Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

FRAMMENTI D’AZZURRO

Gattuso-De Laurentiis: riconferma o addio?

L’augurio e la speranza di tutti i tifosi è che il Napoli possa giocare nella prossima stagione nell’Europa che conta

di Giovanni Gaudiano

La stagione del Napoli forse è davvero arrivata ad un bivio risolutivo.
La considerazione non è nuova. La squadra è attesa a partire da oggi da 6 gare in 23 giorni. Una partita mediamente ogni 4 giorni e quindi si sconvolgerà nuovamente la famosa settimana d’allenamento tipo gradita un po’ a tutti i tecnici compreso Gattuso. Sarà forse l’ultimo banco di prova per il tecnico che, se superasse bene l’esame, potrebbe mettere in difficoltà il presidente. È ragionevole a questo punto pensare che De Laurentiis abbia in testa un piano per la prossima stagione e che magari possa rivederlo.
Per capire, però, cosa potrebbe accadere in questo finale di stagione forse è utile riflettere su accaduto in precedenza.
Sono otto le gare giocate nel girone di ritorno e, rispetto alle stesse gare del girone d’andata, il Napoli sarebbe in perfetto equilibrio se non avesse sciupato la preziosa vittoria che stava ottenendo contro il Sassuolo. Otto partite, due sconfitte sia all’andata che al ritorno, sei vittorie all’andata e 5 vittorie con il pareggio citato dopo il giro di boa. Una sola possibile sostanziale differenza divide i due segmenti della stagione. All’andata il Napoli giocò cinque volte in casa e tre volte in trasferta di conseguenza in questo avvio del girone di ritorno le cose si sono invertite.
Ma il fattore campo senza il pubblico non conta, direbbe qualcuno. È vero, ma se la squadra azzurra dovesse confermare la tendenza dell’ultimo periodo che l’ha vista prevalere con continuità al Diego Maradona, subendo una sola rete nel 3 a 1 con il Bologna, si potrebbe pensare ad un decisivo sprint finale visto che a maggio tre delle cinque gare previste si giocheranno a Fuorigrotta.
Poi arriverebbe il momento dei bilanci, delle riflessioni e delle decisioni. La scelta del prossimo allenatore andrà fatta, però, dopo che la società avrà deciso un programma e soprattutto scelto l’obiettivo a cui puntare con decisione.

L’augurio di tutti è che il Napoli possa giocare nella prossima stagione nell’Europa che conta, soprattutto pensando agli introiti garantiti dalla partecipazione alla Champions. In questo momento non sembrerebbe necessaria una rivoluzione della rosa ma alcuni cambiamenti appaiono inevitabili. Qualche addio in ogni caso sarebbe bene ci fosse. Gli arrivi dovranno essere funzionali alla scelta del tecnico che sarebbe meglio accontentare. A tale proposito l’augurio è quello che non venga fatta una scelta di facciata ma piuttosto si decida di intraprendere un percorso che sia la realizzazione di un progetto, la creazione di una società forte, riconoscibile, con un suo centro d’allenamento ed un settore giovanile all’avanguardia e con una solida e competente struttura societaria. Agli appassionati, quelli veri, non basta più il colpo a sensazione e la partecipazione alla Champions. Meglio costruire il futuro che vivacchiare tra qualche buon risultato sportivo, cessioni milionarie e incomprensibili silenzi stampa. Finale dedicato a Mertens. Con lui in campo e in condizione il Napoli è un’altra squadra. Al belga ed al Napoli auguriamo che fino alla fine del campionato la sua vena realizzativa continui.

pubblicato su Napoli n.36 del 03 aprile 2021

Presidente che succede alla sua società?

Presidente che succede alla sua società?

FRAMMENTI D’AZZURRO

Presidente che succede alla sua società?

Se ha capito che l’elettroencefalogramma è piatto intervenga, sacrificando chiunque non abbia capito dove si trova

di Giovanni Gaudiano

Il risultato sportivo arriverà implacabile.
Sarà Champions, sarà Europa League o sarà solo campionato lo sapremo tra poco, sempre che si continui a giocare.
Quello che invece non sapremo è cosa sia successo davvero al Napoli, alla nostra squadra, quella che da 17 anni è saldamente nelle mani del presidente De Laurentiis.
Certo, questa era la proprio la 17^ stagione e volendo essere scaramantici potevamo anche aspettarci che le cose non andassero proprio come avremmo voluto tutti. Lasciando da parte la cabala e guardando bene il volto della realtà, c’è un po’ da spaventarsi, sportivamente parlando.
La squadra azzurra è uscita dalla Coppa Italia che poteva difendere meglio. Si è fatta estromettere in Europa League da una squadra mediocre perdendo la possibilità di rastrellare un po’ di soldi, qualche punto buono per il ranking e poi chissà se avesse raggiunto la finale, si poteva fare il pensiero di vincerla ed entrare in Champions dalla porta principale, ovvero in prima fascia.
Poi c’è l’altalena in campionato con prestazioni ben al di sotto della media di una formazione che poteva competere per il vertice.

Il risultato di questo andamento sportivo, diciamolo, vicinissimo al fallimento ha comportato: una rottura tra il presidente-proprietario ed il suo allenatore, indicato solo qualche mese prima come l’uomo giusto per il Napoli; una evidente svalutazione per una serie di giocatori; un distacco sempre più accentuato tra la tifoseria e la società solo mascherato dall’assenza di pubblico allo stadio per le norme di sicurezza; un rapporto lacerato con l’informazione che dal suo canto offre talk show sportivi troppo tifosi, siti on-line che pur omologati ne dicono di tutti i colori, radio ufficiali e non che accolgono gli sfoghi spesso incomprensibili degli ascoltatori tifosi e poi giornali e riviste che, anche quando cercano di proporre analisi e approfondimenti, trovano difficoltà dovute alla scarsa comunicazione che arriva dalla società.
Al menù non poteva mancare il dessert rappresentato dal silenzio stampa, che qualcuno vuole sia stato stabilito per imbavagliare Gattuso, e le sceneggiate in allenamento, prima, durante e alla fine delle partite da parte dei giocatori.
Povero Napoli. Come si è caduti in basso. Come è potuto succedere che questo accadesse ad una società che solo tre anni fa ha sfiorato un clamoroso scudetto opposta ad una squadra che si era rinforzata proprio soffiando agli azzurri il capocannoniere di tutti i tempi del campionato italiano?
Rompa gli indugi presidente. Se ha capito che l’elettroencefalogramma è piatto intervenga. Faccia piazza pulita sacrificando chiunque non abbia capito dove si trova. Lo faccia per lei, per la società e per tutti quelli che ogni volta s’apprestano a guardare la partita, e sono tantissimi, sperando che qualcosa possa cambiare.

pubblicato su Napoli n. 35 del 13 marzo 2021

Una squadra allo sbando, una società in letargo

Una squadra allo sbando, una società in letargo

FRAMMENTI D’AZZURRO

Una squadra allo sbando, una società in letargo

La squadra manca di personalità, la società latita e per quanto riguarda la guida tecnica è bene sospendere qualunque giudizio

di Giovanni Gaudiano

Inizia il girone di ritorno del campionato di calcio con il Milan campione d’inverno al comando inseguito dall’Inter e con la Juventus in ritardo. Il Napoli resta chiuso in una sorta di torpore a leccarsi le ferite per la sconfitta in Supercoppa e le sei gare perse in 18 partite di campionato, più quella rimediata in Europa League con l’Az Alkmaar.
Diciamocelo, è stata una prima metà di campionato molto deludente. Troppe le sconfitte, tante le prestazioni altalenanti. Il Diego Armando Maradona diventato terra di conquista per squadre come Sassuolo e la neopromossa, e per la prima volta in massima serie, Spezia.
Gli stadi vuoti hanno avuto il loro peso e forse a farne maggiormente le spese sono state le squadre con le tifoserie più numerose e calorose, anche se nel caso del Napoli anche quest’aspetto da qualche anno sembra annacquato. Le partite ravvicinate poi hanno messo a nudo l’incapacità di molte formazioni di raggiungere e mantenere una costanza nel rendimento.
“È il calcio al tempo del Covid” avrebbe detto con quel suo sorriso contagioso Gabo (Gabriel García Márquez); uno sport nuovo dove si possono sovvertire valori, prestazioni e ovviamente risultati nello spazio di pochi giorni.
La novità ha coinvolto anche l’informazione con esaltazioni e bocciature repentine anche da parte di chi abitualmente è votato all’analisi. Molti si saranno chiesti, apprestandosi a scrivere, come spiegare vittorie altisonanti a cadute inopinate contro avversari ampiamente alla portata.

Certo arrivando al Napoli, è davvero difficile spiegare alcune prestazioni, è quasi impossibile analizzare la maggior parte delle gare di questa prima parte di stagione senza dover fare ricorso al lettino dello psicologo.
C’è però un’altra strada da prendere in considerazione ed è forse quella maestra. L’illusione provocata dalla vittoria della Coppa Italia aveva fatto pensare ad un Napoli in crescita, ad un futuro promettente. La rosa ampia messa a disposizione di Gattuso ha alimentato queste speranze.
Oggi dopo la prestazione offerta al Bentegodi con la sconfitta rimediata dal Verona il panorama appare più chiaro, più definito.
Il Napoli sta gettando alle ortiche una stagione, sta rischiando di non raggiungere l’obiettivo minimo rappresentato dal quarto posto, tutto con il placet di una società letargica, di un allenatore poco autorevole, di uno spogliatoio fuori controllo e dove non c’è nessuno che possa neanche lontanamente paragonarsi ad un leader.
La squadra manca di personalità, la società latita e per quanto riguarda la guida tecnica è bene sospendere qualunque giudizio.
Se ci sono i presupposti per produrre una svolta e dare un senso a questa stagione, è questo il momento di farlo. Altrimenti il girone di ritorno sarà un calvario prolungato al quale assistere.
Il presidente pensa che esistano allenatori adatti al Napoli ed altri meno.
Si potrebbe rispondergli che esistono allenatori e basta. Che esistono uomini capaci di cementare un gruppo con autorevolezza in qualunque attività e poi ci sono quelli che tentano di farlo senza averne gli strumenti, la preparazione. Quelli che a fine partita dicono che è mancata la cattiveria, la determinazione, che si sono sbagliate tante occasioni. È questo il migliore sistema di guidare un gruppo? È giusto urlare per una partita intera a bordo campo richiamando sempre gli stessi? È giusto per un anno intero alternare due portieri, affermando che uno dei due gioca bene con i piedi ma poi all’atto pratico si vede che non è così? È giusto insistere con un’impostazione di gioco poco consona alla squadra con un centrocampo schierato sempre in inferiorità numerica?

A Verona è squillato anche un altro campanello d’allarme: la forma fisica che, accoppiata all’incapacità di lottare messa in mostra, lascia intravedere orizzonti molto nebulosi.
La città non merita tutto questo. Ci sarebbe bisogno di assistere a prestazioni diverse. Forse l’obiettivo primario a questo punto sarebbe, prescindendo per una volta dal campo, la creazione di una struttura all’altezza, di un centro sportivo di proprietà dove impiantare un serio lavoro anche sul settore giovanile. Napoli ha bisogno di manager avveduti, lungimiranti, proiettati nella costruzione di una solidità che possa resistere a qualunque tempesta. Poi allora si potrà discutere a chi affidare la squadra con l’intenzione di primeggiare per davvero. Allora si potrà decidere se questo o quell’elemento invadente, condizionante debba andare via. In questi anni De Laurentiis ha avuto il merito di portare a Napoli allenatori importanti e giocatori di livello ma con nessuno si è riusciti a costruire qualcosa per arrivare davvero al vertice. E le ragioni sono state probabilmente due: per gli allenatori si è trattato di professionisti di passaggio o di tecnici che ad un certo punto hanno preferito andare via per fuggire da promesse non mantenute dalla società; i giocatori invece sono serviti a monetizzare grandi affari con un problema alla base, quello di avere grandi riserve in bilancio ed un progetto da far ripartire di continuo.
La situazione è questa, c’è poco da dire. Ci si augura possa cambiare ma è difficile essere ottimisti. È il Napoli con il suo attuale andamento che non autorizza pensieri positivi.

pubblicato su Napoli numero 32 del 30 gennaio 2021

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

COPERTINA

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

Una storia fatta di cicli e di programmi ambiziosi da rilanciare dopo un’annata confusa con una rosa arrivata al capolinea

di Giovanni Gaudiano

Il numero di per sé a Napoli non porterebbe bene ma per una volta, attivando tutti gli scongiuri del caso, si inizierà la stagione guardando con decisione in avanti, sicuri di aver già pagato ampiamente in questi anni eventuali debiti con la fortuna.
Quella che sta per iniziare sarà la diciassettesima stagione con Aurelio De Laurentiis alla guida della società azzurra. Il suo Napoli sta per diventare maggiorenne. Una vita, quindi, una storia piena di speranze, di emozioni, di uomini di qualità arrivati per riportare il Napoli laddove merita di stare.
Una storia con molti alti, pochi bassi, con qualche titolo conquistato per arricchire la bacheca azzurra. Un’avventura cominciata a Paestum tra i templi greci, luogo naturalmente deputato per la filosofia di cui è permeato il popolo napoletano, capace di assorbire anche un fallimento e l’onta di dover ricominciare dalla Serie C con pochi palloni ed una squadra raccogliticcia fatta in pochi giorni.
Al presidente spesso in questi anni è piaciuto ricordare come ha rilevato il Napoli in quell’estate infuocata del 2004. La situazione, c’è poco da dire, era quella ma forse in un momento di estrema lealtà qualcuno dei presenti, nelle varie occasioni, avrebbe potuto ricordare a Adl cosa Napoli ed il Napoli hanno rappresentato per lui, per tutta la sua famiglia e per la sua attività di oculato e capace imprenditore.
L’equilibrio di De Laurentiis nella gestione della società è noto, ci sono i dati ufficiali che lo confermano ad ogni presentazione di bilancio. Anche il quotidiano nazionale più specializzato in economia non può che confermare sempre questo successo che dura da sedici anni. Proprio per questo sarebbe il caso che De Laurentiis riconosca una volta tanto anche i meriti della città e degli appassionati, al di là di quelle posizioni controverse che di tanto in tanto fanno capolino.
Nella conferenza stampa del 13 luglio, con la quale il patron del Napoli ha presentato il ritiro di Castel di Sangro è stato bello sentire che c’è qualcosa che Aurelio De Laurentiis ignora o non conosce. Non per un malcelato e misero senso di rivalsa nei confronti di un uomo colto, le cui qualità non spetta a noi enumerare, ma per avvalorare un concetto: si guarda molto spesso troppo lontano mentre la soluzione è più vicina di quanto tutti possiamo immaginare.

È stato piacevole e soddisfacente sentire dire al presidente che a meno di due ore di auto da Napoli esiste qualcosa all’altezza, se non meglio, di quanto possano offrire le peraltro splendide valli alpine.
Il ritiro a Castel di Sangro della squadra azzurra, che comunque dalla stagione ventura rimarrà accoppiandosi a quello di Dimaro, è stato un modo per rinnovare l’aria attorno al Napoli. La scelta potrebbe rappresentare idealmente l’avvio di una ragionata rifondazione che a questo punto sembra impossibile da postergare ancora. Nella rosa ci sono quelli che sono stati dei punti di riferimento in questi anni ma il loro ciclo si può dire si sia concluso all’indomani della partenza di Hamsik e poi di Albiol.
Ci sembra giusto a questo punto avviare un breve amarcord per ripercorrere, proprio attraverso le parole del presidente, i passaggi che hanno contraddistinto le varie fasi della sua gestione al Napoli che va detto ha avuto una precisa connotazione: una continuità mai raggiunta anche nel momento più luminoso di un sia pur glorioso passato.
Ci tocca quindi partire da quel gran signore che è stato ed è Edy Reja per riavvolgere il nastro e provare a raccontare le fasi dell’era De Laurentiis, partendo dalle parole del presidente.
«Sono sempre in contatto con Reja, costantemente. L’ho sentito per anni, sin da dopo che insieme siamo tornati in Serie A. Gli chiedo spesso di venire a Napoli per aiutarmi e lui si rifiuta. Ho con lui buoni rapporti».
Si tratta di un estratto di alcune dichiarazioni rilasciate nel settembre del 2018 dal presidente sul tecnico, capace in meno di tre anni di riportare il Napoli in Serie A e fanno eco a quanto dichiarato dal tecnico friulano nel maggio del 2016…
«Aurelio De Laurentiis è un signore. Ora sa anche di calcio, ma appena prese la società no, per questo siamo quasi arrivati alle mani, ma da gentiluomini ci siamo subito spiegati e il giorno che sono andato via dal Napoli mi ha detto: “Per lei qua la porta sarà sempre aperta”. Non sono frasi di circostanza ci sentiamo ancora spesso».
Questo il primo ciclo che si concluse con la partecipazione del Napoli alla coppa Intertoto, l’eliminazione da parte del Benfica nella finale e una stagione che, dopo un avvio incoraggiante, subì una brusca frenata con l’avvicendamento in panchina e l’arrivo di Roberto Donadoni.
Il secondo ciclo lo si può far coincidere con l’arrivo di Walter Mazzarri alla guida del Napoli. All’atto del “divorzio”, voluto dal tecnico toscano, che pensava andando a Milano, sponda Inter, di consolidare quanto di buono costruito al Napoli, il presidente nell’estate del 2013, dopo l’ingaggio di Benitez, dichiarò…
«Rimango innamorato delle persone che hanno collaborato a un progetto importante. Mazzarri è un toscano, la sua ironia è normale. Io sono per l’internazionalizzazione, per me è più giusto un allenatore come Benitez, con cui ci siamo subito trovati d’accordo su tutto. In casa mia comunque i divorzi non esistono. Ho dato un’ultima opportunità a Mazzarri ma lui non l’ha accettata, ritenendo di aver concluso il suo lavoro a Napoli. Quindi ho deciso di andare avanti senza tentennamenti».
Il tecnico di San Vincenzo è stato importante nella crescita della squadra ma nessuno può negare, oggi a distanza di tempo, che l’affetto dei napoletani e la possibilità offertagli dalla società ed i risultati che è stato capace di conseguire con gli azzurri non si siano ripetuti da nessun’altra parte, mostrando per intero tutti i suoi limiti gestionali.

Per la successione a Mazzarri, De Laurentiis, come dichiarato, decise di internazionalizzare il Napoli e convinse durante la finale di Champions di quell’anno Rafa Benitez a venire a Napoli. Il suo racconto si riferisce alla fine della prima stagione dello spagnolo a Napoli.
«A Londra incontrai Benitez, col quale facemmo subito “scopa”. Ci trovammo in accordo su tutto ed iniziammo un percorso importante. Fin dal principio mi convinse che la squadra dovesse cambiare modulo; poi ha voluto vedere quali giocatori erano in grado di adattarsi meglio ai nuovi schemi. Infine, dopo il mercato estivo, abbiamo fatto mosse importanti nel mercato di gennaio».
Rafa Benitez con stile e signorilità dopo la decisione di andare a Madrid dichiarò…
«I progetti si possono costruire anche senza essere necessariamente i più facoltosi e noi a Napoli qualcosa di nostro abbiamo dimostrato. È stata rifatta una squadra, attraverso la cessione di Cavani e con investimenti mirati. Abbiamo fatto quello che si poteva: non è un difetto avere una disponibilità economica inferiore ad altri club. Ma De Laurentiis è stato bravo a portare il Napoli ad essere stabilmente tra le grandi. Se c’è anche qualcosa di mio nella squadra allestita, e penso ci sia, ne sono orgoglioso. Poi è arrivato un momento in cui le strade dovevano dividersi, avevamo visioni diverse sulla gestione, sulla politica societaria. Ma l’abbiamo fatto con rispetto assoluto, l’uno dell’altro».
Siamo così giunti al finale di questa breve rivisitazione della fondamentale gestione tecnica del presidente Aurelio De Laurentiis, ovvero la scommessa Sarri, la scelta successiva di un parafulmine come Ancelotti e l’arrivo a stagione quasi del tutto compromessa di Gattuso, quello che oggi sembra essere deputato alla concretizzazione del nuovo ciclo. Partiamo da alcune delle parole riservate dal presidente al tecnico toscano…
«È diventato il deus ex machina, ma anche nel calcio vale la regola del cinema dove per fare un buon film sono necessari un ottimo regista e un ottimo produttore, sono i genitori dell’opera dell’ingegno. Naturale che l’imprenditore dia delle indicazioni e che gli sia riconosciuta una parte del merito nel successo, non solo la colpa nella sconfitta. Chi ha preso Cavani? Il sottoscritto. E Mazzarri? Il sottoscritto. E Benitez? Sempre il sottoscritto. E Higuain? E Sarri? Quando lo scelsi tappezzarono la città di striscioni contro di me».
E poi dopo la separazione…
«Mi fece incazzare con la scusa volgare dei soldi, mi costrinse a cambiare e aveva ancora due anni di contratto. Ricordo che a febbraio mi invitò a pranzo in Toscana, a due passi da casa sua, organizzò la moglie, parlammo di tante cose ma non accennò a chiusure, a separazioni, mi portò fino al giorno che precedette l’ultima partita creando disturbo e incertezza alla società».
Maurizio Sarri forse è stato il più irriconoscente dei tecnici arrivati a Napoli nell’era De Laurentiis. Forse aveva pensato che il ciclo della squadra fosse arrivato al termine e quindi pensò che per “arricchirsi”, come lui stesso ebbe a dichiarare, sarebbe stato meglio emigrare. C’è chi a Napoli di tanto in tanto lo vorrebbe nuovamente alla guida della squadra, pensiamo che sarebbe sconveniente al di là di ogni possibile risultato.

La parentesi di Ancelotti andrà probabilmente valutata nel tempo o quando i due protagonisti si decideranno a dire la verità sull’accaduto. Di sicuro il tecnico emiliano sin dal suo arrivo ha cercato di far capire che erano necessari dei cambiamenti sostanziali ma forse al presidente serviva solo prendere tempo e poi un tecnico meno decorato per rilanciare il suo Napoli. Ecco le parole di De Laurentiis all’indomani dell’esonero…
«Scelsi la sua serenità, la tranquillità, la sua piacevole vicinanza. Mio padre era un filosofo, un uomo dolcissimo. Come Carlo. Ma prendendo lui, non so se feci la cosa più giusta per il Napoli. Dopo la prima stagione, potendo ricorrere alla clausola rescissoria contenuta nel contratto, avrei dovuto dirgli: “Carlo, per me non sei fatto per il tipo di calcio che vogliono a Napoli, conserviamo la grande amicizia, il calcio a Napoli è un’altra cosa. Ti ho fatto conoscere una città che adesso ami spassionatamente e che ti ha sorpreso, meglio finirla qui”».
Nelle dichiarazioni di De Laurentiis è presente solo una mezza verità. In varie occasioni il tecnico di Reggiolo si è accusato di un errore che avrebbe commesso senza però mai volerne parlare chiarendolo. È lecito pensare che anche lui pensasse che sarebbe stato meglio andar via alla fine del primo anno ma è altrettanto giusto considerare che nell’estate del 2019 i presupposti tra l’allenatore e la società erano ben diversi e lontani dalle dichiarazioni rese dal presidente.
Siamo giunti al termine di questa carrellata e va quindi ricordato il racconto che De Laurentiis ha fatto di recente parlando dell’ingaggio di Rino Gattuso…
«Ci eravamo rivisti al compleanno di Ancelotti, da Mammà, a Capri. Una tavolata di quaranta metri, Carlo aveva invitato il mondo, amici, ex compagni, sembrava un matrimonio, io e Carlo ai lati. Rino era seduto vicino a lui. Me l’ero immaginato diverso, ho scoperto un grande conversatore, molto presente a se stesso e in grado di affrontare tutti i temi possibili. Ci siamo intrattenuti a parlare per le tre ore della serata. Dopo il disguido del ritiro-non-ritiro gli ho telefonato e gli ho detto: “Rino, stai calmo, non prendere nessuna decisione se ti chiama qualcuno, stai fermo”. La sera della partita di Champions, dove peraltro abbiamo vinto, ho invitato Carlo a cena per spiegargli che avevo deciso di cambiare, anche per conservare la grande amicizia tra noi… Napoli è la parte migliore della mia vita. Io amo due sole città, i miei due posti, non esiste un altrove, Napoli e Los Angeles. Per stare vicino alla squadra ho appena deciso di affittare una villa di Capri e di trasferirvi gli uffici della Filmauro, del cinema e del calcio».
Ed ancora…
«La squadra aveva dimenticato il 4-3-3 sarriano, a Rino ho chiesto la riverginazione di quel modulo, anticipandogli che lo scotto da pagare sarebbero state tre, quattro sconfitte di fila. Ne ha perse di meno. Carlo, come mio padre, era l’ambasciatore, io e Rino siamo molto simili, due guerrieri, due che non le mandano a dire, due condottieri».

Il racconto, la storia, quella ricostruita attraverso le dichiarazioni di De Laurentiis è terminata. Inizierà un nuovo ciclo? Sarà proprio Gattuso il condottiero auspicato da Aurelio De Laurentiis a portarlo avanti? Avrà le qualità per gestire una squadra, una società dove l’organizzazione è molto diversa dal suo Milan, quello in cui giocava? E poi il presidente saprà ricostruire la squadra giusta per mirare ad una serie di obiettivi ragionevoli ma soprattutto finalmente raggiungibili?
Staremo a vedere!
Nel frattempo abbiamo ritenuto di dedicare per la prima volta la nostra copertina al presidente per riconoscenza, per evidenziare il proficuo lavoro fatto in questi anni ma soprattutto per spronarlo a realizzare l’obiettivo che la città aspetta da un po’ di tempo.
Lui è l’uomo giusto perché proviene dal mondo dei sogni, quello fatto di celluloide. Il grande sogno americano, paese che De Laurentiis ha eletto come sua seconda patria, ha fondato la sua realizzazione grazie anche al mondo cinematografico.
Napoli aspetta, non è importante chi siederà quel giorno sulla panchina mentre sarebbe giusto che Aurelio De Laurentiis completi l’opera raggiungendo l’obiettivo massimo che lo legherebbe, al di là delle polemiche, per sempre a questa città nonostante la sua evidente inflessione romanesca.

pubblicato su Napoli nr. 29 del 30 agosto 2020

È iniziata la stagione del rinnovamento

È iniziata la stagione del rinnovamento

FRAMMENTI D’AZZURRO

È iniziata la stagione del rinnovamento

Sembra che la stagione che sta per iniziare dovrebbe segnare l’inizio di un nuovo ciclo per il Napoli di De Laurentiis

di Giovanni Gaudiano

Il ritiro precampionato del Napoli sta per concludersi. La nuova sede così vicina alla città ha favorito, nonostante il periodo, un afflusso copioso ed un ricambio continuo da parte dei tifosi partenopei.
I temi sui quali discutere a questo punto sarebbero: che campionato vedremo, quanti spettatori potranno occupare le gradinate degli stadi, come verrà gestita la quarantena se il contagio dovesse ripresentarsi in una forma aggressiva e come saranno gestiti i viaggi per le nazionali e per la ripresa delle competizioni europee ed i relativi ritorni in sede dei convocati.
La voglia di scrivere di queste cose però è poca. I contorni di tutto quello che è accaduto sono ancora nebulosi e spesso appaiono inspiegabili.
Lo sport, ed il calcio in particolare, è sempre stato un’occasione per coinvolgere le masse, per alimentare passioni durature, antagonismi ed a volte anche sfegatati campanilismi ma il nostro sport nazionale è stato sempre e soprattutto voglia di competere, di misurarsi.
Pur sapendo di dover fare i conti con qualcosa di imprevisto, un incubo che pare non voglia ritornare nell’oblio, è necessario voltare pagina e dedicarsi a sviluppare discorsi sul gioco, sui confronti, sul dopo partita infuocato e polemico, quello che costituisce molto spesso il sale di questo meraviglioso gioco.
Parlando del Napoli di Aurelio De Laurentiis, sembra che la stagione che sta per iniziare dovrebbe segnare l’inizio di un nuovo ciclo.
La scelta del tecnico anche se a campionato in corso, le parole del presidente hanno lasciato intendere nei mesi scorsi che si sarebbe puntato ad una riprogrammazione, ad uno svecchiamento.
Qualche scricchiolio però trapela dalle segrete stanze. Il contratto non ancora rinnovato all’allenatore, la cui volontà peraltro sembra tentennare di fronte alle abituali clausole che la società inserisce nei contratti, non è un segnale positivo, non garantisce la continuità della conduzione e soprattutto non lascia intendere che si tratti davvero dell’inizio di un nuovo ciclo.
De Laurentiis sembra tranquillo, forse anche perché la presa di posizione di Gattuso lo mette in condizione di limitare gli investimenti previsti e spendere di meno. Ci permettiamo di dire che sarebbe un clamoroso errore avviare il motore con il freno a mano tirato, sarebbe l’ennesima dimostrazione di una politica poco competitiva in campo e solo molto redditizia in amministrazione.
È augurabile che quanto prima venga fatta chiarezza e nel frattempo noi ci dedichiamo a parlare dell’attacco del Napoli.
Di quello che è stato, dei giocatori che lo hanno composto e di quelli che dovranno riportarlo a livelli accettabili.
Non è un caso che nella stagione da poco conclusa gli azzurri abbiano realizzato in campionato solo 61 reti con una flessione che negli ultimi anni è apparsa inesorabile. Si è passati infatti dagli 80 gol del 2014-15 ed al record dell’anno seguente di 94 segnature ai 77 del 2017-18 ed ai 74 del 2018-19. Solo nel 2013-2014 si era segnato di meno con 54 reti e con la zona Champions fallita sia pur solo all’ultima partita.

La statistica in questo caso aiuta a comprendere e se analizzassimo quella dei gol subiti, lo faremo quando sarà chiara la rosa della nuova difesa azzurra, sarebbe ancora più evidente come il rendimento del Napoli abbia subito un’erosione dovuta forse alla stanchezza di alcuni uomini, ad un modulo non più applicabile e soprattutto a qualche investimento non del tutto riuscito.
Senza voler cercare il solito colpevole, giusto per parlare, è necessario prendere coscienza invece di come una stagione sia finita. Di come un tipo di gioco gradito e adeguato ad una certa rosa forse debba andare in soffitta per evitare di replicare qualcosa di superato. Il Napoli che ha preso Osimhen deve programmare un gioco che ne possa valorizzare le qualità. Un tipo di gioco dove la profondità, la velocità ed il sostegno ad una punta forte fisicamente, rapida, predatore inesorabile in area di rigore, capace quindi di creare spazi al limite ai tiratori dalla media distanza (Mertens, Fabian Ruiz, Zielinski, Politano) siano fondamentali nello schema d’attacco.
Se questo rinnovamento sarà disatteso, l’annata potrebbe svilupparsi negativamente con una serie di conseguenze che ci si augura non abbiano a verificarsi. Se la società invece si muoverà sul mercato come pare e se arriveranno un certo tipo di giocatori funzionali ad un gioco di tipo più europeo, come quello che si è avuto modo di vedere nelle finali europee organizzate in Portogallo e in Germania, l’allenatore sarà chiamato a favorire questa scelta senza soffermarsi su beghe di spogliatoio. Potrà dimostrare facilmente di avere iniziato un tale percorso partendo proprio dalla posizione del portiere, si dice di solito che si inizia a contare proprio dal numero 1, sul quale c’è poco da discutere, viste le carenze tecniche mostrate in varie occasioni da Ospina opposte ad una classe, ad una innata capacità di un ragazzo come Alex Meret, sul quale scommettono da tempo gente come Zoff e Iezzo, due portieri che appartengono alla incancellabile storia del Napoli.

pubblicato su Napoli nr. 29 del 30 agosto 2020