Gianni Di Marzio: “Non esisteva lo staff”

Gianni Di Marzio: “Non esisteva lo staff”

Gianni Di Marzio con Massimo Giletti e Fulvio Collovati

/ L’INTERVISTA

Gianni Di Marzio: “Non esisteva lo staff”

Oggi consulente ed opinionista, seminatore d’oro per due anni, parla del precampionato, della tattica e della tecnica

di Giovanni Gaudiano

Storie di ritiri, di lavoro sul campo per i giocatori e per gli allenatori. Di località alpine dove una volta la temperatura era sempre fresca ed ora spesso il caldo non molla la sua presa neanche a più di mille metri di altezza. Storie di allenatori, di quelli andati via, di quelli appena arrivati e di quelli confermati con la voglia di iniziare una nuova stagione vincente. Ma quanti sono stati i napoletani che hanno occupato la panchina del Napoli? Pochi, molto pochi e per troppo poco tempo, a scorrere la lista se ne trovano cinque: Egidio Di Costanzo, Rosario Rivellino, Gianni Di Marzio, Vincenzo Montefusco e Giovanni Galeone. Alla lista forse si potrebbe aggiungere l’indimenticabile Bruno Pesaola, argentino di nascita ma napoletano d’adozione e d’indole. Per i napoletani “veraci” spezzoni di stagione con l’unica eccezione di Gianni Di Marzio, al quale però non fu dato il tempo necessario per mettere in evidenza tutte le sue capacità, visto che nel suo primo anno, quello completo sulla panchina degli azzurri, ottenne un quinto posto qualificando la squadra per la coppa Uefa e perse in finale di coppa Italia a Roma con l’Inter, una gara condizionata dall’incolore prestazione del portiere Mattolini e di mister due miliardi, al secolo Giuseppe Savoldi, capocannoniere della manifestazione con 12 reti messe a segno in undici partite, rimasto a secco proprio nella finale di Roma. Gianni Di Marzio ha nella sua storia un palmarés importante ma bastano i due “Seminatore d’Oro” (premio antesignano dell’attuale panchina d’oro) ottenuti nel ‘72 e nel ‘76 per confermarne la capacità, il valore e la sua competenza che ha poi sviluppato con successo da direttore sportivo, da direttore generale e da responsabile dell’area estera della Juventus.

Il tecnico partenopeo con il Mago Helenio Herrera
Con lui iniziamo una chiacchierata partendo proprio dai ritiri, dall’evoluzione del pre-campionato e dalla differente preparazione che oggi svolgono le squadre nella fase estiva.

«Sono stato il primo allenatore a portare il Napoli in Alto Adige nel 1977 a Bressanone. La prima settimana di quel ritiro la squadra si allenò in alta montagna e poi scendemmo in città dove c’erano le attrezzature necessarie per rifinire la preparazione. A Bressanone infatti c’era una palestra grande quasi metà campo da calcio opportunamente attrezzata che ci consentiva di non interrompere il lavoro anche in caso di tempo cattivo. Ci trovammo molto bene».

Cosa è cambiato nel ritiro che oggi viene programmato per le squadre di calcio?

«Se parliamo della preparazione atletica, è giusto ricordare come l’allenatore fungesse anche da preparatore grazie ad una conoscenza approfondita della materia che si studiava a Coverciano con il professore Nicola Comucci, il primo valido insegnante di scienze motorie a cui la Federazione affidò i corsi riservati ai futuri allenatori. Vorrei ricordare come in quel periodo non esistesse lo staff che siamo abituati a vedere oggi, formato da 7/8 persone che collaborano con il tecnico in maniera specialistica. C’era solo l’allenatore in seconda. La preparazione (ed il suo studio) era interessante e importante soprattutto se, come ho fatto io, la si seguiva nei vari corsi delle varie categorie. Debbo dire che ho fatto l’allenatore per quasi 40 anni e grazie al tipo di preparazione atletica che ho adottato i miei giocatori non hanno mai sofferto per incidenti muscolari».

Parlando della preparazione cosa è cambiato nel programma e nella metodologia?

«Noi facevamo molto fondo, mettevamo tanta benzina nelle gambe. L’attenzione che veniva data alla capillarizzazione, che io considero ancora oggi la prima condizione per realizzare una valida preparazione, era massima. Si ricercava di dare ai muscoli dei giocatori la maggiore ossigenazione possibile, che poi aveva la sua funzione nello smaltimento dell’acido lattico accumulato nel corso di una partita di calcio. Si lavorava quindi sul potenziamento muscolare, sugli addominali e sulla resistenza con allenamenti sia in palestra sia soprattutto nei boschi che, presentando i classici sali/scendi, portavano anche ad un potenziamento delle gambe; poi arrivava la fase riservata alla velocità. Il mio programma di lavoro era distribuito su tutto l’arco della stagione, con l’ausilio di un diagramma che prevedeva le fasi e le riprese di lavoro mese per mese e che teneva in considerazione le variazioni climatiche e di conseguenza quelle dei campi da gioco».

Con Arrigo Sacchi
Cosa ne pensa della figura del preparatore?

«Nessuno discute la preparazione degli attuali specialisti ma voglio ribadire come la figura dell’allenatore racchiudesse in sé tutte le informazioni necessarie alla gestione della squadra. Non avevamo bisogno a fine partita di analizzare statistiche o particolari analisi per sapere quanto avesse reso questo e quel giocatore, mentre la valutazione dello stato di forma generale della squadra ci permetteva di programmare la settimana di lavoro variandola ed adeguandola alle esigenze che la gara ci aveva indicato. Era tutto concentrato nel bagaglio tecnico dell’allenatore. Nel mio caso, pur tenendo in grande considerazione la preparazione atletica, non ho mai tralasciato la parte riservata alla tecnica, con le mie squadre ho sempre lavorato moltissimo, come si fa in Brasile, sul pallone. Questo voleva dire sviluppo della tecnica individuale su tutti i cosiddetti fondamentali, velocità nell’esecuzione delle giocate e variazioni di ritmo; alla fine i giocatori non si annoiavano e lavoravamo molto bene con buoni risultati».

Cosa pensa delle tante amichevoli che si disputano oggi e delle lunghe ed a volte stressanti tournée alle quali molte squadre sono costrette?

«Ritengo che incida negativamente perché impone di accelerare la preparazione, che diventa di fatto una mini-preparazione, per permettere ai giocatori di andare in campo e rendere per i minuti stabiliti dal tecnico che è costretto ad alternarli nel corso di queste amichevoli. Alla fine si tratta di un compromesso che consente alle società di vendere il proprio brand a beneficio delle proprie casse ma la squadra finisce per risentirne per tutta la stagione».

Il Napoli ha iniziato la sua preparazione con assenze dovute agli impegni internazionali e con un mercato ancora in evoluzione. Cosa pensa che manchi alla squadra di Ancelotti per fare l’ultimo, decisivo salto di qualità?

«Manca la qualità (sorride ndr). Ci sono alcuni ruoli dove bisogna aumentare il coefficiente qualitativo. L’allenatore è indiscutibilmente un vincente, in squadra ci sono 6/7 giocatori all’altezza per lottare per lo scudetto ma non basta. Ci vogliono 3/4 giocatori di esperienza e qualità senza dover spendere cifre irragionevoli ma compiendo le scelte giuste. Il Napoli che ha vinto gli scudetti oltre a Maradona aveva in rosa tanti altri giocatori di grande qualità. Basta pensare a Giordano, Carnevale, Careca, Alemao, Bagni ed altri. I grandi giocatori, soprattutto negli ultimi trenta metri in attacco come in difesa, determinano la partita mentre al contrario gli errori dei giocatori non all’altezza condizionano i risultati in partite che andrebbero vinte. Tutto questo non intacca il percorso positivo che la nuova società ha saputo costruire in questi anni di crescita e che potrebbe avere un suo compimento con il definitivo innalzamento dell’asticella».

In tv con Andrea Carnevale
James Rodriguez rientra in questo tipo di giocatore necessario al Napoli?

«È un trequartista mancino di grande talento, sa calciare le punizioni, diciamo che è un classico numero 10 che deve giocare alla spalle di una prima punta. Non ha fatto sino ad oggi la carriera che poteva e può ancora fare, dipenderà anche da come Ancelotti deciderà di impiegarlo. Mi auguro che non ripeterà l’esperimento di adattare i giocatori al suo gioco».

Pensa che il Napoli con la coppia Koulibaly-Manolas si sia rinforzato in difesa?

«Si tratta di una coppia molto diversa rispetto a quella formata con Albiol. Lo spagnolo ha esperienza e carisma mentre Manolas è rapido, è un guerriero, con lui il Napoli acquista in forza fisica e la linea difensiva potrà giocare più alta. Alla fine c’è una sorta di compensazione ma va considerata anche l’età che è a favore del greco».

È stata una chiacchierata piacevole densa di spunti ma anche una piccola lezione erogata da un maestro di calcio che da molto tempo si diletta a fare anche l’opinionista televisivo in vari salotti, cercando di spiegare con la passione e la competenza che lo contraddistingue questo mondo che molti hanno voluto rendere complicato e difficile anche se in realtà, pur avendo le sue ben precise regole, è più semplice di quanto sembra.

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019

Il ritiro e l’importanza economica di Dimaro

Il ritiro e l’importanza economica di Dimaro

/ L’APPROFONDIMENTO

Il ritiro e l’importanza economica di Dimaro

La località alpina è oramai la seconda casa del Napoli e la meta fissa per le vacanze di molti tifosi azzurri

di Francesco Marchionibus

Anche quest’anno il Napoli ha dato l’avvio alla propria stagione a Dimaro, la splendida località della Val di Sole in cui la squadra partenopea effettua il ritiro precampionato oramai dall’estate del 2012.

Dimaro già detiene, nella storia della società azzurra, il record per aver ospitato il maggior numero di ritiri consecutivi (dopo aver superato i sette anni del Ciocco, il centro toscano che ha vissuto negli anni settanta la preparazione precampionato delle squadre di Chiappella, Vinicio e Pesaola); ma la striscia di presenze è destinata ad allungarsi ulteriormente, visto che la SSC Napoli all’inizio di quest’anno ha concluso un nuovo accordo con il sistema turistico Trentino (Assessorato al Turismo, Trentino Marketing, Apt Val di Sole e Comune di Dimaro Folgarida) per il triennio 2019 – 2021.

Sempre più azzurra, dunque, la Val di Sole, e sempre più forte il legame tra Dimaro, la squadra ed i tifosi. A rafforzare questo legame contribuisce poi anche la durata del ritiro: quasi nessuna tra le squadre più importanti, sia italiane che internazionali, si trattiene nella stessa località per un periodo lungo come quello dei partenopei, che soggiornano a Dimaro per ben tre settimane.

La maggiore durata del ritiro, prima di partire per le amichevoli di lusso in giro per il mondo, ha per il Napoli diversi effetti positivi.

Innanzitutto ne beneficia la qualità della preparazione dei calciatori, fondamentale per affrontare al meglio la stagione agonistica. Come dichiarato dal mister Ancelotti in occasione della presentazione del ritiro: “Una preparazione ideale è di cinque settimane e poterne svolgere tre a Dimaro Folgarida per noi è perfetto”.

Il sindaco di Dimaro Lazzaroni

In secondo luogo, la permanenza più lunga dà maggiori possibilità di avere un contatto diretto con i propri beniamini ai tifosi azzurri, soprattutto a quelli provenienti dalle regioni settentrionali e dall’estero, che durante l’annata calcistica hanno ovviamente meno opportunità di seguire da vicino la propria squadra del cuore.

Ma gli aspetti positivi del ritiro a Dimaro così come concepito dal Napoli non sono solo quello tecnico e quello del coinvolgimento della tifoseria, c’è anche un importante risvolto di carattere economico, che coinvolge sia la stessa società azzurra che i territori che la ospitano.

La crescita che il brand Napoli ha registrato nelle ultime stagioni ha consentito al presidente De Laurentiis di ottenere nell’ambito dell’accordo con il sistema turistico Trentino un compenso di oltre due milioni di euro per il periodo 2019 – 2021, con un deciso incremento rispetto ai circa 600mila euro ottenuti per il 2018 e soprattutto rispetto al milione e 200mila euro introitati per il triennio 2015 – 2017.

A fronte dei compensi corrisposti al Napoli, è evidente che Dimaro e tutto il territorio della Val di Sole ricevano importanti benefici in termini di pubblicità e comunicazione, e questo proprio grazie alla importanza e alla diffusione che il marchio Napoli ha raggiunto a livello sia nazionale che internazionale.

Tutto ciò ovviamente consente alle attività ricettive e commerciali della zona di ottenere importanti ritorni economici, che se hanno il loro picco nel periodo del ritiro (l’anno scorso si sono registrate a luglio oltre 40.000 presenze) si estendono però, grazie alla bellezza della Val di Sole e all’ospitalità della propria gente, anche agli altri periodi dell’anno.

In sostanza anche il ritiro è un business, ma quest’anno l’accordo tra SSC Napoli e sistema turistico Trentino ha particolare valore sotto l’aspetto “sociale”: i tifosi napoletani, con la loro entusiastica partecipazione al ritiro, possono aiutare Dimaro a riprendersi definitivamente dopo i tragici eventi atmosferici dello scorso ottobre.

Parlano di Dimaro:

“In Trentino mi sento in un ambiente piacevole, con una cultura dell’ospitalità e del lavoro simile alla mia visione della vita. Dove si lavora per risolvere i problemi”

Aurelio De Laurentiis

“Siamo stati benissimo in Trentino, abbiamo trovato strutture ottime e sono molto contento di poter tornare a Dimaro”

Carlo Ancelotti

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019

Quando Dimaro sembra la nostra Napoli

Quando Dimaro sembra la nostra Napoli

/ COPERTINA

Quando Dimaro sembra Napoli

Da nove anni la località alpina ospita il ritiro del Napoli e la pacifica invasione dei suoi fantasiosi tifosi tra i boschi, l’aria fresca e la cucina

di Lorenzo Gaudiano

È estate. Solitamente la meta preferita è il mare per sconfiggere il calore con qualche bagno e mettere da parte per qualche tempo lo stress maturato nel corso dell’anno.

C’è invece chi alla sabbia preferisce l’aria di montagna, il giubbino alla crema solare. Una buona parte dei tifosi napoletani da nove anni a questa parte sceglie di seguire la propria squadra del cuore in Trentino, a Dimaro-Folgarida, per staccare la spina nella splendida e bucolica cornice della Val di Sole e tornare a respirare l’aria del grande calcio con la preparazione estiva del Napoli e le prime amichevoli.

Nel paesino di circa 2100 abitanti manifesti con la nuova maglia da gioco indossata da Insigne, Milik, Zielinski, Koulibaly e Fabiàn Ruiz troneggiano un po’ dappertutto e il percorso verso lo stadio di Carciato è sempre affollato e lo sarà ancora di più con il passare delle settimane. Un tir che ospita lo store del Napoli con la nuova divisa già a ruba, nonostante l’imperituro dibattito tra tradizione ed innovazione ed il parere discordante di tifosi ed addetti ai lavori, il grande seguito alle due sedute giornaliere di allenamento, cosa non possibile a Castel Volturno durante la stagione, e poi le fotografie di rito con i calciatori selezionati a turno e gli eventi serali in piazza per vivere con la squadra quella che non costituisce soltanto una fase iniziale della stagione ma un momento determinante per cominciare con il piede giusto in campionato e nelle varie competizioni in cui il Napoli sarà impegnato.

Quindi, Dimaro o Napoli? Una domanda a cui è difficile rispondere, per la grande affluenza che si registra ogni anno. Saranno i boschi, il kayak, l’aria fresca, i canederli, lo strudel o semplicemente la passione di un popolo che in questo periodo dell’anno ha lo spirito e la forza di riunirsi anche lontano dal Vesuvio e dal mare per offrire il proprio sostegno alla squadra.

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019

Dimaro, dimora fissa della squadra azzurra

Dimaro, dimora fissa della squadra azzurra

/ TESTIMONE DEL TEMPO

Dimaro, dimora fissa azzurra

Quando si andava ad Agerola e i palloni di Canè finivano in mare. A Folgaria con Agostinelli prima del fallimento. Poi, un’altra storia

di Mimmo Carratelli

De Laurentiis ed il Trentino

Dimaro, ancora e sempre a Dimaro, nono anno in Trentino per il ritiro precampionato del Napoli. Con De Laurentiis cominciammo a Paestum con un solo pallone e trentatré giocatori a disposizione di Ventura. Il primo precampionato di una storia nuova. Era il 2004, una vita fa. Dopo l’anno a Tarvisio (2005) e i quattro in Austria (2006 Hermagor, 2007 Feldkirchen, 2008 Jennersdorf, 2009 Lindabrunn), una puntata a Folgaria (2010), poi Dimaro dal 2011 e niente più. Da Walter Mazzarri ad Ancelotti, passando per Benitez e Sarri. Storie di varia umanità dei precampionati del Napoli dall’origine dell’usanza a oggi. Progetti di scudetto, capitomboli, avventure e disavventure. Le estati azzurre.

Agerola ed i palloni di Canè

Andavamo su ad Agerola, 1962, con la risata argentina di Pesaola e andavamo giù a … mare a raccogliere i palloni che Faustinho Canè calciava fuori dal campo. Il brasiliano aveva 23 anni e una catapulta nei piedi. Pesaola ne fece poi un attaccante di successo, il nostro bomber di cioccolato. Ad Agerola arrivò Humberto Rosa dalla Juve, un po’ sulle sue. E, per la prima volta, apparvero in prima squadra Juliano e Montefusco, Totonno non ancora ventenne, Enzo 17 anni. Facevamo ritiri precampionato che erano scampagnate. Non i romitaggi a cinque stelle di oggi. Negli anni Trenta, Garbutt aveva portato il Napoli in ritiro a Sant’Agata sui Due Golfi. La squadra alloggiava alla Pensione Jaccarino. Un anno, 1940, il Napoli fece il precampionato al Vomero, anni di guerra, c’era poco da scialare. Il Napoli tornò a Sant’Agata con Felice Borel nel 1948. C’erano Suprina e Manola. Non c’era più Cherì Sentimenti dopo dodici campionati in maglia azzurra, tutta la sua carriera nel Napoli, tutta la sua vita al Vomero. Nel 1957 il Napoli si preparò a Rieti alloggiando all’Albergo Quattro Stagioni. A Sulmona, nel 1960, si presentò uno squadrone con gli attaccanti Di Giacomo, Gratton, Pivatelli, Del Vecchio e Tacchi. Fu il Napoli che doveva vincere lo scudetto e finì in serie B.
L’anno prima dell’Agerola, gli azzurri fecero il primo precampionato al Nord. Fioravante Baldi, 1961, portò la squadra nella malinconia friulana di Tarcento. Gli allenamenti si svolgevano sul campetto dell’oratorio della parrocchia. Tornammo “vicino” casa nel 1963 con Bob Lerici che consigliò Avezzano.

In ritiro con il petisso

Poi venne L’Aquila per tre anni di seguito, Grand Hotel du Parc, fuori città. Pesaola improvvisò tre estati divertenti. Il primo anno, c’erano Panzanato e Girardo, Bandoni in porta, Juliano ormai leader. L’ultimo, 1965, la comitiva più allegra di tutti i tempi. Fiore aveva appena preso Sivori e Altafini. Il petisso fu l’irresistibile capocomico di una banda spensierata. Uscimmo dai confini meridionali nel 1967, destinazione Abbadia San Salvatore, “scoperta” da don Antonio Corcione. Hotel Tondi. Arrivarono Zoff e Pogliana. Dopo l’anno a Coira, in Svizzera, 1969, decisamente una località esotica, il Napoli scoprì e valorizzò il Ciocco. Non c’era quasi niente. Gli azzurri dovevano scendere a Barga e a Gallicano per allenarsi. Fu il Napoli di Zoff, Altafini, Hamrin, Sormani a pubblicizzare la località toscana andandovi per sette anni di seguito.

Dal Ciocco a Bressanone con Di Marzio

Il Ciocco divenne un posto turistico rinomato. Era una vasta proprietà che iniziava sulla provinciale Lucca-Barga e terminava sui crinali del monte Lama a 1200 metri. Settecento metri sul livello del mare, tutto il cibo era prodotto sul posto. Il pesce arrivava da Viareggio. Il Ciocco diventò un grande Centro sportivo e una località mondana con tavernette suggestive e un night-club. Gianni Di Marzio, nel 1977, scelse Bressanone. Prima tappa a Plancios, quota 1890 metri, Hotel Fermeda. Un giorno il Napoli si perse sui sentieri dolomitici. Accorsero due tedeschi su grosse moto che portarono la squadra a rifocillarsi in una baita con vino e focacce. La squadra camminò per 23 chilometri, disorientata da una frana. Poi, Bressanone, 560 metri sul livello del mare, Hotel Temlhof.

Prima Krol, poi Diego a Castel del Piano

Nell’anno di Krol andammo a Castel del Piano, 60 chilometri da Grosseto, ai piedi del monte Amiata, tra boschi di castagni, faggi e abeti. Hotel Impero. Daniel Bertoni e Oscar Damiani si dettero da fare con due ragazze giunte appositamente. Krol scompariva nella notte. Nel 1982, il ritiro fu a San Terenziano, in provincia di Perugia, Hotel dei Pini. Fu l’anno di Giacomini dalla rilevante capigliatura. Arrivò il triste Ramon Diaz. Bruscolotti, Vinazzani, Carmando e Di Meo si sfidavano in furenti partite di tressette. Con Maradona il Napoli tornò a Castel del Piano, trentamila tifosi al seguito. Era il 1984. Hotel Impero. Indimenticabile la prima rovesciata volante di Diego nella partitina contro i dilettanti di Castel del Piano. Orsini, il ragazzino che lo marcava e faceva il panettiere, avrebbe voluto abbracciarlo per la prodezza. Poi, cinque anni a Madonna di Campiglio. Per la “guerra” tra Maradona e Bianchi, la località venne soprannominata Madonna di Scompiglio.

La pace di Lodrone

Grande sceneggiata, nel 1988, a Lodrone. A maggio c’era stata la rivolta contro Bianchi e Maradona aveva attaccato pesantemente il tecnico. Il 31 luglio grande tavolata nel giardino dell’Hotel Lodron, 13 bottiglie di frizzantino pronte. Diego, cerchietto d’oro tempestato di diamanti all’orecchio sinistro, accompagnato da Moggi, avanzò verso Bianchi e gli tese la mano. Fu la Pace di Lodrone. Vipiteno fu scelta a sorpresa nel 1990. Poi Molveno per due anni, un grande lago e le Dolomiti di fronte. Hotel Belvedere. Maradona non c’era più. C’era ancora Zola. Allenatore Claudio Ranieri, gran parlatore di calcio. Arrivò Laurent Blanc. L’anno dopo, si aggiunse Fonseca. Di nuovo a Madonna di Campiglio nel 1993 con Lippi, poi di nuovo a Castel del Piano e al Ciocco, 1995, con le battute di Boskov. A Predazzo, nel Trentino, 1999, Novellino allenava i portieri bendandogli un occhio, poi tutti a piedi nudi nelle acque gelate di un ruscello.

Dalla mountain-bike di Zeman alla rinascita di Paestum

A Brusson, dove aveva villeggiato Togliatti, il Napoli andò prima con Zeman, poi con De Canio. Con Zeman (solo lui si spostava in mountain-bike, proibita ai giocatori) corse di dieci chilometri nei boschi e tuffi nelle acque fresche del fiume Evancon. Grande novità, nel 2002, Riscone con Colomba. A Folgaria l’anno dopo con Agostinelli. Stop. Il Napoli si dissolse in tribunale. Dopo il fallimento, Paestum fu il ritiro approssimativo del 2004. San Gennaro portò in dono Aurelio De Laurentiis che rifece il Napoli. Non c’era più niente. Montervino e Montesanto comprarono un paio di palloni. Cominciò un’altra storia.

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio  2019

Gianni De Biasi: a Dimaro un clima familiare

Gianni De Biasi: a Dimaro un clima familiare

/ L’OPINIONE

Gianni De Biasi: a Dimaro un clima familiare

L’ex tecnico dell’Albania parla della scelta del precampionato partenopeo e della nuova difesa del Napoli

di Giovanni Scotto

Si parte. C’è chi vola in America, c’è chi preferisce il Qatar e c’è chi, come il Napoli, resta fedele alla tradizione. Fino al ventisei luglio gli azzurri saranno a Dimaro per preparare la prossima stagione. Un appuntamento che si ripete da nove anni e che vede protagonisti i tifosi azzurri, pronti ad invadere pacificamente la Val di Sole. Per Ancelotti saranno tre settimane importanti per mettere a punto progetti ed idee di carattere tecnico-tattico, per valutare alcuni calciatori ancora in bilico e per accogliere quelli che a breve arriveranno. I vantaggi del ritiro “old style” sono innegabili secondo l’opinione di Gianni De Biasi, allenatore di grande esperienza nazionale e internazionale.

Fino al 26 luglio il Napoli lavorerà a Dimaro per prepararsi alla prossima stagione: dal momento che tante società partiranno sin da subito per le tournée, quale importanza continua a rivestire, oggi, il ritiro precampionato?

«Se ci sono le condizioni, è sempre positivo portare avanti un certo tipo di lavoro. Un minimo di preparazione serve, ritengo sia indispensabile per costruire il gruppo, per sistemare la squadra, per conoscersi reciprocamente. Poi capisco anche le esigenze economiche dei club che oggi come oggi hanno bisogno di fare cassa partecipando a queste tournée. Si potrebbe trovare un compromesso, magari non più le tre settimane ma almeno una decina di giorni perché un certo tipo di lavoro, alla fine, giova a tutti».

Ventuno giorni, sembra un ritiro d’altri tempi. Ormai in pochi li fanno così lunghi.

«È vero. Si tratta di un segnale dei tempi che cambiano. Prima non si facevano amichevoli internazionali o tournée all’estero, oggi le cose sono cambiate. Eppure il Napoli riesce a fare un ritiro così lungo senza rinunciare ad amichevoli di prestigio. Evidentemente hanno capito che è il modo migliore per preparare la stagione, e anche Ancelotti lo sa. A Dimaro si lavora bene, e i calciatori sono contenti di stare lì. Mi risulta che spesso i loro familiari li raggiungono per stare qualche giorno insieme. Insomma c’è un clima familiare. Anche De Laurentiis sta in Trentino in pianta stabile per tutto il periodo, sposta lì il suo quartier generale. Anche questo ci fa capire come per il Napoli sia più di un semplice ritiro precampionato. Ma una vera e propria sede estiva».

In ritiro la squadra ritroverà il “vecchio allenatore” mentre le altre big del campionato hanno dato vita ad una vera e propria rivoluzione tecnica: può essere un ulteriore vantaggio per gli azzurri?

«In linea del tutto teorica è sicuramente un vantaggio, poi il calcio ci ha abituato a tante sorprese, sia in positivo che in negativo. Certo, lavorare con un gruppo che già conosci e che hai avuto modo di plasmare lo scorso anno è positivo, ti consente di accelerare la programmazione mentre gli altri dovranno ripartire da zero. Carlo potrà fare tutto con calma, il tempo può essere un alleato prezioso in questo senso perché non hai né l’esigenza né l’obbligo di soffermarti su determinati aspetti che inevitabilmente rallentano il percorso di formazione della squadra».

Fuori Albiol, dentro Manolas: cosa perde e cosa guadagna il Napoli con questo avvicendamento?

«Manolas è una garanzia sotto il profilo fisico e tattico. Ha grande corsa ed esplosività, proprio come Koulibaly. Poi penso che il passaggio dalla Roma al Napoli possa solo fargli bene sotto il profilo della voglia e delle motivazioni perché a un certo punto, per un calciatore, è anche giusto cambiare per trovare nuovi stimoli altrove. Non penso che questo avvicendamento possa in qualche modo compromettere la solidità difensiva del Napoli perché sono certo che Manolas si adatterà molto bene alle richieste di Carlo Ancelotti».

Tre settimane importanti anche sotto il profilo tattico: Ancelotti ripartirà dal 4-4-2 o si aspetta qualcosa di nuovo anche in relazione alle recenti voci di mercato?

«Prematuro parlarne adesso, l’unica certezza è rappresentata dalla difesa a quattro perché Carlo è sempre partito da questa base. Poi molto dipenderà dalle caratteristiche dei giocatori che gli verranno messi a disposizione, lui è uno bravo a cucire l’abito giusto in base al materiale di cui dispone, non ha preconcetti in questo senso».

Il Napoli ritroverà sulla panchine della principale rivale quel Maurizio Sarri etichettato come traditore: da collega, come valuta la scelta dell’ex allenatore azzurro?

«Maurizio ha fatto la scelta giusta, si è guadagnato questa opportunità sul campo e a sessant’anni non poteva certo farsi sfuggire questa possibilità, peraltro dopo aver vinto anche a Londra, alla sua prima esperienza all’estero. La Juventus ha una grande società e una grande squadra, lui è un professionista e ha agito rispettando il suo lavoro. Per lui sarà una grandissima sfida, impegnativa ma al tempo stesso anche emozionante».

E il futuro di Gianni De Biasi?

«Per ora sono in vacanza (ride, ndr). Aspetto la chiamata giusta per ritornare in pista».

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019