Sovvertire il pronostico, cancellare un record

Sovvertire il pronostico, cancellare un record

IL GIORNO DELLA VERITA’

Sovvertire il pronostico, cancellare un record

A Barcellona il Napoli potrebbe ottenere entrambe le cose ma soprattutto si guadagnerebbe la trasferta a Lisbona

di Giovanni Gaudiano

La lunga attesa è finita.
In serata il Napoli proverà a scrivere nella sua storia una serata speciale, un’impresa da annali per regalare a tutti gli appassionati un momento emozionante accompagnato poi dal prolungamento di un sogno.
Il record casalingo del Barcellona è oramai noto. La squadra blaugrana non perde in casa in Champions dal 2013 per l’esattezza da 35 partite (31 vittorie e 4 pareggi con 104 reti realizzate e solo 17 subite).
Quale pronostico si può fare? Si deve pensare di essere già battuti?
La prima considerazione di carattere generale dice che i record sono fatti per essere battuti. Il Napoli di Gattuso deve quindi provarci, deve restare nella partita per giocarsela fino in fondo.
Valgono poco i discorsi avanzati in questi giorni sulle percentuali da attribuire alle due squadre.
Noi di Napoli abbiamo realizzato la copertina del numero in edicola da stamane con il “Roma” e sul sito della rivista pensando che vada prima di tutto fermato Messi. Sarebbe importante riuscirci ma questa mossa da sola non basterà.

Il gioco del Barcellona, soprattutto in casa, si avvale della larghezza del campo per sviluppare una manovra che il Napoli potrebbe soffrire.
La sicura presenza di Suarez che potrebbe essere schierato di fianco a Griezmann obbligherà la difesa centrale ad un lavoro di attenzione. I due centrali dovranno lasciare la posizione a sostegno dei laterali solo in caso di vera necessità.
La partita è probabile che si giochi proprio sulle corsie laterali, laddove il Barcellona schiererà Sergi Roberto e Jordi Alba che con le loro incursioni creeranno seri problemi alla difesa azzurra.
Nelle stesse posizioni il Napoli si affiderà quasi certamente a Di Lorenzo e Mario Rui.
Ricapitolando saranno gli esterni di attacco azzurro a doversi sacrificare per negare agli avversari l’ampiezza del campo, fornire copertura sulle corsie esterne evitando ai due centrali distrazioni e soprattutto finendo per “ingabbiare” Messi.
Sembra facile a dirsi, meno a farsi.
Se poi ci si sofferma solo sul valore tecnico e sul valore attribuito dal mercato si comprenderà come la lotta in partenza sia impari e che se Di Lorenzo e Mario Rui (il cui valore per i siti specializzati è di 16+12 mln di euro) riusciranno nell’impresa di limitare Sergi Roberto e Jordi Alba (che per i siti specializzati valgono 40+40 mln di euro) avranno compiuto un piccolo grande capolavoro.

Ci sarebbe da dire che non siamo d’accordo con l’allenatore sulla scelta, che appare oramai fatta, di Ospina ma ci auguriamo che i fatti ci diano torto.
Un’ultima considerazione va riservata alla condizione fisica ed a questo proposito, dopo aver visto Roma – Siviglia e Juve – Lione, c’è da essere quanto meno preoccupati. La Liga alla ripresa non ha avuto i ritmi stressanti della serie A e se a questo aggiungiamo che il Napoli ha giocato due partite in più degli altri, quelle di Coppa Italia, il fattore approccio e tenuta durante la partita potrebbe rivelarsi determinante. Nel caso della Juve addirittura il campionato francese non è ripartito ma Garcia ed i suoi uomini saranno a Lisbona mentre Sarri resterà a casa… ed i giocatori avranno qualche giorno in più di riposo.

pubblicato il 08 agosto 2020

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

I club italiani in cima all’Europa. Grandi serate a San Siro ed una squadra, quella interista, rimasta viva nella memoria

di Giovanni Gaudiano

Il 20 febbraio 1979, 41 anni fa, ci ha lasciati Nereo Rocco. È singolare come la nostalgia per un uomo, un personaggio come il triestino si senta ogni giorno per chi ama il mondo del calcio. La storia della Coppa dei Campioni e del calcio italiano, proprio nella più importante manifestazione calcistica europea resta e resterà per sempre legata al nome di “el paròn”, un tecnico di cui ancora parlano tutti quelli che hanno giocato per lui. La lunga striscia del Real Madrid e quella breve ma intensa del Benfica furono interrotte nella stagione 1962-63 proprio dal Milan di Rocco. La Milano che si impose nel calcio europeo era in quegli anni una città in grande fermento. L’Italia viveva il suo boom economico e la capitale finanziaria del paese si apprestava a dominare dopo il calcio nazionale anche quello europeo. Furono tre anni intensi, dove la sponda rossonera bruciò quella nerazzurra con la seconda pronta però a prendersi la rivincita, vincendo poi la Coppa dei Campioni per due anni consecutivi.
In ogni caso Andrea Rizzoli, che subito dopo Wembley abbandonerà il ponte di comando, batterà Angelo Moratti iniziando un duello che la società rossonera negli anni a venire vincerà ampiamente.

Il fattore umano di Nereo Rocco

Dopo il bis del Benfica, la squadra lusitana sembrava potesse continuare a tenere il calcio della penisola iberica al primo posto in Europa. Le squadre italiane però, che nelle precedenti sette edizioni avevano già raggiunto la finale con la Fiorentina ed il Milan, mostrarono un’importante crescita. In particolare i campioni d’Italia del Milan affrontarono la competizione europea avendo consolidato il rinnovamento avviato l’anno precedente da Nereo Rocco, innestando nella struttura di una squadra vincente José Altafini, attaccante brasiliano campione del mondo con la nazionale carioca nel 1962, capace di sostituire senza farlo rimpiangere il fenomeno Pelé infortunato ed indisponibile per il mondiale cileno.
Rocco era un uomo semplice ma sul quale si poteva fare affidamento. Veniva da Trieste, una città di mare e di confine che aveva dovuto aspettare il 1920, dopo la prima guerra mondiale, per diventare italiana.
La famiglia del paròn vendeva carni ed anche lui avrebbe abbracciato quel lavoro se non fosse stato per la sua innata passione per il calcio. Era stato un buon giocatore Nereo, fisico importante da centrocampista con il vizio del gol. Il suo rapporto paterno con i giocatori era noto a tutti, come era evidente la sua capacità nel preparare le gare e nel tenere la compagnia su di morale. Si narra che a Wembley prima della finale vinta contro il Benfica avesse detto alla sua squadra in pullman “chi no xe omo, resti sul pullman” e poi fosse crollato sul sedile suscitando l’ilarità del suo gruppo. Quel Milan che non aveva più nelle sua file Schiaffino, Liedholm, Grillo e Cucchiaroni si impose segnando tanto (33 reti in 9 partite con Altafini capocannoniere con 14 realizzazioni).

La finale di Wembley

In quella squadra brillava non ancora ventenne il golden boy, Gianni Rivera, ed in campo con lui giocavano due allenatori aggiunti, Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni, senza dimenticare l’estro e la visione di gioco del brasiliano Dino Sani, un oriundo arrivato al Milan sulla soglia dei trent’anni. Il Milan dovette battere in finale il Benfica di Coluna ed Eusébio, allenato dal cileno Fernando Riera che aveva sostituito in panchina Béla Guttmann.
I portoghesi, che avevano il pronostico dalla loro parte, partirono forte ed Eusebio al 19’ del primo tempo portò in vantaggio la sua squadra. Rocco su consiglio di Maldini cambiò le marcature in difesa, spostando Trapattoni sulla “pantera nera” e Benitez su Torres. Altafini sbagliò una facile occasione per pareggiare nel primo tempo che si concluse con l’infortunio di Coluna. Nel secondo tempo il faro del gioco portoghese restò in campo ma visibilmente menomato. Il Milan ne approfittò e con una doppietta di Altafini fece sua la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Era il 22 maggio del 1963, a Wembley assistettero alla partita circa 50.000 spettatori (45.715 paganti). La squadra che si impose era così composta: Ghezzi, David, Maldini, Trebbi, Benitez, Trapattoni, Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera e Mora.
Il ritorno a Milano per il presidente Rizzoli, per Rocco e la squadra fu trionfale. Il presidente Andrea Rizzoli fu sostituito per la stagione successiva da Felice Riva e Rocco, in disaccordo su diversi aspetti, andò via approdando al Torino. Il Milan negli anni seguenti vinse solo la Coppa Italia del 1966. Le cose cambiarono quando il presidente Franco Carraro nella stagione 1966-67 riportò al Milan Nereo Rocco, i rossoneri vinsero il campionato e si aggiudicarono anche la Coppa delle Coppe.
A Rocco qualcuno voleva affibbiare la patente di catenacciaro. Il fatto strano è rappresentato dal particolare che le sue squadre segnavano sempre tanto. Il triestino si scherniva ed amava parlare di calcio con il suo amico Gianni Brera a tavola davanti ad una bottiglia di vino. Era in quei momenti che la sua simpatia, la sua umanità e le sue qualità, che ne avevano fatto un allenatore vincente, venivano prepotentemente fuori. Nel suo palmarés da allenatore brillano: due scudetti, due coppe dei Campioni, due coppe delle Coppe, una coppa Intercontinentale, tre coppe Italia tutte vinte alla guida del suo Milan. Per la stagione 1962-63 gli fu assegnato anche il Seminatore d’Oro e nel 2012, seppur alla memoria, è stato inserito nella Hall of Fame del Calcio Italiano.

Passaggio di testimone

Da Milano a Milano. La Coppa dei Campioni restò per tre anni di seguito nella città meneghina. Passò dal Milan all’Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera senza dimenticare il grande lavoro svolto da Italo Allodi, uno dei migliori dirigenti che il calcio italiano abbia mai avuto, la cui permanenza all’Inter dal 1959 al 1968 corrisponde all’epoca dei grandi successi della società nerazzurra. Il Milan detentore entrò in gioco nell’edizione del 1963-64 agli ottavi superando agevolmente gli svedesi del IFK Norrkoping. I detentori della coppa furono però eliminati ai quarti dal Real Madrid in virtù della sconfitta subita nella gara d’andata al Bernabéu per 4 a 1 che al ritorno i rossoneri non riuscirono a ribaltare, fermandosi sul 2 a 0. L’Inter arrivò invece alla finale, vincendo sei partite e pareggiandone due. La finale si sarebbe giocata al Prater di Vienna il 27 maggio del 1964.

Helenio Herrera

Per quanto fosse stato benvoluto Rocco, tanto fu difficile inizialmente per l’argentino naturalizzato francese farsi amare dal pubblico nerazzurro. Moratti pensava di aver sbagliato la sua scelta e se ne lamentava con i suoi amici anche per l’alto costo dell’ingaggio di H.H. D’altra parte l’ex difensore e zingaro del calcio aveva delle referenze importanti quando fu ingaggiato dall’Inter. Aveva vinto quattro campionati spagnoli: due con l’Atletico Madrid e due con il Barcellona. Con la squadra catalana aveva anche conquistato due coppe di Spagna ed una Coppa delle Fiere.
Moratti era impaziente, voleva vincere, la vittoria del Milan nella Coppa dei Campioni bruciava sulla pelle. Era ammaliato ed affascinato da questo personaggio che senza dubbio avrebbe lasciato nel mondo del calcio una sua precisa impronta. Dopo Herrera, infatti, il ruolo e l’importanza dell’allenatore in Europa sarebbe profondamente cambiato.
L’argentino era geniale. Aveva studiato il calcio come pochi. Aveva capito in anticipo che la preparazione atletica avrebbe finito per fare la differenza in campo. Inoltre controllava e faceva controllare i suoi giocatori e allenava anche la loro mente, infondendogli la consapevolezza di essere i migliori. Era un abile imbonitore e riusciva in qualche caso a suggestionare i suoi ragazzi al punto da vendergli per chissà quale diavoleria le bustine di zucchero.
Angelo Moratti nei primi due anni seguì sul mercato le indicazioni del suo tecnico che così, mentre il Milan vinceva la sua prima Coppa dei Campioni, si aggiudicò lo scudetto nel 1962-63 con questa formazione base: Buffon, Burgnich, Facchetti, Zaglio, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez e Corso. Nella rosa a disposizione di Herrera spiccavano anche i nomi di: Bugatti, Maschio, Bicicli, Masiero, Bolchi, Hitchens, Tagnin ed altri.

La grande Inter

Per comprendere quanto sia stata grande quella squadra che si impose due volte di seguito in Coppa dei Campioni, ovvero nel 63-64 e 64-65, e nelle stesse annate nella coppa Intercontinentale, è necessario chiamare in causa il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano. Nel suo splendido libro “Splendori e miserie del gioco del calcio” del 1997, lo scrittore citando la formazione di quella che fu definita la “Grande Inter”, ovvero Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani (Peiró, Domenghini), Suarez e Corso, scrisse: “Quale altra formazione, a distanza di tanti lustri, è impressa più di quella nella memoria di ogni tifoso, anche non nerazzurro?”
Galeano aveva ragione. Saranno state le telecronache di Carosio, le figurine Panini, la Domenica Sportiva e soprattutto tutti i giornali che in quegli anni si sono occupati di calcio a rendere questa squadra famosa e riconosciuta, quasi fosse il prototipo della perfezione.
Herrera costruì una macchina praticamente perfetta. La difesa integralmente italiana, in ossequio alla scuola del nostro paese alla quale si riconosceva di crescere ed allenare i miglior difensori del mondo, era granitica ed impenetrabile. Presentava anche la grande novità del terzino fluidificante e goleador, rappresentato da quel signore in campo e fuori che fu Giacinto Facchetti. A centrocampo ed in attacco l’argentino mischiò un po’ le carte inserendo nella formazione base la solidità di Bedin, il funambolismo di Jair da Costa e la classe e visione di gioco di Luisito Suarez che H.H. portò con sé da Barcellona. Inoltre don Helenio promosse come un titolare inamovibile, proprio nell’anno dello scudetto, Sandro Mazzola, figlio del grande Valentino perito con il Torino nell’incidente di Superga.
L’Inter di Herrera diede al “mago”, come venne soprannominato, una fama indelebile. Ne fece scoprire le qualità istrioniche, le capacità come motivatore e conoscitore di uomini. Nella prossima puntata parleremo delle due finali vinte dall’Inter perché racchiudono storie che i protagonisti di quel calcio hanno lasciato in eredità a questo meraviglioso sport.

(5 – continua)

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Da Puskás ad Eusébio sempre nella penisola iberica

Il Benfica di Béla Guttmann vince due volte la Champions mettendo fine alla supremazia madrilena

di Giovanni Gaudiano

La volontà di Santiago Bernabéu di vedere il suo Real sempre vincente non ha conosciuto limiti se non quelli dettati dall’impossibilità di convincere qualche giocatore legato alla sua terra, alla sua squadra d’origine. Con Ferenc Puskás il problema il presidente dei blancos lo ebbe all’interno del suo club. Il colonello ungherese viveva da due anni in esilio in Italia, aiutato da qualche amico. Era stato raggiunto dalla famiglia ma anche da una squalifica, richiesta dalla federcalcio ungherese che lo accusava di diserzione e sancita dalla Fifa. La stella della Honvéd venne appiedata per 2 anni ed in molti ritenevano che la sua carriera si fosse oramai chiusa.
Nonostante qualche impegno in gare amichevoli, sulle quali la federazioni chiuse un occhio, appena la squalifica gli fu ridotta Bernabéu bruciò tutti sul tempo e ingaggiò l’ungherese.
A Madrid i commenti erano discordanti ma era praticamente impossibile contrastare la volontà di don Santiago. Puskás aveva 31 anni, era fermo da 18 mesi ed era ingrassato quasi un chilo al mese vista la mancanza di un vero allenamento ed in virtù di un fisico che tendeva alla pinguedine. Bernabéu aveva però predisposto tutto, allestendo un’equipe medica e di preparatori atletici che avrebbe riportato il giocatore in forma. Il risultato fu eccezionale, Puskás visse una seconda giovinezza calcistica vincendo con la maglia del Real: tre coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale, 5 campionati nazionali spagnoli ed una coppa di Spagna. Giocò sino a 40 anni e fu capocannoniere svariate volte nelle varie competizioni.

Puskás e la Coppa del Mondo del 1954

Parlare del talentuoso giocatore magiaro è facile. Nella sua carriera gli è sfuggita solo la Coppa del Mondo nel 1954, in Svizzera, quando la grande Ungheria fu battuta in finale dalla Germania. Puskás fu azzoppato proprio dal tedesco Liebrich, che lo inseguì per tutto l’incontro nel gara del girone di qualificazione centrandolo duramente almeno tre volte sino a procurargli una frattura alla caviglia. Si racconta che l’allenatore tedesco Sepp Herberger avesse chiesto specificamente una marcatura ferrea sul numero 10 magiaro, prevedendo di poter rincontrare l’Ungheria in finale come poi accadde. Puskás giocò egualmente, anche se visibilmente menomato. Nonostante questo portò la sua squadra in vantaggio e avrebbe anche allungato la partita ai supplementari grazie ad un’altra rete messa a segno prima del 90° che, seppur palesemente regolare, fu annullata dall’arbitro della partita, l’inglese Ling.
La scelta del direttore di gara aveva contrariato la delegazione ungherese.
Negli anni precedenti la nazionale magiara e la squadra della Honvéd, che ne rappresentava quasi tutto lo scheletro, avevano più volte battuto sonoramente la nazionale inglese e le squadre di club d’oltre manica e questo avrebbe dovuto consigliare una scelta verso un direttore di gara meno coinvolto. La designazione fu di fatto infelice.
Nelle sue memorie l’allenatore di quella splendida squadra, Gusztáv Sebes, racconta in particolare due aneddoti che spiegano perché avesse fatto giocare Puskás nonostante fosse infortunato.
Prima della partita l’attaccante Sándor Kocsis, che aveva messo a segno due doppiette contro il Brasile agli ottavi e contro l’Uruguay in semifinale, gli chiese: “Mister, ma Puskás giocherà la finale, vero? Mi creda, è molto difficile per me da quando lui non gioca. Tutti mi stanno addosso, tutti mi attaccano. Qualsiasi cosa io faccia, non riesco a liberarmi di tutti. Potremmo marcare il doppio di reti se ci fosse Ferenc”. La sollecitazione del suo giocatore aveva generato nella mente di Sebes un pensiero che lui stesso spiega: “Mi venne in mente la valutazione della rivista tedesca “Kicker” dopo le Olimpiadi: «I giocatori ungheresi sono i maghi del calcio. I fili del gioco convergono tutti verso Puskás. È lui che dirige, che guida la squadra sulla via che conduce alla vittoria»”.

Il primo attacco galactico del Real Madrid. Da sinistra Kopa, Rial, Di Stefano, Puskás e Gento

Dal Real Madrid al Benfica

Tornando alla Coppa dei Campioni, il ciclo del Real si concluse tra le polemiche con la squadra eliminata dagli “odiati” connazionali del Barcellona. In quella sconfitta ci fu un po’ della sfortuna capitata proprio al grande Puskás ai mondiali del 1954. Prima di tutto la finale di quell’anno si sarebbe giocata a Berna, proprio nello stesso stadio dove la sua Ungheria aveva dovuto cedere alla Germania sulla quale peraltro in quegli anni pesavano anche sospetti di doping. E poi di mezzo ci fu ancora una volta un arbitro inglese, quel Reginald Leafe, che aveva diretto anche la famosa partita tra Wolwerhampton e Honvéd del 1954. Agli ottavi di Coppa dei Campioni Leafe annullò 4 reti al Real Madrid, decretandone l’eliminazione. Di Stefano dichiarò che probabilmente la supremazia del Real non piaceva a qualcuno dell’Uefa e che la designazione dell’arbitro inglese, vista la sua direzione, aveva qualcosa di prestabilito.
Il Barcellona arrivò in finale dove si pensava dovesse prevalere ed invece fu sconfitto dal Benfica di Béla Guttmann, un ungherese, che in seguito diverrà austriaco, di origine ebraiche. Il tecnico è noto nella storia del calcio soprattutto per la famosa invettiva scagliata contro la società del Benfica, rea di non avergli voluto aumentare lo stipendio, che ancora oggi resiste e che prevedeva come la società portoghese non avrebbe più vinto dopo il suo licenziamento in campo internazionale.
Guttmann aveva costruito quella squadra attorno all’uomo di maggior classe del momento, il centrocampista Mário Coluna, soprannominato dai tifosi lisbonesi “Il mostro sacro”. Coluna era originario di Inhaca, un’isola del Mozambico, colonia portoghese, aveva iniziato a giocare da attaccante ma per le sue innate doti di eleganza e fantasia e per la grande visione di gioco accoppiata ad un sinistro pungente dalla lunga distanza fu arretrato proprio da Guttmann nel ruolo di centrocampista. Resterà 16 anni al Benfica durante i quali vincerà: 10 scudetti, 6 coppe nazionali e due coppe dei Campioni. Nel 1966 con lui in campo la nazionale portoghese conquisterà il terzo posto ai mondiali d’Inghilterra, che resta ad oggi il miglior risultato raggiunto dalla nazionale lusitana nella massima competizione calcistica mondiale. In quella edizione della Coppa dei Campioni giocherà, poco, la Juventus di Sivori, Charles e Boniperti evidenziando già in quell’edizione quel complesso e la difficoltà di imporsi in campo internazionale proseguita nel tempo. La squadra allenata da Carlo Parola, con Renato Cesarini nella fase iniziale del campionato di serie A come Direttore Tecnico, vincerà il campionato ma verrà eliminata dalla squadra che diventerà il CSKA di Sofia al primo turno della competizione europea.

Il Benfica concede il bis

Nell’edizione seguente, quella del 1961-62, la squadra portoghese si prenderà il lusso di raddoppiare. Guttmann inserirà in squadra un giovane proveniente anche lui dal Mozambico come Coluna: Eusébio.
Eusébio da Silva Ferreira, che verrà soprannominato la “pantera nera”, in quel primo anno con la maglia del Benfica giocherà complessivamente 31 partite mettendo a segno 29 reti.
Nel corso della sua carriera Eusebio giocherà 440 partite con il Benfica, mettendo a segno 473 reti (totale 733 reti in 745 partite), una media realizzativa eccezionale che gli consentirà di vincere due volte la Scarpa d’oro come miglior realizzatore in Europa nel 1968 e nel 1973 e soprattutto di venire eletto Pallone d’oro nel 1965, giungendo in altre due occasioni secondo.
È stato un attaccante veloce, potente, dotato di ottima tecnica individuale, di un tiro potente e preciso anche dalla lunga distanza e di notevoli capacità acrobatiche. Abile nel dribbling utilizzato quasi con movenze feline, il giovane mozambicano viene schierato come mezzala ma di fatto è una punta che opera quasi come un secondo centravanti.
Sarà il simbolo del Benfica e della nazionale portoghese per molti anni vincendo: 11 campionati, 5 coppe nazionali ed una Coppa dei Campioni.
In finale, il 2 maggio del 1962 ad Amsterdam metterà a segno la quarta e la quinta rete, sul punteggio di tre a tre contro il Real Madrid di: Araquistain, Santamaria, Del Sol, Di Stefano, Puskás e Gento. Il Benfica s’imporrà per 5 a 3 e complessivamente nelle 7 partite disputate la squadra delle aquile metterà a segno 17 reti con Eusébio che in 6 presenze andrà in gol ben 5 volte. In quell’edizione la Juventus uscirà ai quarti per mano del Real. La sfida sarà però di quelle da ricordare. A Torino si imporranno le “merengues” con un gol di Di Stefano, nella gara di ritorno al Chamartin di Madrid sarà Omar Sivori a mettere a segno la rete che obbligherà le due squadre a disputare lo spareggio. Si giocherà al Parco dei Principi di Parigi, la Juventus resterà in partita grazie ancora a Sivori sino a quando non si infortunerà Stacchini e il Real andrà in vantaggio anche per un errore del portiere Anzolin.

(4 – continua)

pubblicato su Napoli n.23 del 12 febbraio 2020

Il quinquennio vincente del Real Madrid

Il quinquennio vincente del Real Madrid

Kopa al Santiago Bernabéu assieme a Di Stefano con la Coppa dei Campioni del 1957

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Il quinquennio vincente del Real Madrid

Santiago Bernabéu costruisce una macchina da guerra. Tre allenatori per vincere cinque anni di seguito

di Giovanni Gaudiano

La prima Coppa dei Campioni entra quindi nella bacheca del Real Madrid. Santiago Bernabéu però non si ferma. Nella finale di Parigi ha visto giocare Raymond Kopa. Manda subito un suo emissario a trattare per portarlo a Madrid ma c’è la fila, dove compare anche il Milan. Don Santiago ha deciso e così non bada a spese.

Raymond Kopa

520.000 franchi allo Stade de Reims e si porta a casa il francese, che potrà essere presentato e giocare solo dopo che Di Stefano otterrà la nazionalità spagnola.
L’attaccante ha 25 anni, viene da una famiglia di minatori di origini polacche sia dalla parte del padre che da quella della madre, il suo vero cognome sarebbe Kopaszewski ma si sa che in Francia nazionalizzano tutto. Anche il piccolo Raymond ha lavorato in miniera ma sino a 16 anni, quando per un incidente aveva perso due dita della mano sinistra. È bassino (1,68 cm.), gli piace giocare all’ala perché è veloce, agile, esprime nel gioco molta grinta. Ha sviluppato nel tempo un dribbling fulminante ed ha il senso del gol.
Quando si trasferirà a Madrid, dove Villalonga lo utilizzerà all’ala per lasciare Di Stefano al centro, è già un idolo per i francesi.
Al Real vincerà 2 campionati nazionali, tre Coppe dei Campioni ed una Coppa Latina. Santiago Bernabéu gli permetterà di andare ai mondiali di Svezia con la sua nazionale. Sarà per lui un torneo indimenticabile. Alla fine la Francia si qualificherà al terzo posto e Kopa sarà eletto come miglior giocatore del torneo. Nello stesso anno si aggiudicherà, da primo francese, il Pallone d’oro.
Durante il mondiale a chi chiedeva all’emissario del Real chi stessero seguendo arrivava sempre la stessa risposta: “Nessuno, perché non possiamo acquistare il miglior calciatore del mondiale poiché l’abbiamo già. È Raymond Kopa”.

Cinque finali, cinque vittorie

Le “Merengues” di Don Santiago dopo la vittoria di Parigi e la replica nell’anno successivo, giocata il 20 maggio del 1957 proprio al Bernabéu di Madrid, consolideranno una superiorità unica nella storia della competizione. Cinque vittorie consecutive con tre allenatori diversi alla guida.
Il primo è lo spagnolo José Villalonga, un ex giocatore ed insegnante di educazione fisica che la vincerà due volte. Gli succederà l’argentino Luis Antonio Carniglia, capace di vincerla ancora due volte e poi mandato via dal presidente Bernabéu dopo la finale vinta a Stoccarda, ancora una volta contro lo Stade de Reims, perché reo di aver escluso dalla partita Puskas che ufficialmente figurava come infortunato.
Carniglia era un tipico argentino: pieno di sé, arrogante, dalla lingua pungente. Era solito dire: “Dicono che abbia un brutto carattere. No. Io ho un carattere, a differenza di tutti gli altri”. Dopo la parentesi madridista verrà anche in Italia, allenerà: Fiorentina, Bari, Roma, Milan, Bologna e Juventus senza vincere nulla.

L’allenatore Munoz con Bernabéu

Miguel Munoz

La quinta Coppa dei Campioni consecutiva il Real la vincerà con in panchina un uomo legatissimo al club: Miguel Munoz.
Sarà il primo a vincere la Coppa dei Campioni due volte da giocatore e due volte da allenatore sempre con il Real Madrid.
Questo primato sarà condiviso da Carlo Ancelotti, Josep Guardiola, Zinedine Zidane oltre che da Giovanni Trapattoni, Johan Cruijff e Frank Rijkaard che ci riusciranno però con squadre diverse.
“Il caballero blanco,” come venne soprannominato dai tifosi del Real, è l’allenatore più vincente di sempre alla guida delle merengues oltre che uno dei giocatori che hanno avviato la grande stagione di vittorie della squadra di Bernabéu.
Ha giocato da mediano, dotato come era di una eccellente visione di gioco. Con addosso la camiseta blanca ha vinto 4 campionati nazionali, 3 volte la Coppa dei Campioni e 2 volte la Coppa Latina. Inoltre è stato suo il primo gol messo a segno dal Real nella prima edizione della Coppa dei Campioni del 1955-56 nella gara contro gli svizzeri del Servette.
Da allenatore Munoz è riuscito a mettere in bacheca: nove campionati nazionali, 2 coppe di Spagna, 2 coppe dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.
La sua professionalità, il suo attaccamento ai colori e la sua capacità di guidare la squadra con mano ferma ed i risultati ottenuti lo hanno reso un vero beniamino dei tifosi del Real, che non lo hanno mai dimenticato.

Dagli allenatori ai fenomeni in campo

Si è giustamente parlato di Di Stefano, stella di prima grandezza nell’intero panorama del calcio mondiale, del francese Kopa, ma a scorrere le rose delle squadre, allestite dal Real nel quinquennio, si dovrebbero analizzare ed evidenziare quasi tutti i giocatori voluti ed ingaggiati da Santiago Bernabéu.
Dall’Argentina per esempio con Di Stefano arrivò Hector Rial, una mezzala dotata di grande tecnica, visione di gioco, tiro dalla lunga distanza e soprattutto capacità di confezionare pregevoli assist per i suoi compagni.
Quest’ultima qualità sarà sfruttata soprattutto da Francisco Gento.
L’argentino era un giocatore decisivo, di quelli che con il loro apporto determinano il risultato, alla fine della carriera avrà girato mezzo mondo calcistico lasciando dappertutto una sua indelebile impronta.
Rial fu portato a Madrid da Raimundo Saporta, illuminato dirigente, vice di Don Santiago, uomo capace di imprimere un’etichetta internazionale alla squadra che nel frattempo in Spagna veniva utilizzata come simbolo dal regime di Franco.
Da Rial quindi a Gento, una giovane ala sinistra spagnola che aveva nelle gambe un 100 metri da 11” netti.
Si racconta che Di Stefano avesse intuito le qualità del giovane Gento e avesse mandato proprio Rial a parlargli: “Fermati un attimo ragazzo, che ti spiego io come devi giocare, ti dico io come devi usare questa tua arma incredibile, questa velocità che ti porta dove vuoi, ma a volte troppo lontano da noi”.
Gento avrebbe capito al punto da modificare qualcosa, sfruttando al meglio quella sua eccezionale velocità, mettendola al servizio della squadra e riuscendo a migliorare anche la sua media realizzativa.
Alla fine della sua carriera il giovane venuto dal nord verrà considerato uno dei più forti giocatori spagnoli di ogni tempo con un palmarés impressionante, dove figurano: 12 campionati nazionali, 2 coppe di Spagna, 6 coppe dei Campioni, 2 coppe Latine ed una coppa Intercontinentale. Inoltre Gento ha partecipato con il Real a quindici edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, superato in questo primato solo da Iker Casillas (19) e Ryan Giggs (18).

Il calcio italiano e la Coppa dei Campioni

Nelle cinque finali consecutive vinte dal Real ce ne sono state due che hanno visto in campo altrettante squadre italiane: la Fiorentina di Fulvio Bernardini nel 1956-57, battuta al Chamartin per 2 a 0 grazie anche ad una svista dell’arbitro olandese Horn che al 69’ assegna un calcio di rigore sullo 0 a 0 per un fallo di Magnini su Mateos avvenuto fuori area, trasformato dal solito Di Stefano.
Poi la stagione successiva sarà la volta del Milan di Gipo Viani che assaporerà solo per un minuto, sul 2 a 1, il sapore della vittoria dopo la rete messa a segno dall’argentino Ernesto Grillo subito pareggiata da Rial.
Si gioca a Bruxelles nel tristemente famoso Heysel: è il 28 maggio del 1958. Il Milan dopo il nulla di fatto nel primo tempo aveva trovato il vantaggio con Schiaffino, a cui aveva fatto seguito il pareggio di Di Stefano. Il Real farà sua la partita ai supplementari con una rete di Gento.
L’anno seguente a Madrid arriverà un giovanotto sovrappeso, colonnello di un esercito che non esiste più. Ha 31 anni ed è in fuga da quasi due anni dal suo paese, dove i carri armati sovietici hanno represso il desiderio di democrazia del popolo magiaro: si chiama Ferenc Puskas, ma questa è un’altra storia.

(3 – continua)

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Il presidente Santiago Bernabéu ed il suo gioiellino Alfredo Di Stefano

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Di Stefano: dai “Millionarios” alle pesetas del Real

Bernabéu sa muoversi nella stanza dei bottoni in federazione mentre la sua squadra si aggiudica la prima Coppa dei Campioni

di Giovanni Gaudiano

La nascita della Coppa dei Club Campioni è dunque cosa fatta nel 1955.
Hanot successivamente dirà di non aver avuto manifestazioni simili a cui ispirarsi e che la competizione non avesse avuto una vera e propria antenata. Ammise però, da cronista attento, che qualcosa di simile si era già visto in Sudamerica anche se il torneo non era stato riconosciuto dalla confederazione sudamericana ed inoltre si era giocato soltanto un anno con una formula diversa da quella che verrà adottata in Europa.

L’antenata sudamericana

Si era, infatti, nel 1948 ed ai cileni del Colo-Colo venne in mente di organizzare un torneo per stabilire chi fosse la più forte squadra di club del continente sudamericano.
La Conmebol (la federazione calcistica sudamericana) decise di considerare la manifestazione alla stregua di un torneo di calcio amichevole e ci sono poi voluti quasi 50 anni perché riconoscesse quell’unica edizione come l’antenato della Coppa Libertadores. A quella manifestazione presero parte sette squadre che si fregiavano in quel momento del titolo di campione in carica della propria nazione ad esclusione della rappresentante peruviana che era arrivata seconda in campionato: il Colo-Colo, campione del Cile e squadra organizzatrice ed ospitante, l’Emelec campione dell’Ecuador nel 1946, il Deportivo Litoral campione di Bolivia nel 1947, il Deportivo Municipal dal Perù per rinuncia del Atlético Chalaco, il Nacional campione d’Uruguay nel 1947, il River Plate grande favorita dell’Argentina ed il Vasco de Gama che aveva prevalso nel 1947 nel campionato di Rio de Janeiro.
Si trattava quindi di una vera e propria Coppa dei campioni del Sudamerica (Copa de Campeones Sudamericanos).
Si giocarono 21 partite in 36 giorni con la formula della classifica a punti e gare di solo andata. Il torneo iniziò l’11 febbraio con il 2 a 2 tra i padroni di casa del Colo-Colo e terminò con la vittoria oramai inutile del River Plate proprio sul Colo-Colo per 1 a 0. Si laurearono campioni i brasiliani del Vasco de Gama che conquistarono dieci dei dodici punti in palio vincendo 4 partite e pareggiandone due. Grazie a questo successo nel 1997 il Vasco de Gama verrà ammesso a disputare la Supercoppa del Sudamericano, visto che l’anno precedente la Conmebol aveva finalmente riconosciuto la validità di quel torneo, come riconoscimento e riparazione dell’eccessivo ritardo con il quale era maturata la decisione.

La famosa maquina del River Plate

Minella, la “máquina” e Di Stefano

Quel torneo vide ai nastri di partenza la squadra argentina del River Plate, allenata da José Minella che era da tutti considerata come la favorita assoluta per la conquista della vittoria finale. Minella era figlio di immigrati italiani provenienti dal Piemonte (Villanova Monferrato, provincia di Alessandria) era stato un buon giocatore e come allenatore conquistò sette vittorie nel campionato argentino sempre alla guida del River Plate. In quella squadra che seppe racimolare un punto in meno rispetto al Vasco de Gama giocava ancora la famosa “máquina”, una linea d’attacco tanto tecnica quanto prolifica formata sino al 1946 da: Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau con la variante nel 1947 di Alfredo Di Stefano al posto di Pedernera.
Di Stefano nel campionato argentino di quella stagione aveva messo a segno 27 reti ed anche nella Coppa dei Campioni del Sudamerica si mise in evidenza. La “saeta rubia” per questo motivo è considerato di fatto il giocatore simbolo che ebbe la funzione di creare un’ideale saldatura tra quella competizione e la Coppa dei Club Campioni d’Europa visto che arrivato al Real Madrid sarà tra i protagonisti, se non il protagonista principale, dei cinque successi consecutivi che la squadra del presidente Bernabeu conquisterà nella prime cinque edizioni della manifestazione.

Don Santiago e la sua determinazione

Si narra che come suo solito Don Santiago si fosse presentato nello spogliatoio avversario dopo la gara disputata nell’ambito di un torneo amichevole tenutosi a Madrid contro i colombiani del “Millionarios” di Bogotà. Il presidente del Real Madrid era presente per visionare Pedernera ma invece decise di acquistare Di Stefano che dal River Plate si era trasferito in Colombia. Concluso l’affare nacque una disputa con il Barcellona che vantava un accordo con il River Plate, che avrebbe detenuto ancora ufficialmente il cartellino dell’argentino. Si era nel 1953 e Bernabeu riuscì con la sua autorevolezza e i suoi mezzi economici a convincere i rivali catalani e così la “saeta” divenne un giocatore del Real Madrid. Per convincerlo a trasferirsi nella capitale pare gli avesse detto che non ci sarebbero stati problemi con la cifra, era solito offrire assegni firmati senza importo preventivo, ma che comunque il Real era una squadra seguita dal popolo e dagli operai e che lui avrebbe dovuto tenere bene a mente questi avvertimenti evitando atteggiamenti fuori posto. L’argentino accettò ma dal suo canto avanzò alcune richieste a Bernabeu, che qualche anno dopo raccontò come gli avesse concesso di mangiare quello che voleva (sardine e vino bianco). Il presidente e Di Stefano con una stretta di mano stavano scrivendo la storia del calcio spagnolo, europeo e mondiale ed in particolare la storia della Coppa dei Campioni. Nella prima edizione Di Stefano metterà a segno 7 dei 20 gol complessivi che il Real realizzerà sino alla vittoriosa finale del 13 giugno 1956 disputata al Parco dei Principi di Parigi contro la squadra francese dello Stade de Reims. In quell’edizione però la “saeta rubia” mostrò al calcio internazionale come sarebbe stato il giocatore universale del futuro. Nella gara di ritorno dei quarti di finale dopo che a Madrid le “merengues” avevano strapazzato per 4 a 0 il Partizan di Belgrado, sul 3 a 0 in rimonta degli slavi comprese che la qualificazione era appesa ad un filo e pur giocando su di un campo innevato ai limiti della praticabilità decise, senza che l’allenatore Villalonga glielo avesse chiesto, di dare man forte alla difesa per mantenere sino alla fine l’ultima rete di vantaggio per la sua squadra. La cosa ovviamente riuscì.

Lo jugoslavo Milos Milutinovic, sogno proibito per Bernabéu

La strada per la vittoria

Il Real incasserà in semifinale 4 reti dal Milan ed in finale 3 reti dallo Stade segnandone sempre uno in più e porterà la coppa a casa. La prima edizione con 800.000 spettatori in 29 gare mostrò subito le potenzialità della manifestazione e fu un grande successo sia sportivo che finanziario. Prima della finale inoltre Don Santiago che porterà a Madrid l’attaccante dello Stade de Reims Raymond Kopa, dopo aver tentato inutilmente di ingaggiare anche lo jugoslavo Miloš Milutinović del Partizan che avrebbe accettato se non ci fosse stato il veto della sua federazione, otterrà un’altro significativo risultato.
Nel 1956 il Real Madrid aveva terminato il campionato al terzo posto dietro ai vincitori dell’Athletic Bilbao seguiti dal Barcellona e quindi la squadra della capitale non avrebbe potuto giocare in Coppa dei Campioni l’anno seguente.
Bernabeu riuscirà a far inserire durante una riunione, prima della finale di Parigi, la postilla per cui la squadra vincitrice della Coppa avrebbe avuto automaticamente il diritto di difendere il trofeo indipendentemente dalla posizione di classifica ottenuta al termine del proprio campionato nazionale. Il presidente del Real aveva scommesso con se stesso che i suoi ragazzi avrebbero vinto e così finirà con la prima coppa dalle grandi orecchie finita nella bacheca di una società già importante che stava inaugurando una stagione di vittorie che ancora oggi continua.

(2 – continua)

pubblicato su Napoli n.21 del 5 gennaio 2020