Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

L’ALTRA COPERTINA

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Dal capello bloccato alla barba della maturità. La breve storia di una ragazzo di nome Pasquale Foggia che voleva fare il calciatore

Intervista di Giovanni Gaudiano

Soccavo per chi non la conosce è difficile da comprendere. Nell’intervista ad un certo punto per indicarla geograficamente è stata usata l’espressione gergale “Soccavo ad est di Fuorigrotta”. Ai fini della chiacchierata serviva a dire che quel quartiere di Napoli è molto vicino allo stadio oggi intitolato a Diego Maradona.
Si diceva che è un quartiere difficile da capire, ma non per la gente che vi abita quanto per la ghettizzazione urbanistica che negli anni si è abbattuta su quella parte della città. È in questa sorta di compromesso all’aria aperta che negli anni d’oro del Napoli di Maradona si viveva di pane e pallone. Campetti improvvisati, spiazzi adibiti a terreni di gioco, viali e strade occupate da tanti ragazzini. Questo perché lo sciagurato piano regolatore non aveva previsto attrezzature sportive pur sapendo di dover ospitare le coppie che dal centro di Napoli, lasciando le case paterne, sarebbero confluite in questa zona e con le proprie famiglie ne avrebbero fatto alla fine un quartiere popoloso.
È in questa realtà che il sogno di un ragazzo come tanti ha preso corpo, grazie alla dedizione di una madre che ha voluto fortemente appoggiarlo, annullandosi, in un percorso difficile, in qualche momento strappalacrime, in una sfida con il tempo che quel ragazzo e quella madre hanno saputo vincere.
Nessuna retorica, nessuna apologia, solo quattro parole per parlare di uno di noi che come noi vive in una città bellissima, meravigliosa, caratterizzata però da evidenti alti e bassi che balzano agli occhi anche solo svoltando un angolo di strada, che alla fine ce l’ha fatta.
Stiamo parlando di Pasquale Foggia. È lui il ragazzo che ha realizzato il sogno. Ed è stato giusto che sia andata così, perché quando ha potuto il suo primo pensiero è stato proprio per quei ragazzini che come lui continuavano a giocare per strada. Si tratta di un’altra storia che poi racconteremo.

Sparo la prima domanda, poi torneremo indietro nel tempo. Dal capello leggermente lungo tenuto dal fermacapelli durante le partite ad una barba dottorale che mette soggezione. Cosa è cambiato in Pasquale Foggia?

«Sono diventato grande. Ho maturato tanta esperienza non solo nel campo da calcio ma anche nella vita di tutti i giorni. Ho messo su famiglia, ho moglie e due figli. È cambiato tutto in un percorso di crescita umana fatto di piccoli passi percorsi ogni giorno. E poi sono tornato, vivo a Napoli e penso che non potrebbe essere diversamente».

Soccavo a est di Fuorigrotta. Tanti bambini sempre a correre dietro ad un pallone. Eri uno di quelli, ne hai parlato in varie occasioni. Come ti vedevi in quel momento, cosa pensavi ti sarebbe accaduto?

«Ero un bambino pieno di sogni. Rispetto a quello che anima i ragazzi di oggi lo facevo, ma non solo io, con tutto me stesso. Era poi il periodo felice per noi napoletani perché avevamo Maradona ed il calcio per me rappresentava la mia vita».

Hai raccontato che tua madre per te è stata fondamentale. Un tuo pensiero su tutti per lei, oggi che quello che le avevi promesso quando avevi solo 7 anni l’hai raggiunto…

«Mia madre ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà sempre la mia guida. Nonostante le tante difficoltà, dovute anche alla separazione con mio padre, ha sempre cercato di darmi tutto quello di cui avevo bisogno. Dall’educazione, all’istruzione, agli insegnamenti utili per la vita di tutti i giorni. Ha annullato la sua vita per me. E credo che farò fatica in tutta la mia vita a ripagare almeno la metà di quello che lei mi ha dato».

Come andò quando andasti al Padova, chi ti segnalò?

«In quegli anni si giocava il Torneo dei Quartieri ed il Torneo di Natale che era una vetrina per i ragazzi che volevano giocare al calcio. Venivano molti osservatori perché, come noto, la Campania ha sempre prodotto tanti talenti. Era insomma l’occasione per gli addetti ai lavori di scoprire qualche calciatore. In uno di questi tornei mi vide Loris Fincato, che era il responsabile del settore giovanile del Padova e mi portò a fare un provino in Veneto. Avevo dieci anni e da allora non sono più rientrato a Napoli».

Poi il Milan, avevi 16 anni. Pensasti che stavi facendo il grande salto anche se la lontananza da casa si sarebbe fatta sentire ancora di più?

«È stata la prima esperienza che mi ha fatto capire che forse potevo arrivare a toccare con mano il mio sogno. Il passaggio al Milan cambiò la mia vita, ebbi il primo stipendio che mi diede la possibilità di far lavorare un po’ meno mia madre. In sede al Milan ad attendere c’erano Galliani e l’allenatore Bertuzzo, poi passai con Ballardini».

In seguito tante squadre, tanti presidenti, tanti allenatori. Un po’ con tutti un rapporto concreto che andava oltre il campo da gioco…

«È vero. Sono stato allenato da Giampaolo, da Ammazzalorso, lo stesso Ballardini, Delio Rossi, Mazzarri. Ne ho avuti tanti, ma ho avuto la fortuna sempre di intrattenere buoni rapporti con tutti».

Mi ha colpito, non lo ricordavo, che a Reggio Calabria ti hanno concesso la cittadinanza onoraria per l’anno che arrivasti e la Reggina di Foti si salvò e tu andavi al cena dal presidente…

«Alla Reggina c’era l’abitudine di riunirsi il giovedì sera e stavamo assieme con il presidente e con lui ho intrattenuto un rapporto bellissimo. È una persona per la quale ho molta stima perché ha valori importanti. Quel periodo, anche se breve, ha lasciato in me al di là della cittadinanza onoraria che mi tengo stretta legami profondi».

Prima di arrivare al Benevento non possiamo non parlare della Lazio e di Lotito. Non ti faccio una domanda vera e propria, parliamone…

«Il mio rapporto con il presidente Lotito è sempre stato molto schietto, sincero e a volte anche duro. Ritengo di aver instaurato nel tempo una conoscenza che sia andata oltre il calcio che ancora oggi custodisco. Quando adesso lo incontro è l’occasione per farci un sacco di risate ed è per me soddisfacente che sia così».

Siamo arrivati al Benevento, ad un altro dei tuoi capolavori nei rapporti personali, quello con il presidente Vigorito. Dal settore giovanile alla prima squadra. Da talent scout a direttore sportivo. Cosa hai trovato a poco più di 70 chilometri dalla tua Napoli senza dover andare nel profondo nord?

«Ho trovato grande umanità, grande sensibilità. Il presidente Vigorito è una persona che ti porta al di là del rapporto esistente tra il massimo dirigente e il direttore sportivo. L’ho dichiarato in diverse occasioni che mi porto dentro tanti insegnamenti che lui mi ha dato anche relativamente alla mia vita privata. Ritengo che quest’aspetto sia la cosa più importante che mi sia capitata a Benevento. Ci tengo a ringraziarlo per l’opportunità che mi ha dato e ci tengo ancora di più a quello che mi dà giorno per giorno».

Il presidente di recente ha detto che grazie a te ha capito cosa fa un direttore sportivo. Dopo l’intervista alla tv, quando lo hai saputo cosa vi siete detti?

«L’ho saputo in diretta. Ero in campo per il riscaldamento e vedevo arrivare sul telefono tanti messaggi. Devo dire che un poco mi sono preoccupato, perché quando vinci arrivano tanti messaggi mentre quando perdi un po’ meno e se ti arrivano prima della partita ti chiedi se non sia accaduto qualcosa. Poi c’erano anche i video con le parole del presidente ed allora il tempo di andare in tribuna e senza neanche dirgli una parola di ringraziamento l’ho abbracciato forte».

Nel calcio i risultati sono importanti ma quello che avete costruito a Benevento dal mio punto di vista lo è di più. Mi riferisco ad un sogno fatto di equilibrio e razionalità, di stima e collaborazione. Penso che il Benevento con la salvezza e la permanenza in serie A possa nel futuro pensare ad obiettivi più ambiziosi. Cosa ne pensi?

«Credo che a Benevento sia nato un percorso basato sulla fiducia reciproca e sulla stima. È ovvio che poi tutto passa attraverso i risultati ma per costruire qualcosa d’importante alla base ci devono essere i due fattori che ho citato a prescindere dalla categoria e dagli obiettivi. In questi tre anni si è costruito tanto. Fondamentale è stata la scelta degli uomini che devono accompagnarti in questo impegno e non mi riferisco solo ai calciatori ma intendo dire tutto lo staff a partire dai magazzinieri. Sbaglia chi pensa che basta comprare giocatori bravi per fare risultato. Il concetto non può definirsi assoluto, perché se non costruisci un’anima quella non si compra al mercato e la puoi ottenere solo se la coltivi giorno dopo giorno».

Domani ci sarà il derby con il Napoli. Che sensazione proverà il ragazzo di Soccavo nel vedere lo stadio Maradona vuoto?

«Vedere in generale gli stadi vuoti non ti dà l’impressione di stare giocando a calcio. Vedere lo stadio dove sognavo di giocare da bambino, intitolato alla massima espressione di sempre nel mondo del calcio, vuoto sarà sicuramente triste. Perché Napoli, in questo caso i derby, sono abituati ad avere sugli spalti i tifosi, ad essere circondati da uno stadio caldo e questa cornice mancherà ancora di più proprio perché ci troveremo a giocare nello stadio intitolato a quello che per noi napoletani resterà per sempre il dio del calcio».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio dalla matita di Enzo Troiano

AGORÀ – DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio spiega quale calcio vedremo ora in avanti. Più possesso alla spagnola e partite ravvicinate all’inglese

di Lorenzo Gaudiano

La ripartenza dopo tre mesi di inattività, una riflessione sul calcio che verrà e su tutte le problematiche inerenti alla preparazione atletica dei calciatori e una considerazione sul presidente della FIGC Gabriele Gravina, che ha dovuto gestire un momento davvero delicato. Sono temi molto interessanti di cui discutere con Gianni Di Marzio, una persona competente e di grande esperienza calcistica visto che in carriera è stato allenatore a tutto tondo, dirigente sportivo ed attualmente è osservatore e consulente di grandi società oltre che affermato e richiesto opinionista da tutti i media. Il calcio è da sempre parte importante della sua vita. Farne a meno è stato, anche per lui, davvero difficilissimo.

Da un’abbondanza di partite ci siamo ritrovati completamente senza. Quanto ci è mancato il calcio?

«Tantissimo, per tutti gli appassionati è come se fosse mancato l’ossigeno. Dopo tre mesi quasi certamente saremo tutti assetati di partite, anche se ci troveremo ad assistere a qualcosa di completamente diverso. Sarà un calcio senza pubblico, senza quell’agonismo e temperamento abituali, senza quella tensione per il risultato a cui solitamente si assiste sui campi, quindi un calcio più tecnico. Le squadre che propongono una filosofia di gioco basata sul possesso palla, per intenderci alla maniera iberica, sicuramente avranno grandi vantaggi».

In questi ultimi anni siamo passati da un tradizionale calcio domenicale a quello distribuito in tutta la settimana. Come ha reagito il calcio italiano a questo cambiamento?

«All’estero ormai sono tanti anni che si arrivano a giocare persino tre partite alla settimana senza pensare troppo alle possibili conseguenze. In Inghilterra, ad esempio, da sempre si gioca persino nella settimana di Natale e Capodanno perché da quelle parti non conta soltanto il campionato ma anche le coppe nazionali. In Italia invece sia psicologicamente che fisicamente non siamo mai riusciti a sopportarlo. Qui molti allenatori spesso praticano in match ravvicinati turnover massicci che finiscono per alterare completamente i meccanismi della squadra stessa».

Che calcio vedremo?

«Sicuramente sarà un calcio molto condizionato dal punto di vista psicologico. Ci sono situazioni in campo che nel corso di una partita, a prescindere dal protocollo sanitario, sarà difficile controllare in piena sicurezza. Basta pensare alle marcature strette a uomo, agli starnuti casuali, al sudore inevitabile, alle spinte istintive durante i contatti tra i calciatori per comprendere che in campo il pensiero non sarà rivolto soltanto alla partita. Ed è per questo che assisteremo ad una tipologia di calcio a cui non siamo abituati».

Che finale di campionato c’è da aspettarsi?

«Sarà un campionato anomalo, perché tutte le squadre ripartiranno da zero. Solitamente tra una stagione e la successiva ci sono quaranta giorni di riposo prima di cominciare la preparazione, che attraverso un lavoro di capillarizzazione consente alla muscolatura di smaltire l’acido lattico e al corpo di avere una maggiore ossigenazione. Ciò significa riempire il serbatoio fisico di benzina. A quel punto la macchina deve cominciare ad accelerare e per farlo è necessario provarla, quindi disputare delle amichevoli, acquistare il ritmo partita. In tre mesi i calciatori sono stati fermi per buona parte del tempo, gli allenamenti collettivi sono ripresi da poco e la grande differenza rispetto al consueto inizio di stagione sarà quella di dover disputare subito delle gare ufficiali. Magari nelle prime uscite ci sarà grande intensità in campo ma dopo gli infortuni muscolari saranno ricorrenti».

Per il Napoli c’è ancora speranza di riacciuffare il quarto posto?

«È molto difficile. I punti sono tanti, l’Atalanta deve anche recuperare una partita e gli azzurri dovranno giocare lo scontro diretto a Bergamo. Tra l’altro gli orobici sono tra i pochi a praticare un calcio europeo con verticalizzazioni e grande intensità. Gasperini per le sue esperienze nei settori giovanili ha sempre dato alle proprie squadre una filosofia offensiva. Per questo recuperare terreno non sarà affatto semplice».

Il presidente della FIGC Gravina in questi mesi ha mostrato equilibrio in un contesto sicuramente confuso e difficile. Riuscirà a dare al nostro calcio un orientamento più univoco?

«Lo considero la persona adatta perché è un uomo colto che con merito ha accumulato nel corso degli anni grande esperienza. Conosce le problematiche all’interno della federazione e sicuramente grazie ai tanti anni di gavetta saprà rinnovare il nostro calcio».

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

L’aspetto sociologico del calcio

L’aspetto sociologico del calcio

TEMPI MODERNI

L’aspetto sociologico del calcio

Il calcio è solo un gioco? Un movimento di grande importanza sociale anche se tutto nasce dalla… passione popolare

di Ciro Chiaro

Una volta era la religione ad essere “l’oppio dei popoli” ma oggi si può dire sia stata decisamente surclassata dal calcio. La forzata crisi di astinenza pare sia finita e finalmente si ritorna a giocare. La tensione dei giorni scorsi dovuta all’incertezza della riapertura del campionato si è dissolta. Non era comunque decisione da poco, considerando che all’inizio della pandemia uno degli aspetti su cui ci si è più soffermati ha riguardato proprio la titubanza nell’interrompere le manifestazioni sportive. Decisivi sono apparsi, purtroppo anche con gravi conseguenze, alcuni episodi in particolare, come il doppio confronto di Champions giocato dall’Atalanta con il Valencia. Ma nella nostra società il calcio è un fenomeno troppo importante, sia sotto il profilo sociale che economico, per poterlo tenere relegato in soffitta. Quindi bisogna scendere in campo adeguandosi anche a quello che hanno fatto gli altri paesi europei.
Il calcio in un modo o nell’altro appartiene a tutti, dall’addetto ai lavori al semplice tifoso. Le sue stelle sono conosciute in tutto il mondo. Anche nel punto più sperduto del pianeta capita di vedere un bambino che colpisce un pallone indossando una maglietta su cui vi è il nome di Messi o di Ronaldo. Di fronte alla popolarità di questi personaggi, grazie alla grande visibilità che hanno avuto tramite le televisioni e i social, vien da ridere pensando alle polemiche, anche violente, che suscitò la frase di John Lennon quando dichiarò che i Beatles erano più famosi di Gesù.
A prescindere dalla tecnica individuale, dalle regole, da tattiche e strategie, questo fenomeno sportivo, esplodendo al giorno d’oggi come fenomeno culturale e sociale, ci coinvolge sia a livello emotivo che comportamentale. Quante volte abbiamo sofferto per una sconfitta della nostra squadra, e certo non bastava dire… ma dai è solo una partita. Oppure regolato la nostra giornata a seconda del calendario delle partite. Ma anche a livello di linguaggio: ti sei salvato in calcio d’angolo oppure hai dribblato il problema, sono modi di dire ormai rientrati nella consuetudine.

L’importanza del calcio si spiega con il fatto che siamo “animali sociali” e come tali abbiamo determinate esigenze da condividere con altri, in questo caso nello stadio della propria squadra o insieme a tutta la nazione davanti al televisore, come è successo nella finale del mondiale 2006. Soddisfare il bisogno di appartenenza, sentirsi gruppo o comunità condividendo una passione comune, oppure il bisogno di identificazione, la sensazione di riscatto tramite le imprese dei propri campioni rappresenta per molti un aiuto allo sviluppo delle proprie capacità relazionali.
In aggiunta il calcio è un settore produttivo importante nell’ambito dell’economia del paese. Nei giorni scorsi il presidente della FIGC Gravina nel rappresentare l’esigenza di ripartire ha fornito anche i dati dell’impatto economico del calcio sull’economia nazionale.
Il suo fatturato annuo è pari a 4,7 miliardi di euro, di cui il 23% prodotto dal settore giovanile e dilettantistico mentre il 77% (quasi 3,6 miliardi di euro) dal settore professionistico. La chiusura dell’attività per il periodo del confinamento ha cancellato ricavi a breve per 750 milioni di euro. Il settore occupa e quindi fornisce reddito, tra lavoratori diretti e indotto, a oltre 100.000 persone. Per non parlare poi di tutta una serie di ricadute positive che vanno dal mantenimento degli sport minori, grazie agli introiti del calcio, ai servizi di ristorazione dentro e fuori agli stadi sino alle tipiche bancarelle che tutti vediamo in occasione delle partite.
Stiamo parlando quindi di una grande industria, il cui impatto non può essere sottovalutato.
Se tiriamo un sasso nell’acqua, vediamo che si formano tutta una serie di cerchi che a mano a mano si allargano. Possiamo utilizzare questa metafora come modalità di pensiero per riflettere sul calcio. Allargando progressivamente il campo dell’analisi ci troveremo di fronte tutta una serie di situazioni a volte anche di difficile comprensione sotto il profilo sociale, culturale, economico, politico e psicologico. Dalle televisioni, ai giornali, agli sponsor, alla pubblicità, il var sì e il var no, gli arbitri “venduti”, i lunghi dibattiti, gli scontri di piazza, le interrogazioni parlamentari, il calcio mercato, il fair play finanziario, le quotazioni in borsa, gli stadi, gli arabi, i cinesi, le app, le ludopatie con le scommesse on line… insomma è decisamente qualcosa in più, ma molto di più, di undici ragazzi che corrono dietro ad un pallone.

pubblicato il 16 giugno 2020

Gli Alunni del Sole

Gli Alunni del Sole

Lo scrittore napoletano Giuseppe Marotta

/ L’EDITORIALE

Gli Alunni del Sole

“Il Napoli è lo stato d’animo della città”
(Salvatore Biazzo)

di Giovanni Gaudiano

Nel 1952 tra umorismo e classicità, Giuseppe Marotta raccontò la sua e la nostra Napoli nel romanzo Gli Alunni del Sole, pubblicato da quell’editore lungimirante che fu Valentino Bompiani. Lo fece con il tocco lieve, proprio delle persone colte e argute allo stesso tempo e capaci anche di non prendersi troppo sul serio.

Lo splendido titolo di quella sua opera sarà lo spunto che di volta in volta ci porterà a parlare della città, della gente che ci vive, delle abitudini, dei vizi e delle virtù e poi della squadra, della grande passione che la circonda. Il Napoli con la sua intramontabile casacca azzurra appartiene alla città, ai suoi tifosi sparsi in tutto il mondo. Girando in Italia ed in Europa, non c’è stato uno stadio dove il Napoli non fosse accompagnato dai suoi sostenitori: folcloristici quasi sempre, sempre più equilibrati nel corso degli anni e competenti per assunto.

Se non lo avessero inventato e diffuso gli inglesi forse il calcio, quello che oggi tutti conoscono, lo avrebbero pensato i napoletani, anzi le frotte di scugnizzi che sin da piccoli hanno corso le strade di Napoli dietro ad una palla inizialmente fatta di stracci e carta, poi di un cuoio ruvido e pesante, ancora dopo di plastica leggera per non rovinare le scarpe non propriamente da calcio (il famoso Super Santos) ed infine griffata, colorata, sfavillante perché fatta di tanti colori e disegni delle più svariate forme geometriche. 

La passione per il calcio a Napoli è storia, nasce nei vicoli, nelle strade, ovunque ci sia uno spiazzo dove simulare un campo da gioco con due porte segnate da libri, pietre, pali o qualunque altra cosa. C’è solo un altro posto al mondo dove si può vedere qualcosa di simile, anche se con una diversa concentrazione, ed è la famosa spiaggia di Copacabana in Brasile, naturale terreno di gioco per centinaia, migliaia di giocatori di tutte le età.

Questa caratteristica, in ogni caso tutta partenopea, ha generato una moltitudine di esperti e conoscitori del nostro gioco. Si comincia da piccoli sul marciapiede e per le strade ma poi col tempo si passa dall’improvvisato terreno di gioco al bar, ai ritrovi, ai saloni dei barbieri,
ai circoli per anziani dove si gioca a carte ma si parla di calcio.

Giuseppe Pacileo

“Napoli subisce l’influsso di un satellite

detto pallone, che ne permea il viver quotidiano”

– Giuseppe Pacileo

È in quei luoghi che si incontrano persone straordinarie, insospettabili competenti, nate e cresciute a pane e pallone. Conoscitori della storia del calcio e studiosi della materia. D’altronde è proprio in quei ritrovi che si forma la cultura calcistica di un popolo che da sempre può vantare una sportività, un equilibrio condito dalla capacità di sapere accettare il risultato, anche se avverso. Il calcio a Napoli ha rappresentato, e per certi versi ancora rappresenta, la voglia di stare insieme, di gioire per un gol realizzato ed è anche un modo per stringersi nel momento di difficoltà. Molti hanno scritto nel tempo che il Napoli condiziona la vita della città e che l’umore del dopo partita si riflette in tutte le attività. Sembra ci sia una congiunzione fuori dal normale tra la squadra e la città stessa, una sorta di simbiosi capace di trasferire su quella casacca i sogni, i progetti di ogni tifoso.

Antonio Ghirelli

“Napoli ha una forza di sentimenti,

di ironia, di amore che ci salverà sempre”

– Antonio Ghirelli

Non è interessante sapere se tutto questo sia vero, piuttosto è importante che tutto questo esista, che il rituale si ripeta ogni anno in religiosa attesa per una vittoria che tutti sanno che prima o poi arriverà. “Gli alunni del sole” di ogni età e generazione sono sempre stati i primi a saperlo.

Nella fantasia, nella conoscenza della vita, nella filosofia che li ispira c’è tutto il mondo napoletano, quell’insieme di pregi e difetti condito da un’umanità che riesce a superare qualunque difficoltà e che vince il campionato da sempre tutti gli anni.

P.s. Per chi volesse approfondire l’argomento suggeriamo due libri  imperdibili: Storia della Filosofia Greca di Luciano De Crescenzo edito da Mondadori ed Il Resto della Settimana di Maurizio De Giovanni edito da Rizzoli.

pubblicato su Napoli n.1 del 28 ottobre 2018