Studio e aggiornamento oltre al concetto di team

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DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

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Il prof. Eugenio Albarella spiega l’evoluzione del ruolo del preparatore non più consulente ma specialista in uno staff più articolato

di Lorenzo Gaudiano

C’è molta disinformazione quando si commentano in televisione, su un giornale oppure in vari momenti della vita quotidiana le prestazioni in una partita delle squadre di calcio. Si analizzano le statistiche, si commentano dati, si fanno considerazioni che spesso non tengono presente il quadro d’insieme che è alla base del lavoro di un allenatore e di tutti i suoi collaboratori. L’attenzione naturalmente viene catturata dal risultato finale che orienta le riflessioni e condiziona i giudizi sul rendimento dei vari giocatori e sull’operato dello staff, nonostante alle spalle di tutto ci sia comunque una programmazione che sin dal periodo preparatorio di inizio stagione viene elaborata tenendo in considerazione una serie di componenti che necessariamente devono coesistere, intrecciarsi alla perfezione affinché i risultati sperati possano al termine del campionato essere messi in cassaforte. Si tratta di aspetti fisici, tecnici, tattici, caratteriali e persino ambientali di cui spesso non si parla perché non interessano, quando invece costituirebbero gli elementi per spiegare gli esiti di una partita, le situazioni che spesso le squadre si trovano a vivere.
Rispetto al passato oggi il calcio è più intenso, sottopone gli atleti ad un numero esorbitante di partite che di anno in anno finiscono per aumentare sempre di più e richiedono continui aggiornamenti da parte degli staff tecnici per adeguarsi ai tempi che cambiano ed apprendere nuove metodologie di lavoro che mettano in condizione i calciatori di sostenere una simile intensità agonistica.
Non è facile avventurarsi in simili discorsi, soprattutto a causa delle tante banalizzazioni e dei luoghi comuni sempre più diffusi. Ed è per questo che un dialogo con un preparatore atletico come il prof. Eugenio Albarella può aiutare ad entrare in un argomento in realtà scientifico, molto complesso, ma al tempo stesso molto interessante ed importante soprattutto per accrescere la propria cultura sportiva. Del resto le sue esperienze in varie squadre di club fino ad arrivare all’avventura in Giappone con la Nazionale nipponica guidata da Alberto Zaccheroni costituiscono un bagaglio importante, di grande prestigio e validissimo che, oltre a certificare il suo valore professionale, favorisce una discussione a 360 gradi sulla diversa concezione culturale del calcio nel mondo e sulla sua netta trasformazione rispetto al passato.

In carriera tanti anni vissuti all’estero. Che esperienza è stata?

«Sicuramente formativa. Non nascondo che il periodo in Giappone ha rappresentato una vera e propria esperienza di vita che porterò preziosamente nel mio cuore, perché ho vissuto una cultura sociale completamente diversa, sicuramente più collettiva rispetto alla nostra che è più individualistica. Parlando di calcio ad esempio, dove il noi è fondamentale per la creazione del team, ho riscontrato una grande disponibilità verso il lavoro, la novità e l’applicazione che alla fine hanno dato anche dei grossi riscontri».

Tante avventure in carriera come preparatore, di cui buona parte negli staff di Zaccheroni. Com’è stato lavorare con un professionista come lui?

«Mi lega ad Alberto un rapporto, oltre che professionale, soprattutto affettivo perché stiamo parlando di un grande professionista e di una persona perbene. Quando si ha a che fare con rarità del genere nel mondo del lavoro, in particolar modo nel calcio, bisogna fare il possibile per tenersele strette, al di là di quelli che possono essere i pro e contro in una scelta. Posso solo ringraziarlo per questi anni di collaborazione che mi hanno consentito di vivere esperienze ad alto livello».

C’è un contesto in cui è stato più semplice ed agevole lavorare?

«Più che semplice, forse esiste quello più in linea con la propria indole, il proprio modo di concepire la cultura del lavoro. I quattro anni di esperienza in Giappone sono stati importanti non soltanto per gli obiettivi conseguiti, ma anche per il continuo feedback che si riscontrava dalla grande disponibilità, il profondo senso del lavoro e la cultura civica del posto, elementi che negli ultimi tempi in Italia facevo fatica a percepire soprattutto in club di alta qualificazione».

Perché quel tipo di cultura sportiva non riesce ad imporsi nel risultato sportivo?

«Quando si entra nel vivo di una competizione, cominciano a contare la storia, il peso della maglia che si indossa, l’esperienza, le energie nervose. Sono tutti aspetti importanti che incidono e spiegano perché prevalgono alla fine sempre quelle 4/5 nazioni che sanno affrontare con personalità i momenti decisivi».

Per esempio anche i maestri inglesi riscontrano grande difficoltà…

«Anche in questo caso c’è un discorso culturale da fare, che riguarda l’organizzazione dei campionati. In vista di competizioni internazionali per squadre di Nazionali l’Inghilterra si presenta sempre con un numero di partite elevato nelle gambe e fa tanta fatica ad offrire prestazioni adeguate alla propria qualità a causa di tornei nazionali molto agguerriti ed avvincenti. Sono molto curioso di vedere cosa succederà invece nel 2022 con i Mondiali in Qatar, che si terranno in autunno a metà stagione».

Torniamo un po’ indietro nel tempo. Quando ha capito che la professione di preparatore atletico sarebbe stata la sua strada?

«Prima del calcio, praticavo canottaggio. Studiando all’università il mio amore per lo sport è cresciuto sempre di più, così come la curiosità. Il mio primo maestro, il dott. Giuseppe La Mura (il dott./tecnico che ha scoperto i fratelli Abbagnale ndr), appunto diceva che non avevo ancora superato l’età del perché e questa forma mentis l’ho trasferita anche nello studio. Visto che mi era stata assegnata una tesi di laurea riguardante la preparazione atletica nel calcio, mi sono dovuto confrontare con una letteratura molto scarna in quel periodo, parliamo di metà anni 80».

Quindi non è stato per nulla facile…

«Infatti l’unica opportunità per approcciarmi nel modo migliore a questo mondo era contattare i massimi esperti di allora nella metodologia dell’allenamento. Uno di questi era il prof. Enrico Arcelli, preparatore nel Varese di Fascetti, con cui nacque un’empatia reciproca. Il feedback professionale era talmente stimolante che, una volta laureato, mi trasferii subito a Milano per poterlo seguire nei suoi dettami, anche se la cosa non fu molto semplice. Non avendo le basi per un’indipendenza economica, facevo i turni di notte alla Sip e di giorno continuavo a studiare, fin quando poi è diventata la mia professione».

Dall’inizio della sua attività ad oggi come è cambiato il mondo del calcio dal punto di vista del preparatore?

«Come in tutte le cose l’evoluzione è continua e la storia e l’esperienza conducono sempre a nuove strade. Oggi il preparatore non è più il consulente dell’allenatore che porta all’interno del calcio anche l’esperienza di sport diversi. Dopo 30 anni di storia come figura riconosciuta in questo ambiente è diventato uno specialista della preparazione all’interno di uno staff articolato e costituito da tante professionalità scientifiche diverse».

C’è un aspetto in cui si nota particolarmente questo cambiamento?

«Se facciamo un paragone tra il calcio di oggi e quello tra gli anni 90 e primi anni duemila, in precedenza una squadra blasonata disputava al massimo 50 partite, gare con le Nazionali comprese. Oggi ne somma invece circa 70/75. Qualche anno fa si giocava ogni 5 giorni, adesso la media è di 3 partite alla settimana. È cambiata l’intensità di gioco, diventata chiaramente più alta. In una gara si sviluppavano circa 450 azioni, ora sono praticamente il doppio con un’esasperazione tattica dove tempi e spazi sono ridotti al minimo e gli atleti sono costretti ad andare a scontro fisico più spesso, esponendosi ad un maggior rischio di infortuni».

Il lavoro del preparatore atletico si è trasformato radicalmente?

«Sicuramente nella metodologia di lavoro ora vanno tenuti in considerazione tutti questi fattori. Ribadisco sempre che chi fa questo mestiere, sin da quando parte la programmazione del lavoro, deve tener presente le famigerate cinque domande: cosa si deve allenare, come, quando, quanto la si deve allenare e soprattutto chi si sta allenando. La specificità del modello prestativo è diventata fondamentale nel momento in cui oggi un allenatore non è più quell’artigiano che in funzione del tempo modella la materia a propria immagine e somiglianza, ma un killer che ha poche possibilità per incidere e non si può permettere di sbagliare».

Guardando le statistiche, si apprende come siano aumentati i km percorsi da parte degli atleti…

«Questo è diventato uno dei tanti luoghi comuni. Si cade spesso nell’errore di voler misurare la prestazione degli atleti in valori di volume inteso come somma di km percorsi, un dato che non è per nulla correlato alle caratteristiche di un sport di squadra dove a determinare l’indice di performance sono più componenti: fisiche, organiche, tattiche, tecniche, caratteriali e ambientali. Quando si vuole semplificare tutto con un numero, dico sempre che se fosse questo il problema basterebbe mettere un maratoneta in campo». .

In questa stagione si ritorna ai tempi abituali della preparazione estiva dopo un anno in cui tutto è stato affrettato. Nel Napoli, come in altre squadre, partire con un nuovo allenatore può costituire un vantaggio?

«Nel calcio il tempo per un allenatore di incidere è sempre meno, quando in realtà ne occorrerebbe di più. Questo aspetto ha reso necessario un adeguamento delle strategie di allenamento. Anche nel periodo preparatorio non c’è più la possibilità di influire in una forma così classica e a blocchi come le metodologie negli anni passati erroneamente consigliavano. Oggi sono diventate fondamentali la specificità del modello prestativo e l’ottimizzazione dei tempi di lavoro, possibili soltanto se tra staff tecnico e giocatori, e all’interno dello staff tecnico stesso, si lavora con conoscenza ed in grande sinergia. Se nell’annus horribilis, come lo definisco, hanno vinto nei vari campionati le squadre caratterizzate da una continuità gestionale, partire con un nuovo allenatore significa quindi ricominciare da capo e può richiedere tempi più lunghi per risultati effettivi».

Chiudiamo con una considerazione sugli infortuni muscolari. A fronte di un numero maggiore di partite sono aumentati notevolmente. In che maniera si può incidere per ridurre le percentuali di rischio?

«L’unica strada da percorrere è allenarsi bene, cioè in forma specifica, evitando di voler raggiungere certi obiettivi attraverso percorsi di allenamento molto lunghi e lontani soprattutto da quegli schemi motori che sono richiesti durante la partita la domenica».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021

De Laurentiis: più fatti meno parole

De Laurentiis: più fatti meno parole

FRAMMENTI D’AZZURRO

De Laurentiis: più fatti meno parole

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo

di Giovanni Gaudiano

La storia del calcio a Napoli inizia sulla costa. I marinai inglesi che arrivavano nel grande porto di Napoli nei momenti liberi giocavano a football.
Tra i bagagli personali avevano sempre con loro un pallone di cuoio pronto per l’uso. Di quel gioco gli inglesi ancora oggi vantano di essere stati gli inventori, i maestri, anche se gli scozzesi non sono d’accordo. C’è però un dato innegabile: nel 1863 la Football Association, a Londra, decise di regolamentare il gioco creando l’unica garanzia possibile che gli avrebbe conferito il concetto dell’universalità.
Tra qualche giorno, il 1° agosto, la Società Sportiva Calcio Napoli compirà ufficialmente 95 anni. Non tutti sono d’accordo sull’anno di fondazione e neanche sul giorno. C’è chi afferma che il primo Napoli sia nato nel 1906, chi parla del 1922. E quelli che riconoscono come anno di partenza della storia azzurra il 1926 discutono sulla data che per alcuni non sarebbe il 1° ma il 25 agosto.
Ci limitiamo a constatare che il Napoli in ogni caso quest’anno compie 95 o 99 o addirittura 115 anni, un traguardo rilevante per una storia meravigliosa. Ed allora tanti auguri caro Napoli.
Dopo tutti questi anni l’interesse che ti circonda non è mai scemato. Ci sono gli appassionati che ti considerano quasi come un bene personale. C’è l’informazione che a suo modo segue le tue gesta. Oggi c’è poi anche il grande comunicatore che pensa di poter parlare come e quando vuole dalla sua improvvisata cattedra.

Il Napoli, comunque vada, resterà nel tempo e fino a quando scenderà in campo ci saranno i suoi tanti sostenitori pronto a seguirlo.
De Laurentiis di sicuro lo sa. Come sa bene che si è guadagnato in ogni caso un posto nella storia di questa società. Certo sarebbe meglio se la sua presidenza fosse contraddistinta da qualche significativo successo sportivo utile anche a bilanciare l’assenza di una carica di simpatia che il presidente considera inutile. Nessuno comunque può negare ad oggi, sino a prova contraria, la solidità economica del club, i bilanci in ordine che sono importanti ma che però non vanno in bacheca.
Il numero uno ha parlato dopo un lungo silenzio, dicendo cose condivisibili ed altre meno. Alcune ricostruzioni romanzate proposte da De Laurentiis fanno invidia a quelle utilizzate dallo scrittore Carlo Lucarelli nelle sue trasmissioni. Solo che Napoli non è il “mostro di Firenze” e gli appassionati e l’informazione hanno bisogno di notizie. Auspichiamo che le fantasiose ricostruzioni abbandonino il campo lasciandolo ai fatti. Volendo, De Laurentiis potrebbe, magari a Dimaro, spiegare come la società intende affrontare il problema Insigne per farci conoscere sulla vicenda del rinnovo il suo vero pensiero, senza lasciare spazio alla fatalità invocata con un laconico “sarà quel che sarà”.
La storia tra Insigne ed il Napoli riteniamo che per svariati motivi non possa essere trattata in maniera fatalistica. Di contro al capitano poi vorremmo chiedere, se il giocatore vorrà rispondere, di parlarci, senza fare dietrologia, dell’ultima gara della stagione, quella con il Verona, il cui andamento resta tutt’oggi inspiegabile.
Le parole di Aurelio De Laurentiis su Insigne sono quindi inaccettabili e ci permettiamo con educazione, ma con fermezza, di rimandarle al mittente.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

L’ALTRA COPERTINA

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Dal capello bloccato alla barba della maturità. La breve storia di una ragazzo di nome Pasquale Foggia che voleva fare il calciatore

Intervista di Giovanni Gaudiano

Soccavo per chi non la conosce è difficile da comprendere. Nell’intervista ad un certo punto per indicarla geograficamente è stata usata l’espressione gergale “Soccavo ad est di Fuorigrotta”. Ai fini della chiacchierata serviva a dire che quel quartiere di Napoli è molto vicino allo stadio oggi intitolato a Diego Maradona.
Si diceva che è un quartiere difficile da capire, ma non per la gente che vi abita quanto per la ghettizzazione urbanistica che negli anni si è abbattuta su quella parte della città. È in questa sorta di compromesso all’aria aperta che negli anni d’oro del Napoli di Maradona si viveva di pane e pallone. Campetti improvvisati, spiazzi adibiti a terreni di gioco, viali e strade occupate da tanti ragazzini. Questo perché lo sciagurato piano regolatore non aveva previsto attrezzature sportive pur sapendo di dover ospitare le coppie che dal centro di Napoli, lasciando le case paterne, sarebbero confluite in questa zona e con le proprie famiglie ne avrebbero fatto alla fine un quartiere popoloso.
È in questa realtà che il sogno di un ragazzo come tanti ha preso corpo, grazie alla dedizione di una madre che ha voluto fortemente appoggiarlo, annullandosi, in un percorso difficile, in qualche momento strappalacrime, in una sfida con il tempo che quel ragazzo e quella madre hanno saputo vincere.
Nessuna retorica, nessuna apologia, solo quattro parole per parlare di uno di noi che come noi vive in una città bellissima, meravigliosa, caratterizzata però da evidenti alti e bassi che balzano agli occhi anche solo svoltando un angolo di strada, che alla fine ce l’ha fatta.
Stiamo parlando di Pasquale Foggia. È lui il ragazzo che ha realizzato il sogno. Ed è stato giusto che sia andata così, perché quando ha potuto il suo primo pensiero è stato proprio per quei ragazzini che come lui continuavano a giocare per strada. Si tratta di un’altra storia che poi racconteremo.

Sparo la prima domanda, poi torneremo indietro nel tempo. Dal capello leggermente lungo tenuto dal fermacapelli durante le partite ad una barba dottorale che mette soggezione. Cosa è cambiato in Pasquale Foggia?

«Sono diventato grande. Ho maturato tanta esperienza non solo nel campo da calcio ma anche nella vita di tutti i giorni. Ho messo su famiglia, ho moglie e due figli. È cambiato tutto in un percorso di crescita umana fatto di piccoli passi percorsi ogni giorno. E poi sono tornato, vivo a Napoli e penso che non potrebbe essere diversamente».

Soccavo a est di Fuorigrotta. Tanti bambini sempre a correre dietro ad un pallone. Eri uno di quelli, ne hai parlato in varie occasioni. Come ti vedevi in quel momento, cosa pensavi ti sarebbe accaduto?

«Ero un bambino pieno di sogni. Rispetto a quello che anima i ragazzi di oggi lo facevo, ma non solo io, con tutto me stesso. Era poi il periodo felice per noi napoletani perché avevamo Maradona ed il calcio per me rappresentava la mia vita».

Hai raccontato che tua madre per te è stata fondamentale. Un tuo pensiero su tutti per lei, oggi che quello che le avevi promesso quando avevi solo 7 anni l’hai raggiunto…

«Mia madre ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà sempre la mia guida. Nonostante le tante difficoltà, dovute anche alla separazione con mio padre, ha sempre cercato di darmi tutto quello di cui avevo bisogno. Dall’educazione, all’istruzione, agli insegnamenti utili per la vita di tutti i giorni. Ha annullato la sua vita per me. E credo che farò fatica in tutta la mia vita a ripagare almeno la metà di quello che lei mi ha dato».

Come andò quando andasti al Padova, chi ti segnalò?

«In quegli anni si giocava il Torneo dei Quartieri ed il Torneo di Natale che era una vetrina per i ragazzi che volevano giocare al calcio. Venivano molti osservatori perché, come noto, la Campania ha sempre prodotto tanti talenti. Era insomma l’occasione per gli addetti ai lavori di scoprire qualche calciatore. In uno di questi tornei mi vide Loris Fincato, che era il responsabile del settore giovanile del Padova e mi portò a fare un provino in Veneto. Avevo dieci anni e da allora non sono più rientrato a Napoli».

Poi il Milan, avevi 16 anni. Pensasti che stavi facendo il grande salto anche se la lontananza da casa si sarebbe fatta sentire ancora di più?

«È stata la prima esperienza che mi ha fatto capire che forse potevo arrivare a toccare con mano il mio sogno. Il passaggio al Milan cambiò la mia vita, ebbi il primo stipendio che mi diede la possibilità di far lavorare un po’ meno mia madre. In sede al Milan ad attendere c’erano Galliani e l’allenatore Bertuzzo, poi passai con Ballardini».

In seguito tante squadre, tanti presidenti, tanti allenatori. Un po’ con tutti un rapporto concreto che andava oltre il campo da gioco…

«È vero. Sono stato allenato da Giampaolo, da Ammazzalorso, lo stesso Ballardini, Delio Rossi, Mazzarri. Ne ho avuti tanti, ma ho avuto la fortuna sempre di intrattenere buoni rapporti con tutti».

Mi ha colpito, non lo ricordavo, che a Reggio Calabria ti hanno concesso la cittadinanza onoraria per l’anno che arrivasti e la Reggina di Foti si salvò e tu andavi al cena dal presidente…

«Alla Reggina c’era l’abitudine di riunirsi il giovedì sera e stavamo assieme con il presidente e con lui ho intrattenuto un rapporto bellissimo. È una persona per la quale ho molta stima perché ha valori importanti. Quel periodo, anche se breve, ha lasciato in me al di là della cittadinanza onoraria che mi tengo stretta legami profondi».

Prima di arrivare al Benevento non possiamo non parlare della Lazio e di Lotito. Non ti faccio una domanda vera e propria, parliamone…

«Il mio rapporto con il presidente Lotito è sempre stato molto schietto, sincero e a volte anche duro. Ritengo di aver instaurato nel tempo una conoscenza che sia andata oltre il calcio che ancora oggi custodisco. Quando adesso lo incontro è l’occasione per farci un sacco di risate ed è per me soddisfacente che sia così».

Siamo arrivati al Benevento, ad un altro dei tuoi capolavori nei rapporti personali, quello con il presidente Vigorito. Dal settore giovanile alla prima squadra. Da talent scout a direttore sportivo. Cosa hai trovato a poco più di 70 chilometri dalla tua Napoli senza dover andare nel profondo nord?

«Ho trovato grande umanità, grande sensibilità. Il presidente Vigorito è una persona che ti porta al di là del rapporto esistente tra il massimo dirigente e il direttore sportivo. L’ho dichiarato in diverse occasioni che mi porto dentro tanti insegnamenti che lui mi ha dato anche relativamente alla mia vita privata. Ritengo che quest’aspetto sia la cosa più importante che mi sia capitata a Benevento. Ci tengo a ringraziarlo per l’opportunità che mi ha dato e ci tengo ancora di più a quello che mi dà giorno per giorno».

Il presidente di recente ha detto che grazie a te ha capito cosa fa un direttore sportivo. Dopo l’intervista alla tv, quando lo hai saputo cosa vi siete detti?

«L’ho saputo in diretta. Ero in campo per il riscaldamento e vedevo arrivare sul telefono tanti messaggi. Devo dire che un poco mi sono preoccupato, perché quando vinci arrivano tanti messaggi mentre quando perdi un po’ meno e se ti arrivano prima della partita ti chiedi se non sia accaduto qualcosa. Poi c’erano anche i video con le parole del presidente ed allora il tempo di andare in tribuna e senza neanche dirgli una parola di ringraziamento l’ho abbracciato forte».

Nel calcio i risultati sono importanti ma quello che avete costruito a Benevento dal mio punto di vista lo è di più. Mi riferisco ad un sogno fatto di equilibrio e razionalità, di stima e collaborazione. Penso che il Benevento con la salvezza e la permanenza in serie A possa nel futuro pensare ad obiettivi più ambiziosi. Cosa ne pensi?

«Credo che a Benevento sia nato un percorso basato sulla fiducia reciproca e sulla stima. È ovvio che poi tutto passa attraverso i risultati ma per costruire qualcosa d’importante alla base ci devono essere i due fattori che ho citato a prescindere dalla categoria e dagli obiettivi. In questi tre anni si è costruito tanto. Fondamentale è stata la scelta degli uomini che devono accompagnarti in questo impegno e non mi riferisco solo ai calciatori ma intendo dire tutto lo staff a partire dai magazzinieri. Sbaglia chi pensa che basta comprare giocatori bravi per fare risultato. Il concetto non può definirsi assoluto, perché se non costruisci un’anima quella non si compra al mercato e la puoi ottenere solo se la coltivi giorno dopo giorno».

Domani ci sarà il derby con il Napoli. Che sensazione proverà il ragazzo di Soccavo nel vedere lo stadio Maradona vuoto?

«Vedere in generale gli stadi vuoti non ti dà l’impressione di stare giocando a calcio. Vedere lo stadio dove sognavo di giocare da bambino, intitolato alla massima espressione di sempre nel mondo del calcio, vuoto sarà sicuramente triste. Perché Napoli, in questo caso i derby, sono abituati ad avere sugli spalti i tifosi, ad essere circondati da uno stadio caldo e questa cornice mancherà ancora di più proprio perché ci troveremo a giocare nello stadio intitolato a quello che per noi napoletani resterà per sempre il dio del calcio».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio dalla matita di Enzo Troiano

AGORÀ – DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

“Senza il calcio è mancato l’ossigeno”

Gianni Di Marzio spiega quale calcio vedremo ora in avanti. Più possesso alla spagnola e partite ravvicinate all’inglese

di Lorenzo Gaudiano

La ripartenza dopo tre mesi di inattività, una riflessione sul calcio che verrà e su tutte le problematiche inerenti alla preparazione atletica dei calciatori e una considerazione sul presidente della FIGC Gabriele Gravina, che ha dovuto gestire un momento davvero delicato. Sono temi molto interessanti di cui discutere con Gianni Di Marzio, una persona competente e di grande esperienza calcistica visto che in carriera è stato allenatore a tutto tondo, dirigente sportivo ed attualmente è osservatore e consulente di grandi società oltre che affermato e richiesto opinionista da tutti i media. Il calcio è da sempre parte importante della sua vita. Farne a meno è stato, anche per lui, davvero difficilissimo.

Da un’abbondanza di partite ci siamo ritrovati completamente senza. Quanto ci è mancato il calcio?

«Tantissimo, per tutti gli appassionati è come se fosse mancato l’ossigeno. Dopo tre mesi quasi certamente saremo tutti assetati di partite, anche se ci troveremo ad assistere a qualcosa di completamente diverso. Sarà un calcio senza pubblico, senza quell’agonismo e temperamento abituali, senza quella tensione per il risultato a cui solitamente si assiste sui campi, quindi un calcio più tecnico. Le squadre che propongono una filosofia di gioco basata sul possesso palla, per intenderci alla maniera iberica, sicuramente avranno grandi vantaggi».

In questi ultimi anni siamo passati da un tradizionale calcio domenicale a quello distribuito in tutta la settimana. Come ha reagito il calcio italiano a questo cambiamento?

«All’estero ormai sono tanti anni che si arrivano a giocare persino tre partite alla settimana senza pensare troppo alle possibili conseguenze. In Inghilterra, ad esempio, da sempre si gioca persino nella settimana di Natale e Capodanno perché da quelle parti non conta soltanto il campionato ma anche le coppe nazionali. In Italia invece sia psicologicamente che fisicamente non siamo mai riusciti a sopportarlo. Qui molti allenatori spesso praticano in match ravvicinati turnover massicci che finiscono per alterare completamente i meccanismi della squadra stessa».

Che calcio vedremo?

«Sicuramente sarà un calcio molto condizionato dal punto di vista psicologico. Ci sono situazioni in campo che nel corso di una partita, a prescindere dal protocollo sanitario, sarà difficile controllare in piena sicurezza. Basta pensare alle marcature strette a uomo, agli starnuti casuali, al sudore inevitabile, alle spinte istintive durante i contatti tra i calciatori per comprendere che in campo il pensiero non sarà rivolto soltanto alla partita. Ed è per questo che assisteremo ad una tipologia di calcio a cui non siamo abituati».

Che finale di campionato c’è da aspettarsi?

«Sarà un campionato anomalo, perché tutte le squadre ripartiranno da zero. Solitamente tra una stagione e la successiva ci sono quaranta giorni di riposo prima di cominciare la preparazione, che attraverso un lavoro di capillarizzazione consente alla muscolatura di smaltire l’acido lattico e al corpo di avere una maggiore ossigenazione. Ciò significa riempire il serbatoio fisico di benzina. A quel punto la macchina deve cominciare ad accelerare e per farlo è necessario provarla, quindi disputare delle amichevoli, acquistare il ritmo partita. In tre mesi i calciatori sono stati fermi per buona parte del tempo, gli allenamenti collettivi sono ripresi da poco e la grande differenza rispetto al consueto inizio di stagione sarà quella di dover disputare subito delle gare ufficiali. Magari nelle prime uscite ci sarà grande intensità in campo ma dopo gli infortuni muscolari saranno ricorrenti».

Per il Napoli c’è ancora speranza di riacciuffare il quarto posto?

«È molto difficile. I punti sono tanti, l’Atalanta deve anche recuperare una partita e gli azzurri dovranno giocare lo scontro diretto a Bergamo. Tra l’altro gli orobici sono tra i pochi a praticare un calcio europeo con verticalizzazioni e grande intensità. Gasperini per le sue esperienze nei settori giovanili ha sempre dato alle proprie squadre una filosofia offensiva. Per questo recuperare terreno non sarà affatto semplice».

Il presidente della FIGC Gravina in questi mesi ha mostrato equilibrio in un contesto sicuramente confuso e difficile. Riuscirà a dare al nostro calcio un orientamento più univoco?

«Lo considero la persona adatta perché è un uomo colto che con merito ha accumulato nel corso degli anni grande esperienza. Conosce le problematiche all’interno della federazione e sicuramente grazie ai tanti anni di gavetta saprà rinnovare il nostro calcio».

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

L’aspetto sociologico del calcio

L’aspetto sociologico del calcio

TEMPI MODERNI

L’aspetto sociologico del calcio

Il calcio è solo un gioco? Un movimento di grande importanza sociale anche se tutto nasce dalla… passione popolare

di Ciro Chiaro

Una volta era la religione ad essere “l’oppio dei popoli” ma oggi si può dire sia stata decisamente surclassata dal calcio. La forzata crisi di astinenza pare sia finita e finalmente si ritorna a giocare. La tensione dei giorni scorsi dovuta all’incertezza della riapertura del campionato si è dissolta. Non era comunque decisione da poco, considerando che all’inizio della pandemia uno degli aspetti su cui ci si è più soffermati ha riguardato proprio la titubanza nell’interrompere le manifestazioni sportive. Decisivi sono apparsi, purtroppo anche con gravi conseguenze, alcuni episodi in particolare, come il doppio confronto di Champions giocato dall’Atalanta con il Valencia. Ma nella nostra società il calcio è un fenomeno troppo importante, sia sotto il profilo sociale che economico, per poterlo tenere relegato in soffitta. Quindi bisogna scendere in campo adeguandosi anche a quello che hanno fatto gli altri paesi europei.
Il calcio in un modo o nell’altro appartiene a tutti, dall’addetto ai lavori al semplice tifoso. Le sue stelle sono conosciute in tutto il mondo. Anche nel punto più sperduto del pianeta capita di vedere un bambino che colpisce un pallone indossando una maglietta su cui vi è il nome di Messi o di Ronaldo. Di fronte alla popolarità di questi personaggi, grazie alla grande visibilità che hanno avuto tramite le televisioni e i social, vien da ridere pensando alle polemiche, anche violente, che suscitò la frase di John Lennon quando dichiarò che i Beatles erano più famosi di Gesù.
A prescindere dalla tecnica individuale, dalle regole, da tattiche e strategie, questo fenomeno sportivo, esplodendo al giorno d’oggi come fenomeno culturale e sociale, ci coinvolge sia a livello emotivo che comportamentale. Quante volte abbiamo sofferto per una sconfitta della nostra squadra, e certo non bastava dire… ma dai è solo una partita. Oppure regolato la nostra giornata a seconda del calendario delle partite. Ma anche a livello di linguaggio: ti sei salvato in calcio d’angolo oppure hai dribblato il problema, sono modi di dire ormai rientrati nella consuetudine.

L’importanza del calcio si spiega con il fatto che siamo “animali sociali” e come tali abbiamo determinate esigenze da condividere con altri, in questo caso nello stadio della propria squadra o insieme a tutta la nazione davanti al televisore, come è successo nella finale del mondiale 2006. Soddisfare il bisogno di appartenenza, sentirsi gruppo o comunità condividendo una passione comune, oppure il bisogno di identificazione, la sensazione di riscatto tramite le imprese dei propri campioni rappresenta per molti un aiuto allo sviluppo delle proprie capacità relazionali.
In aggiunta il calcio è un settore produttivo importante nell’ambito dell’economia del paese. Nei giorni scorsi il presidente della FIGC Gravina nel rappresentare l’esigenza di ripartire ha fornito anche i dati dell’impatto economico del calcio sull’economia nazionale.
Il suo fatturato annuo è pari a 4,7 miliardi di euro, di cui il 23% prodotto dal settore giovanile e dilettantistico mentre il 77% (quasi 3,6 miliardi di euro) dal settore professionistico. La chiusura dell’attività per il periodo del confinamento ha cancellato ricavi a breve per 750 milioni di euro. Il settore occupa e quindi fornisce reddito, tra lavoratori diretti e indotto, a oltre 100.000 persone. Per non parlare poi di tutta una serie di ricadute positive che vanno dal mantenimento degli sport minori, grazie agli introiti del calcio, ai servizi di ristorazione dentro e fuori agli stadi sino alle tipiche bancarelle che tutti vediamo in occasione delle partite.
Stiamo parlando quindi di una grande industria, il cui impatto non può essere sottovalutato.
Se tiriamo un sasso nell’acqua, vediamo che si formano tutta una serie di cerchi che a mano a mano si allargano. Possiamo utilizzare questa metafora come modalità di pensiero per riflettere sul calcio. Allargando progressivamente il campo dell’analisi ci troveremo di fronte tutta una serie di situazioni a volte anche di difficile comprensione sotto il profilo sociale, culturale, economico, politico e psicologico. Dalle televisioni, ai giornali, agli sponsor, alla pubblicità, il var sì e il var no, gli arbitri “venduti”, i lunghi dibattiti, gli scontri di piazza, le interrogazioni parlamentari, il calcio mercato, il fair play finanziario, le quotazioni in borsa, gli stadi, gli arabi, i cinesi, le app, le ludopatie con le scommesse on line… insomma è decisamente qualcosa in più, ma molto di più, di undici ragazzi che corrono dietro ad un pallone.

pubblicato il 16 giugno 2020