La grande importanza del centrocampo

La grande importanza del centrocampo

DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

La grande importanza del centrocampo

Gianni Di Marzio spiega dal punto di vista tecnico, tattico ed atletico il reparto nevralgico della squadra di calcio

di Lorenzo Gaudiano

Ci sono sempre dietro gli inglesi quando si parla di calcio. Del resto, come potrebbe essere altrimenti visto che sono stati proprio loro ad inventarlo. Anche a proposito di una parola come “centrocampista”, che a tutti gli effetti sembra italiana nella sua struttura morfologica, il loro zampino non manca, perché Gianni Brera le diede vita traducendo proprio dall’inglese “midfielder”.
Nel corso degli anni grazie al Grangiuàn il vocabolario calcistico si è enormemente arricchito, perché anche il calcio stesso non ha mai smesso di evolversi, come un essere vivente vero e proprio. Un aspetto si può dire però che non sia cambiato, ovvero che il centrocampo costituisce il reparto nevralgico di una squadra di calcio. Il giornalista lombardo scrisse che «il centro­campista ha da avere istintivo o quasi il senso geometrico del gioco. Senza quello è votato al fallimento perché il centrocampo è un mare nel quale facilmente si affoga…», definizione ancora oggi attuale, come se il gioco fosse rimasto sempre uguale a se stesso e gli interpreti a cambiare.
Per affrontare un argomento così delicato come l’importanza del centrocampo occorreva una figura professionale che dal punto di vista tecnico-tattico consentisse di andare in fondo alla questione, aiutasse con la sua esperienza dentro e fuori dal terreno di gioco a capire le difficoltà nella costruzione di questo reparto, chiarisse una volta per tutte che per quanto il calcio cambi nel tempo le nozioni basilari restano sempre le stesse. Gianni Di Marzio, ex allenatore, consulente di mercato in campo internazionale ed attualmente opinionista televisivo, è la persona più adatta con cui iniziare una simile conversazione.

Tecnicamente parlando, qual è la funzione del centrocampo?

«Il centrocampo è il fulcro del gioco. A prescindere dai moduli impiegati è chiaro che in mezzo al campo occorrano giocatori dai piedi buoni che vedano il gioco, sappiano giocare sul lungo e sul corto, siano in grado di servire gli attaccanti in fase offensiva ma al tempo stesso in quella difensiva compiano i giusti movimenti sia sugli esterni che nelle zone centrali della retroguardia difensiva».

Per fare tutto questo occorre una certa prestanza fisica.

«La fisicità deve essere complementare alla tecnica e all’acume tattico. In una squadra oltre ai calciatori dotati di fantasia sono necessari anche i cosiddetti portatori di acqua. Del resto, per costruire una casa infatti non c’è bisogno solo di un architetto ma anche di un ingegnere, un geometra».

Anche perché oggi senza forza fisica non si va da nessuna parte.

«In Europa, guardando le partite dei campionati internazionali, si soffre molto se a centrocampo non si schierano giocatori molto dotati dal punto di vista fisico. A fare la differenza è anche la rapidità del passo, perché solitamente quando si parla di atleti prevalentemente muscolari il passo è cadenzato mentre il calcio di oggi deve essere necessariamente veloce».

Quindi il centrocampo, se possibile, va costruito così.

«Naturalmente la difficoltà principale consiste nell’abbinare tra loro le caratteristiche dei giocatori. Non è sufficiente avere in campo un regista che con la sua tecnica veda il gioco a 180 gradi e sappia eludere il pressing alto degli avversari anche essendo di spalle alla porta avversaria o palla al piede in zone pericolose. Accanto a lui è importante disporre di calciatori che abbiano gamba, corsa e il giusto tempismo nei raddoppi di marcatura e negli inserimenti senza palla. Per chi ne ha in rosa, anche il trequartista è importante perché oltre al grande lavoro in fase offensiva per servire gli attaccanti o i compagni che partono da dietro gli viene richiesto grande sacrificio in copertura».

Oggi però sembra che la fisicità stia prevalendo sulla tecnica individuale.

«Rispetto al passato il gioco è cambiato in maniera significativa. Prima la mentalità di gioco era senza dubbio più difensiva, si lanciavano più palle lunghe in verticale con cinque/sei giocatori che ripartivano in contropiede sfruttando la profondità. Oggi tutti gli allenatori moderni vogliono far iniziare l’azione di gioco dal portiere, che si allena più con i piedi che con le mani. Senza giocatori dai piedi brasiliani o croati, per me i più forti dal punto di vista tecnico, questa tipologia di gioco è difficile da realizzare».

Il centrocampo, quindi, non è soltanto una questione di numeri.

«Ci sono tanti moduli di gioco che ti garantiscono una differente copertura del campo, fattore importante per vincere le partite. In caso di uno schieramento a tre per esempio, il più frequente oggi, bisognerebbe avere un playmaker con visione di gioco, buona proprietà di palleggio e intelligenza tattica in fase di non possesso, utile a supportare la difesa in caso di attacco sugli esterni nel gioco aereo e nelle marcature. Gli altri due centrocampisti invece dovrebbero creare le famose catene a destra e sinistra con raddoppi di marcatura e sovrapposizioni».

Cosa cambia con un centrocampo a quattro?

«Le linee tra difesa e centrocampo si accorciano. C’è minor fatica dal punto di vista atletico e una maggiore distribuzione di energie a centrocampo con un uomo in più. Si gioca in uno spazio più stretto che permette alla squadra in possesso di palla di partire con più di un giocatore in fase offensiva e mettere in difficoltà gli avversari. Naturalmente per far questo i centrocampisti devono essere completi, avere caratteristiche sia difensive che offensive».

A questo punto completiamo, a cinque invece?

«C’è maggiore copertura sia sugli esterni che in mezzo al campo. Il difetto principale però è la carenza di uomini che attaccano l’area di rigore. È un po’ come avere una coperta corta: ci si copre i piedi ma la parte superiore rimane scoperta».

Dovendo identificare a tuo avviso una squadra con un centrocampo forte in Italia, chi mi indicheresti?

«In questo momento il Milan, perché propone il giusto abbinamento tra qualità individuale e fisicità. Oltre a questo, i suoi centrocampisti hanno grande personalità e beneficiano dell’aiuto degli attaccanti in copertura e nella transizione dalla fase difensiva a quella offensiva».

Ora spazio ai ricordi. Qualche centrocampista tra i più forti a tuo avviso.

«Beh, ce ne sono davvero tanti. Boniek per esempio, Suarez, Corso, Rivera, Mazzola. Più ne dico, più me ne vengono in mente».

Invece il centrocampo più forte nella storia del Napoli?

«Quello degli Scudetti senza ombra di dubbio. È vero che c’era Maradona ma attorno aveva centrocampisti straordinari come Alemao, Bagni, Romano etc.».

Per chiudere, in Supercoppa non è andata come ci si augurava.

«Per le caratteristiche del Napoli la gara è stata impostata bene, con una linea difensiva bassa finalizzata alla ripartenza in contropiede, anche se è venuta a mancare un po’ di personalità. È chiaro che contro la Juventus peggiore degli ultimi dieci anni con una squadra più propensa al pressing alto e maggiormente capace di giocare con una difesa più alta la partita sarebbe stata diversa ma ciò non rientra nelle caratteristiche degli azzurri».

In tante partite però si è visto comunque questo tipo di gioco. Il Napoli quindi ha i centrocampisti giusti?

«Credo di no. Ruiz e Bakayoko hanno un passo simile ma con caratteristiche diverse. Se uno dei due non gioca, c’è Demme che comunque non è un vero e proprio costruttore di gioco. Zielinski ora sta giocando da trequartista ma in realtà è una mezzala sinistra. Un giocatore utile che subentra nella maggior parte delle partite come primo cambio è Elmas. È vivace, ha carattere, sa dribblare, ha piedi buoni, non è ancora potente fisicamente ma può diventare un giocatore importante. A mio avviso Gattuso lo farebbe giocare ad occhi chiusi dal primo minuto ma evidentemente deve stare attento a certe gerarchie nello spogliatoio».

pubblicato su Napoli n.32 del 30 gennaio 2021

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio dalla matita di Enzo Troiano

AGORÀ – DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio spiega quale calcio vedremo ora in avanti. Più possesso alla spagnola e partite ravvicinate all’inglese

di Lorenzo Gaudiano

La ripartenza dopo tre mesi di inattività, una riflessione sul calcio che verrà e su tutte le problematiche inerenti alla preparazione atletica dei calciatori e una considerazione sul presidente della FIGC Gabriele Gravina, che ha dovuto gestire un momento davvero delicato. Sono temi molto interessanti di cui discutere con Gianni Di Marzio, una persona competente e di grande esperienza calcistica visto che in carriera è stato allenatore a tutto tondo, dirigente sportivo ed attualmente è osservatore e consulente di grandi società oltre che affermato e richiesto opinionista da tutti i media. Il calcio è da sempre parte importante della sua vita. Farne a meno è stato, anche per lui, davvero difficilissimo.

Da un’abbondanza di partite ci siamo ritrovati completamente senza. Quanto ci è mancato il calcio?

«Tantissimo, per tutti gli appassionati è come se fosse mancato l’ossigeno. Dopo tre mesi quasi certamente saremo tutti assetati di partite, anche se ci troveremo ad assistere a qualcosa di completamente diverso. Sarà un calcio senza pubblico, senza quell’agonismo e temperamento abituali, senza quella tensione per il risultato a cui solitamente si assiste sui campi, quindi un calcio più tecnico. Le squadre che propongono una filosofia di gioco basata sul possesso palla, per intenderci alla maniera iberica, sicuramente avranno grandi vantaggi».

In questi ultimi anni siamo passati da un tradizionale calcio domenicale a quello distribuito in tutta la settimana. Come ha reagito il calcio italiano a questo cambiamento?

«All’estero ormai sono tanti anni che si arrivano a giocare persino tre partite alla settimana senza pensare troppo alle possibili conseguenze. In Inghilterra, ad esempio, da sempre si gioca persino nella settimana di Natale e Capodanno perché da quelle parti non conta soltanto il campionato ma anche le coppe nazionali. In Italia invece sia psicologicamente che fisicamente non siamo mai riusciti a sopportarlo. Qui molti allenatori spesso praticano in match ravvicinati turnover massicci che finiscono per alterare completamente i meccanismi della squadra stessa».

Che calcio vedremo?

«Sicuramente sarà un calcio molto condizionato dal punto di vista psicologico. Ci sono situazioni in campo che nel corso di una partita, a prescindere dal protocollo sanitario, sarà difficile controllare in piena sicurezza. Basta pensare alle marcature strette a uomo, agli starnuti casuali, al sudore inevitabile, alle spinte istintive durante i contatti tra i calciatori per comprendere che in campo il pensiero non sarà rivolto soltanto alla partita. Ed è per questo che assisteremo ad una tipologia di calcio a cui non siamo abituati».

Che finale di campionato c’è da aspettarsi?

«Sarà un campionato anomalo, perché tutte le squadre ripartiranno da zero. Solitamente tra una stagione e la successiva ci sono quaranta giorni di riposo prima di cominciare la preparazione, che attraverso un lavoro di capillarizzazione consente alla muscolatura di smaltire l’acido lattico e al corpo di avere una maggiore ossigenazione. Ciò significa riempire il serbatoio fisico di benzina. A quel punto la macchina deve cominciare ad accelerare e per farlo è necessario provarla, quindi disputare delle amichevoli, acquistare il ritmo partita. In tre mesi i calciatori sono stati fermi per buona parte del tempo, gli allenamenti collettivi sono ripresi da poco e la grande differenza rispetto al consueto inizio di stagione sarà quella di dover disputare subito delle gare ufficiali. Magari nelle prime uscite ci sarà grande intensità in campo ma dopo gli infortuni muscolari saranno ricorrenti».

Per il Napoli c’è ancora speranza di riacciuffare il quarto posto?

«È molto difficile. I punti sono tanti, l’Atalanta deve anche recuperare una partita e gli azzurri dovranno giocare lo scontro diretto a Bergamo. Tra l’altro gli orobici sono tra i pochi a praticare un calcio europeo con verticalizzazioni e grande intensità. Gasperini per le sue esperienze nei settori giovanili ha sempre dato alle proprie squadre una filosofia offensiva. Per questo recuperare terreno non sarà affatto semplice».

Il presidente della FIGC Gravina in questi mesi ha mostrato equilibrio in un contesto sicuramente confuso e difficile. Riuscirà a dare al nostro calcio un orientamento più univoco?

«Lo considero la persona adatta perché è un uomo colto che con merito ha accumulato nel corso degli anni grande esperienza. Conosce le problematiche all’interno della federazione e sicuramente grazie ai tanti anni di gavetta saprà rinnovare il nostro calcio».

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

VERSO IL BARCELLONA

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

L’ex allenatore, oggi osservatore ed opinionista televisivo, analizza l’impegno agli ottavi di Champions contro il Barcellona

di Lorenzo Gaudiano

Martedì arriva il Barcellona al San Paolo. Come il Napoli con Gattuso, anche la squadra spagnola ha cambiato allenatore: fuori Valverde, dentro Quique Setién che, per chi non lo conoscesse, ha lanciato e valorizzato al Betis Siviglia Fabiàn Ruiz.
Allenatore come loro è stato Gianni Di Marzio, che di successi e soddisfazioni in carriera ne ha portati tanti a casa. La promozione in A con il Catanzaro nel ’76 e con il Catania nell’ ’83, il piazzamento Uefa proprio con il Napoli nel ’78 e due volte il Seminatore d’Oro, premio antesignano dell’attuale Panchina d’Oro.
Il tecnico napoletano, quindi, rappresenta il profilo più adatto per analizzare i cambiamenti in panchina decisi dalle due società, vista la sua esperienza di campo, che si affronteranno nel doppio confronto ad eliminazione diretta degli ottavi di Champions League.

Come per il Napoli, cambio in panchina anche per il Barcellona nonostante i due campionati consecutivi vinti ed il buon rendimento quest’anno in Liga. Ma questi avvicendamenti erano proprio necessari?

«Se in un club come il Barcellona è stata presa questa decisione, vuol dire che era diventato necessario un intervento. In un contesto di così grande prestigio, avendo a disposizione un organico di grandissimo livello, l’allenatore riveste un ruolo sicuramente importante, ma non determinante. Questa situazione è completamente differente da quella creatasi al Napoli, dove l’equilibrio è stato alterato senza alcun dubbio dalla decisione del presidente De Laurentiis di mandare la squadra in ritiro. Ancelotti a quel punto non è più riuscito a convincere i giocatori a seguirlo la sera stessa della partita contro il Salisburgo a Castelvolturno ed in quel momento i calciatori non si sono sentiti più protetti, schierandosi sia contro l’allenatore che contro la società».

Il problema oggi si può considerare risolto?

«I mancati rinnovi contrattuali a Mertens, Callejon e altri membri dell’organico hanno contribuito ad una frattura che non si può ricomporre con facilità. Il Napoli si è portato dietro per alcuni mesi una malattia senza curarla. I giocatori poi, e questo lo so bene in virtù della mia esperienza, pensano, come è giusto che sia, ai loro interessi e soprattutto al loro futuro».

Con il Barcellona si assisterà sicuramente ad un doppio confronto emozionante. Data la sua esperienza di allenatore, quanto è differente preparare un ottavo di finale ad eliminazione diretta rispetto ad una gara di un girone di qualificazione?

«Rispetto ad un girone di qualificazione dove su sei partite qualcuna si può sbagliare, in un doppio confronto ad eliminazione diretta purtroppo errori non se ne possono commettere. Poi su questo incide molto anche la squadra che si va ad affrontare. Nel caso della formazione blaugrana che è fortissima, non occorre motivare i giocatori più di tanto poiché in questo caso sono loro stessi a maturare una maggiore concentrazione. Preferibilmente bisognerebbe lasciarli il più tranquilli possibile, infondergli sicurezza ed autostima per affrontare la partita con prontezza e fiducia».

Alla gara di Champions il Napoli si presenterà con due innesti a centrocampo: Demme e Lobotka.

«Sono due giocatori ottimi che sicuramente daranno un forte contributo anche alle rotazioni a centrocampo, considerando che con il nuovo modulo e l’impiego di tre centrocampisti il Napoli numericamente era scoperto in quel reparto. Questi giocatori hanno un senso di adattamento al ruolo di metodista migliore rispetto ai giocatori già presenti in rosa, non sono più forti dal punto di vista tecnico rispetto ai compagni di reparto ma sicuramente più utili dal punto di vista tattico per migliorare la squadra».

Lei ha sempre detto che alla squadra azzurra mancava il metodista. Con questi acquisti si è sopperito a tale mancanza?

«A mio parere, non rispecchiano quel tipo di giocatore di cui ho sempre detto che il Napoli ha bisogno. Schierati davanti alla difesa, se devono avvicinarsi al difensore per ricevere palla lo fanno, sanno giocare sia sul corto che sul lungo. In fase di possesso palla fanno dei movimenti che li portano a salire insieme ai compagni, non restano a centrocampo per garantire equilibrio alla squadra come Gattuso vorrebbe. In fase di non possesso sono anche aggressivi ma non hanno le caratteristiche del metodista adatto alla perfezione per il 4-3-3. Quando la squadra avversaria attacca sulle fasce, il vertice di centrocampo, mentre i difensori si spostano verso il portatore di palla, deve entrare centralmente verso il dischetto dell’area di rigore, come se fosse un difensore aggiunto. Questo non rientra nelle loro caratteristiche, molti si illudono che siano dei metodisti solo perché accorciano e si fanno dare palla. Quindi il problema non è stato concretamente risolto, anche se sono due giocatori che ci faranno guadagnare tanto in rapidità».

Si ritorna al passato, al 4-3-3 invocato da buona parte della piazza partenopea. Secondo lei è la strada giusta da seguire per superare le difficoltà dell’ultimo periodo?

«Le difficoltà purtroppo rimarranno. È il modulo adatto alle caratteristiche di buona parte dei giocatori in organico, anche se in alcuni ruoli ci sono delle evidenti mancanze. Al di là del metodista, questa disposizione tattica necessita di due esterni alti che siano determinanti in entrambe le fasi. Lozano non sta rendendo al momento come la società si aspettava, Insigne non riesce ad esprimersi all’altezza delle sue qualità forse perché subisce eccessivamente le pressioni della città ed il peso della fascia di capitano e Callejon è in una fase negativa di forma fisica oltre che mentale».

Di ritorno dalla Colombia, dove si è recato in veste di osservatore per rimanere sempre aggiornato sui giovani talenti, Gianni Di Marzio non avverte assolutamente stanchezza per il viaggio oltreoceano, perché la passione per il calcio è infinita. In carriera non solo panchina, ma anche ruoli dirigenziali, dove si è sempre distinto, e innumerevoli apparizioni come opinionista televisivo. Perché, come ha detto il presidente della Lazio Claudio Lotito, “il pallone è per tutti, il calcio è per pochi”. E Di Marzio rientra nei pochi.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Gianni Di Marzio: “Non esisteva lo staff”

Gianni Di Marzio: “Non esisteva lo staff”

Gianni Di Marzio con Massimo Giletti e Fulvio Collovati

/ L’INTERVISTA

Gianni Di Marzio: “Non esisteva lo staff”

Oggi consulente ed opinionista, seminatore d’oro per due anni, parla del precampionato, della tattica e della tecnica

di Giovanni Gaudiano

Storie di ritiri, di lavoro sul campo per i giocatori e per gli allenatori. Di località alpine dove una volta la temperatura era sempre fresca ed ora spesso il caldo non molla la sua presa neanche a più di mille metri di altezza. Storie di allenatori, di quelli andati via, di quelli appena arrivati e di quelli confermati con la voglia di iniziare una nuova stagione vincente. Ma quanti sono stati i napoletani che hanno occupato la panchina del Napoli? Pochi, molto pochi e per troppo poco tempo, a scorrere la lista se ne trovano cinque: Egidio Di Costanzo, Rosario Rivellino, Gianni Di Marzio, Vincenzo Montefusco e Giovanni Galeone. Alla lista forse si potrebbe aggiungere l’indimenticabile Bruno Pesaola, argentino di nascita ma napoletano d’adozione e d’indole. Per i napoletani “veraci” spezzoni di stagione con l’unica eccezione di Gianni Di Marzio, al quale però non fu dato il tempo necessario per mettere in evidenza tutte le sue capacità, visto che nel suo primo anno, quello completo sulla panchina degli azzurri, ottenne un quinto posto qualificando la squadra per la coppa Uefa e perse in finale di coppa Italia a Roma con l’Inter, una gara condizionata dall’incolore prestazione del portiere Mattolini e di mister due miliardi, al secolo Giuseppe Savoldi, capocannoniere della manifestazione con 12 reti messe a segno in undici partite, rimasto a secco proprio nella finale di Roma. Gianni Di Marzio ha nella sua storia un palmarés importante ma bastano i due “Seminatore d’Oro” (premio antesignano dell’attuale panchina d’oro) ottenuti nel ‘72 e nel ‘76 per confermarne la capacità, il valore e la sua competenza che ha poi sviluppato con successo da direttore sportivo, da direttore generale e da responsabile dell’area estera della Juventus.

Il tecnico partenopeo con il Mago Helenio Herrera
Con lui iniziamo una chiacchierata partendo proprio dai ritiri, dall’evoluzione del pre-campionato e dalla differente preparazione che oggi svolgono le squadre nella fase estiva.

«Sono stato il primo allenatore a portare il Napoli in Alto Adige nel 1977 a Bressanone. La prima settimana di quel ritiro la squadra si allenò in alta montagna e poi scendemmo in città dove c’erano le attrezzature necessarie per rifinire la preparazione. A Bressanone infatti c’era una palestra grande quasi metà campo da calcio opportunamente attrezzata che ci consentiva di non interrompere il lavoro anche in caso di tempo cattivo. Ci trovammo molto bene».

Cosa è cambiato nel ritiro che oggi viene programmato per le squadre di calcio?

«Se parliamo della preparazione atletica, è giusto ricordare come l’allenatore fungesse anche da preparatore grazie ad una conoscenza approfondita della materia che si studiava a Coverciano con il professore Nicola Comucci, il primo valido insegnante di scienze motorie a cui la Federazione affidò i corsi riservati ai futuri allenatori. Vorrei ricordare come in quel periodo non esistesse lo staff che siamo abituati a vedere oggi, formato da 7/8 persone che collaborano con il tecnico in maniera specialistica. C’era solo l’allenatore in seconda. La preparazione (ed il suo studio) era interessante e importante soprattutto se, come ho fatto io, la si seguiva nei vari corsi delle varie categorie. Debbo dire che ho fatto l’allenatore per quasi 40 anni e grazie al tipo di preparazione atletica che ho adottato i miei giocatori non hanno mai sofferto per incidenti muscolari».

Parlando della preparazione cosa è cambiato nel programma e nella metodologia?

«Noi facevamo molto fondo, mettevamo tanta benzina nelle gambe. L’attenzione che veniva data alla capillarizzazione, che io considero ancora oggi la prima condizione per realizzare una valida preparazione, era massima. Si ricercava di dare ai muscoli dei giocatori la maggiore ossigenazione possibile, che poi aveva la sua funzione nello smaltimento dell’acido lattico accumulato nel corso di una partita di calcio. Si lavorava quindi sul potenziamento muscolare, sugli addominali e sulla resistenza con allenamenti sia in palestra sia soprattutto nei boschi che, presentando i classici sali/scendi, portavano anche ad un potenziamento delle gambe; poi arrivava la fase riservata alla velocità. Il mio programma di lavoro era distribuito su tutto l’arco della stagione, con l’ausilio di un diagramma che prevedeva le fasi e le riprese di lavoro mese per mese e che teneva in considerazione le variazioni climatiche e di conseguenza quelle dei campi da gioco».

Con Arrigo Sacchi
Cosa ne pensa della figura del preparatore?

«Nessuno discute la preparazione degli attuali specialisti ma voglio ribadire come la figura dell’allenatore racchiudesse in sé tutte le informazioni necessarie alla gestione della squadra. Non avevamo bisogno a fine partita di analizzare statistiche o particolari analisi per sapere quanto avesse reso questo e quel giocatore, mentre la valutazione dello stato di forma generale della squadra ci permetteva di programmare la settimana di lavoro variandola ed adeguandola alle esigenze che la gara ci aveva indicato. Era tutto concentrato nel bagaglio tecnico dell’allenatore. Nel mio caso, pur tenendo in grande considerazione la preparazione atletica, non ho mai tralasciato la parte riservata alla tecnica, con le mie squadre ho sempre lavorato moltissimo, come si fa in Brasile, sul pallone. Questo voleva dire sviluppo della tecnica individuale su tutti i cosiddetti fondamentali, velocità nell’esecuzione delle giocate e variazioni di ritmo; alla fine i giocatori non si annoiavano e lavoravamo molto bene con buoni risultati».

Cosa pensa delle tante amichevoli che si disputano oggi e delle lunghe ed a volte stressanti tournée alle quali molte squadre sono costrette?

«Ritengo che incida negativamente perché impone di accelerare la preparazione, che diventa di fatto una mini-preparazione, per permettere ai giocatori di andare in campo e rendere per i minuti stabiliti dal tecnico che è costretto ad alternarli nel corso di queste amichevoli. Alla fine si tratta di un compromesso che consente alle società di vendere il proprio brand a beneficio delle proprie casse ma la squadra finisce per risentirne per tutta la stagione».

Il Napoli ha iniziato la sua preparazione con assenze dovute agli impegni internazionali e con un mercato ancora in evoluzione. Cosa pensa che manchi alla squadra di Ancelotti per fare l’ultimo, decisivo salto di qualità?

«Manca la qualità (sorride ndr). Ci sono alcuni ruoli dove bisogna aumentare il coefficiente qualitativo. L’allenatore è indiscutibilmente un vincente, in squadra ci sono 6/7 giocatori all’altezza per lottare per lo scudetto ma non basta. Ci vogliono 3/4 giocatori di esperienza e qualità senza dover spendere cifre irragionevoli ma compiendo le scelte giuste. Il Napoli che ha vinto gli scudetti oltre a Maradona aveva in rosa tanti altri giocatori di grande qualità. Basta pensare a Giordano, Carnevale, Careca, Alemao, Bagni ed altri. I grandi giocatori, soprattutto negli ultimi trenta metri in attacco come in difesa, determinano la partita mentre al contrario gli errori dei giocatori non all’altezza condizionano i risultati in partite che andrebbero vinte. Tutto questo non intacca il percorso positivo che la nuova società ha saputo costruire in questi anni di crescita e che potrebbe avere un suo compimento con il definitivo innalzamento dell’asticella».

In tv con Andrea Carnevale
James Rodriguez rientra in questo tipo di giocatore necessario al Napoli?

«È un trequartista mancino di grande talento, sa calciare le punizioni, diciamo che è un classico numero 10 che deve giocare alla spalle di una prima punta. Non ha fatto sino ad oggi la carriera che poteva e può ancora fare, dipenderà anche da come Ancelotti deciderà di impiegarlo. Mi auguro che non ripeterà l’esperimento di adattare i giocatori al suo gioco».

Pensa che il Napoli con la coppia Koulibaly-Manolas si sia rinforzato in difesa?

«Si tratta di una coppia molto diversa rispetto a quella formata con Albiol. Lo spagnolo ha esperienza e carisma mentre Manolas è rapido, è un guerriero, con lui il Napoli acquista in forza fisica e la linea difensiva potrà giocare più alta. Alla fine c’è una sorta di compensazione ma va considerata anche l’età che è a favore del greco».

È stata una chiacchierata piacevole densa di spunti ma anche una piccola lezione erogata da un maestro di calcio che da molto tempo si diletta a fare anche l’opinionista televisivo in vari salotti, cercando di spiegare con la passione e la competenza che lo contraddistingue questo mondo che molti hanno voluto rendere complicato e difficile anche se in realtà, pur avendo le sue ben precise regole, è più semplice di quanto sembra.

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019