TESTIMONE DEL TEMPO

Sei allenatori toscani sulla panchina azzurra

Lippi il primo. Poi il sanguigno Ulivieri. Di passaggio Colomba. Mazzarri e la Grande Bellezza di Sarri. Ora Spalletti

di Mimmo Carratelli

Toscani di terra e di mare sulle panchine del calcio italico, i “maledetti toscani”. Una schiera. Svelti di lingua, la lingua di Dante, e sfaccimmeria toscana che Renzo Ulivieri, pisano di San Miniato, definisce “merdite” con eleganza pendente, «noi toscani abbiamo qualcosa in più, la merdite, appunto».
Sei allenatori toscani sulla panchina del Napoli: Marcello Lippi, Ulivieri, Franco Colomba, Walter Mazzarri, Maurizio Sarri, Luciano Spalletti.
Ulivieri venne ad allenare il Napoli in serie B nel 1998. Aveva 57 anni, oggi ne ha 80. Fallì la promozione. Nono posto con 25 punti persi in casa (8 pareggi, 3 sconfitte). Espulso a più riprese. Si dimise dopo quattro pareggi consecutivi nel finale, Serie A lontana, sostituito da Montefusco nelle ultime tre giornate.
Poiché aveva un pessimo carattere fu per tutti Renzaccio, un pezzo d’uomo e un umore irascibile. Si nutriva di sarde fritte, fagioli col tonno, pane col rigatino e spaghetti con la bottarga. Iroso, redarguito, ammonito ed espulso in continuazione. Narcisista spudorato e fedele solo a tre cose: Coppi, il Livorno e la politica.
Quando si presentava per la prima volta in uno spogliatoio diceva: «Qui comandiamo in tre: io, Ulivieri e il figlio della Gina». La Gina era sua mamma. Diceva: «Palla a terra e testa alta, il calcio deve respirare». Precisò: «Meno pressing, maggiore cura del palleggio, più ricerca della manovra».
Ulivieri ha allenato per cinquant’anni, dal 1965 al 2015. Smise guidando la Scalese, squadra femminile di San Miniato. Prima di allenare il Napoli era stato in tredici club diversi. Dopo, allenò ancora altre sei squadre.
Il tecnico è stato il secondo dei sei toscani sulla panchina del Napoli. L’aveva preceduto, nel 1993, Marcello Lippi che, prima di arrivare nel golfo azzurro a 45 anni, aveva fatto due anni in A col Cesena e un anno con l’Atalanta, per il resto era stato alla guida di squadre in Serie C.
Fu Ottavio Bianchi a portare Lippi a Napoli. Scelta eccellente. Lippi, toscano di Viareggio, conquistò un sesto posto e riportò il Napoli in Coppa Uefa.
Da giocatore, elegante battitore libero, Lippi era stato il bello della Sampdoria. Gli si imbiancarono anzitempo i capelli e il suo fascino aumentò. Da allenatore, Napoli lo creò. La Juve lo rapì (1994). L’Avvocato Agnelli l’accolse così: «Lippi è il miglior prodotto di Viareggio dopo Stefania Sandrelli».
Lasciò la Juve e naufragò due anni nell’Inter. Disse “merda” nelle occasioni ostili e, dopo una sconfitta, dichiarò: «Mi vergogno di questa squadra. Fossi il presidente dell’Inter caccerei l’allenatore, poi prenderei a calci i giocatori». Fu cacciato, confortato da uno stipendio di quattro miliardi, il suo straordinario sussidio di disoccupazione pagatogli dall’Inter.
Tornò alla Juve per altri tre anni. Scacciò la malinconia e i rancori e promise: «Tornerò antipatico a tutti». La Juve ricominciò a correre e Marcello Lippi a fumare il sigaro con soddisfazione. Esaurite le glorie juventine, il viareggino dagli occhi azzurri concluse in Cina il suo ricco mestiere di allenatore, tre anni al Guangzhou per 12 milioni di euro l’anno. In Cina arrivò da campione del mondo. La vittoria del 2006 della Nazionale italiana in Germania è scolpita nel suo curriculum. Napoli era ormai un ricordo lontano.

Nella confusa stagione 2002-03, tramontata l’epoca di Ferlaino e allontanatosi Corbelli, l’imprenditore alberghiero Salvatore Naldi prese il Napoli in Serie B. Gli azzurri si salvarono dalla retrocessione in Serie C per un punto.
Nel valzer sulla panchina, arrivò Franco Colomba di Grosseto, persona mite. Era stato un giocatore delizioso nel Bologna, il mestiere di allenatore non sembrava il più adatto alla sua persona gentile e paziente. Colomba guidò il Napoli per 15 partite (2 vittorie, 6 pareggi, 7 sconfitte). Gli subentrò Franco Scoglio per dieci partite. Tornò Colomba per le ultime 13 giornate (5 vittorie, 5 pareggi, 3 sconfitte).
Un’apparizione passeggera quella dell’allenatore grossetano. Dei tecnici toscani, Colomba è stato il meno sanguigno e agitato, anzi per niente sanguigno e agitato, ma pacato e un po’ rassegnato al mestiere che non gli cambiò mai il carattere di uomo perbene, disponibile, garbato.
Walter Mazzarri di San Vincenzo, provincia di Livorno, era stato il vice di Ulivieri nel Napoli 1998-99. Tornò a Napoli da allenatore nel 2009 subentrando dopo sette partite a Roberto Donadoni. Per due campionati aveva allenato la Sampdoria. Eroe a Reggio Calabria quando conquistò la salvezza con la Reggina appesantita da 15 punti di penalizzazione.
Mazzarri rimase sulla panchina azzurra per quattro anni conquistando due volte la partecipazione alla Champions League e due volte quella all’Europa League. In Champions arrivò agli ottavi di finale, eliminato dal Chelsea ai tempi supplementari nella partita di ritorno a Londra. Giocava un solido 3-5-2. Vinse la Coppa Italia 2012: il Napoli batté in finale la Juventus 2-0 a Roma. Ebbe in squadra Lavezzi, Hamsik, Quagliarella, Cavani, Pandev.
Un toscano introverso, Mazzarri. Perfezionista, attento, preciso, pignolo. Un martello per i giocatori. «Sono un riflessivo esasperato, un rimuginatore» ammise. Nei momenti romantici raccontava: «Faccio un mestiere bellissimo. Ho cominciato a pensarci a 28 anni quando ancora giocavo». Nelle giovanili della Fiorentina, mezz’ala, doveva essere il nuovo Antognoni. Non lo fu.

Fumatore imperterrito, agitatore massimo a bordo campo gettando via la giacca e rimanendo in camicia assolutamente bianca. «Lo so, sto sulle scatole a molti, nel nostro ambiente c’è molta gelosia». Aveva fatto una buona gavetta. «Ho cominciato ad Acireale dove, prima di me, avevano cacciato undici allenatori in tre anni».
Nei momenti di relax diceva: «Godo come un riccio quando vedo realizzarsi sul campo quello per cui ho lavorato in settimana». Aveva una foresta di capelli in testa. Un giorno, Walter Mazzarri si spinse oltre: «Se si confrontano le rose delle squadre che abbiamo avuto, io meglio di Mourinho». «Sono pronto per una grande squadra» disse e piantò il Napoli per l’Inter. A Milano, fece un quinto posto e l’anno dopo venne esonerato.
Discendendo dalle colline toscane, preceduto, avvolto e seguito da una nuvola di fumo senza filtro, nell’estate del 2015, scappato Benitez al Real Madrid, arrivò a Napoli Maurizio Sarri con una lunga gavetta in squadre minori e gli ultimi tre anni all’Empoli a miracol del suo gioco mostrare.
Proprio contro il Napoli di Benitez, l’Empoli di Sarri aveva impressionato e stravinto. De Laurentiis volle scommettere sul tecnico portandolo in Serie A alla rispettabile età di 56 anni. Era nato a Bagnoli, Maurizio Sarri, figlio di un gruista toscano che lavorava all’Italsider. Diventò toscano per carattere e residenza.
Fumava più sigarette di Mazzarri (una sigaretta ogni 12 minuti) ed era più martello nella ripetitività ossessiva dei suoi schemi in allenamento, i giocatori azzurri sorvegliati e monitorati dai droni, una novità a Napoli, che volteggiavano nel cielo e sui campi di Castelvolturno. In tre anni creò un Napoli spettacolare, ma non riuscì a vincere un solo trofeo.
Rimasero, nel golfo, la Grande Bellezza azzurra, il record dei 91 punti, infine la resa in un albergo fiorentino nella corsa verso lo scudetto giungendo a un soffio dallo scipparlo alla Juventus. Maurizio Sarri fu il Grande Deriso del bel gioco a zero tituli. La convivenza con De Laurentiis fu subito aspra e guerreggiata. Lasciò il Napoli dopo 114 partite di campionato (79 vittorie, 22 pareggi, 13 sconfitte), ma fallì il cammino in Coppa Italia e in Europa.
Quando passò alla Juve vinse il campionato con Cristiano Ronaldo, ma disse: «Nessuno giocherà mai come il mio Napoli». Fu la goccia che fece traboccare il suo esonero.

Ed ecco il sesto allenatore toscano sulla panchina del Napoli, Luciano Spalletti nato a Certaldo nella Toscana empolese, con agriturismo a Fucecchio e la Società agricola Safe produttrice di vini. Un ricco terriero, se vogliamo. I soldi del calcio investiti nella terra delle colline toscane.
Allenatore appassionato e stizzoso, anche esonerato e subentrante, color terracotta e calvo, preciso un bonzo. Il migliore e il peggiore, secondo le circostanze. La maggior gloria e primo miglior premio, tre milioni l’anno, è la permanenza di Spalletti sulla panchina della Roma dal 2005 per quattro anni conquistando tre secondi posti, poi un sesto posto e l’esonero.
L’esilio dorato a San Pietroburgo innalzò Spalletti a zar dello Zenit vincendo due volte il campionato russo. Esonerato all’inizio del quarto anno, Spalletti fece ritorno a Roma, ma non fu come la prima volta. Il dissidio con Totti segnò quegli anni. In ogni caso Spalletti portò la Roma al terzo posto il primo anno, al secondo nel campionato successivo.
L’Inter è stata la sua ultima esperienza. Due stagioni, due volte quarto posto a 4,5 milioni l’anno. Esonerato con due anni di contratto ancora, Spalletti si ritirò sulle sue colline empolesi pagato dall’Inter.
Prima che De Laurentiis lo attraesse al Napoli, dissoltasi la meteora Gattuso, Luciano Spalletti ha vissuto due anni felici a Montaione, nella Bassa Valdelsa fiorentina, il suo rifugio da contadino, la fattoria, il suo olio, il suo vino, e cavalli, cinghiali, galline, anatre, due struzzi e un alpaca, specie di pecora sudamericana che dà buon latte e magnifica lana tosandola una volta l’anno.
Un gran Cincinnato, che si ritirò a coltivare i suoi quattro iugeri oltre il Tevere, il toscano Luciano Spalletti che ora lascia i campi e torna alle battaglie e alle ansie del pallone ed è pronto a battere i pugni e la testa sul tavolo delle conferenze stampa perché ha un bel caratterino cercando paglia per cento cavalli.

pubblicato su Napoli n.41 del 26 giugno 2021