Ragazzi, il pallone lo porto io!

Ragazzi, il pallone lo porto io!

FRAMMENTI D’AZZURRO

Ragazzi, il pallone lo porto io!

Il capitano azzurro ha mostrato in questo inizio di stagione del Napoli di essere consapevole del suo ruolo

di Giovanni Gaudiano

La prima foto che abbiamo scelto serve anche un po’ a sorridere sull’argomento calcio di rigore. Più che datemi il pallone che vado a tirare, sembra che per la postura, per la determinazione e per lo sguardo perso non si sa verso quale parte dello stadio e verso chi, Insigne volesse dire: «Fermi tutti, il pallone l’ho portato io. Sono il capitano e vado a tirare».
È andata bene. Il capitano azzurro ha mostrato in un momento delicato della partita di essere consapevole del suo ruolo. Ed ha potuto, a giusta ragione, esultare riprendendosi quel pallone che forse a fine partita si sarà davvero portato a casa.
A lui, dopo questo momento di Napoli – Venezia, non ci resta che chiedere di diventare sempre più il leader in campo di cui il Napoli ha bisogno, cercando anche di limitare le sconsiderate reazioni dei suoi compagni di gioco durante la partita.
Il riferimento va alla imperdonabile reazione di Victor Osimhen.
Al nigeriano, che stenta ad abituarsi al trattamento riservatogli dai difensori delle squadre italiane, proprio Insigne dovrà spiegare come va la storia e dovrà ricordargli che perdere la partita per un irragionevole comportamento non è ammissibile.
Ci sono pochi ma e nessun se: l’attaccante azzurro ha sbagliato, come dimostra la successiva ritrovata consapevolezza di sé che si palesa evidente nella seconda foto che proponiamo, dove nasconde il viso con la maglietta.
È giusto a questo punto appoggiare la seria sportività, non c’erano dubbi, messa in mostra su tale argomento da Patrizio Oliva che nei giorni dopo la gara ha fatto riferimento al regolamento, ha giustamente apostrofato il giocatore ed ha invitato tutti i napoletani ad evitare il ricorrente atteggiamento vittimistico.
L’allenatore e capitan Insigne dovranno aiutare Osimhen a tornare “humble” (umile) per giocare sopportando anche qualche fallo di troppo, rivalersi segnando tanti gol ed evitando che altri arbitri possano qualificarlo come un violento!

pubblicato su Napoli n.45 dell’11 settembre 2021

De Laurentiis: più fatti meno parole

De Laurentiis: più fatti meno parole

FRAMMENTI D’AZZURRO

De Laurentiis: più fatti meno parole

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo

di Giovanni Gaudiano

La storia del calcio a Napoli inizia sulla costa. I marinai inglesi che arrivavano nel grande porto di Napoli nei momenti liberi giocavano a football.
Tra i bagagli personali avevano sempre con loro un pallone di cuoio pronto per l’uso. Di quel gioco gli inglesi ancora oggi vantano di essere stati gli inventori, i maestri, anche se gli scozzesi non sono d’accordo. C’è però un dato innegabile: nel 1863 la Football Association, a Londra, decise di regolamentare il gioco creando l’unica garanzia possibile che gli avrebbe conferito il concetto dell’universalità.
Tra qualche giorno, il 1° agosto, la Società Sportiva Calcio Napoli compirà ufficialmente 95 anni. Non tutti sono d’accordo sull’anno di fondazione e neanche sul giorno. C’è chi afferma che il primo Napoli sia nato nel 1906, chi parla del 1922. E quelli che riconoscono come anno di partenza della storia azzurra il 1926 discutono sulla data che per alcuni non sarebbe il 1° ma il 25 agosto.
Ci limitiamo a constatare che il Napoli in ogni caso quest’anno compie 95 o 99 o addirittura 115 anni, un traguardo rilevante per una storia meravigliosa. Ed allora tanti auguri caro Napoli.
Dopo tutti questi anni l’interesse che ti circonda non è mai scemato. Ci sono gli appassionati che ti considerano quasi come un bene personale. C’è l’informazione che a suo modo segue le tue gesta. Oggi c’è poi anche il grande comunicatore che pensa di poter parlare come e quando vuole dalla sua improvvisata cattedra.

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo.
De Laurentiis di sicuro lo sa. Come sa bene che si è guadagnato in ogni caso un posto nella storia di questa società. Certo sarebbe meglio se la sua presidenza fosse contraddistinta da qualche significativo successo sportivo utile anche a bilanciare l’assenza di una carica di simpatia che il presidente considera inutile. Nessuno comunque può negare ad oggi, sino a prova contraria, la solidità economica del club, i bilanci in ordine che sono importanti ma che però non vanno in bacheca.
Il numero uno ha parlato dopo un lungo silenzio, dicendo cose condivisibili ed altre meno. Alcune ricostruzioni romanzate proposte da De Laurentiis fanno invidia a quelle utilizzate dallo scrittore Carlo Lucarelli nelle sue trasmissioni. Solo che Napoli non è il “mostro di Firenze” e gli appassionati e l’informazione hanno bisogno di notizie. Auspichiamo che le fantasiose ricostruzioni abbandonino il campo lasciandolo ai fatti. Volendo, De Laurentiis potrebbe, magari a Dimaro, spiegare come la società intende affrontare il problema Insigne per farci conoscere sulla vicenda del rinnovo il suo vero pensiero, senza lasciare spazio alla fatalità invocata con un laconico “sarà quel che sarà”.
La storia tra Insigne ed il Napoli riteniamo che per svariati motivi non possa essere trattata in maniera fatalistica. Di contro al capitano poi vorremmo chiedere, se il giocatore vorrà rispondere, di parlarci, senza fare dietrologia, dell’ultima gara della stagione, quella con il Verona, il cui andamento resta tutt’oggi inspiegabile.
Le parole di Aurelio De Laurentiis su Insigne sono quindi inaccettabili e ci permettiamo con educazione, ma con fermezza, di rimandarle al mittente.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

L’INCOGNITA

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

Una storia importante. Eppure al bivio. Trent’anni compiuti e un altro solo anno di contratto. Nel momento migliore della carriera

di Francesco Modugno

Dieci decimi di Insigne. Come quel numero che porta luccicante dietro la schiena. Icona e orgoglio. Simbolo del talento, bandiera del calcio di una Nazione. Il numero di quelli bravi. Che hanno fatto la storia azzurra. Rivera, Antognoni, Baggio, Del Piero, Totti… E ora lui. Il meglio! Mai era accaduto prima, tra Europei e Mondiale. Un dieci napoletano. Il dieci del Napoli. Il dieci che gli appartiene per colpi e genio. Ma che mai ha potuto avere. E onestamente neanche ha mai reclamato. Qualche foto se l’è sì fatta da ragazzino. E l’ha legittimamente magari anche sognata. La 10 qui è però un totem. È devozione e reliquia. È di Diego per sempre. E Diego lui se l’è tatuato addosso.
E allora si tiene stretta questa. Azzurra comunque; con quel nome, il suo, che è di fatto anche aggettivo di se stesso. Dal vocabolario: «Dicesi insigne di persona che si distingue per singolari doti, pregi, meriti, qualità». Insomma, l’insigne Insigne. Il 10 spesso con lode e acclamazione generale.
Insigne è ormai di tutti, è nazional-popolare; ha valicato i confini, rappresenta il Paese, è indipendente dalla squadra di club.
Ha uno status acquisito. Titoli e galloni. Che pure – paradossalmente – proprio a Napoli sono discussi. Quasi negati. La sua Napoli. Certi sussurri ancora si sentono. Basta una partita sbagliata, ancor più poi se è quella decisiva. Il capro espiatorio. Quello da additare. Un tiro a giro finito in curva ed ecco la litania. È la Napoli che da mamma si fa matrigna; che dai suoi figli pretende sempre di più; indifferente anche ai numeri, sebbene oggettivi.
109 gol fin qui; tanti di inequivocabile bellezza e quasi un centinaio di assist. Lassù, in alto. Tra i primi di sempre in ogni classifica speciale, anche delle presenze; e con la possibilità di scalarle tutte. Di comandarle. Insigne sta lì. Tra i bomber ha staccato Cavani e Sallustro. E adesso è a sei reti da Maradona; davanti ci sono solo Hamsik e Mertens. E anche per le presenze è appena giù dal podio; dietro Juliano, Bruscolotti e ancora Hamsik.
Una storia importante. Eppure al bivio. Trent’anni compiuti e un altro solo anno di contratto. Nel momento migliore della carriera. Maturità e continuità accertata. Valore riconosciuto. Apprezzamenti e titoloni. Dunque, grandi, pure le ambizioni; di ogni tipo. Il momento delle scelte; tipiche dell’età. Avrà opportunità e proposte, nuovi stimoli da cercare, valutazioni da fare e decisioni da prendere. Col cuore che però batte qua, pulsa a Napoli. Casa sua. La squadra sua.
Nella trattativa del rinnovo tutto sposterà. Tutto conta. Tutta ne determinerà l’esito. E a trattare si è in due. Il calciatore e la società. L’appuntamento è a dopo gli Europei, quando tutto sarà più chiaro. Scenari e ricchezza del mercato; corteggiatori platonici e reali acquirenti. E soprattutto saranno chiare le volontà, quelle ora solo percepibili. Date per scontato.
Ragione e sentimento dunque, e non per forza di cose opposte. Tutto sarà messo sul tavolo di un discorso da impostare; per certi versi da cominciare. Gli approcci hanno aperto varchi ora da percorrere.

Insigne e il Napoli è il romanzo di una vita. Scoperto da Peppe Santoro. Acquistato per 1500 euro più un po’ di palloni e un paio di biglietti di tribuna per assistere a un Napoli-Juventus. Un affare, non solo di cuore. I primi veri calci al pallone e i guadagni. Speranze e attaccamento. Dalle giovanili alla fascia da capitano. Dal Viareggio alla Champions. Dal debutto in A a Livorno con Mazzarri in panchina all’ultima esaltante stagione con Gattuso: diciannove gol e undici assist. Il miglior Insigne o quasi. Perché super lo era stato anche con Sarri. E così con Benitez, si era guadagnato i mondiali. Ora ha la stima di Mancini. Totale. E un obiettivo in testa che tiene per ora apparentemente lontano quella scadenza che pure tornerà a breve nei suoi pensieri: 30 giugno 2022. E la data è più vicina di quel che sembra; il calendario del calcio(mercato) ha altri tempi. E infatti ci pensa Vincenzo Pisacane, il suo procuratore. E ci pensa – ovvio – anche il Napoli. Che di Insigne ne riconosce le virtù tecniche e morali. Ma anche le aspirazioni economiche.
Il rischio è il tormentone. Una trattativa fatta e recitata, come da copione di ogni negoziazione. Ognuno farà la propria parte; rivendicando condizioni e trattamenti migliori, ostentando potere e alternative. Ma tendendo sempre la mano. Un rinnovo bello e (im)possibile.
Due i fronti. Insigne il campione all’ultimo grande contratto. Il Napoli la società solida e forte, ma comunque stressata nei conti e minata nelle strategie da una pandemia di sistema. Certezze e dubbi e due le opzioni. Offerta indecente e spiazzante da una grande d’Europa o trattativa potenzialmente lunga un anno; con lo spettro di arrivare a febbraio con Insigne libero di firmare per chi vorrà. Tanti i fattori. Il progetto, i legami e gli affetti, famiglia, denaro e immagine. E in più quella pressione addosso – ambientale e ancor più mediatica – da gestire in una città che non sai mai dov’è che si schiererà: qua o là, mischiando anima e portafogli, facendo proprie le sue verità.
Insigne è il capitano di fatto a scadenza. E non è il primo negli ultimi anni. Come già in passato, quando il calcio era un altro e altre erano anche le regole e a ogni rinnovo Totonno Juliano si impuntava trattando allo spasimo. Di recente ci è passato Paolo Cannavaro. Napoletano della Loggetta partito una notte in treno verso Sassuolo. Non andò benissimo. E anche per Hamsik fu un tiramolla di quattrini e volontà miste. Laute offerte, false ritirate, rilanci e tweet per bloccare (prima) e poi liberarlo per il Dalian. Quel Marek Hamsik era l’uomo di tutti i record. Quelli che Insigne può però battere. Ma ad una sola condizione: che rinnovi.
Una firma per la vita. D(i)ecideranno il Napoli e Insigne. Spalletti osserva interessato. Di 10 ne capisce.

*giornalista Sky Sport

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Prova d’orchestra prima del grande evento

Prova d’orchestra prima del grande evento

FRAMMENTI D’AZZURRO

Prova d’orchestra prima del grande evento

Ancora la Lazio al San Paolo per preparare la trasferta Champions col Barcellona. Insigne se ci sei batti un colpo!

di Giovanni Gaudiano

Stasera va in archivio la stagione più tormentata del calcio italiano. Per il Napoli di Gattuso sarà ancora una volta sfida alla Lazio di Simone Inzaghi al San Paolo. La partita non servirà a nessuna delle due squadre per centrare un obiettivo dopo che la Lazio, complice una panchina non all’altezza, si è afflosciata alla ripresa al cospetto di una Juventus che si cuce l’ennesimo scudetto sul petto in assenza di veri antagonisti. Il Napoli però sarà inevitabile che giochi con il pensiero rivolto alla Champions, alla sfida che può regalare un’emozione, un risultato inaspettato, un’imprevedibile possibilità per una stagione tormentata in campo, nello spogliatoio e fuori.
Sarà la partita una prova generale? Oppure Gattuso penserà di risparmiare qualche uomo per la sfida al Barcellona?

Le decisioni spettano al tecnico, che a questo punto conosce bene i suoi uomini ed avrà in mente da tempo le scelte che intende fare.
Tornando alla sfida con la Lazio, ci piace ricordare quella vinta nei quarti di finale della Coppa Italia a gennaio. Un vantaggio immediato e bellissimo con la travolgente azione di Insigne, il rigore sbagliato grossolanamente da Immobile, la doppia espulsione di Hysaj e Leiva. Pali, traverse, gol annullati, proteste e poi il Napoli in semifinale. Fu una partita emozionante ma gli azzurri quella sera rischiarono moltissimo, troppo. Era la Lazio nel suo momento migliore ed il Napoli era ancora alla ricerca di una precisa identità. Sono passati mesi, sembrano anni da quella sera e questa stagione, segnata da un nemico invisibile ma pericoloso di cui ancora oggi tutta l’umanità stenta a liberarsi, sta per chiudersi.
Che valore dare alla gara? Vincerla per il morale, snobbarla per conservare le forze o cercare di battere la squadra laziale per riaffermare che la stagione poteva andare diversamente? Non ci sono ricette né certezze in questi casi. Non ci sono calcoli più o meno riusciti. Bisogna andare in campo e pensare alla prestazione. Bisogna fare la partita per lanciare un messaggio che raggiunga i catalani: il Napoli vuole giocarsi tutte le sue possibilità.
Ed allora si fa appello al capitano. Un leader mai definitivamente conclamato in campo ma forse troppo influente nello spogliatoio. Non è più un giovane da scoprire Insigne con i suoi 29 anni ma potrebbe in questo scorcio finale di stagione legare il suo nome indissolubilmente alla storia della squadra che fu del grande Diego. Il pubblico da casa lo attende, non potrà seguirlo ma dovunque il Napoli giochi non sarà mai solo. E lui lo sa!

pubblicato su Napoli n.27 del 01 agosto 2020

Una buona serata per Insigne e la squadra azzurra

Una buona serata per Insigne e la squadra azzurra

L’EDITORIALE

Una buona serata per Insigne e la squadra azzurra

Un buon Napoli conferma la crisi della Roma di Fonseca e fa un passo in avanti verso l’impegno di Barcellona

di Giovanni Gaudiano

C’era da riscattare la gara d’andata che forse rappresenta nella stagione il vero momento di rottura tra la società e la squadra e la squadra di Gattuso ci è riuscita. Dopo quell’immeritata sconfitta, condita comunque da un secondo tempo incolore, il presidente ordinò il ritiro che di fatto segnò l’inizio dell’esautoramento di Carlo Ancelotti.
Acqua passata, anche se faremmo bene tutti a ricordarla senza travisarla con personalismi da stadio.
Il Napoli adesso ha un compito, dopo l’infelice trasferta di Bergamo, di giocare le rimanenti partite con due obiettivi: 1) Onorare la città, la classifica ed il proprio valore; 2) Utilizzare queste gare come delle prove generali per arrivare all’ultima vera sfida di questa stagione che ha un senso compiuto.
È inutile girarci attorno: il Napoli potrebbe non vincere tutte le restanti gare di campionato e invece superare il turno in Champions ed allora la stagione potrebbe ancora offrire emozioni, adrenalina, ancora un’altra serata appassionante proveniente dal lontano Portogallo, sede di un’inedita quanto affascinante final-eight.
La terra lusitana non è stata sempre generosa con la maglia azzurra ma nella storia c’è una data scolpita nella memoria di molti che sarebbe bello rivivere. Era un mercoledì, il 6 novembre del 1974, si giocava il ritorno dei sedicesimi di Coppa Uefa, allora tutte le partite europee erano concentrate al mercoledì, il Napoli di Vinicio ripeté il risultato dell’andata al San Paolo (1 a 0) e superò il Porto che aveva in panchina il brasiliano Aymoré Moreira. Il tecnico che nel 1962 aveva condotto la Seleçāo a vincere il mondiale grazie al grande Garrincha, nonostante l’infortunio occorso a Pelè, mandando in campo il ventiduenne Amarildo, che l’anno dopo arriverà in Italia al Milan. Il selezionatore carioca aveva sostituito sulla panchina del Porto il famoso Béla Guttmann, quello della maledizione al Benfica.

Quella sera il grande Sergio Clerici, un attaccante moderno per quei tempi, mandò in visibilio tutta Napoli che seguiva la gara alla radio con la competente radiocronaca dell’altrettanto grande ed entusiasta Sandro Ciotti con una rete passata alla storia.
Il radiocronista romano, che di partite internazionali ne aveva viste tante e sulla cui competenza calcistica riteniamo non ci siano dubbi, ebbe a dire che la prestazione del Napoli era stata tra le più belle offerte da una squadra italiana all’estero.
Chiuso l’amarcord torniamo brevemente a Napoli – Roma. La prestazione di Lorenzo Insigne ha dimostrato ieri sera che il giocatore può fare molto per questo Napoli. Può diventare più di un capitano il ragazzo di Frattamaggiore, può assurgere a punto di riferimento, a vero affidabile leader ma come giustamente ha osservato Gianni Di Marzio: “Quando Insigne non si allena e non è concentrato, fa cose troppo semplici. Ad esempio scarica sempre all’indietro. Invece quando è in forma non si ferma un attimo, salta l’uomo e a volte torna indietro ad aiutare la difesa. Deve allenarsi alla massima concentrazione senza credersi un fuoriclasse”.
Sono le parole di un uomo di calcio che ne ha viste tante e che conosce profondamente la materia. Se Lorenzo saprà farne tesoro ripartirà alla grande la sua storia in maglia azzurra e, segnando magari un momento storico per il Napoli, potrà cancellare la sensazione provocata da tutto quello che non ha saputo fare quando con una guerra personale ha probabilmente destabilizzato lo spogliatoio e la posizione apparsa chiara, vedi Genk, del precedente allenatore.

pubblicato il 06 luglio 2020