TRACCE D’AZZURRO

Sormani: il Pelé bianco ex di Milan e Napoli

L’ex attaccante ripercorre le fasi salienti della sua carriera dall’esordio al Santos al fianco di Pelé fino all’arrivo in Italia al Mantova

di Marco Boscia

Roccaraso, estate 2000. Quella degli Europei in Belgio e nei Paesi Bassi. Del cucchiaio di Totti dal dischetto all’Olanda in semifinale. Tanti bambini che cullano un sogno, quello di diventare calciatori. Un progetto importante con un coordinatore d’eccezione come Angelo Benedicto Sormani che diresse anche un paio di allenamenti. Una gioia ed un onore per chi scrive oggi che, dopo aver fatto parte di quel gruppo di bambini, ha il piacere di fare un piacevole tuffo nel passato con un grande campione di un calcio che purtroppo stenta a trovare nuove strade.
Nato a Jaú, in Brasile, il 3 luglio 1939 ma di origini italiane, motivo per il quale scelse di indossare la maglia azzurra della nazionale e non quella verdeoro, Sormani è stato uno dei più grandi attaccanti degli anni ‘60 e ‘70. Prima di approdare al Napoli all’età di 31 anni, raggiunse l’apice della sua carriera nelle quattro stagioni al Milan con cui vinse una Coppa Italia, uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni ed una Coppa Intercontinentale.

Venne soprannominato il “Pelé bianco” nella sua breve parentesi a Roma e da allora è sempre stato ricordato così. Forse perché arrivò in Italia nel 1961 dopo aver esordito in Brasile nel Santos al fianco di Pelé, quello vero?

«Parlo di Pelé sempre con grande piacere. Oggi ci sono tanti filmati che mostrano le gesta dei calciatori. Di Pelé invece credo si sia visto solo il 30% di quello che ha realmente fatto. Io ho giocato insieme e contro tanti campioni dell’epoca. Con Rivera, con Altafini, con Beckenbauer, solo per citarne alcuni. Tutti fortissimi ma non c’è stato nessuno con le caratteristiche di Pelé. Credo che se Pelé si fosse allenato per il salto in alto sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per il salto in lungo sarebbe andato alle Olimpiadi, se si fosse allenato per i 100 metri sarebbe andato alle Olimpiadi. Senza parlare poi di come colpiva il pallone indifferentemente di destro, di sinistro, di testa. È stato un giocatore unico e completo. È nato pronto, sia fisicamente che psicologicamente. Chi di Pelé non ha visto tutto non può paragonarlo a nessun altro. Non so se nascerà mai più uno come lui o più forte di lui».

Dopo il Santos lei arrivò giovanissimo in Italia. Quali difficoltà incontrò nel suo percorso di crescita?

«Ho inseguito un pallone per tutta la vita ma naturalmente ci sono stati momenti in cui le cose non sono andate come avrei voluto. In Italia arrivai al Mantova. Lì feci molto bene e dopo due stagioni fui ceduto alla Roma. Iniziai la mia esperienza in giallorosso con grandi motivazioni ma in una partita con la nazionale in Russia ebbi una distorsione del gomito. Passai più di un anno con la paura dei contrasti, di cadere e di rifarmi male. Fui condizionato tanto da quell’episodio e a Roma non riuscii ad esprimermi al meglio. Mi ripresi fisicamente solo nel finale della stagione successiva alla Sampdoria e così fui ingaggiato dal Milan».

Quanto fu importante in tal senso per la sua crescita il ritorno in panchina al Milan di un allenatore come Nereo Rocco?

«Era una persona speciale, alla mano. Chi si allenava con lui doveva capire il dialetto triestino. Era fenomenale per come coinvolgeva tutti e per come ci faceva stare insieme. Ridevamo, scherzavamo e ci divertivamo sempre. Fu in grado di creare un gruppo unito e con gli stessi obiettivi. Di me seppe forse sfruttare, più di tutti, le mie qualità tecniche».

A proposito di qualità tecniche. In passato il calcio brasiliano sfornava tanti talenti. Come mai secondo lei oggi succede meno?

«Prima in Brasile, in Argentina e nei paesi più poveri bastava un semplice pallone. Per noi era tutto, giocavamo l’intera giornata o a casa da soli contro il muro o per strada con altri ragazzi. Oggi ci sono troppi interessi, esistono un’infinità di scuole calcio ed il calciatore è diventato una figura invidiata da tutti. Si guadagna troppo. Quello che è un divertimento è stato trasformato in altro. Molti genitori credono che i propri figli possano diventare calciatori, invece è difficilissimo, perché la concorrenza è enorme. I ragazzi pensano solo al benessere economico che questo sport può dare ma ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che il calcio è prima di tutto passione, divertimento, allegria».

Dopo quattro anni al Milan arrivò al Napoli. Com’era l’ambiente partenopeo?

«Formidabile. Mi sono innamorato di Napoli. Della città e del modo di vivere, molto simile a quello brasiliano. Per quelle che erano le possibilità della società facemmo abbastanza bene. Ho ammirato tantissimo il presidente Ferlaino. Ci ha sempre messo la faccia ed il suo obiettivo era quello di regalare uno scudetto alla città, arrivato poi finalmente alla fine degli anni ‘80. Credo che quello fu uno dei riconoscimenti più giusti per una persona che ha vissuto e che ha dato tutto per il Napoli».

Come mai non concluse la sua carriera di calciatore al Napoli?

«Perché non ho mai scelto dove andare come spesso accade oggi. Andai via a quasi 33 anni e probabilmente quando avevo ancora buon mercato. Passai alla Fiorentina ma l’esperienza non fu delle migliori perché trovai un gruppo di ragazzi giovani che stavano crescendo con una mentalità nuova ed io non riuscii ad integrarmi completamente».

Conclusa la carriera in campo al Vicenza, qualche anno dopo tornò a Napoli da allenatore. Che ricordi ha di quell’esperienza?

«Ti racconto un aneddoto. Nel ‘67 quando giocavo al Milan ebbi l’ernia del disco e a quei tempi per un calciatore si pensava che la carriera potesse finire. Ma mi operai e mi fu consigliato di fare delle sedute alle terme per riprendermi più velocemente. Quando uscivo di lì a ora di pranzo, visto il caldo, mi recavo spesso in un bar per rinfrescarmi con una bevanda. Un giorno il barista mi chiese: “Sei contento di andare al Napoli?” Lo seppi così. Al Milan non me lo avevano ancora comunicato. Quando invece sono venuto a Napoli per fare l’allenatore nel 1978 era la prima volta in vita mia che scelsi dove andare. Accettai e venni volentieri perché mi ero già trovato benissimo. Ancora adesso ho molte amicizie nell’ambiente partenopeo. Con la Primavera fu una delle tappe più belle della mia vita, tanti giovani calciatori riuscirono ad emergere».

Quanto cambia sedersi in panchina?

«Non ho mai studiato tanto come quando ho fatto l’allenatore. Essere allenato ed allenare sono due cose completamente diverse. Volevo far capire come palleggiare, come tirare, come dribblare. Cercare di mostrare come si gioca a calcio a dei giovani ragazzi è una cosa che mi ha entusiasmato e riempito di gioia».

Arriviamo alla partita di domani sera. Chi vede favorito e per chi farà il tifo?

«Non posso sbilanciarmi. Io faccio il tifo per tutte le squadre in cui ho giocato. Sono stato voluto bene in tutte le città dove sono stato. Forse per il mio carattere ho avuto sempre un ottimo rapporto con la gente del posto. Sapevo di essere un ospite e ho imparato che dovevo essere io bravo a diventare mantovano, romano, milanese, napoletano etc. Credo di poter affermare con orgoglio di non aver avuto nessun nemico nel mondo del calcio».

Alla luce degli ultimi risultati, dove crede che possano arrivare queste due squadre a fine stagione?

«È un momento complesso per tutti. Non si può neanche più entrare a prendere un caffè in un bar. Calciatori ed allenatori sono sempre a rischio e vivono con l’incubo dei tamponi. Credo che in questo senso, e giocando ogni tre giorni, la qualità del gioco ne stia risentendo. Ad ogni modo penso che il Milan cercherà di giocarsi lo scudetto fino alla fine e spero che il Napoli riesca a centrare almeno il quarto posto, una squadra così non può restare fuori dall’Europa che conta».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021