DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

Studio e aggiornamento oltre al concetto di team

Il prof. Eugenio Albarella spiega l’evoluzione del ruolo del preparatore non più consulente ma specialista in uno staff più articolato

di Lorenzo Gaudiano

C’è molta disinformazione quando si commentano in televisione, su un giornale oppure in vari momenti della vita quotidiana le prestazioni in una partita delle squadre di calcio. Si analizzano le statistiche, si commentano dati, si fanno considerazioni che spesso non tengono presente il quadro d’insieme che è alla base del lavoro di un allenatore e di tutti i suoi collaboratori. L’attenzione naturalmente viene catturata dal risultato finale che orienta le riflessioni e condiziona i giudizi sul rendimento dei vari giocatori e sull’operato dello staff, nonostante alle spalle di tutto ci sia comunque una programmazione che sin dal periodo preparatorio di inizio stagione viene elaborata tenendo in considerazione una serie di componenti che necessariamente devono coesistere, intrecciarsi alla perfezione affinché i risultati sperati possano al termine del campionato essere messi in cassaforte. Si tratta di aspetti fisici, tecnici, tattici, caratteriali e persino ambientali di cui spesso non si parla perché non interessano, quando invece costituirebbero gli elementi per spiegare gli esiti di una partita, le situazioni che spesso le squadre si trovano a vivere.
Rispetto al passato oggi il calcio è più intenso, sottopone gli atleti ad un numero esorbitante di partite che di anno in anno finiscono per aumentare sempre di più e richiedono continui aggiornamenti da parte degli staff tecnici per adeguarsi ai tempi che cambiano ed apprendere nuove metodologie di lavoro che mettano in condizione i calciatori di sostenere una simile intensità agonistica.
Non è facile avventurarsi in simili discorsi, soprattutto a causa delle tante banalizzazioni e dei luoghi comuni sempre più diffusi. Ed è per questo che un dialogo con un preparatore atletico come il prof. Eugenio Albarella può aiutare ad entrare in un argomento in realtà scientifico, molto complesso, ma al tempo stesso molto interessante ed importante soprattutto per accrescere la propria cultura sportiva. Del resto le sue esperienze in varie squadre di club fino ad arrivare all’avventura in Giappone con la Nazionale nipponica guidata da Alberto Zaccheroni costituiscono un bagaglio importante, di grande prestigio e validissimo che, oltre a certificare il suo valore professionale, favorisce una discussione a 360 gradi sulla diversa concezione culturale del calcio nel mondo e sulla sua netta trasformazione rispetto al passato.

In carriera tanti anni vissuti all’estero. Che esperienza è stata?

«Sicuramente formativa. Non nascondo che il periodo in Giappone ha rappresentato una vera e propria esperienza di vita che porterò preziosamente nel mio cuore, perché ho vissuto una cultura sociale completamente diversa, sicuramente più collettiva rispetto alla nostra che è più individualistica. Parlando di calcio ad esempio, dove il noi è fondamentale per la creazione del team, ho riscontrato una grande disponibilità verso il lavoro, la novità e l’applicazione che alla fine hanno dato anche dei grossi riscontri».

Tante avventure in carriera come preparatore, di cui buona parte negli staff di Zaccheroni. Com’è stato lavorare con un professionista come lui?

«Mi lega ad Alberto un rapporto, oltre che professionale, soprattutto affettivo perché stiamo parlando di un grande professionista e di una persona perbene. Quando si ha a che fare con rarità del genere nel mondo del lavoro, in particolar modo nel calcio, bisogna fare il possibile per tenersele strette, al di là di quelli che possono essere i pro e contro in una scelta. Posso solo ringraziarlo per questi anni di collaborazione che mi hanno consentito di vivere esperienze ad alto livello».

C’è un contesto in cui è stato più semplice ed agevole lavorare?

«Più che semplice, forse esiste quello più in linea con la propria indole, il proprio modo di concepire la cultura del lavoro. I quattro anni di esperienza in Giappone sono stati importanti non soltanto per gli obiettivi conseguiti, ma anche per il continuo feedback che si riscontrava dalla grande disponibilità, il profondo senso del lavoro e la cultura civica del posto, elementi che negli ultimi tempi in Italia facevo fatica a percepire soprattutto in club di alta qualificazione».

Perché quel tipo di cultura sportiva non riesce ad imporsi nel risultato sportivo?

«Quando si entra nel vivo di una competizione, cominciano a contare la storia, il peso della maglia che si indossa, l’esperienza, le energie nervose. Sono tutti aspetti importanti che incidono e spiegano perché prevalgono alla fine sempre quelle 4/5 nazioni che sanno affrontare con personalità i momenti decisivi».

Per esempio anche i maestri inglesi riscontrano grande difficoltà…

«Anche in questo caso c’è un discorso culturale da fare, che riguarda l’organizzazione dei campionati. In vista di competizioni internazionali per squadre di Nazionali l’Inghilterra si presenta sempre con un numero di partite elevato nelle gambe e fa tanta fatica ad offrire prestazioni adeguate alla propria qualità a causa di tornei nazionali molto agguerriti ed avvincenti. Sono molto curioso di vedere cosa succederà invece nel 2022 con i Mondiali in Qatar, che si terranno in autunno a metà stagione».

Torniamo un po’ indietro nel tempo. Quando ha capito che la professione di preparatore atletico sarebbe stata la sua strada?

«Prima del calcio, praticavo canottaggio. Studiando all’università il mio amore per lo sport è cresciuto sempre di più, così come la curiosità. Il mio primo maestro, il dott. Giuseppe La Mura (il dott./tecnico che ha scoperto i fratelli Abbagnale ndr), appunto diceva che non avevo ancora superato l’età del perché e questa forma mentis l’ho trasferita anche nello studio. Visto che mi era stata assegnata una tesi di laurea riguardante la preparazione atletica nel calcio, mi sono dovuto confrontare con una letteratura molto scarna in quel periodo, parliamo di metà anni 80».

Quindi non è stato per nulla facile…

«Infatti l’unica opportunità per approcciarmi nel modo migliore a questo mondo era contattare i massimi esperti di allora nella metodologia dell’allenamento. Uno di questi era il prof. Enrico Arcelli, preparatore nel Varese di Fascetti, con cui nacque un’empatia reciproca. Il feedback professionale era talmente stimolante che, una volta laureato, mi trasferii subito a Milano per poterlo seguire nei suoi dettami, anche se la cosa non fu molto semplice. Non avendo le basi per un’indipendenza economica, facevo i turni di notte alla Sip e di giorno continuavo a studiare, fin quando poi è diventata la mia professione».

Dall’inizio della sua attività ad oggi come è cambiato il mondo del calcio dal punto di vista del preparatore?

«Come in tutte le cose l’evoluzione è continua e la storia e l’esperienza conducono sempre a nuove strade. Oggi il preparatore non è più il consulente dell’allenatore che porta all’interno del calcio anche l’esperienza di sport diversi. Dopo 30 anni di storia come figura riconosciuta in questo ambiente è diventato uno specialista della preparazione all’interno di uno staff articolato e costituito da tante professionalità scientifiche diverse».

C’è un aspetto in cui si nota particolarmente questo cambiamento?

«Se facciamo un paragone tra il calcio di oggi e quello tra gli anni 90 e primi anni duemila, in precedenza una squadra blasonata disputava al massimo 50 partite, gare con le Nazionali comprese. Oggi ne somma invece circa 70/75. Qualche anno fa si giocava ogni 5 giorni, adesso la media è di 3 partite alla settimana. È cambiata l’intensità di gioco, diventata chiaramente più alta. In una gara si sviluppavano circa 450 azioni, ora sono praticamente il doppio con un’esasperazione tattica dove tempi e spazi sono ridotti al minimo e gli atleti sono costretti ad andare a scontro fisico più spesso, esponendosi ad un maggior rischio di infortuni».

Il lavoro del preparatore atletico si è trasformato radicalmente?

«Sicuramente nella metodologia di lavoro ora vanno tenuti in considerazione tutti questi fattori. Ribadisco sempre che chi fa questo mestiere, sin da quando parte la programmazione del lavoro, deve tener presente le famigerate cinque domande: cosa si deve allenare, come, quando, quanto la si deve allenare e soprattutto chi si sta allenando. La specificità del modello prestativo è diventata fondamentale nel momento in cui oggi un allenatore non è più quell’artigiano che in funzione del tempo modella la materia a propria immagine e somiglianza, ma un killer che ha poche possibilità per incidere e non si può permettere di sbagliare».

Guardando le statistiche, si apprende come siano aumentati i km percorsi da parte degli atleti…

«Questo è diventato uno dei tanti luoghi comuni. Si cade spesso nell’errore di voler misurare la prestazione degli atleti in valori di volume inteso come somma di km percorsi, un dato che non è per nulla correlato alle caratteristiche di un sport di squadra dove a determinare l’indice di performance sono più componenti: fisiche, organiche, tattiche, tecniche, caratteriali e ambientali. Quando si vuole semplificare tutto con un numero, dico sempre che se fosse questo il problema basterebbe mettere un maratoneta in campo». .

In questa stagione si ritorna ai tempi abituali della preparazione estiva dopo un anno in cui tutto è stato affrettato. Nel Napoli, come in altre squadre, partire con un nuovo allenatore può costituire un vantaggio?

«Nel calcio il tempo per un allenatore di incidere è sempre meno, quando in realtà ne occorrerebbe di più. Questo aspetto ha reso necessario un adeguamento delle strategie di allenamento. Anche nel periodo preparatorio non c’è più la possibilità di influire in una forma così classica e a blocchi come le metodologie negli anni passati erroneamente consigliavano. Oggi sono diventate fondamentali la specificità del modello prestativo e l’ottimizzazione dei tempi di lavoro, possibili soltanto se tra staff tecnico e giocatori, e all’interno dello staff tecnico stesso, si lavora con conoscenza ed in grande sinergia. Se nell’annus horribilis, come lo definisco, hanno vinto nei vari campionati le squadre caratterizzate da una continuità gestionale, partire con un nuovo allenatore significa quindi ricominciare da capo e può richiedere tempi più lunghi per risultati effettivi».

Chiudiamo con una considerazione sugli infortuni muscolari. A fronte di un numero maggiore di partite sono aumentati notevolmente. In che maniera si può incidere per ridurre le percentuali di rischio?

«L’unica strada da percorrere è allenarsi bene, cioè in forma specifica, evitando di voler raggiungere certi obiettivi attraverso percorsi di allenamento molto lunghi e lontani soprattutto da quegli schemi motori che sono richiesti durante la partita la domenica».

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021