Dall’Ajax al Barcellona per cambiare il calcio

Dall’Ajax al Barcellona per cambiare il calcio

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Dall’Ajax al Barcellona per cambiare il calcio

È Johan Cruijff, l’uomo del calcio moderno, quello che Sandro Ciotti chiamò nel suo splendido film “Il profeta del gol”

di Giovanni Gaudiano

L’eleganza, lo stile, l’andamento palla al piede sul terreno di gioco che mostra sempre qualità. Il giovane Johan corre ma sembra quasi sfiorare l’erba. La grande visione di gioco rende ogni tocco semplice, naturale, quasi ovvio ma a ben guardare ogni iniziativa di quel giovanotto è frutto di una naturale genialità. Come se non bastasse un senso ed un particolare fiuto per il gol. Tante le reti messe a segno per non parlare di quelle suggerite, quei tocchi che oggi vanno a formare la speciale classifica degli assist e che una volta si chiamavano più semplicemente, senza inglesismi, passaggi smarcanti.
Tutto questo concentrato in un fisico all’apparenza normale, come quello di tanti ragazzi della sua età. Ma non è così. Quel ragazzo unisce la velocità ed il controllo della palla in qualunque occasione ad una fragilità del suo fisico insospettabile. Ha i piedi piatti, una caviglia diversa dall’altra, le gambe non sembrano armoniose rispetto al tronco ma la qualità e le capacità sono troppe per stare lì a guardare. Trotta nelle giovanili dell’Ajax, ma l’allenatore della prima squadra, Vic Buckingham, lo segue dal primo giorno che lo ha visto giocare riconoscendone subito le grandi qualità. Dispone per il giovane “papero” un allenamento personalizzato, fatto di sedute dedicate all’atletica, ne rinforza il fisico con l’utilizzo dei pesi senza mai caricare troppo. È un lavoro certosino, continuo, che darà i suoi frutti.
Johan Cruijff, l’uomo del calcio moderno, quello che Sandro Ciotti chiamò nel suo splendido film “Il profeta del gol”, è cresciuto così.
Il giovanotto viene da una famiglia di lavoratori, che abita in un sobborgo di Amsterdam e vive con il commercio di frutta e verdura. A dodici anni perde il padre per una crisi cardiaca, quasi un segnale, e dopo un po’ la mamma viene presa a lavorare proprio all’Ajax.
Lui e il fratello crescono e giocano e le possibilità di Johan sono subito evidenti, fa sempre la differenza nonostante quei piedi sgraziati.

Signor Cruijff ma quando le dicevano dei suoi problemi fisici pensava che sarebbe diventato un grande calciatore?

«Per giocare al calcio bisogna divertirsi. Io mi divertivo e quando Vic (l’allenatore dell’Ajax Vic Buckingham, ndr.) mi disse che avrei dovuto fare anche altri allenamenti senza il pallone per migliorare il mio fisico mi sembrava inutile, ma avevo fiducia e poi i giovani di quell’epoca a parte i capelli lunghi si fidavano di quello che dicevano gli allenatori. Vede, alla radice di tutto c’è che i ragazzini devono divertirsi a giocare al calcio. Nonostante quei duri e un po’ noiosi allenamenti personalizzati, io mi sono sempre divertito».

Come era l’Ajax in quegli anni, che aria si respirava?

«Per me era tutto molto fantastico. Quando sono arrivato nel club avevo giocato solo su terreni improvvisati: cemento, ghiaia, terra battuta. Entrare e giocare su un campo vero fu fantastico. Poi cominciarono i primi problemi per le mie difficoltà fisiche. Ero veloce, avevo fantasia e pensiero ancora più veloci ma mi mancava la potenza. Da qualche altra parte mi avrebbero lasciato andar via. Invece lì si lavorava sodo e bene. In un anno acquistai forza nei piedi al punto che, se a un po’ meno di quindici anni non riuscivo dal calcio d’angolo ad andare oltre il primo palo, a sedici mettevo il pallone dove volevo».

Un piccolo miracolo o il frutto di un grande lavoro?

«Lo staff tecnico-medico della società era di prim’ordine. Nessun ragazzo veniva abbandonato senza prima aver fatto tutto il possibile per portarlo ad un certo livello. C’era una cultura dello sport e del sacrificio che hanno sempre contraddistinto l’attività del club. Da dopo la guerra quella fucina ha sfornato ogni anno tanti campioni che sono andati poi in giro per il mondo. Oggi (dal 1996, ndr.) con il moderno centro “De Toekomst” (il futuro) l’attività è organizzata ancora meglio».

In occasione di un’intervista lei ha detto: “Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia”. Forse si riferiva alla mancanza oggi di una certa qualità di base?

«Dal mio punto di vista il calcio consiste fondamentalmente in due cose. La prima: quando hai la palla, devi essere capace di passarla correttamente. La seconda: quando te la passano, devi saperla controllare, se non la puoi controllare, tantomeno la puoi passare. Oggi in molte partite possiamo contare tanti, troppi errori di fraseggio, tanti passaggi sbagliati, tanti lanci nel vuoto. È un po’ come se la palla bruciasse nei piedi di chi la riceve ed il poveretto finisce per fare la cosa più inutile ed istintiva in quel momento».

Parliamo del Barcellona. Quando lei è arrivato in Catalogna da giocatore e poi da allenatore è sempre cambiato tanto. Si può dire che l’infinita rivalità con il Real avesse in precedenza creato un inconfessato sentimento d’inferiorità, di inadeguatezza che pesava sul rendimento dei blaugrana?

«A Barcellona per molto tempo si è vinto poco. La grandezza del Real Madrid, la sua capacità di bruciare sul tempo qualunque altra società nelle trattative per l’acquisizione di un giocatore importante per anni hanno dettato legge. Bisognava lanciare qualcosa di nuovo, qualcosa che fosse targato Barcellona, che avesse il marchio di fabbrica di una terra vicina ma tanto diversa dalla capitale. La società ad un certo punto lo ha capito, soprattutto quando ha smesso di pensare che avere il mare fosse un vantaggio ed un’unicità rispetto a Madrid. Sono arrivati ma soprattutto sono stati cresciuti nel vivaio grandi giocatori, funzionali ad un gioco che nel tempo è stato compreso ed ha sfondato e che qualcuno ha pensato di chiamare “tiqui-taca”».

Quindi il fenomeno Barcellona di Cruijff e poi quello di Guardiola partono da molto lontano, forse da Amsterdam?

«Io non posso dire che sia andata proprio così. Certo, quando sono arrivato da allenatore al Barcellona ho pensato di apportare qualche modifica. Mi sono rifatto alla mia ultima esperienza, quella con l’Ajax dove nei tre anni precedenti, oltre che a vincere, avevamo tirato fuori dal settore giovanile gente come: Koeman, Rijkaard, Bergkamp, Van Basten. A Barcellona però era necessario vincere subito, non si poteva partire da zero. Allora ho pensato di prendere qualche giocatore già pronto ed ho convinto il presidente a ingaggiare dalla Real Sociedad, una squadra che aveva sorpreso tutti per gioco e risultati, Bakero, Beguiristain, Rekarte e dall’Atletico è arrivato Salinas. I primi tre erano baschi, gente concreta, dura, lottatori senza paura. Poi ho stabilito con il club che da quel momento in poi si sarebbe lavorato in un altro modo sui giovani».

Ha finito, quindi, per esportare il sistema Ajax lì in Catalogna?

«Se le fa piacere, le rispondo di sì. In realtà partivo da un concetto preciso. I ragazzi devono sentirsi liberi di giocare. Imparano soprattutto dai loro errori, quindi bisogna dare loro l’opportunità di commetterli senza stare a pensare prima di evitarli a tutti i costi. Le squadre giovanili devono giocare con lo stesso schema della prima squadra. I risultati a quei livelli passano in secondo piano rispetto alla filosofia di gioco. Da quel lavoro, in quel periodo sono venuti fuori: Amor, Guardiola, De La Pena e Sergi. Quando andavo agli allenamenti delle squadre giovanili raccontavo che ad Amsterdam, quando io ero un giovane giocatore dell’Ajax, ognuno si allenava con un pallone con il proprio nome scritto sopra. Era il tuo pallone, ci eri affezionato».

Si sa che facevate anche qualche allenamento particolare con il pallone…

«È vero, avevo deciso che dalla prima squadra al settore giovanile una parte dell’allenamento venisse dedicata al “Rondo”, una sorta di torello cinque contro due. Quel tipo di esercitazione aumentava la capacità di ognuno di giocare negli spazi stretti. Un buon giocatore, lento, può diventare un pessimo giocatore. Poi al di là degli schemi era importante evitare passaggi in orizzontale. Li avevo proibiti. Il gioco si doveva sviluppare comunque per linee verticali, quelle che ti consentono recuperi per una palla persa, mentre sbagliare un passaggio in orizzontale vuole dire quasi sempre beccare un pericoloso contropiede».

Johan ad un certo punto ha smesso di fumare, erano proprio tante le sigarette. Lo ha fatto pensando a suo padre e poi agli infarti che a ripetizione lo avevano colpito proprio a Barcellona. Poi è arrivato un altro male che lo ha portato via mentre altri capitalizzavano le sue idee, il suo lavoro e a Barcellona nasceva un “dream team” calcistico alla guida di un suo allievo: Josep Guardiola. Dalla scuola de “La Masia” o “cantera”, quella che Johan aveva impostato, erano arrivati: Xavi, Iniesta, Puyol, Busquets, Fabregas ed altri. Questo è solo un piccolissimo contributo ad un ragazzo olandese, che è stato capace, partendo da un sobborgo di Amsterdam, di modificare prima il suo corpo e poi di cambiare il gioco del calcio in modo definitivo, facendolo in punta di piedi come quando in campo il difensore non lo trovava più e lui stava depositando nel frattempo la palla in rete.

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

Si può ancora fare amici, bisogna crederci

Si può ancora fare amici, bisogna crederci

L’EDITORIALE

Si può ancora fare amici, bisogna crederci

Tre settimane d’attesa per ricaricare le batterie, recuperare gli infortunati e preparare l’assalto al Camp Nou

di Giovanni Gaudiano

Il Barcellona è una grande squadra ma non è imbattibile. Il Napoli può ancora giocarsela ma la risultanza più importante della gara di Champions di ieri sera purtroppo è la delusione. Gattuso non ha avuto remore ad ammettere in conferenza stampa che alla fine la sua squadra avrebbe meritato di più e non averlo raggiunto quel di più lascia l’amaro in bocca. Bisogna ripartire però proprio da quella sensazione. Non bisogna pensare che il Barcellona, capace di tenere la palla in maniera sterile per oltre due terzi della partita ed incapace di produrre un tiro nello specchio della porta difesa da Ospina, possa essere affrontato in modo diverso. Bisogna ripartire dal primo tempo di ieri sera. Bisogna giocare la stessa gara attenta anche al Camp Nou. Sarà ovviamente necessario segnare ed il Napoli lo può fare, a patto di riuscire a ripetere una gara di contenimento intelligente.
Altra cosa importante, non si dovrà pensare che le assenze nelle file degli spagnoli potranno essere decisive e poi si dovrà sperare di vedere in campo un Insigne più produttivo, un Callejon meno sprecone, un Di Lorenzo più preciso ed un Mario Rui battagliero come ieri sera. Inoltre sarebbe auspicabile rivedere tra i pali Meret non perché Ospina abbia fatto errori ma per evitare quella continua ricerca di apertura del gioco dal basso che è riuscita pochissime volte e che ha avuto invece come risultato il recupero costante della palla da parte del Barcellona. Se è vero, come dice Gattuso, che Ospina gioca meglio con i piedi allora che vada in panchina e si tenda, soprattutto se in campo dovesse andare Milik, a lanciare nel cerchio di centrocampo per tentare, da quel punto in poi, di lanciare gli esterni per un rapido capovolgimento di fronte. Il Napoli può ancora farcela tralasciando le statistiche, l’analisi dei rendimenti in casa e fuori casa, mettendo in campo l’umiltà e la ripetitività delle giocate che hanno avuto il merito di creare brecce invitanti nella difesa spagnola non apparsa impeccabile.

Bisognerà recuperare Mertens, uomo faro di un attacco che fa dell’imprevedibilità e della rapidità la sua arma principale, forse bisognerà rinunziare ancora a Koulibaly anche se dovesse essere disponibile per lasciare a Manolas il compito di guidare la difesa ed evitare quelle indecisioni che hanno fatto della difesa più attesa del campionato una retroguardia troppo perforata e troppo pasticciona. Sembra incredibile ma forse in questo momento sarebbe il caso di toccare poco o nulla nel reparto arretrato, sperando anche per una volta che la dea bendata ci dia una piccola mano. Sarà importante anche ricevere la giusta designazione arbitrale. Ieri sera il tedesco Brych, senza fare errori evidenti ad occhio nudo, ha diretto consentendo per buona parte della gara al Barcellona un gioco duro, ravvedendosi solo nel finale quando Vidal gli ha servito su un piatto d’argento l’occasione per mostrare al mondo la sua pretesa imparzialità. È un arbitro ostile ai colori italiani da sempre, il tedesco. Nella gara di ieri ha mantenuto questa sua caratteristica con mancanti fischi per evidenti falli, con una gestione tardiva dei cartellini gialli, almeno Busquets andava ammonito nel primo tempo e quindi espulso sul fallaccio commesso ai danni di Mertens quando il risultato era ancora fermo sul vantaggio azzurro.
Ora ci sarà l’attesa per la gara di ritorno. Nella storia del calcio si narrano episodi in cui i presidenti delle squadre di calcio prima di un incontro importante hanno motivato i propri giocatori con qualche incentivo. E se De Laurentiis per una volta, lasciato in ufficio il costume di Cerbero, proponesse ai suoi uomini di scambiare il superamento del turno con l’azzeramento della questione multe? Il superamento del turno potrebbe valere 15 milioni di euro che sarebbero ben superiori a quanto probabilmente ricaverebbe dall’arbitrato sull’ammutinamento.

pubblicato il 26 febbraio 2020

Il Barcellona e Leo Messi arrivano a Napoli

Il Barcellona e Leo Messi arrivano a Napoli

LA VIGILIA

Il Barcellona e Leo Messi arrivano a Napoli

La nuova capolista della Liga domani sera al San Paolo. Per la grande occasione ritorna in tribuna il presidente De Laurentiis

di Giovanni Gaudiano

Vigilia di Champions per il Napoli dopo aver mandato in archivio la vittoria in campionato di Brescia. Un campionato che ha dovuto prendere atto di un’emergenza sanitaria con rinvii e dubbi su cosa vada fatto nelle prossime settimane per rintuzzare una situazione quanto meno complessa. È probabile che si assisterà ad uno stop necessario per evitare il diffondersi di una malattia che stranamente in Europa sembra aver attecchito solo nel nostro paese. Tornando alla Champions, il Barcellona che giocherà a Napoli vi arriva tra infortuni, problemi societari e la ritrovata testa della classifica in Liga. Messi nell’ultima di campionato ha messo a segno una quaterna. Si può parlare per questo di una squadra in palla, pronta a battersi per proseguire il suo cammino in Coppa.
La prestazione del Napoli a Brescia ha denotato luci ed ombre. Partendo dalle ombre, ci sembrano evidenti quelle che ancora mette in mostra la difesa che appare fragile o non organizzata a sufficienza soprattutto sulle situazioni da palla inattiva. Il centrocampo azzurro sembra aver trovato una sua quadratura e il ritorno in campo di Allan, sia pur per soli 10’ nel finale, mette a disposizione di Gattuso un’importante alternativa.
Vanno meglio le cose in attacco dove appare difficile rinunziare a Mertens, capace di trascinare la squadra fornendo soluzioni di gioco e grande disponibilità anche nei recuperi. La partita di domani in qualche modo confermerà o meno i progressi denotati dal Napoli degli ultimi tempi e soprattutto sarà la verifica essenziale per capire se la squadra ha la tempra per giocare di rimessa senza soffrire eccessivamente contro un avversaria così attrezzata.

La gara sarà accompagnata dalle polemiche sorte sul caro biglietti che la società avrebbe deciso. Il San Paolo è annunziato però al completo e pare ci sarà il record d’incasso. Pensare che un biglietto di curva per una partita di calcio debba costare 70 euro a Napoli, al San Paolo, appare un’evidente esagerazione. Pensare che non siano previste agevolazioni per una famiglia che voglia andare allo stadio, che non ci siano agevolazioni per gli abbonati che rappresentano la parte irriducibile del tifo e che più volte il presidente ha dichiarato come il botteghino non sia la fonte più importante degli introiti per la società lascia interdetti. Alla luce però della vendita dei tagliandi viene anche da dire che la società ha avuto ragione ad applicare questa politica dei prezzi, visto il risultato finale. Ci sarebbe anche un altro argomento da trattare purtroppo alla vigilia di un impegno così importante.
Domani sera il presidente è annunciato allo stadio e spuntano notizie sullo stato della vertenza del dopo ammutinamento. Si tratta soprattutto di illazioni non essendoci state dichiarazioni ufficiali. Ci si chiede, è proprio necessario rispolverarle in questo momento? Che notizie sono? Non sarebbe meglio attendere le decisioni ufficiali e poi eventualmente commentarle? Addirittura c’è chi dice che alcuni giocatori contattati per la prossima stagione non verrebbero a Napoli per questo motivo, quando poi a gennaio la società ha acquisito ben 5 nuovi giocatori. Gattuso è stato chiaro in conferenza stampa, si tratta di una vicenda che farà il suo percorso che non può e non deve intralciare il lavoro corrente. Sarebbe il caso di restare concentrati sulla partita di domani sera, evitando di diffondere notizie che tali non sono.

pubblicato il 24 febbraio 2020

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

VERSO IL BARCELLONA

Di Marzio: la sfida al Barcellona e il 4-3-3 di Gattuso

L’ex allenatore, oggi osservatore ed opinionista televisivo, analizza l’impegno agli ottavi di Champions contro il Barcellona

di Lorenzo Gaudiano

Martedì arriva il Barcellona al San Paolo. Come il Napoli con Gattuso, anche la squadra spagnola ha cambiato allenatore: fuori Valverde, dentro Quique Setién che, per chi non lo conoscesse, ha lanciato e valorizzato al Betis Siviglia Fabiàn Ruiz.
Allenatore come loro è stato Gianni Di Marzio, che di successi e soddisfazioni in carriera ne ha portati tanti a casa. La promozione in A con il Catanzaro nel ’76 e con il Catania nell’ ’83, il piazzamento Uefa proprio con il Napoli nel ’78 e due volte il Seminatore d’Oro, premio antesignano dell’attuale Panchina d’Oro.
Il tecnico napoletano, quindi, rappresenta il profilo più adatto per analizzare i cambiamenti in panchina decisi dalle due società, vista la sua esperienza di campo, che si affronteranno nel doppio confronto ad eliminazione diretta degli ottavi di Champions League.

Come per il Napoli, cambio in panchina anche per il Barcellona nonostante i due campionati consecutivi vinti ed il buon rendimento quest’anno in Liga. Ma questi avvicendamenti erano proprio necessari?

«Se in un club come il Barcellona è stata presa questa decisione, vuol dire che era diventato necessario un intervento. In un contesto di così grande prestigio, avendo a disposizione un organico di grandissimo livello, l’allenatore riveste un ruolo sicuramente importante, ma non determinante. Questa situazione è completamente differente da quella creatasi al Napoli, dove l’equilibrio è stato alterato senza alcun dubbio dalla decisione del presidente De Laurentiis di mandare la squadra in ritiro. Ancelotti a quel punto non è più riuscito a convincere i giocatori a seguirlo la sera stessa della partita contro il Salisburgo a Castelvolturno ed in quel momento i calciatori non si sono sentiti più protetti, schierandosi sia contro l’allenatore che contro la società».

Il problema oggi si può considerare risolto?

«I mancati rinnovi contrattuali a Mertens, Callejon e altri membri dell’organico hanno contribuito ad una frattura che non si può ricomporre con facilità. Il Napoli si è portato dietro per alcuni mesi una malattia senza curarla. I giocatori poi, e questo lo so bene in virtù della mia esperienza, pensano, come è giusto che sia, ai loro interessi e soprattutto al loro futuro».

Con il Barcellona si assisterà sicuramente ad un doppio confronto emozionante. Data la sua esperienza di allenatore, quanto è differente preparare un ottavo di finale ad eliminazione diretta rispetto ad una gara di un girone di qualificazione?

«Rispetto ad un girone di qualificazione dove su sei partite qualcuna si può sbagliare, in un doppio confronto ad eliminazione diretta purtroppo errori non se ne possono commettere. Poi su questo incide molto anche la squadra che si va ad affrontare. Nel caso della formazione blaugrana che è fortissima, non occorre motivare i giocatori più di tanto poiché in questo caso sono loro stessi a maturare una maggiore concentrazione. Preferibilmente bisognerebbe lasciarli il più tranquilli possibile, infondergli sicurezza ed autostima per affrontare la partita con prontezza e fiducia».

Alla gara di Champions il Napoli si presenterà con due innesti a centrocampo: Demme e Lobotka.

«Sono due giocatori ottimi che sicuramente daranno un forte contributo anche alle rotazioni a centrocampo, considerando che con il nuovo modulo e l’impiego di tre centrocampisti il Napoli numericamente era scoperto in quel reparto. Questi giocatori hanno un senso di adattamento al ruolo di metodista migliore rispetto ai giocatori già presenti in rosa, non sono più forti dal punto di vista tecnico rispetto ai compagni di reparto ma sicuramente più utili dal punto di vista tattico per migliorare la squadra».

Lei ha sempre detto che alla squadra azzurra mancava il metodista. Con questi acquisti si è sopperito a tale mancanza?

«A mio parere, non rispecchiano quel tipo di giocatore di cui ho sempre detto che il Napoli ha bisogno. Schierati davanti alla difesa, se devono avvicinarsi al difensore per ricevere palla lo fanno, sanno giocare sia sul corto che sul lungo. In fase di possesso palla fanno dei movimenti che li portano a salire insieme ai compagni, non restano a centrocampo per garantire equilibrio alla squadra come Gattuso vorrebbe. In fase di non possesso sono anche aggressivi ma non hanno le caratteristiche del metodista adatto alla perfezione per il 4-3-3. Quando la squadra avversaria attacca sulle fasce, il vertice di centrocampo, mentre i difensori si spostano verso il portatore di palla, deve entrare centralmente verso il dischetto dell’area di rigore, come se fosse un difensore aggiunto. Questo non rientra nelle loro caratteristiche, molti si illudono che siano dei metodisti solo perché accorciano e si fanno dare palla. Quindi il problema non è stato concretamente risolto, anche se sono due giocatori che ci faranno guadagnare tanto in rapidità».

Si ritorna al passato, al 4-3-3 invocato da buona parte della piazza partenopea. Secondo lei è la strada giusta da seguire per superare le difficoltà dell’ultimo periodo?

«Le difficoltà purtroppo rimarranno. È il modulo adatto alle caratteristiche di buona parte dei giocatori in organico, anche se in alcuni ruoli ci sono delle evidenti mancanze. Al di là del metodista, questa disposizione tattica necessita di due esterni alti che siano determinanti in entrambe le fasi. Lozano non sta rendendo al momento come la società si aspettava, Insigne non riesce ad esprimersi all’altezza delle sue qualità forse perché subisce eccessivamente le pressioni della città ed il peso della fascia di capitano e Callejon è in una fase negativa di forma fisica oltre che mentale».

Di ritorno dalla Colombia, dove si è recato in veste di osservatore per rimanere sempre aggiornato sui giovani talenti, Gianni Di Marzio non avverte assolutamente stanchezza per il viaggio oltreoceano, perché la passione per il calcio è infinita. In carriera non solo panchina, ma anche ruoli dirigenziali, dove si è sempre distinto, e innumerevoli apparizioni come opinionista televisivo. Perché, come ha detto il presidente della Lazio Claudio Lotito, “il pallone è per tutti, il calcio è per pochi”. E Di Marzio rientra nei pochi.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Il sorteggio, gli stipendi e la società

Il sorteggio, gli stipendi e la società

IL GIORNO DOPO IL SORTEGGIO

Il sorteggio, gli stipendi e la società

La discutibile gestione di De Laurentiis a metà tra l’ingerenza tecnica e l’inadempienza contrattuale

di Domenico Sepe

Il giorno dopo il sorteggio resta ancora un sapore di amaro.
Ancora una volta l’urna non è apparsa amica del Napoli, assegnando alla squadra azzurra forse la squadra più in forma del momento, a parte il Liverpool già trovato nel girone di qualificazione.
Certo, senza che nessuno sorrida, qualunque sarebbe stata l’avversaria nelle condizioni in cui versa in questo momento la squadra, le probabilità di approdare ai quarti di Champions sarebbero e sono pochine.
Questo non perché il Napoli non potrebbe centrare l’obiettivo compiendo un’impresa sportiva ma perché l’ambiente, la mancanza di risultati, il cambio in panchina, la disaffezione del pubblico e soprattutto una gestione da parte della società almeno criticabile rendono l’ottenimento di un tale risultato ancor più difficile.
Ci sarà da ricostruire ed in teoria il tempo ci sarebbe, visto che l’andata al San Paolo è fissata per il 25 febbraio, ma in questo momento alla luce dei passi intravisti nella prima uscita del nuovo tecnico non prevale l’ottimismo. Questa settimana probabilmente la società chiamerà i giocatori alla solita cena di Natale e così da esterno viene da chiedersi quale possa essere l’atmosfera di una tale serata conviviale.
Inoltre si viene a sapere come la società avrebbe deciso di sbloccare gli stipendi di novembre ai giocatori con un gesto valutato da alcuni di distensione.
Ci si domanda cosa c’entrino gli stipendi con le eventuali multe che il collegio arbitrale confermerà, modificherà o forse potrebbe addirittura annullare.
Oggi per qualcuno questo sembra un gesto distensivo ma in realtà è una modalità dovuta a fronte di un contratto esistente che, se non ottemperato, rappresenterebbe una palese inadempienza contrattuale.

Ancelotti quindi non era il problema.
Forse potrebbe sembrare presto per dirlo ma per parte nostra è sempre stato così. Gattuso quindi non è e non sarà il secondo problema.
In un’organizzazione che si possa chiamare tale non è un solo uomo, o un piccolo gruppo di persone, lo staff per intenderci, a poterne influenzare l’andamento. Le responsabilità dell’attuale situazione del Napoli vanno ascritte a chi decide, che peraltro nei giorni scorsi si è espresso parlando del cambiamento del modulo di gioco come se lo avesse decretato proprio lui.

L’epoca del faccio tutto io è finita da tempo.
Se il Napoli oggi è al 15° posto del ranking Uefa per club è un risultato da riconoscere al presidente De Laurentiis, ma analogamente l’attuale posizione in campionato è il risultato della sua gestione, frutto di pochi investimenti sia per la squadra che in società, che ha le caratteristiche più di una “impresa a conduzione familiare” che quelle necessarie ad una moderna società con programmi, obiettivi, investimenti, organizzazione (a partire dalla scelta dei collaboratori in campo come nell’organigramma) che sono le uniche risorse per raggiungere traguardi importanti e non cadute così repentine, apparentemente inspiegabili e soprattutto così dolorose.

pubblicato il 17 dicembre 2019