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Sergio Brancato: l’emozione della sorpresa

Dice di essere timido quando deve parlare di quello che scrive. Pensa che la comunicazione sia sempre in evoluzione

di Marina Topa

Sociologo, scrittore, giornalista, sceneggiatore e regista radiotelevisivo, docente di Sociologia dei Processi Culturali presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli “Federico II”, Sergio Brancato, attento studioso della comunicazione, si racconta.

Lei ha realizzato un approfondito studio storico-sociologico sulle relazioni tra media, tecnologie e immaginario e le loro influenze sull’industria culturale. Come è nato il suo interesse per l’argomento e quali sono stati i risultati che più l’hanno sorpresa?

«Il mio lavoro di ricerca si basa sull’emozione della sorpresa, quella che provavo da bambino nei riguardi di tutto: romanzi, comics, film, telefilm, opere teatrali. Ero ammaliato dal mondo di parole e figure che ritrovavo sulla carta dei libri, degli albi a fumetti, sugli schermi del cinema e della televisione, nei dischi. La mia educazione sentimentale nei riguardi del vivere è cominciata così, incatenato alle storie come Ulisse all’albero maestro della propria nave nell’ascoltare il canto delle sirene. Crescendo, questa passione non si è affievolita anzi ha richiesto un salto di qualità, quello di capirla meglio, comprendere le ragioni della sua forza e il senso della sua importanza. Tra tutte le strade possibili ho scelto la sociologia della cultura, la disciplina che studia gli aspetti basilari della vita quotidiana. L’incontro all’Università di Napoli con il mio maestro Alberto Abruzzese, il più importante intellettuale italiano in questo campo di studi, mi ha aiutato a individuare il percorso da seguire e gli strumenti teorici da adottare. Ho capito che ciò che mi spingeva verso le narrazioni era l’idea che ogni storia ci spiega il mondo e il nostro posto in esso. In altri termini, noi siamo le storie che ascoltiamo. Sin da bambini, sino alla fine».

La passione per la scrittura l’ha spinta ad occuparsi di letteratura di vario genere: saggistica, fumetto, racconti e a collaborare come giornalista con importanti testate di quotidiani e riviste. Dove è più facile riconoscere l’uomo Sergio Brancato?

«E chi lo sa? Credo di essere me stesso in ogni parola che scrivo, in ogni discorso che affronto. Mi sforzo sempre di essere intellettualmente onesto. Ma confesso una cosa: benché possa apparire il contrario, sono in realtà una persona timida. Parlare in pubblico mi è sempre costato fatica, ho dovuto lavorarci per anni. Eppure, se tengo una conferenza o presento un mio libro di saggistica sono di norma disinvolto, mentre nell’affrontare il pubblico con un’opera di narrativa – tipo il mio libro di racconti noir Città del sole e della luna o le avventure del commissario Ricciardi a fumetti che scrivo per la S. Bonelli Editore – mi prende sempre un po’ di panico. Perché nelle storie cosiddette “di finzione” ci si mette emotivamente in gioco assai di più».

Ci può fare un bilancio tra vantaggi e svantaggi nelle relazioni umane, conseguenti alle modifiche comunicative indotte dall’evoluzione dei linguaggi digitali?

«Le relazioni umane sono atti di comunicazione. Ma tutta la comunicazione, sin dall’invenzione preistorica del linguaggio e poi del segno grafico con le pitture rupestri, è conseguente al nostro rapporto con la tecnica. Voglio dire che la specie umana è ciò che è poiché vive con la tecnologia e grazie a essa. Ogni mutamento del sistema dei media genera resistenze e conflitti tra il vecchio e il nuovo, fra la tradizione e l’innovazione. Ai suoi tempi perfino Platone ebbe da ridire sul diffondersi della scrittura! Eppure l’umanità va avanti e si trasforma continuamente, adottando sempre nuovi modi per comunicare. Ed è ciò che, almeno sin qui, la fa sopravvivere. Io sono quindi molto curioso per il futuro dell’età digitale».

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019