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

Evaristo Beccalossi

/ L’INTERVISTA

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

“Il Becca”, l’amicizia con Altobelli ed il suo calcio spettacolo fatto di qualità anche al di fuori del rettangolo di gioco

di Pier Paolo Cattozzi

“DRIBBLOSSI”, più che un acronimo, un vero e proprio Titolo onorifico riconosciuto urbi et orbi dalla DEA EUPALLA e tramandato ai posteri dallo scrittore e giornalista, anche di sport, Gianni Brera. «Se devo essere sincero, quando mi battezzò come DRIBBLOSSI, non la presi affatto bene. Mi lamentai. Poi scrisse che “io vedevo autostrade dove gli altri vedevano solo strade di campagna” e allora capii che non era il solito criticone e gli sono addirittura riconoscente. Il soprannome mi ha portato fortuna».

EVARISTO BECCALOSSI: per i giornalisti del tempo erano considerati, nome e cognome, troppo lunghi per i titoli e, in genere, anche per i tabellini della cronaca spicciola. Essendo il giovane cresciuto a Brescia giocatore di talento e fantasia, non lo si poteva certo ignorare. Accadde così che l’autore settimanale dell’Arcimatto (rubrica settimanale di risposte ai lettori del Guerin Sportivo) ancora una volta seppe racchiudere in un solo suo neologismo tutto quanto sapeva inventare in campo quel Campione dal dribbling facile. Proprio tutto, invero, non lo si può affermare, perché il personaggio aggiungeva all’estro un pizzico di “discontinuità” che lo faceva regredire al ruolo di semplice comprimario. Raccontano che i suoi colleghi di spogliatoio, prima di entrare in campo, usassero chiedersi se la partita in programma l’avrebbero giocata in dieci o in dodici a seconda dell’umore di DRIBBLOSSI. «Non posso smentire: era proprio così. Perché a me piaceva giocare per divertirmi e a volte gli altri evidentemente si divertivano meno».

Il Becca con la nazionale
Eri evidentemente insofferente agli schemi.

«Che schemi e schemi: io e Altobelli giocavamo e ci intendevamo perfettamente, ma nessuno ci ha mai dettato schemi. Gli schemi sono venuti dopo e, almeno io, non sono proprio convinto che abbiano aggiunto qualcosa di più al gioco: forse qualche alibi e rompicapo per voi giornalisti».

Non è che il tuo rapporto con il giornalismo, quello che Frassica (il comico, categoria che oggi va per la maggiore ndr) ha definito il mestiere più antico del mondo, sia stato sempre idilliaco.

«No, grande rispetto per tutti ma riconosco che oggi siano troppo invadenti. Radio, tv, giornali, social e così via. Tu sei un amico, quindi è un’altra cosa».

In effetti per averti al telefono sono stato dribblato via cavo, con sms, whatsapp e via dicendo in Italia e all’estero. A proposito, cosa ci facevi in Georgia.

«Ero con l’Under 19 come Capo delegazione. Una bella esperienza che mi gratifica. Oggi ci sono giovani che a soli diciannove anni vengono convocati da Mancini in Nazionale A. Vedi Tonali, Zaniolo, ma non solo. Il problema è che vengono subito paragonati a campioni del passato o recenti mentre non ci sono cloni: ognuno ha caratteristiche proprie. Mi sembra sciocco paragonarli subito a Del Piero o Pirlo. Inoltre si rischia anche di mandarli fuori giri».

Inutile chiederti se c’è qualcuno che ti assomiglia, ad esempio, nel Napoli.

«Non me la sento proprio di fare certe cose: io ero uno che cercava di fare bene l’ultimo passaggio. Con Altobelli lo facevo a occhi chiusi e per questo ci divertivamo. Non era vero che sbavavo per il dribbling: mi piaceva giocare per gli altri e non mi piaceva correre. Da qui il fatto che non tutti gli allenatori mi capivano».

Nemmeno Bearzot (non lo convocò per i Mondiali dell’82, quelli vinti dall’Italia).

«Fammi il favore. Acqua passata, non ne voglio più parlare».

Allora ritorniamo alla Coppie Regine: come Mertens ed Insigne, ad esempio.

«Davvero forti, ma niente paragoni. Hanno tecnica, classe e si allenano come si fa oggi: al massimo. Non c’è più il calcio naïf».

Qualcuno dice anche a scapito della qualità.

«Tutte balle. Certo il professionismo esasperato di oggi priva lo spettacolo di qualche colpo del cosiddetto fantasista, privilegiando il collettivo. Però quanti atleti e campioni che possono comunque garantire lo spettacolo».

Con la maglia dell’Inter
Come Napoli e Inter: chi vedi come anti Juve.

«Il Napoli ha fatto vedere qualche cosina in più. Ancelotti in soli sei mesi ha già valorizzato quel tanto di buono che aveva fatto Sarri. Indubbiamente la sua esperienza internazionale è più che una garanzia».

Spalletti.

«Spalletti ha fatto bene alla Roma, ma la sua vera occasione di dimostrare cosa sa fare è l’Inter. Se sbaglia, Milano potrebbe essere l’ultima spiaggia».

L’eliminazione di entrambe in Champions a chi porterà più problemi.

«È difficile dirlo. Certo il Napoli è uscito veramente a testa alta. Nessuno aveva pensato a un’impresa tanto meritevole. Si pensi che praticamente è stato eliminato a causa del golletto subito dalla Stella Rossa. Per Ancelotti solo un ulteriore riconoscimento nonostante l’eliminazione, ma si sa che in campo poi vanno solo i giocatori. Qualcosina in più ci si aspettava sia da Mertens che da Insigne. L’Europa League resta un traguardo da non sottovalutare».

E la tua Inter.

«Quasi lo stesso discorso anche per l’Inter, ma con l’aggravante di un calo di condizione e concentrazione che Spalletti dovrà valutare molto attentamente. Anche perché non mancano rimproveri a suo carico. Forse anche un mea culpa non guasterebbe e Milano resta per lui l’ultima spiaggia».

Visto che sei fra i suoi collaboratori in Nazionale, come giudichi il lavoro di Mancini.

«Sono ottimista. La scelta di puntare sui giovani darà risultati molto lusinghieri. Io fra i giovani lavoro e vedo ragazzi interessanti e tecnicamente già affidabili. Mancini come Ancelotti ha buona esperienza internazionale. Farà bene: lo auguro a lui e alla Nazionale».

Dopo Brera, mio Direttore al Guerin Sportivo che mi portava a San Siro a vedere la sua Beneamata, ti ricordo anche un altro personaggio mai dimenticato fra i tuoi prestigiosi ammiratori: l’avvocato Prisco. Lui amava dire: “Non è BECCALOSSI che gioca col pallone, è il pallone che vuole giocare con lui”.

«Hai ragione: davvero indimenticabile come la Beneamata di allora. Senza dimenticare i suoi grandi Presidenti».

A proposito di presidenti, cosa pensi di De Laurentiis.

«Sinceramente solo bene, basti ricordare che ha scelto Ancelotti per il dopo Sarri. Chiaro che a volte parla troppo, ma non devo essere proprio io a dirlo. Sta portando avanti un programma ambizioso che merita attenzione, non solo per la sua soddisfazione ma per quel pubblico che tutti vorrebbero avere. Forse anche la Juve, almeno qualche volta».

Quindi alla fine Juve o Napoli o ….

«Ehi Catto, non ci riprovare: niente pronostici».

Così, alla fine, non poteva che arrivare un bel tunnel, firmato DRIBBLOSSI.

Beccalossi ed il suo amico Altobelli

I pensieri di Beccalossi:

“Quando vidi per la prima volta il campo a 11, mi sembrò enorme. Ci andavo in bicicletta, una Graziella che piegavo in due per metterla nell’automobile di papà, che veniva a prendermi quando finiva di lavorare”

“La maglia nerazzurra la ricordo di un peso incredibile. La gente dell’Inter mi ha sempre amato e lo fa ancora, ma arrivare a giocare nell’Inter dopo i fenomeni che c’erano stati mi faceva paura. Era incredibile, passare da Brescia alla grande città, Milano, per giocare con l’Inter. Passare da Suarez, Corso, Mazzola a Beccalossi, erano emozioni impressionanti”

“È meglio giocare con una sedia che con Hansi Muller, perché con la sedia quando gli tiri la palla addosso ti torna indietro!”

pubblicato su Napoli n.4 del 22 dicembre 2018