“Il romanzo appartiene al suo autore”

“Il romanzo appartiene al suo autore”

LE STORIE

“Il romanzo appartiene al suo autore”

Una conversazione con de Giovanni su quanto siano differenti i romanzi e le serie adattate per la televisione

di Giovanni Gaudiano

Libri, teatro, cinema, manifestazioni sportive e poi la vita di tutti i giorni che stenta a riprendere il suo ritmo normale. Tutto è stato toccato, modificato da quanto accaduto in questi mesi. Si è ripartiti ma nonostante le cautele, le rassicurazioni è diffuso un senso di disagio oltre che gli evidenti problemi di natura economico-finanziaria.
L’attività televisiva ha beneficiato delle lunghe giornate trascorse in casa ma anche in quel settore le produzioni sono state sospese ed ora finalmente vedono la luce.

Vedremo serie attese da tempo ma quello che sta per essere messo in onda è l’occasione per puntualizzare con un autore prolifico e sempre atteso come Maurizio de Giovanni cosa verrà fuori dallo schermo televisivo.

«Io faccio lo scrittore, le serie televisive sono una cosa carina ma non mi riguardano direttamente. Sono contento perché la condivisione delle storie è maggiore, però io scrivo i romanzi ed in questo senso le storie sono tutte uguali: Ricciardi, Sara, Mina ed i Bastardi sono tutte quante storie che per me sono importanti così come i personaggi, l’ambientazione, l’epoca in cui si svolgono. Non sono quindi le serie televisive che mi rendono più o meno affezionato ai miei personaggi. È importante che si capisca che il romanzo è dell’autore che si siede davanti al computer e scrive quello che vede, quello che sente, non c’è nessuna mediazione. La storia esce per come l’autore la vede. L’unico limite può essere rappresentato dalla capacità di scrittura che incide sui concetti che vuoi esprimere».

La conversazione con Maurizio de Giovanni inizia così.
L’autore più rappresentato del momento rivendica il suo lavoro perché non si confonda cosa vuole dire essere scrittore, essere capace di trasmettere attraverso il racconto quella partecipazione dell’autore alla vita dei suoi personaggi e di conseguenza poi la capacità del lettore di creare un contatto con la storia, immaginando volti, suoni e luoghi attraverso la lettura della pagine del romanzo. Certo la serie televisiva come nel caso dell’opere di de Giovanni finisce per fornire tanti particolari del personaggio immaginato ma in realtà senza il lavoro dello scrittore non esisterebbe nulla, non ci sarebbe la possibilità di dare forse una vita diversa rispetto a quella pensata a quei personaggi che finiscono per affollare le nostre serate passate in comodità in poltrona a casa, al teatro, al cinema.

E quindi per meglio chiarire il concetto diamo ancora spazio alle parole dell’autore che non sono una sorta di rivendicazione del suo lavoro, non ne avrebbe bisogno, ma più che altro una maniera di spiegare quello che abbiamo sotto gli occhi ma che a volte ci sfugge.

«Una serie televisiva come uno spettacolo teatrale, come un film è frutto del concorso di molte professionalità: registi, attori, direttori della fotografia, scenografi, sceneggiatori, costumisti, autori della colonna sonora, ognuno dei quali in maniera corretta e indipendente esercita la propria professionalità. Il prodotto finale nel caso del romanzo è unicamente il frutto della fantasia dell’autore, mentre nel caso della serie televisiva e degli spettacoli teatrali e cinematografici ci sono molte professionalità che contribuiscono a produrlo. Di fatto quell’opera diventa meno tua perché si discosta da quello che avevi in mente quando l’hai scritta, perché tutti gli altri che partecipano alla sua realizzazione con i vari dispositivi ci mettono del loro e finiscono per deviare dalla storia principale. La serie televisiva, una commedia al teatro o un film appartiene meno all’autore che l’ha scritta con diversi gradi di differenza perché per esempio nel caso del teatro c’è maggiore vicinanza a quello che hai scritto, perché al di là degli attori e della scena non si va mentre nella serie televisiva già cambiare i tempi della conversazione può cambiare il significato».

C’è un altro aspetto che vorrei chiarire con il tuo aiuto. In molti dicono che attraverso le serie televisive si finisce per mostrare una Napoli lontana dalla sua realtà perché magari troppo bella, più efficiente e diversa dagli stereotipi che invece le sono stati appiccicati addosso. Cosa ne pensi?

«Si potrebbe obiettare con facilità che la Napoli che viene fuori da Gomorra è troppo brutta. Diciamo che la nostra è una città mondo. È un universo, puoi cercare e trovare varie tipologie di ambienti, di panorami. Io racconto il centro storico con i Bastardi e rappresento una città che ha delle bellezze e delle bruttezze. Ci sono luoghi di difficile lettura sociale, come ad esempio il Pallonetto di Santa Lucia, i Quartieri Spagnoli e poi ci sono anche quei luoghi solari, più ampi e anche monumentali come Piazza Plebiscito e Santa Lucia. Noi sappiamo benissimo che la nostra è una città di conflitti e contraddizioni ed è sempre opportuno raccontarne una parte tenendo ben presente che non si tratta del tutto. Napoli in alcuni aspetti è abbagliante, incantevole e meravigliosa mentre in altri aspetti è buia, oscura e difficile. In fondo non c’è nessuno che possa dire la vera Napoli ve la racconto io. Non lo posso dire io, e neanche Roberto Saviano, Elena Ferrante, Diego De Silva, Valeria Parrella».

Soffermandoci un momento sui Bastardi, hai tratteggiato nel primo romanzo le figure dei personaggi principali proprio nelle note al testo, ora dopo dieci romanzi quale sarebbe la tua definizione, anche sintetica, aggiornata per ognuno di loro alla luce di tutte le storie che hanno attraversato le loro vite?

«I personaggi man mano che tu scrivi cambiano, perché le loro personali situazioni evolvono. Partendo da Luigi Palma, oggi direi che la sua figura somiglia a quella di un buon allenatore che deve mettere in campo la squadra tirando da ognuno il meglio che ha. Lojacono invece è un fantasista, uno di quelli abituato a giocare da solo che però al momento buono sa mettersi al servizio della squadra. Pisanelli è un classico regista che cerca di non correre molto ma ha la capacità di indirizzare gli altri ed è per questo quasi un allenatore in campo mentre la Calabrese è un portiere, tenta di far lavorare bene gli altri anche attraverso le sue informazioni. Marco Aragona invece è un esterno d’attacco estroso, fantasioso che può farti arrabbiare in alcuni momenti ma in altri ti risolve la partita e Francesco Romano è un roccioso difensore centrale che al momento opportuno picchia senza farsi pregare. Poi c’è la Alex Di Nardo che è un terzino capace di coprire ed attaccare all’occorrenza, è una che sa fare bene entrambe le fasi di gioco».

L’utilizzo di termini calcistici è assolutamente condivisibile ed aiuta ad identificare i tuoi personaggi. Ma ti chiedo, lo scrittore finisce per avere tra tanti personaggi una preferenza personale magari dettata dal fatto di rivedersi in quella caratterizzazione?

«Sai, è un po’ la stessa cosa che accade con i figli non perché ce ne sia uno a cui vuoi più bene ma ce ne può essere uno a cui ti senti più affine rispetto agli altri. Penso che Maione in “Ricciardi” e Pisanelli nei “Bastardi” siano quelli che io sento un poco più vicini».

A proposito, quanto è prossimo il nuovo romanzo sui Bastardi e poi pensando un momento all’interpretazione di Lojacono di Gassmann ti chiedo: la sua scelta ti è piaciuta sin dall’inizio?

«Il prossimo libro che pubblicherò sarà proprio sui Bastardi. Uscirà a dicembre e si intitolerà: “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”. Per quanto riguarda Alessandro a me piaceva moltissimo, credo sia un attore straordinario oltre ad essere una persona di rara sensibilità e intelligenza. Sono sempre stato assolutamente soddisfatto che la scelta sia caduta su di lui».

La conversazione ha trattato altri temi che svilupperemo prossimamente ma è impossibile chiudere per il momento questo incontro con Maurizio de Giovanni senza ricordare come il nostro concittadino abbia raggiunto proprio la scorsa settimana con “Troppo freddo per Settembre”, l’ultimo romanzo con al centro l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli Mina, la prima posizione assoluta nei libri di narrativa più venduti in Italia. È un risultato prestigioso per lui che trattiene a stento la sua soddisfazione, per il suo lavoro e per la nostra città che continua a presentare eccellenze in ogni campo nonostante le difficoltà generali e quelle particolari che da noi non sono mai mancate.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

IL TEMA

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

La Napoli televisiva con le tre fiction scaturite dalla fervida penna dell’impeccabile Maurizio de Giovanni

di Giovanni Gaudiano

Sarà un autunno televisivo incentrato sulla nostra Napoli quello che è da poco iniziato, anzi lo è già da qualche settimana quando ancora il caldo estivo la faceva da padrone.
L’onda partenopea si trascinerà sino all’inverno ed all’inizio del 2021.
Su Sky Arte, si diceva, sta andando in onda una serie delle “Sette Meraviglie” dedicata interamente alla città. Documentari di qualità che trattano alcune delle bellezze napoletane con approfondimenti e particolari che dovrebbero invogliare i turisti a tornare al più presto, con le dovute cautele, ad affollare la città.
Ci sono poi tre fiction targate Rai, due che dovrebbero iniziare a breve ed una che forse vedrà la luce ad inizio del nuovo anno.
Sono tutte tratte dall’estro e dalla fantasia applicata alla realtà di Maurizio De Giovanni che con i suoi libri collabora attivamente da sempre a propagandare la città con le sue problematiche senza però dimenticare il suo patrimonio, le bellezze paesaggistiche e la varia e profonda umanità che abita una delle città più belle del mondo.
Tornando alle fiction come vengono chiamate oggi, andava bene anche sceneggiati televisivi, sono da pochi giorni terminate le riprese della terza serie de “I Bastardi di Pizzofalcone” con Alessandro Gassmann, romano di Napoli, a guidare la pattuglia dei derelitti capitani dall’impeccabile vice questore Massimiliano Gallo. Ci sono attori presenti nelle prime due serie ma ci sono anche delle novità dovute al finale della seconda serie il cui effetto ancora si attende di vedere.
Sembra poi imminente l’arrivo sugli schermi del tanto amato e rimpianto Commissario Ricciardi, che de Giovanni pare avere pensionato. L’attore prescelto ad interpretarlo è Lino Guanciale, un volto molto gradito dagli affezionati spettatori della Rai. Con lui animeranno la serie composta da 6 puntate della durata di 100’ i napoletani: Antonio Milo, Nunzia Schiano, Serena Iansiti, Enrico Ianniello, Maria Vera Ratti, Fabrizia Sacchi e Peppe Servillo.
Ultima ma non tale l’attesissima Mina Settembre, l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli apparsa per la prima volta nel romanzo di de Giovanni “Dodici rose a Settembre” da cui sono tratte 12 puntate da 50’ ciascuna.
Il ruolo di Mina è stato affidato alla bravissima Serena Rossi, non si poteva scegliere di meglio, che sarà affiancata da Giuseppe Zeno, Marina Confalone ed altri.
Ora è quasi tempo di sedersi in poltrona dopo cena, magari sorseggiando qualcosa, ed attendere la messa in onda di tre storie che non deluderanno le attese.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

Gli operai azzurri contro i fenomeni blaugrana

Gli operai azzurri contro i fenomeni blaugrana

LA SFIDA DI CHAMPIONS

Gli operai azzurri contro i fenomeni blaugrana

Gattuso con umiltà per creare difficoltà ai campioni di Spagna guidati da Setién che ha lanciato Fabian Ruiz al Betis

di Bruno Marchionibus

Una “manita” da riscattare

Il gran giorno è arrivato e il San Paolo si prepara ad ospitare quella che a tutti gli effetti rappresenta una serata di gala per Napoli e la sua squadra. Il Barcellona infatti negli ultimi 15 anni, oltre a salire per ben quattro volte sul tetto d’Europa, ha conquistato come nessun’altra squadra a livello internazionale i favori di critica e tifosi, grazie alla sua filosofia di gioco ed a fuoriclasse assoluti che hanno fatto innamorare ogni appassionato di football in giro per il mondo. L’arrivo dei blaugrana a Fuorigrotta, inoltre, porta con sé tante “storie nella storia”, a partire dalla prima di Messi nel tempio di Maradona, il D10s che per la “pulce” ha rappresentato una sorta di fantasma per tutta la sua carriera.
Rimanendo all’aspetto più empirico del gioco, quello del campo, è chiaro che l’obiettivo del Napoli, in un doppio confronto che vede i ragazzi di Gattuso partire, nonostante le assenze tra le file dei catalani, con gli sfavori del pronostico, dovrà essere innanzitutto quello di ben figurare e di terminare il primo round dell’ottavo di finale con un risultato che consenta di mantenere il discorso qualificazione aperto almeno fino alla gara del Nou Camp.
Se Insigne e compagni riuscissero, anche grazie all’apporto del pubblico amico, a portare a casa un risultato positivo questa sera, sarebbe poi a Barcellona che i partenopei si giocherebbero il tutto per tutto per firmare un’impresa che rimarrebbe negli annali. Proprio nella casa del Barça, nell’agosto 2011, gli azzurri, che sotto la guida di Mazzarri si preparavano ad affrontare la prima Champions dell’era De Laurentiis, subirono una “manita” dagli spagnoli in occasione del Trofeo Gamper. Il match di ritorno del 18 marzo in terra iberica, così, potrebbe rappresentare anche l’occasione per “riscattare” quel 5 a 0 estivo di ormai quasi dieci anni fa; partita di cui, ad onor del vero, ci si ricorderà sempre anche per un meraviglioso gol in rovesciata del Matador Cavani annullato sul punteggio di 0 a 0.

Italia vs Spagna: spettacolo e sorprese

Negli ultimi anni sono stati molteplici gli incroci tra squadre italiane e spagnole nella massima competizione continentale per club, con sfide che hanno regalato emozioni ed in qualche caso anche clamorose sorprese. Il Napoli, nella stagione 2016/17, negli ottavi di finale si trovò di fronte il Real Madrid di Zidane (in panchina) e Ronaldo, venendo sì sconfitto tanto all’andata che al ritorno per 3 a 1 ma mettendo in mostra, a tratti, un calcio spettacolare e dimostrandosi meno inferiore agli avversari rispetto a quanto detto dal punteggio. Le stesse merengues, al termine di quella annata, si aggiudicarono la “Coppa dalle grandi orecchie” superando in finale la Juve con un netto 4 a 1; Juventus che, due anni prima, si era vista fermare sul più bello dal Barcellona, Campione d’Europa 2015 con un perentorio 3 a 1. Ed è stato proprio il Barcellona, poco più di due mesi fa, a estromettere l’Inter di Conte dalla fase a gironi della competizione battendola prima in Spagna e poi, nonostante la qualificazione già ottenuta ed una formazione ampiamente rimaneggiata, anche nell’ultimo atto del Gruppo F a San Siro.
Gioie italiane, invece, sono state due rimonte clamorose, tra le quali la più recente è quella della Juventus sull’Atletico Madrid dello scorso anno, quando la Signora ribaltò a Torino il 2 a 0 Colchoneros dell’andata. La più epica delle remuntade, in ogni caso, rimane quella firmata dalla Roma di Di Francesco nell’aprile del 2018 nei confronti del Barça, quando il 4 a 1 blaugrana del Nou Camp fu completamente capovolto dal 3 a 0 giallorosso dell’Olimpico, con i capitolini qualificati per le semifinali e Manolas eroe della serata.

I precedenti tra Cruijff e … Dzemaili

Tra Napoli e Barcellona non ci sono precedenti ufficiali, ma le due compagini si sono affrontate, nel corso della loro storia, più di una volta in amichevole. Oltre al Gamper del 2011 ed alle due vittorie spagnole nei match disputati oltreoceano la scorsa estate (2 a 1 e 4 a 0 i risultati finali), azzurri e blaugrana si sono trovati di fronte in altre due occasioni. La prima risale al 1978, quando i partenopei di Di Marzio e Savoldi, in fase di preparazione alla finale di Coppa Italia poi persa con l’Inter, pareggiarono per 1 a 1 col Barça di Cruijff, impegnato in una tournée europea prima che il genio olandese lasciasse il Vecchio Continente per approdare agli Aztecs di Los Angeles. Unico successo napoletano, invece, nell’estate del 2014, quando il Barcellona, ad onor del vero imbottito di giovani, fu superato nel finale dal Napoli di Rafa Benitez grazie ad un tiro dalla grande distanza di Blerim Dzemaili.

L’INTERVENTO

Maurizio de Giovanni
tra speranze e orgoglio azzurro

Maurizio de Giovanni, apprezzato scrittore di noir all’italiana ma anche tifosissimo della squadra azzurra, è fiducioso in vista della super sfida al Barcellona e punta tutto sull’orgoglio dei calciatori partenopei.

Il San Paolo è pronto ad ospitare il Barcellona, una delle squadre più forti del mondo. Che partita si aspetta Maurizio de Giovanni?

«Io mi aspetto innanzitutto una partita bella, spettacolare. È chiaro che in partenza il Barcellona sia nettamente favorito, ma proprio il fatto di avere un pronostico chiuso a favore dei catalani potrebbe rivelarsi un vantaggio per il Napoli. In teoria la partita “è persa”, dunque i partenopei potranno giocare sereni, senza obblighi di risultato; e quando la squadra azzurra scende in campo serena, soprattutto contro compagini come il Barça che, per filosofia, vogliono imporre il proprio gioco, normalmente riesce quantomeno a ben figurare. Quindi posso dire che io ho delle speranze».

Quale potrebbe essere l’arma in più a disposizione degli azzurri per provare a impensierire gli spagnoli? C’è un giocatore in particolare che potrebbe fare la differenza?

«Più che un giocatore in particolare io credo che, in generale, contro un avversario di tale livello l’arma in più degli azzurri dovrà per forza di cose essere l’orgoglio, la voglia che certi calciatori dovranno avere di dimostrare che sono all’altezza di un palcoscenico come quello rappresentato da un ottavo di Champions al cospetto del grande Barcellona».

I biglietti per la gara di questa sera sono andati a ruba. Anche il pubblico sugli spalti a Fuorigrotta dovrà fare la sua parte…

«L’apporto del San Paolo, certamente, è sempre fondamentale. Ma anche al Nou Camp si gioca in un’atmosfera “impressionante”, quindi dal punto di vista ambientale, nel complesso dei 180 minuti della sfida, non credo ci sia la possibilità di “imporre” qualcosa. Quello che c’è da “imporre” senz’altro, ripeto, è l’orgoglio dei nostri calciatori».

Dal punto di vista tattico il modello di partita da riproporre dovrà essere quello che ha permesso recentemente agli azzurri di superare la Juventus e l’Inter?

«Sì, esattamente. Come ho detto, il Napoli ha dimostrato di essere in grado di saper affrontare questo tipo di partite contro questo tipo di avversari e di riuscire sempre a fare bella figura».

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

Giallo o Noir? Parola a quattro editori

Giallo o Noir? Parola a quattro editori

GLI EDITORI

Giallo o Noir? Parola a quattro editori

Aldo Putignano, Alessandro Polidoro, Rosario Bianco e Diego Guida parlano di Maurizio de Giovanni e dell’editoria campana

di Giovanni Gaudiano

La saga del Commissario Ricciardi chiude o forse s’interrompe ma il lavoro di Maurizio De Giovanni prosegue e proseguirà. Il lavoro del romanziere ha segnato ad oggi un punto fermo nel genere noir e dai consensi che ha raccolto tra il pubblico quanto tra la critica è chiaro come non si possa più parlare di un fenomeno ma di un autore consolidato del quale si aspettano con ansia i prossimi lavori. Abbiamo rivolto a quattro editori napoletani, Aldo Putignano di Homo Scrivens, Diego Guida di Guida Editori e presidente degli editori italiani, Alessandro Polidoro dell’omonima casa editrice e Rosario Bianco della Rogiosi Editore, tre domande per meglio esplorare il genere, l’opera di De Giovanni e lo stato dell’editoria.

I quesiti rivolti:

1) Quale è per lei la differenza sostanziale tra giallo e noir?
2) Cosa ne pensa del successo di De Giovanni e dell’addio di Ricciardi?
3) Che periodo attraversa l’editoria in Campania ed in generale in Italia?

Aldo Putignano

1) Il giallo è un gioco intellettuale che parte da un evento nefasto e le indagini che ne scaturiscono servono ad analizzare le persone, la società quindi idealmente il mondo che gira intorno alla storia. Il noir scompagina le carte perché non ha come obiettivo la certezza di una soluzione, tipica del giallo, può non arrivare ad una soluzione e questo serve ad aggiungere inquietudine nel lettore.

2) Per quanto riguarda la carriera di Maurizio ritengo sia un unicum nella moderna storia letteraria perché si è trattato di un arrivo improvviso che ha ottenuto immediatamente grande attenzione e grandi risultati in Italia e all’estero. In questo panorama Ricciardi ha avuto un preciso ruolo in una scrittura che si caratterizza per vari aspetti: quello umoristico, quello storico con il racconto di un’epoca fino ad arrivare a quello horror. Ritengo inoltre che in Maurizio sia forte il desiderio di rilanciarsi trovando nuove strade ed affrontando nuove sfide per mettersi sempre in discussione. Dispiace non leggere più di Ricciardi ma siamo anche tutti curiosi di vedere che strade De Giovanni prenderà.

3) Credo che l’editoria napoletana sia in grande fermento, ha superato la fase di un’editoria tradizionale legata agli editori-librai che nella nostra città hanno svolto un ruolo determinante per approdare ad un ambito nazionale come dimostra il fatto che tra gli scrittori italiani più letti ci siano diversi autori campani. Poi manifestazioni come “Ricomincio dai libri” e ancora di più “Napoli-Città-Libro” testimoniamo di un’attenzione importante e anche che il dialogo è ripartito.

Diego Guida

1) Credo che pochi siano in gradi di comprendere la vera differenza letteraria tra giallo e noir. Maurizio è riuscito a costruire un percorso anche di dialogo con i suoi lettori e penso che questo sia importante. Ritengo inoltre che De Giovanni abbia il merito di aver contribuito a valorizzare la nostra città con la descrizione dei posti e dei luoghi che troviamo nelle sue opere.

2) Apprezzo molto la scelta di De Giovanni perché dimostra il coraggio di inventarsi un nuovo personaggio mentre poteva vivere sugli allori di uno già noto al grande pubblico. Avere il coraggio di presentarsi con un novità vuol dire essere attento al mutamento dell’umore dei lettori e quindi personalmente plaudo a questa sua scelta.

3) Credo ci siano una serie di concomitanze che ci fanno tornare all’attenzione nazionale come editoria partenopea e campana. Sono convinto che il grande successo di alcuni nostri autori su tutto il territorio nazionale, anche se i libri sono stati pubblicati da case editrici non napoletane, combinato con il successo delle due edizioni del Salone del libro a Napoli ci abbiano riportato un po’ alla ribalta nazionale ed internazionale. La città è stata riscoperta per quella che in realtà è, oggi Napoli ha un’immagine diversa da spendersi all’esterno che ha permesso di abbandonare i soliti stereotipi.

Alessandro Polidoro

1) Credo che la chiave di lettura sia quella della contaminazione anche tra giallo e noir che sono due generi che possono avvicinarsi tra loro e attrarre una platea di lettori eterogena e più vasta rispetto ad una classificazione troppo rigida.

2) Il successo di De Giovanni è da considerarsi meritatissimo, ha dimostrato di essere un creativo che ha saputo attraversare diverse forme artistiche come la scrittura, la sceneggiatura, il teatro, il cinema, la televisione dimostrando di essere un artista camaleontico capace di raggiungere un pubblico molto vasto. L’editoria campana ha ricevuto grandi beneficio dal suo lavoro.

3) È un periodo di grande fermento e ciascuna azienda editoriale sta puntando sulla qualità, sulla specializzazione e sulla competenza. Quest’atteggiamento sta portando gli editori campani ad essere osservati e ad avere un preminenza ed un’importanza anche a livello nazionale. C’è ancora tanto da fare, da lavorare sulla promozione e sulla distribuzione ma le buone intenzioni, le competenze e le qualità ci sono.

Rosario Bianco

1) Il giallo presenta una trama contorta, quasi enigmatica mentre il noir rappresenta un genere distinto che in qualche maniera si contrappone al giallo nel senso che ha seri paradigmi di violenza, è molto più duro e poco enigmatico e non ha come obiettivo la ricerca della soluzione.

2) Maurizio è una persona coerente. Questa sua scelta gli dà ancora più lustro, più spessore sia come uomo che come scrittore perché ha mantenuto i presupposti che aveva anticipato. Con Ricciardi ha esplorato un tipo di narrazione territoriale nella quale si sono riconosciuti un po’ tutti i napoletani perché Maurizio è bravo non solo nella descrizione dei luoghi ma del humus, del vissuto dei luoghi stessi. Il suo lavoro però ha raggiunto il risultato di coinvolgere anche quelli, non napoletani, che amano la parte positiva della nostra città.

3) Credo che l’editoria campana non ha mai attraversato un periodo di crisi come fermento culturale perché le vendite sono un argomento da trattare a parte. A questo proposito mi piace sottolineare come sia un dato di fatto che coinvolga tutta la regione e come l’iniziativa non sia mai venuta meno. Il momento attuale vede una bella reazione dell’editoria organizzata che forse si è avvalsa dell’organizzazione del Salone del Libro per allargare la propria attività. C’è tanta vitalità anche se vediamo che i nostri migliori autori per forza di cose sono pubblicati da case editrici non napoletane e non campane ma questo fa parte del gioco dell’impresa.

pubblicato sull’inserto dedicato a Maurizio de Giovanni di Napoli n.13 del 07 agosto 2019

Maurizio de Giovanni e la sua scelta inevitabile

Maurizio de Giovanni e la sua scelta inevitabile

/ L’INTERVISTA

Maurizio de Giovanni e la sua scelta inevitabile

Le ragioni dell’addio al commissario Ricciardi a cui l’autore sentiva di dover mettere un punto con l’arrivo della guerra mondiale

di Giovanni Gaudiano

“Devi imparare presto che la vita è strana, amore mio. Devi capire che non tutto ciò che si vuole lo si ottiene, e non tutto ciò che si ottiene lo si vuole”.

Sono poche battute tratte dal bellissimo racconto “Il Pianto dell’Alba” di Maurizio de Giovanni che dovrebbe segnare la conclusione di una storia durata 15 romanzi in 13 anni. Siamo a metà di questo racconto a parlare è Enrica la moglie del commissario Ricciardi che si rivolge silenziosamente alla loro bambina ancora nel suo grembo. Ho scelto queste poche parole perché credo che possono aiutarci a comprendere le scelte di de Giovanni. Chi mai avrebbe interrotto volontariamente un rapporto tanto viscerale e simbiotico con i propri lettori? E poi poteva esserci un modo meno doloroso di farlo? Sono domande che Maurizio de Giovanni si sarà poste più volte ed alle quali ha voluto dare una risposta coerente col suo pensiero e coraggiosa per tutte le implicazioni che una tale decisione avrebbe comportato. Luigi Alfredo Ricciardi, il commissario venuto dal Cilento nella Napoli dell’era fascista, ha rappresentato nel panorama letterario una figura solida, un punto di riferimento per tutti gli amanti del genere noir ed è stato un grande successo. Con il commissario al centro è stato naturale iniziare una conversazione con de Giovanni partendo proprio dalle risultanze de “Il Pianto dell’Alba” che ha un sottotitolo comprensibile fino in fondo a chi saprà dedicare un po’ del suo tempo alla lettura di un romanzo: bellissimo, intriso di pensieri, triste al di là di tutto e quindi in linea con il personaggio venuto fuori dalla penna di Maurizio de Giovanni. È una lettura consigliabile anche ad un neofita che poi troverà spunto per partire dal primo libro della serie per recuperare l’intera storia del commissario.

L’argomento del giorno è il pensionamento di Ricciardi. La scelta di fargli seguire un percorso legato al tempo e quindi farlo avanzare negli anni la rifaresti?

«In effetti, avrei potuto cristallizzarlo, come miei illustri predecessori (Simenon, Camilleri) hanno fatto. Ma mi sarei annoiato: ho preferito raccontare l’evoluzione personale di Luigi Alfredo, e questo mi ha costretto a mettere un punto. Non me la sono sentita di continuare a seguire Ricciardi durante la guerra mondiale, quando i morti di morte violenta, soprattutto a Napoli, in alcuni quartieri furono più dei sopravvissuti. Sarebbe stato il racconto di un uomo allucinato, ai limiti della follia».

Perché decidesti di ambientare il suo percorso negli anni ‘30? Ti piaceva il periodo, volevi descrivere la Napoli del tempo o volevi evitare che da contemporaneo fosse uno dei tanti commissari?

«Il personaggio è nato al Gambrinus durante un concorso, per cui sono stato influenzato dall’ambientazione liberty. Avrei senz’altro potuto spostarlo in avanti in occasione della stesura dei romanzi, ma ho preferito lasciarlo dove era. Odio la polizia scientifica e gli Anni Trenta sono stati gli ultimi in cui l’investigazione era ancora affidata in buona sostanza all’analisi delle passioni».

Cosa provi oggi che “Il pianto dell’alba” dovrebbe essere l’ultima inchiesta di Ricciardi, e un po’ come se stessi chiudendo una parte di te in un cassetto?

«Sono pervaso dalla malinconia. Tra l’altro Ricciardi è ispirato a mio padre, morto giovanissimo tanti anni fa, e chiudendo il ciclo in qualche modo saluto di nuovo anche lui. Mi fa tristezza soprattutto perché finora, appena finivo di scrivere un romanzo, nella mia mente redigevo un’altra pagina, l’inizio del successivo. Stavolta invece ho dovuto frenare l’immaginazione e non è stato semplice».

Senza voler dare informazioni o speranze è possibile che questa tua decisione venga rivista?

«Per ora no, per quanto ti dicevo prima a proposito della impossibilità di continuare a seguire Ricciardi durante la guerra. Potrei tornare a trovarlo più avanti, per esempio negli anni Sessanta. Ma non ne sono affatto certo. Tra un anno però affiderò a Bambinella la narrazione delle vicende dei personaggi minori. Nel frattempo nel corso dell’anno usciranno “Dodici Rose a Settembre” (il primo romanzo che l’autore dedica al personaggio di Gelsomina “Mina” già conosciuto in due racconti brevi, ndr) edito da Sellerio e un nuovo racconto dei Bastardi, previsto per novembre, che si intitolerà “Nozze”».

Ho letto da qualche parte che nel 2021 o giù di lì vorresti andare in pensione. Non pensi che sia ingiusto per i lettori, per i tuoi personaggi tanto amati e anche per te stesso? O il sentimento che prevale è quello di aver dato tutto, il massimo e quindi per evitare inutili cadute preferisci chiudere tu la storia?

«Non è vero. Chiudo solo Ricciardi. Le altre serie (Bastardi e Sara) proseguiranno, e magari saranno affiancate da altro. Per scaramanzia non ti darò particolari».

Hai già detto qualcosa durante questi anni ma ti chiedo in maniera conclusiva il tuo commissario assomiglia a qualcuno?

«Senz’altro a mio padre, fisicamente e di carattere. A parte il “fatto”, è ovvio».

L’informatore “Bambinella” appartiene ad una doppia categoria di persone considerate al margine della società in quel periodo storico. Hai scelto questa figura per valorizzare l’umanità presente nel personaggio o al contrario per evidenziare la serenità di pensiero che in fondo è insita in Ricciardi?

«Non sono d’accordo. Napoli è stata sempre una città inclusiva. Ho trovato dei documenti da cui si evince che i “femminelli” erano mantenuti dalla collettività perché ritenuti esseri superiori, dotati di entrambe le nature, maschile e femminile. Probabilmente il regime ha inciso negativamente sulla considerazione sociale di queste persone, ma a Napoli ha avuto poco peso, almeno fino ai giorni che arrivo a raccontare io».

Non so se ti è stato chiesto in precedenza. “Il fatto” appartiene in qualche modo alla tua vita o alle cupe sensazioni ed agli incubi che fanno parte della vita di tutti noi?

«Il “fatto” è l’empatia, l’impossibilità di essere felici vicino a persone che soffrono. Dico sempre che siamo abituati a cambiare canale davanti alle atrocità cui la società ci mette davanti. Ebbene, Ricciardi è un uomo senza telecomando».

Tra i quindici racconti dedicati a Ricciardi ne hai uno che si può ritrovare più spesso sul tuo comodino? O non ti capita mai di rileggerne qualcuno?

«Non rileggo mai quello che scrivo. Mi annoia. Anche in fase di redazione l’editing è affidato a mia moglie Paola, che si interfaccia direttamente con l’editore».

È necessario che io ti chieda un giudizio sull’attore, Lino Guanciale, che interpreterà Ricciardi. Non è importante stabilire se fosse quello più adatto dal tuo punto di vista ma mi sembra giusto che tu ci dica se non fosse quello giusto nel tuo immaginario.

«È un attore bravissimo. Non somiglia al mio Ricciardi».

La riproduzione della Bonelli di Ricciardi pensi sia: un’operazione editoriale, un modo per avvicinare un certo tipo di lettori o il completamento di un successo che il personaggio si è guadagnato nel tempo?

«Trovo sia un arricchimento: le mie storie mi appaiono migliori nei fumetti, perché la grafica potenzia i personaggi. Sono davvero orgoglioso che Bonelli si sia rivolto a me, visto che finora non era mai successo che utilizzasse personaggi “esterni”».

pubblicato nell’inserto dedicato a de Giovanni ed al noir di Napoli n.13 del 07 agosto 2019