Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Il presidente Santiago Bernabéu ed il suo gioiellino Alfredo Di Stefano

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Bernabéu sa muoversi nella stanza dei bottoni in federazione mentre la sua squadra si aggiudica la prima Coppa dei Campioni

di Giovanni Gaudiano

La nascita della Coppa dei Club Campioni è dunque cosa fatta nel 1955.
Hanot successivamente dirà di non aver avuto manifestazioni simili a cui ispirarsi e che la competizione non avesse avuto una vera e propria antenata. Ammise però, da cronista attento, che qualcosa di simile si era già visto in Sudamerica anche se il torneo non era stato riconosciuto dalla confederazione sudamericana ed inoltre si era giocato soltanto un anno con una formula diversa da quella che verrà adottata in Europa.

L’antenata sudamericana

Si era, infatti, nel 1948 ed ai cileni del Colo-Colo venne in mente di organizzare un torneo per stabilire chi fosse la più forte squadra di club del continente sudamericano.
La Conmebol (la federazione calcistica sudamericana) decise di considerare la manifestazione alla stregua di un torneo di calcio amichevole e ci sono poi voluti quasi 50 anni perché riconoscesse quell’unica edizione come l’antenato della Coppa Libertadores. A quella manifestazione presero parte sette squadre che si fregiavano in quel momento del titolo di campione in carica della propria nazione ad esclusione della rappresentante peruviana che era arrivata seconda in campionato: il Colo-Colo, campione del Cile e squadra organizzatrice ed ospitante, l’Emelec campione dell’Ecuador nel 1946, il Deportivo Litoral campione di Bolivia nel 1947, il Deportivo Municipal dal Perù per rinuncia del Atlético Chalaco, il Nacional campione d’Uruguay nel 1947, il River Plate grande favorita dell’Argentina ed il Vasco de Gama che aveva prevalso nel 1947 nel campionato di Rio de Janeiro.
Si trattava quindi di una vera e propria Coppa dei campioni del Sudamerica (Copa de Campeones Sudamericanos).
Si giocarono 21 partite in 36 giorni con la formula della classifica a punti e gare di solo andata. Il torneo iniziò l’11 febbraio con il 2 a 2 tra i padroni di casa del Colo-Colo e terminò con la vittoria oramai inutile del River Plate proprio sul Colo-Colo per 1 a 0. Si laurearono campioni i brasiliani del Vasco de Gama che conquistarono dieci dei dodici punti in palio vincendo 4 partite e pareggiandone due. Grazie a questo successo nel 1997 il Vasco de Gama verrà ammesso a disputare la Supercoppa del Sudamericano, visto che l’anno precedente la Conmebol aveva finalmente riconosciuto la validità di quel torneo, come riconoscimento e riparazione dell’eccessivo ritardo con il quale era maturata la decisione.

La famosa maquina del River Plate

Minella, la “máquina” e Di Stefano

Quel torneo vide ai nastri di partenza la squadra argentina del River Plate, allenata da José Minella che era da tutti considerata come la favorita assoluta per la conquista della vittoria finale. Minella era figlio di immigrati italiani provenienti dal Piemonte (Villanova Monferrato, provincia di Alessandria) era stato un buon giocatore e come allenatore conquistò sette vittorie nel campionato argentino sempre alla guida del River Plate. In quella squadra che seppe racimolare un punto in meno rispetto al Vasco de Gama giocava ancora la famosa “máquina”, una linea d’attacco tanto tecnica quanto prolifica formata sino al 1946 da: Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau con la variante nel 1947 di Alfredo Di Stefano al posto di Pedernera.
Di Stefano nel campionato argentino di quella stagione aveva messo a segno 27 reti ed anche nella Coppa dei Campioni del Sudamerica si mise in evidenza. La “saeta rubia” per questo motivo è considerato di fatto il giocatore simbolo che ebbe la funzione di creare un’ideale saldatura tra quella competizione e la Coppa dei Club Campioni d’Europa visto che arrivato al Real Madrid sarà tra i protagonisti, se non il protagonista principale, dei cinque successi consecutivi che la squadra del presidente Bernabeu conquisterà nella prime cinque edizioni della manifestazione.

Don Santiago e la sua determinazione

Si narra che come suo solito Don Santiago si fosse presentato nello spogliatoio avversario dopo la gara disputata nell’ambito di un torneo amichevole tenutosi a Madrid contro i colombiani del “Millionarios” di Bogotà. Il presidente del Real Madrid era presente per visionare Pedernera ma invece decise di acquistare Di Stefano che dal River Plate si era trasferito in Colombia. Concluso l’affare nacque una disputa con il Barcellona che vantava un accordo con il River Plate, che avrebbe detenuto ancora ufficialmente il cartellino dell’argentino. Si era nel 1953 e Bernabeu riuscì con la sua autorevolezza e i suoi mezzi economici a convincere i rivali catalani e così la “saeta” divenne un giocatore del Real Madrid. Per convincerlo a trasferirsi nella capitale pare gli avesse detto che non ci sarebbero stati problemi con la cifra, era solito offrire assegni firmati senza importo preventivo, ma che comunque il Real era una squadra seguita dal popolo e dagli operai e che lui avrebbe dovuto tenere bene a mente questi avvertimenti evitando atteggiamenti fuori posto. L’argentino accettò ma dal suo canto avanzò alcune richieste a Bernabeu, che qualche anno dopo raccontò come gli avesse concesso di mangiare quello che voleva (sardine e vino bianco). Il presidente e Di Stefano con una stretta di mano stavano scrivendo la storia del calcio spagnolo, europeo e mondiale ed in particolare la storia della Coppa dei Campioni. Nella prima edizione Di Stefano metterà a segno 7 dei 20 gol complessivi che il Real realizzerà sino alla vittoriosa finale del 13 giugno 1956 disputata al Parco dei Principi di Parigi contro la squadra francese dello Stade de Reims. In quell’edizione però la “saeta rubia” mostrò al calcio internazionale come sarebbe stato il giocatore universale del futuro. Nella gara di ritorno dei quarti di finale dopo che a Madrid le “merengues” avevano strapazzato per 4 a 0 il Partizan di Belgrado, sul 3 a 0 in rimonta degli slavi comprese che la qualificazione era appesa ad un filo e pur giocando su di un campo innevato ai limiti della praticabilità decise, senza che l’allenatore Villalonga glielo avesse chiesto, di dare man forte alla difesa per mantenere sino alla fine l’ultima rete di vantaggio per la sua squadra. La cosa ovviamente riuscì.

Lo jugoslavo Milos Milutinovic, sogno proibito per Bernabéu

La strada per la vittoria

Il Real incasserà in semifinale 4 reti dal Milan ed in finale 3 reti dallo Stade segnandone sempre uno in più e porterà la coppa a casa. La prima edizione con 800.000 spettatori in 29 gare mostrò subito le potenzialità della manifestazione e fu un grande successo sia sportivo che finanziario. Prima della finale inoltre Don Santiago che porterà a Madrid l’attaccante dello Stade de Reims Raymond Kopa, dopo aver tentato inutilmente di ingaggiare anche lo jugoslavo Miloš Milutinović del Partizan che avrebbe accettato se non ci fosse stato il veto della sua federazione, otterrà un’altro significativo risultato.
Nel 1956 il Real Madrid aveva terminato il campionato al terzo posto dietro ai vincitori dell’Athletic Bilbao seguiti dal Barcellona e quindi la squadra della capitale non avrebbe potuto giocare in Coppa dei Campioni l’anno seguente.
Bernabeu riuscirà a far inserire durante una riunione, prima della finale di Parigi, la postilla per cui la squadra vincitrice della Coppa avrebbe avuto automaticamente il diritto di difendere il trofeo indipendentemente dalla posizione di classifica ottenuta al termine del proprio campionato nazionale. Il presidente del Real aveva scommesso con se stesso che i suoi ragazzi avrebbero vinto e così finirà con la prima coppa dalle grandi orecchie finita nella bacheca di una società già importante che stava inaugurando una stagione di vittorie che ancora oggi continua.

(2 – continua)

pubblicato su Napoli n.21 del 5 gennaio 2020

Real Madrid-Manchester City: la sfida dei miliardi

Real Madrid-Manchester City: la sfida dei miliardi

L’APPROFONDIMENTO

Real Madrid-Manchester City: la sfida dei miliardi

Nonostante i diversi palmarés, è una sfida tra big non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello economico

di Francesco Marchionibus

Va in scena stasera Real Madrid – Manchester City, ottavo di Champions League tra due delle favorite per la vittoria finale. Il club madridista è quello che ha vinto più titoli al mondo, con 33 campionati, 19 Coppe e 11 Supercoppe di Spagna, 1 Coppa della Liga e 1 Coppa Duarte in patria, e all’estero 13 Coppe dei Campioni/Champions League, 2 Coppe UEFA, 4 Supercoppe UEFA, 3 Coppe Intercontinentali e 4 Coppe del Mondo per club, oltre ad una Coppa Iberoamericana, per un totale di 27 trofei ufficiali internazionali. Il City, che ha conosciuto addirittura la terza serie inglese verso la fine degli anni ‘90, nella sua storia ha conquistato 6 campionati, 6 Coppe d’Inghilterra, 6 Coppe di Lega, 6 Charity/Community Shield e, a livello internazionale, appena 1 Coppa delle Coppe nel 1970. Confronto da fare impallidire, ma se pensiamo che 13 dei suoi trofei il Manchester li ha conquistati negli ultimi 10 anni allora la prospettiva muta decisamente.
Ed infatti è proprio nell’ultimo decennio che la storia dei Citizens è cambiata radicalmente, con l’acquisto da parte dell’Abu Dhabi United Group del principe Mansour Bin Zayd Al Nahyan. Il gruppo arabo, dalla potenza economica smisurata, ha reso la società una delle più ricche e la squadra una delle più forti e, soprattutto dopo l’avvento di Guardiola, più spettacolari del panorama mondiale. È quindi più che legittimo, nonostante i diversi palmarés, parlare di sfida tra big, e non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello economico. Il Real Madrid ha ottenuto nell’ultimo bilancio un fatturato di 757,3 milioni di euro, secondo soltanto ai rivali storici del Barcellona, ed è da sempre una delle società più ricche al mondo.
È una polisportiva strutturata come associazione ed elegge il proprio presidente ogni tre anni. Per poter essere eletto presidente il candidato deve essere socio da almeno 20 anni consecutivi e deve presentare una fideiussione personale pari al 15% del fatturato del club. L’attuale presidente, Florentino Perez, è al suo terzo mandato consecutivo, e la sua politica di acquistare grandissimi fuoriclasse ha portato il club madridista, da sempre ai vertici mondiali, ad essere identificato come la squadra dei galacticos.

Il Real è al terzo posto nel mondo per valore della rosa (pari a 1,08 miliardi di euro), dietro al Liverpool e proprio al City, in testa con un valore di 1,29 miliardi. Primi per valore della rosa, i Citizens con 610,6 milioni sono invece “appena” sesti nella classifica per fatturato. La proprietà araba, che inizialmente ha acquisito il City per utilizzarlo come canale di promozione della compagnia aerea Etihad, nell’ultimo decennio ha investito sul mercato oltre 1,8 miliardi di euro per potenziare la squadra. La continua corsa ad incrementare i numeri del bilancio ha portato però il City a violare le norme del fair play finanziario e ad essere riconosciuto colpevole di illecite sponsorizzazioni: lo sceicco Mansour nel 2014 avrebbe gonfiato le cifre dei contratti di sponsorizzazione, versando in società 68 milioni di sterline spacciati appunto per ricavi da sponsor mentre in realtà 60 milioni sarebbero provenuti dall’Abu Dhabi United Group, sempre di sua proprietà. La conseguenza è stata la squalifica per le prossime due stagioni da ogni competizione europea.
In attesa dell’esito del ricorso, il City ha dunque un’occasione importantissima per raggiungere un traguardo finora solo sognato e a cui rischia di dover rinunciare ancora per qualche anno. Le Merengues e i Citizens si sono già incontrati in Champions in due occasioni, entrambe favorevoli ai madridisti. Nella stagione 2012/2013 City e Real si sono affrontate nelle qualificazioni: pareggio per 1-1 a Manchester e vittoria 3-2 degli spagnoli a Madrid, con il City che chiuse all’ultimo posto il girone, che comprendeva anche Borussia Dortmund e Ajax, senza riuscire a vincere neanche una partita. Il secondo confronto è stato invece la semifinale del 2016 (che è tra l’altro il miglior risultato raggiunto dal City in Champions), al termine della quale il Real si è qualificato alla finale, poi vinta contro l’Atletico Madrid, grazie al pareggio a reti inviolate di Manchester e alla vittoria per 1-0 ottenuta al Bernabeu con un gol di Bale.
L’esito del doppio confronto in programma tra stasera e il prossimo 17 marzo è sicuramente molto incerto ed è difficile pronosticare chi avrà la meglio, se saranno premiati gli spunti e le giocate dei fuoriclasse di Zidane o il gioco corale dei campioni schierati da Guardiola. In ogni caso, approderà ai quarti una grande squadra che si candiderà alla vittoria del trofeo e rappresenterà un ostacolo molto difficile da superare per tutte le altre qualificate.

pubblicato il 26 febbraio 2020

Si può ancora fare amici, bisogna crederci

Si può ancora fare amici, bisogna crederci

L’EDITORIALE

Si può ancora fare amici, bisogna crederci

Tre settimane d’attesa per ricaricare le batterie, recuperare gli infortunati e preparare l’assalto al Camp Nou

di Giovanni Gaudiano

Il Barcellona è una grande squadra ma non è imbattibile. Il Napoli può ancora giocarsela ma la risultanza più importante della gara di Champions di ieri sera purtroppo è la delusione. Gattuso non ha avuto remore ad ammettere in conferenza stampa che alla fine la sua squadra avrebbe meritato di più e non averlo raggiunto quel di più lascia l’amaro in bocca. Bisogna ripartire però proprio da quella sensazione. Non bisogna pensare che il Barcellona, capace di tenere la palla in maniera sterile per oltre due terzi della partita ed incapace di produrre un tiro nello specchio della porta difesa da Ospina, possa essere affrontato in modo diverso. Bisogna ripartire dal primo tempo di ieri sera. Bisogna giocare la stessa gara attenta anche al Camp Nou. Sarà ovviamente necessario segnare ed il Napoli lo può fare, a patto di riuscire a ripetere una gara di contenimento intelligente.
Altra cosa importante, non si dovrà pensare che le assenze nelle file degli spagnoli potranno essere decisive e poi si dovrà sperare di vedere in campo un Insigne più produttivo, un Callejon meno sprecone, un Di Lorenzo più preciso ed un Mario Rui battagliero come ieri sera. Inoltre sarebbe auspicabile rivedere tra i pali Meret non perché Ospina abbia fatto errori ma per evitare quella continua ricerca di apertura del gioco dal basso che è riuscita pochissime volte e che ha avuto invece come risultato il recupero costante della palla da parte del Barcellona. Se è vero, come dice Gattuso, che Ospina gioca meglio con i piedi allora che vada in panchina e si tenda, soprattutto se in campo dovesse andare Milik, a lanciare nel cerchio di centrocampo per tentare, da quel punto in poi, di lanciare gli esterni per un rapido capovolgimento di fronte. Il Napoli può ancora farcela tralasciando le statistiche, l’analisi dei rendimenti in casa e fuori casa, mettendo in campo l’umiltà e la ripetitività delle giocate che hanno avuto il merito di creare brecce invitanti nella difesa spagnola non apparsa impeccabile.

Bisognerà recuperare Mertens, uomo faro di un attacco che fa dell’imprevedibilità e della rapidità la sua arma principale, forse bisognerà rinunziare ancora a Koulibaly anche se dovesse essere disponibile per lasciare a Manolas il compito di guidare la difesa ed evitare quelle indecisioni che hanno fatto della difesa più attesa del campionato una retroguardia troppo perforata e troppo pasticciona. Sembra incredibile ma forse in questo momento sarebbe il caso di toccare poco o nulla nel reparto arretrato, sperando anche per una volta che la dea bendata ci dia una piccola mano. Sarà importante anche ricevere la giusta designazione arbitrale. Ieri sera il tedesco Brych, senza fare errori evidenti ad occhio nudo, ha diretto consentendo per buona parte della gara al Barcellona un gioco duro, ravvedendosi solo nel finale quando Vidal gli ha servito su un piatto d’argento l’occasione per mostrare al mondo la sua pretesa imparzialità. È un arbitro ostile ai colori italiani da sempre, il tedesco. Nella gara di ieri ha mantenuto questa sua caratteristica con mancanti fischi per evidenti falli, con una gestione tardiva dei cartellini gialli, almeno Busquets andava ammonito nel primo tempo e quindi espulso sul fallaccio commesso ai danni di Mertens quando il risultato era ancora fermo sul vantaggio azzurro.
Ora ci sarà l’attesa per la gara di ritorno. Nella storia del calcio si narrano episodi in cui i presidenti delle squadre di calcio prima di un incontro importante hanno motivato i propri giocatori con qualche incentivo. E se De Laurentiis per una volta, lasciato in ufficio il costume di Cerbero, proponesse ai suoi uomini di scambiare il superamento del turno con l’azzeramento della questione multe? Il superamento del turno potrebbe valere 15 milioni di euro che sarebbero ben superiori a quanto probabilmente ricaverebbe dall’arbitrato sull’ammutinamento.

pubblicato il 26 febbraio 2020

Dries Mertens e le sue notti di Champions

Dries Mertens e le sue notti di Champions

FRAMMENTI

Dries Mertens e le sue notti di Champions

A maggio compirà 33 anni e ha ancora il piede caldo, chi meglio di lui quindi potrebbe portare il vessillo azzurro?

di Giovanni Gaudiano

Stasera per il Napoli riprende la Champions League. Siamo agli ottavi, come a dire che la formazione azzurra comunque vada sarà arrivata tra le prime 16 squadre d’Europa. C’è molto di Napoli – Barcellona in questo numero e c’è molta attesa per il risultato e per comprendere fino in fondo cosa possa essere accaduto a questa squadra a partire proprio dal ritorno con il Salisburgo al San Paolo. Forse a stagione finita gli avvenimenti saranno più chiari. La partita con il Barcellona presenta un suo fascino e gli spalti dello stadio San Paolo saranno gremiti da chi spera di assistere ad una ricordevole prestazione del Napoli e nel contempo di poter ammirare, si spera, le sole movenze della prima volta del grande campione che si chiama Messi a Fuorigrotta.
Allegate a queste note vi sono due fotografie di Dries Mertens, un giocatore che ha dato tanto al Napoli e continua a farlo anche se il suo futuro appare ancora incerto. Nel dopo Cagliari – Napoli, l’attuale tecnico del Napoli Gattuso ha lasciato intendere come si sia espresso favorevolmente per la sua permanenza in azzurro. Senza stare a ripetere cosa si dovrebbe fare, ci sembra giusto rispolverare modificandola una vecchia espressione utilizzata dall’avvocato Agnelli indirizzata a Boniek. Ha raccontato l’attuale presidente della federcalcio polacca che la Juventus fosse in visita a New York per un evento e nel corso della cena di gala proprio Gianni Agnelli presentasse al suo amico Kissinger i due suoi gioielli di quel tempo: Platini e Boniek. Alla presentazione del francese Agnelli disse: “Questo è quello bello di giorno”; mentre per Boniek usò quella che poi diventò un piccolo cliché che ha accompagnato il polacco per tutta la sua carriera: “Questo invece è quello bello di notte”.

La mancanza di quelle espressioni, degli interventi dell’avvocato si sentono praticamente tutte le domeniche visto che, quando era presente allo stadio e andava via nell’intervallo, dispensava quasi sempre qualche battuta da ricordare. Mertens potrebbe essere per il Napoli di Champions di questa stagione il nostro “bello di notte”. L’espressione in questo caso è da intendersi non limitativa, come nel caso di Boniek, ma semmai esplicativa di cosa è stato capace di fare il piccolo belga sino a questo punto.
Nelle sei partite del girone ha messo a segno 5 reti giocando solo due gare interamente, mentre nello 0 a 0 di Genk è entrato per l’ultima mezz’ora e a Salisburgo, a Liverpool ed in casa con gli austriaci è stato sostituito nelle fasi finali di quelle gare, dove aveva messo a segno due reti in Austria ed una fondamentale ad Anfield Road nella tana dei Campioni d’Europa in carica. Il piccolo grande belga che a maggio compirà 33 anni, c’è chi ha speso una fortuna per prendere gente vicina ai quarant’anni, ha il piede caldo e l’assoluta convinzione nei suoi mezzi. Poi i napoletani lo chiamano “Ciro”, chi meglio di lui quindi potrebbe portare il vessillo azzurro?

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

Gli operai azzurri contro i fenomeni blaugrana

Gli operai azzurri contro i fenomeni blaugrana

LA SFIDA DI CHAMPIONS

Gli operai azzurri contro i fenomeni blaugrana

Gattuso con umiltà per creare difficoltà ai campioni di Spagna guidati da Setién che ha lanciato Fabian Ruiz al Betis

di Bruno Marchionibus

Una “manita” da riscattare

Il gran giorno è arrivato e il San Paolo si prepara ad ospitare quella che a tutti gli effetti rappresenta una serata di gala per Napoli e la sua squadra. Il Barcellona infatti negli ultimi 15 anni, oltre a salire per ben quattro volte sul tetto d’Europa, ha conquistato come nessun’altra squadra a livello internazionale i favori di critica e tifosi, grazie alla sua filosofia di gioco ed a fuoriclasse assoluti che hanno fatto innamorare ogni appassionato di football in giro per il mondo. L’arrivo dei blaugrana a Fuorigrotta, inoltre, porta con sé tante “storie nella storia”, a partire dalla prima di Messi nel tempio di Maradona, il D10s che per la “pulce” ha rappresentato una sorta di fantasma per tutta la sua carriera.
Rimanendo all’aspetto più empirico del gioco, quello del campo, è chiaro che l’obiettivo del Napoli, in un doppio confronto che vede i ragazzi di Gattuso partire, nonostante le assenze tra le file dei catalani, con gli sfavori del pronostico, dovrà essere innanzitutto quello di ben figurare e di terminare il primo round dell’ottavo di finale con un risultato che consenta di mantenere il discorso qualificazione aperto almeno fino alla gara del Nou Camp.
Se Insigne e compagni riuscissero, anche grazie all’apporto del pubblico amico, a portare a casa un risultato positivo questa sera, sarebbe poi a Barcellona che i partenopei si giocherebbero il tutto per tutto per firmare un’impresa che rimarrebbe negli annali. Proprio nella casa del Barça, nell’agosto 2011, gli azzurri, che sotto la guida di Mazzarri si preparavano ad affrontare la prima Champions dell’era De Laurentiis, subirono una “manita” dagli spagnoli in occasione del Trofeo Gamper. Il match di ritorno del 18 marzo in terra iberica, così, potrebbe rappresentare anche l’occasione per “riscattare” quel 5 a 0 estivo di ormai quasi dieci anni fa; partita di cui, ad onor del vero, ci si ricorderà sempre anche per un meraviglioso gol in rovesciata del Matador Cavani annullato sul punteggio di 0 a 0.

Italia vs Spagna: spettacolo e sorprese

Negli ultimi anni sono stati molteplici gli incroci tra squadre italiane e spagnole nella massima competizione continentale per club, con sfide che hanno regalato emozioni ed in qualche caso anche clamorose sorprese. Il Napoli, nella stagione 2016/17, negli ottavi di finale si trovò di fronte il Real Madrid di Zidane (in panchina) e Ronaldo, venendo sì sconfitto tanto all’andata che al ritorno per 3 a 1 ma mettendo in mostra, a tratti, un calcio spettacolare e dimostrandosi meno inferiore agli avversari rispetto a quanto detto dal punteggio. Le stesse merengues, al termine di quella annata, si aggiudicarono la “Coppa dalle grandi orecchie” superando in finale la Juve con un netto 4 a 1; Juventus che, due anni prima, si era vista fermare sul più bello dal Barcellona, Campione d’Europa 2015 con un perentorio 3 a 1. Ed è stato proprio il Barcellona, poco più di due mesi fa, a estromettere l’Inter di Conte dalla fase a gironi della competizione battendola prima in Spagna e poi, nonostante la qualificazione già ottenuta ed una formazione ampiamente rimaneggiata, anche nell’ultimo atto del Gruppo F a San Siro.
Gioie italiane, invece, sono state due rimonte clamorose, tra le quali la più recente è quella della Juventus sull’Atletico Madrid dello scorso anno, quando la Signora ribaltò a Torino il 2 a 0 Colchoneros dell’andata. La più epica delle remuntade, in ogni caso, rimane quella firmata dalla Roma di Di Francesco nell’aprile del 2018 nei confronti del Barça, quando il 4 a 1 blaugrana del Nou Camp fu completamente capovolto dal 3 a 0 giallorosso dell’Olimpico, con i capitolini qualificati per le semifinali e Manolas eroe della serata.

I precedenti tra Cruijff e … Dzemaili

Tra Napoli e Barcellona non ci sono precedenti ufficiali, ma le due compagini si sono affrontate, nel corso della loro storia, più di una volta in amichevole. Oltre al Gamper del 2011 ed alle due vittorie spagnole nei match disputati oltreoceano la scorsa estate (2 a 1 e 4 a 0 i risultati finali), azzurri e blaugrana si sono trovati di fronte in altre due occasioni. La prima risale al 1978, quando i partenopei di Di Marzio e Savoldi, in fase di preparazione alla finale di Coppa Italia poi persa con l’Inter, pareggiarono per 1 a 1 col Barça di Cruijff, impegnato in una tournée europea prima che il genio olandese lasciasse il Vecchio Continente per approdare agli Aztecs di Los Angeles. Unico successo napoletano, invece, nell’estate del 2014, quando il Barcellona, ad onor del vero imbottito di giovani, fu superato nel finale dal Napoli di Rafa Benitez grazie ad un tiro dalla grande distanza di Blerim Dzemaili.

L’INTERVENTO

Maurizio de Giovanni
tra speranze e orgoglio azzurro

Maurizio de Giovanni, apprezzato scrittore di noir all’italiana ma anche tifosissimo della squadra azzurra, è fiducioso in vista della super sfida al Barcellona e punta tutto sull’orgoglio dei calciatori partenopei.

Il San Paolo è pronto ad ospitare il Barcellona, una delle squadre più forti del mondo. Che partita si aspetta Maurizio de Giovanni?

«Io mi aspetto innanzitutto una partita bella, spettacolare. È chiaro che in partenza il Barcellona sia nettamente favorito, ma proprio il fatto di avere un pronostico chiuso a favore dei catalani potrebbe rivelarsi un vantaggio per il Napoli. In teoria la partita “è persa”, dunque i partenopei potranno giocare sereni, senza obblighi di risultato; e quando la squadra azzurra scende in campo serena, soprattutto contro compagini come il Barça che, per filosofia, vogliono imporre il proprio gioco, normalmente riesce quantomeno a ben figurare. Quindi posso dire che io ho delle speranze».

Quale potrebbe essere l’arma in più a disposizione degli azzurri per provare a impensierire gli spagnoli? C’è un giocatore in particolare che potrebbe fare la differenza?

«Più che un giocatore in particolare io credo che, in generale, contro un avversario di tale livello l’arma in più degli azzurri dovrà per forza di cose essere l’orgoglio, la voglia che certi calciatori dovranno avere di dimostrare che sono all’altezza di un palcoscenico come quello rappresentato da un ottavo di Champions al cospetto del grande Barcellona».

I biglietti per la gara di questa sera sono andati a ruba. Anche il pubblico sugli spalti a Fuorigrotta dovrà fare la sua parte…

«L’apporto del San Paolo, certamente, è sempre fondamentale. Ma anche al Nou Camp si gioca in un’atmosfera “impressionante”, quindi dal punto di vista ambientale, nel complesso dei 180 minuti della sfida, non credo ci sia la possibilità di “imporre” qualcosa. Quello che c’è da “imporre” senz’altro, ripeto, è l’orgoglio dei nostri calciatori».

Dal punto di vista tattico il modello di partita da riproporre dovrà essere quello che ha permesso recentemente agli azzurri di superare la Juventus e l’Inter?

«Sì, esattamente. Come ho detto, il Napoli ha dimostrato di essere in grado di saper affrontare questo tipo di partite contro questo tipo di avversari e di riuscire sempre a fare bella figura».

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020