De Laurentiis: più fatti meno parole

De Laurentiis: più fatti meno parole

FRAMMENTI D’AZZURRO

De Laurentiis: più fatti meno parole

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo

di Giovanni Gaudiano

La storia del calcio a Napoli inizia sulla costa. I marinai inglesi che arrivavano nel grande porto di Napoli nei momenti liberi giocavano a football.
Tra i bagagli personali avevano sempre con loro un pallone di cuoio pronto per l’uso. Di quel gioco gli inglesi ancora oggi vantano di essere stati gli inventori, i maestri, anche se gli scozzesi non sono d’accordo. C’è però un dato innegabile: nel 1863 la Football Association, a Londra, decise di regolamentare il gioco creando l’unica garanzia possibile che gli avrebbe conferito il concetto dell’universalità.
Tra qualche giorno, il 1° agosto, la Società Sportiva Calcio Napoli compirà ufficialmente 95 anni. Non tutti sono d’accordo sull’anno di fondazione e neanche sul giorno. C’è chi afferma che il primo Napoli sia nato nel 1906, chi parla del 1922. E quelli che riconoscono come anno di partenza della storia azzurra il 1926 discutono sulla data che per alcuni non sarebbe il 1° ma il 25 agosto.
Ci limitiamo a constatare che il Napoli in ogni caso quest’anno compie 95 o 99 o addirittura 115 anni, un traguardo rilevante per una storia meravigliosa. Ed allora tanti auguri caro Napoli.
Dopo tutti questi anni l’interesse che ti circonda non è mai scemato. Ci sono gli appassionati che ti considerano quasi come un bene personale. C’è l’informazione che a suo modo segue le tue gesta. Oggi c’è poi anche il grande comunicatore che pensa di poter parlare come e quando vuole dalla sua improvvisata cattedra.

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo.
De Laurentiis di sicuro lo sa. Come sa bene che si è guadagnato in ogni caso un posto nella storia di questa società. Certo sarebbe meglio se la sua presidenza fosse contraddistinta da qualche significativo successo sportivo utile anche a bilanciare l’assenza di una carica di simpatia che il presidente considera inutile. Nessuno comunque può negare ad oggi, sino a prova contraria, la solidità economica del club, i bilanci in ordine che sono importanti ma che però non vanno in bacheca.
Il numero uno ha parlato dopo un lungo silenzio, dicendo cose condivisibili ed altre meno. Alcune ricostruzioni romanzate proposte da De Laurentiis fanno invidia a quelle utilizzate dallo scrittore Carlo Lucarelli nelle sue trasmissioni. Solo che Napoli non è il “mostro di Firenze” e gli appassionati e l’informazione hanno bisogno di notizie. Auspichiamo che le fantasiose ricostruzioni abbandonino il campo lasciandolo ai fatti. Volendo, De Laurentiis potrebbe, magari a Dimaro, spiegare come la società intende affrontare il problema Insigne per farci conoscere sulla vicenda del rinnovo il suo vero pensiero, senza lasciare spazio alla fatalità invocata con un laconico “sarà quel che sarà”.
La storia tra Insigne ed il Napoli riteniamo che per svariati motivi non possa essere trattata in maniera fatalistica. Di contro al capitano poi vorremmo chiedere, se il giocatore vorrà rispondere, di parlarci, senza fare dietrologia, dell’ultima gara della stagione, quella con il Verona, il cui andamento resta tutt’oggi inspiegabile.
Le parole di Aurelio De Laurentiis su Insigne sono quindi inaccettabili e ci permettiamo con educazione, ma con fermezza, di rimandarle al mittente.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Spalletti: ancora un toscano per ADL

PROFILI

Spalletti: ancora un toscano per ADL

Col Napoli parte una nuova avventura per il tecnico di Certaldo, appassionato di buon vino e di un calcio offensivo e verticale

di Lorenzo Gaudiano

«Il calcio è il cuore del mondo, batte allo stesso modo ovunque e chi lo ama non gioca mai in trasferta ma sempre in casa». Non si tratta di un pensiero di un filosofo dell’antichità, nemmeno di una citazione letteraria famosa. Potrebbe sembrarlo, vista la sua esattezza, il suo profondo significato, l’emozione che suscita. Poco più di una ventina di parole da cui, guardandole e riascoltandole di continuo, si finisce per cogliere una molteplicità di valori celati, ricavare persino l’essenza genuina di uno sport che col passare degli anni pare si stia smarrendo sempre di più per inseguire principi diversi. Più lontani dalla competitività, più vicini agli interessi economici.
In realtà sono semplicemente le parole di un uomo per il quale il calcio ha sempre rappresentato una componente fondamentale della sua vita, un ambito in cui ha saputo dimostrare sin da subito le proprie competenze in materia, una passione che a distanza di anni continua a rimanere viva nonostante le numerose esperienze, i successi e le soddisfazioni ottenute dal conseguimento dei vari obiettivi prefissati. È di Luciano Spalletti che si parla, il prossimo allenatore del Napoli, colui che il presidente De Laurentiis ha scelto per intraprendere un nuovo cammino con tappa principale nella prima stagione con un piazzamento in zona Champions. Per altre tappe naturalmente si vedrà strada facendo.

Mi manda Boccaccio

La storia di Luciano parte dalla Toscana, per essere più precisi da Certaldo, la città di Giovanni Boccaccio, l’autore del famoso Decamerone. Dalle parole riportate in precedenza si vede che è probabilmente la città stessa ad ispirare una simile profondità di pensiero ed espressione. Un luogo davvero incantevole se si considerano gli splendidi e suggestivi vigneti, uliveti e la bellezza di una natura che con forza mostra il suo ammaliante ed incontrastabile predominio. Un immenso patrimonio a cui sessantadue anni fa si è aggiunta un’altra eccellenza che a distanza di qualche tempo avrebbe fatto parlare di sé in Italia e nel mondo, contribuendo al prestigio di un posto già noto grazie alle pagine della letteratura italiana.

Dagli scarpini ai taccuini

Spalletti con le scarpette ai piedi era un centrocampista. In carriera non è andato oltre la C1, ma in campo già si percepiva che il suo futuro sarebbe stato in panchina per le sue capacità di motivazione e la sua disciplina tattica. Gli mancava il talento, quella dote che invece dimostra di avere a bordo campo con il saper leggere bene le partite, prevedere le mosse degli allenatori avversari, motivare al meglio i propri calciatori verso la conquista della vittoria finale. Giovanili della Fiorentina, poi Entella, Spezia ed Empoli dove a 34 anni decide di slacciare definitivamente gli scarpini. Per lui però non è finita col mondo del calcio, c’è ancora qualcosa che il giovane di Certaldo può dare alla sua più grande passione e che naturalmente troverà tra i taccuini, le lavagne e i pennarelli per disegnare gli schemi tattici.

Empoli fine ed inizio

Empoli non è solo la fine di una vita, ma l’inizio di una nuova. Luciano parte dalle giovanili, una palestra ma anche una grande responsabilità considerando la grande attenzione che il club toscano ha per il settore giovanile. La prima squadra è in difficoltà in C1, la retrocessione è davvero ad un passo ma a sei giornate dalla fine Spalletti viene promosso per provare a dare una scossa. La salvezza arriva miracolosamente grazie ai play-out, meglio di così non si poteva davvero fare. La stagione successiva torna nuovamente con le giovanili prima di approdare in prima squadra con cui vince la Coppa Italia di C e centra la promozione in B. Poi subito il salto in massima serie e la conquista della salvezza a certificare il suo valore aggiunto in panchina, la sua conoscenza del calcio, la sua capacità di portare sempre a casa l’obiettivo.

Mettersi in discussione

L’ascesa però è piena di ostacoli. Negli anni successivi Luciano comincia ad incontrare diverse difficoltà. Brevi esperienze con Sampdoria e Venezia che pesano sul suo percorso di crescita e che di fatto costituiscono una pesante battuta d’arresto dopo i risultati positivi del passato. Poi arriva l’Udinese con cui la conquista della salvezza non basta per ottenere la riconferma. Non gira più bene a quanto pare, il suo successo sembra ormai sulla via del tramonto. L’unico modo per provare ad uscirne è rimettersi in discussione. Arriva la proposta dell’Ancona in B e Spalletti accetta senza se e senza ma. È salvezza a fine stagione. Luciano ritorna sereno e speranzoso, anche perché il meglio deve ancora venire.

Dalla Champions alla Champions

Di nuovo l’Udinese, per riprendere da dove aveva interrotto. Due anni consecutivi centra un piazzamento in Coppa Uefa, al terzo arriva la qualificazione alla Champions e la Panchina d’Oro. La stella di Luciano finalmente comincia a brillare e ad accorgersene è la Roma, con cui in quattro anni arrivano i primi trofei tra Coppa Italia e Supercoppa. Dopo cinque anni in Russia allo Zenit, dove arrivano due Scudetti, una Coppa nazionale e una Supercoppa, Spalletti torna ancora alla guida dei giallorossi, con cui centra un terzo ed un secondo posto dopo record di punti e una lite infinita con capitan Totti, stigmate negativa sul curriculum più umano che professionale dello stesso Luciano. È all’Inter che il suo cammino momentaneamente si è concluso, con due piazzamenti Champions che mancavano da tanti anni e uno stop sabbatico che conoscerà la parola fine a partire dal primo luglio.

Un uomo schietto per Napoli

Guardando le conferenze stampa passate, le sue dichiarazioni e le opinioni dei calciatori da lui allenati si comprende come Spalletti sia un personaggio con un carattere particolare. Sempre schietto, sincero in positivo ed in negativo, Luciano legge tutto, ricorda tutto, contesta quando c’è da contestare, ammette quando c’è da ammettere qualche errore. Le sue reazioni suscitano sempre meraviglia, a volte fanno anche ridere, possono persino non piacere perché sono autentiche, genuine. Il Napoli oggi in panchina ha bisogno di un uomo simile dopo mesi di silenzio e una gestione comunicativa non all’altezza di un club che ambisce a posizioni importanti in classifica ed in Europa. E l’augurio è che la squadra azzurra possa ritornare ad essere bella da vedere come “La Rimessa”, l’affascinante tenuta a Montaione dove in questo periodo lontano dal calcio Spalletti si è rifugiato. In campagna, con il suo ottimo vino, le magliette dei calciatori più stimati e quel calcio offensivo e verticale di cui il Napoli avrebbe davvero bisogno.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

L’INCOGNITA

Insigne: un rinnovo bello e (im)possibile

Una storia importante. Eppure al bivio. Trent’anni compiuti e un altro solo anno di contratto. Nel momento migliore della carriera

di Francesco Modugno

Dieci decimi di Insigne. Come quel numero che porta luccicante dietro la schiena. Icona e orgoglio. Simbolo del talento, bandiera del calcio di una Nazione. Il numero di quelli bravi. Che hanno fatto la storia azzurra. Rivera, Antognoni, Baggio, Del Piero, Totti… E ora lui. Il meglio! Mai era accaduto prima, tra Europei e Mondiale. Un dieci napoletano. Il dieci del Napoli. Il dieci che gli appartiene per colpi e genio. Ma che mai ha potuto avere. E onestamente neanche ha mai reclamato. Qualche foto se l’è sì fatta da ragazzino. E l’ha legittimamente magari anche sognata. La 10 qui è però un totem. È devozione e reliquia. È di Diego per sempre. E Diego lui se l’è tatuato addosso.
E allora si tiene stretta questa. Azzurra comunque; con quel nome, il suo, che è di fatto anche aggettivo di se stesso. Dal vocabolario: «Dicesi insigne di persona che si distingue per singolari doti, pregi, meriti, qualità». Insomma, l’insigne Insigne. Il 10 spesso con lode e acclamazione generale.
Insigne è ormai di tutti, è nazional-popolare; ha valicato i confini, rappresenta il Paese, è indipendente dalla squadra di club.
Ha uno status acquisito. Titoli e galloni. Che pure – paradossalmente – proprio a Napoli sono discussi. Quasi negati. La sua Napoli. Certi sussurri ancora si sentono. Basta una partita sbagliata, ancor più poi se è quella decisiva. Il capro espiatorio. Quello da additare. Un tiro a giro finito in curva ed ecco la litania. È la Napoli che da mamma si fa matrigna; che dai suoi figli pretende sempre di più; indifferente anche ai numeri, sebbene oggettivi.
109 gol fin qui; tanti di inequivocabile bellezza e quasi un centinaio di assist. Lassù, in alto. Tra i primi di sempre in ogni classifica speciale, anche delle presenze; e con la possibilità di scalarle tutte. Di comandarle. Insigne sta lì. Tra i bomber ha staccato Cavani e Sallustro. E adesso è a sei reti da Maradona; davanti ci sono solo Hamsik e Mertens. E anche per le presenze è appena giù dal podio; dietro Juliano, Bruscolotti e ancora Hamsik.
Una storia importante. Eppure al bivio. Trent’anni compiuti e un altro solo anno di contratto. Nel momento migliore della carriera. Maturità e continuità accertata. Valore riconosciuto. Apprezzamenti e titoloni. Dunque, grandi, pure le ambizioni; di ogni tipo. Il momento delle scelte; tipiche dell’età. Avrà opportunità e proposte, nuovi stimoli da cercare, valutazioni da fare e decisioni da prendere. Col cuore che però batte qua, pulsa a Napoli. Casa sua. La squadra sua.
Nella trattativa del rinnovo tutto sposterà. Tutto conta. Tutta ne determinerà l’esito. E a trattare si è in due. Il calciatore e la società. L’appuntamento è a dopo gli Europei, quando tutto sarà più chiaro. Scenari e ricchezza del mercato; corteggiatori platonici e reali acquirenti. E soprattutto saranno chiare le volontà, quelle ora solo percepibili. Date per scontato.
Ragione e sentimento dunque, e non per forza di cose opposte. Tutto sarà messo sul tavolo di un discorso da impostare; per certi versi da cominciare. Gli approcci hanno aperto varchi ora da percorrere.

Insigne e il Napoli è il romanzo di una vita. Scoperto da Peppe Santoro. Acquistato per 1500 euro più un po’ di palloni e un paio di biglietti di tribuna per assistere a un Napoli-Juventus. Un affare, non solo di cuore. I primi veri calci al pallone e i guadagni. Speranze e attaccamento. Dalle giovanili alla fascia da capitano. Dal Viareggio alla Champions. Dal debutto in A a Livorno con Mazzarri in panchina all’ultima esaltante stagione con Gattuso: diciannove gol e undici assist. Il miglior Insigne o quasi. Perché super lo era stato anche con Sarri. E così con Benitez, si era guadagnato i mondiali. Ora ha la stima di Mancini. Totale. E un obiettivo in testa che tiene per ora apparentemente lontano quella scadenza che pure tornerà a breve nei suoi pensieri: 30 giugno 2022. E la data è più vicina di quel che sembra; il calendario del calcio(mercato) ha altri tempi. E infatti ci pensa Vincenzo Pisacane, il suo procuratore. E ci pensa – ovvio – anche il Napoli. Che di Insigne ne riconosce le virtù tecniche e morali. Ma anche le aspirazioni economiche.
Il rischio è il tormentone. Una trattativa fatta e recitata, come da copione di ogni negoziazione. Ognuno farà la propria parte; rivendicando condizioni e trattamenti migliori, ostentando potere e alternative. Ma tendendo sempre la mano. Un rinnovo bello e (im)possibile.
Due i fronti. Insigne il campione all’ultimo grande contratto. Il Napoli la società solida e forte, ma comunque stressata nei conti e minata nelle strategie da una pandemia di sistema. Certezze e dubbi e due le opzioni. Offerta indecente e spiazzante da una grande d’Europa o trattativa potenzialmente lunga un anno; con lo spettro di arrivare a febbraio con Insigne libero di firmare per chi vorrà. Tanti i fattori. Il progetto, i legami e gli affetti, famiglia, denaro e immagine. E in più quella pressione addosso – ambientale e ancor più mediatica – da gestire in una città che non sai mai dov’è che si schiererà: qua o là, mischiando anima e portafogli, facendo proprie le sue verità.
Insigne è il capitano di fatto a scadenza. E non è il primo negli ultimi anni. Come già in passato, quando il calcio era un altro e altre erano anche le regole e a ogni rinnovo Totonno Juliano si impuntava trattando allo spasimo. Di recente ci è passato Paolo Cannavaro. Napoletano della Loggetta partito una notte in treno verso Sassuolo. Non andò benissimo. E anche per Hamsik fu un tiramolla di quattrini e volontà miste. Laute offerte, false ritirate, rilanci e tweet per bloccare (prima) e poi liberarlo per il Dalian. Quel Marek Hamsik era l’uomo di tutti i record. Quelli che Insigne può però battere. Ma ad una sola condizione: che rinnovi.
Una firma per la vita. D(i)ecideranno il Napoli e Insigne. Spalletti osserva interessato. Di 10 ne capisce.

*giornalista Sky Sport

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

“Spalletti è un vincente, il pubblico stia tranquillo”

“Spalletti è un vincente, il pubblico stia tranquillo”

L’OPINIONE

“Spalletti è un vincente, il pubblico stia tranquillo”

Pietro Lo Monaco con la sua esperienza parla del prossimo tecnico ingaggiato da De Laurentiis per la panchina del Napoli

di Gianluca Gifuni

Pietro Lo Monaco è uno dei più brillanti e navigati manager del calcio italiano. Ha fatto il calciatore, poi l’allenatore e infine il dirigente, dunque conosce tutte le dimensioni di un mondo affascinante e difficile. Tra le sue tante conoscenze c’è anche quella di Luciano Spalletti, il nuovo allenatore del Napoli. Lo Monaco fu il primo a scoprire il talento del tecnico di Certaldo, il primo a capirne valore e qualità, il primo a volerlo portare nel calcio che conta.

Era il periodo dell’Udinese, Lo Monaco era direttore dell’area tecnica, protagonista di un percorso di successo intrapreso con i Pozzo.

«La mia Udinese era reduce dal brillante triennio di Zaccheroni che poi andò al Milan. Dovevamo cambiare e il primo allenatore che suggerii a Pozzo fu Luciano Spalletti, che all’epoca allenava l’Empoli. Era un mio pallino, lo seguivo con attenzione perché mi piaceva il modo in cui faceva giocare la squadra».

Era il 1998, Spalletti aveva 38 anni e già 5 anni di panchina ad Empoli tra giovanili e prima squadra.

«Ho fatto per anni l’allenatore, riesco a capire chi ha la stoffa. Per Spalletti avevo immaginato sin da subito un grande futuro».

Insomma, lei lo consigliò al patron Pozzo, poi che successe?

«Lo incontrammo. Luciano ci portò a cena in un ristorante, nei pressi di Empoli, dove mangiammo benissimo. Ero convinto che lui fosse l’allenatore giusto per la strategia dell’Udinese di allora. Lui si mostrò umile, quasi scettico sulle proprie possibilità. Aveva quel senso di fatalismo prossimo alla incredulità. Il club, alla fine, scelse Guidolin, e Luciano andò alla Sampdoria. Tuttavia Pozzo non dimenticò il mio suggerimento; quella cena evidentemente dovette convincerlo, visto che tre anni più tardi, quando io avevo già lasciato Udine, ingaggiò proprio Spalletti».

Teun Koopmeiners
Che significa Spalletti sulla panchina del Napoli?

«Esprime la voglia di continuare a stare in alto. Non è certo una scommessa, è un allenatore con mentalità vincente. Farà bene a Napoli».

Del resto lei è stato il primo a capire che aveva talento.

«Come calciatore Spalletti aveva più carattere che qualità, come allenatore è molto meglio. È uno moderno, che si evolve continuamente. Un precursore del 4-2-3-1 con il quale riesce a costruire squadre con una notevole espressione di gioco e una capacità di gestione della palla ottimale. Le sue sono sempre state squadre propositive».

A proposito del 4-2-3-1, da Gattuso a Spalletti, in fatto di modulo non cambia nulla?

«Invece sì, cambia tutto. Anche se i numeri dicono che i sistemi di gioco sono uguali, le sfaccettature, i dettagli, i particolari cambiano e rendono molto diverso un modulo da un altro. Spalletti difficilmente propone squadre che attendono l’avversario, vuole sempre imporre il gioco. Gattuso spesso aspetta e riparte».

Il suo entusiasmo nei confronti di Spalletti non è lo stesso dei napoletani. In città una parte dei tifosi è contenta, l’altra metà ha accolto con una certa diffidenza l’avvento del nuovo tecnico. Perché?

«Non saprei. Ho letto che il giudizio dei tifosi sarebbe condizionato dal carattere dell’allenatore, dalle cronache relative alla gestione dei casi Totti e Icardi. Luciano è uno che cerca di imporre le regole a tutto il gruppo, devono rispettarle tutti, senza distinzioni. Non ammette che qualcuno esca fuori dal coro. È chiaro dunque che ogni tanto si possa andare allo scontro con un calciatore di personalità e carattere. Può succedere».

Napoli è una città che dà emozioni e pressioni forti…

«Spalletti è uno che le pressioni le sente, le vive intensamente. In passato queste pressioni le subiva anche, oggi credo non le subisca più, dopo aver allenato in piazze esigenti come Roma e Milano. Supererà anche l’esame napoletano, statene certi».

Tra le varie manifestazioni di diffidenza di questi giorni c’è anche quella di chi dice che a Spalletti piaccia più parlare che stare in campo.

«Che cosa assurda. Il Napoli ha scelto uno dei migliori allenatori in circolazione, per lui parlano i risultati. Cosa vuole la gente? Mourinho è uno che parla molto e allena meno, Spalletti non è assolutamente così».

In che modo il tecnico costruirà il nuovo Napoli?

«Per me deve strutturare prima di tutto il centrocampo. Vedrete, l’attenzione di Luciano si concentrerà proprio sulla zona centrale. Il Napoli ha bisogno di due mediani, un equilibratore di gioco che abbia anche sostanza e poi un interdittore. Oggi in Europa Koopmeiners dell’Az Alkmaar è uno dei più validi. Acquistare l’olandese significa assicurarsi ordine mentale e tattico, quello che fino a ieri mancava al Napoli a metà campo. Caro Luciano, suggerisci a De Laurentiis di prendere l’olandese e non te ne pentirai».

A proposito di De Laurentiis, i rapporti tra il presidente e gli allenatori, dopo un po’ di tempo, sono sempre diventati burrascosi. È un altro esame da superare per Spalletti?

«De Laurentiis è una prima donna e bisogna avere la capacità di riservargli il ruolo di prima donna. Luciano è una persona intelligente, ogni tanto sbullona, ma ha la capacità di capire quando è il momento di lasciare spazio agli altri. De Laurentiis-Spalletti è un binomio che può avere successo».

Ma la gente di Napoli aspetta i successi della squadra…

«Le vittorie arriveranno se la società interverrà in modo serio sul mercato. Oltre ai centrocampisti, c’è bisogno assolutamente di un esterno sinistro basso di qualità. Se il mercato sarà proficuo, il Napoli si rimetterà in carreggiata per i primissimi posti della classifica. Spalletti, da questo punto di vista, è una garanzia, è un vincente, ha sempre vinto qualcosa».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

Luciano Spalletti: l’uomo nuovo

Luciano Spalletti: l’uomo nuovo

COPERTINA

Luciano Spalletti: l’uomo nuovo

Quale sarà la rosa che il presidente affiderà a Spalletti? Ascolterà De Laurentiis le richieste tecniche del nuovo allenatore?

di Giovanni Gaudiano

L’immagine scelta per questa pagina che vede Luciano Spalletti correre a braccia aperte non è occasionale. Il tecnico si trova nella foto proprio allo stadio di Fuorigrotta che in quel momento si chiamava San Paolo.
È una corsa lunga iniziata anni fa, che alla fine ha trovato il suo punto d’arrivo proprio sulla panchina azzurra.
Lo stadio ora si chiama Diego Armando Maradona per ricordare il grande Diego che probabilmente sarebbe andato d’accordo con Spalletti, che sarà il terzo allenatore dell’era De Laurentiis a provenire dalla Toscana dopo Mazzarri e Sarri.
La notizia non è stata accolta con l’abituale calore da parte dei tifosi azzurri. Qualcuno si era convinto che sarebbe arrivato Allegri, altri pensavano al grande ritorno del figliuol prodigo Maurizio Sarri e c’era anche chi aveva pensato che si sarebbe di nuovo parlato straniero.
Spalletti è necessario chiarirlo subito ha l’esperienza, la capacità, la conoscenza del mondo del calcio e, secondo chi lo conosce bene, anche l’autorevolezza per governare l’imbarcazione azzurra.
Una recente fiction non gli ha fatto una bella pubblicità ma ha anche diviso la stessa tifoseria romanista che, pur rimanendo fedele al suo capitano, è stata costretta ad ammettere che la verità si trovava nel mezzo.
Ora per Napoli tutto questo è poco influente. La cosa più importante riguarda il programma che la società intende portare avanti con il nuovo tecnico. La prima valutazione che bisognerà fare, quando partirà questa sorta di nuovo ciclo, sarà riservata esclusivamente a come la società si sarà mossa.
Quale sarà la rosa che il presidente affiderà a Spalletti? Quale l’obiettivo della prima stagione? Ascolterà De Laurentiis le richieste tecniche del nuovo allenatore? Comprenderà per una volta che è necessario farlo?
Poi quando queste cose saranno chiare si potrà iniziare a valutare il lavoro che Spalletti sicuramente è in condizione di portare avanti.
Le ultime due stagioni azzurre sono state caratterizzate da comportamenti che mal si sposano con i risultati. L’augurio è che con l’uomo nuovo si volti davvero pagina iniziando un percorso virtuoso, lontano dalle solite voci di corridoio, lontanissimo da quelle provenienti dal pubblico e dall’informazione, vicinissimo invece alle sue scelte ed al suo lavoro. Va detto oggi: Spalletti è all’altezza del compito. Ora il messaggio nella bottiglia è stato lasciato ai flutti, speriamo che a raccoglierlo sia il quasi naufrago Aurelio e nessun altro.

pubblicato su Napoli n. 40 del 5 giugno 2021