IL PARERE

Pronti a scendere in campo con il Napoli di Spalletti

È il terzo toscano alla corte del presidente De Laurentiis dopo Mazzarri e Sarri e poteva arrivare già a gennaio

di Francesco Modugno

C’è sempre stato nei suoi pensieri, sin da quella sera inquieta del 25 gennaio.
Il Napoli l’aveva persa male a Verona. E De Laurentiis era furibondo.
Non ne voleva più sentire di Gattuso. Non ne riconosceva neanche gli alibi, che pure c’erano. Le assenze, le tante partite ravvicinate, la salute malandata di Ringhio; e anche qualche errore, certo.
Un momentaccio. E non sembrava ci fossero prospettive; solo la paura di ripiombare nell’anonimato.
De Laurentiis sbottò. Era una furia. Voleva cambiare tutto. Tutto e subito. Voleva un altro allenatore. E cominciò a chiamarne tanti. Aprì il casting. La selezione di quelli disponibili per l’immediato, eventualmente prenotandoli per il futuro. Un listone. C’era anche Spalletti lì dentro. Anche lui tra gli altri. Ma avanti, tra i top.
C’era. Eppure non era però ancora il momento. Che poi è arrivato. Quattro mesi dopo. Lunghissimi. Entusiasmanti ma atroci.
Speranze e illusioni. Una rincorsa frenetica. Ansimante. Difficile. Anche se bella, spettacolare assai. Come il Napoli di Gattuso in tutto il girone di ritorno. Gol e punti, tanti. E da record. Da recriminare per quel che poteva e sarebbe dovuto essere. Ma non era. Non è stato. Mezza stagione con la convinzione di potercela fare. Di arrivarci, sì, tra le prime quattro. E magari anche di un colpo di scena finale. Irreale, proprio perché di teatro. Gattuso ancora a Napoli. Trattenuto o ritornato, fate pure. Comunque con quel contratto ch’era rimasto chiuso nel cassetto.
Ma il calcio è davvero come la vita. Vero, crudo. E così, pari col Cagliari ed il fatal Verona; l’atroce beffa. La resa e gli addii nel silenzio, tra rabbia, musi lunghi e De Laurentiis – ancor più fermo – certo ch’era giusto cambiare.
E allora avanti tutta col casting. Allargato e ambizioso. E un po’ anche misterioso.

La questione allenatore è da sempre che va così. Lo sceglie ADL. In autonomia. E ci mancherebbe, è il padrone. Ma pure in esclusiva. Riservato e imprevedibile. Li sente tutti. Sistema accanto valutazioni, racconti e sensazioni. Poi ne fa una sintesi. Confrontandosi col mercato. L’opportunità di prenderli. La concorrenza. E quei profili – da gennaio – erano ancora tutti lì. Suggestioni e idee, scommesse e sogni. Da Sarri a Galtier, a Inzaghi e Italiano. E così Allegri, corteggiato. E ovviamente lui, Luciano Spalletti. Il candidato forte dall’inizio. La scelta (anche) della ragione nella città dei sentimenti. Se l’obiettivo è la Champions, lui ne è uno specialista. Undici volte qualificato nelle sue ultime dodici stagioni. E prim’ancora aveva portato anche l’Udinese tra le prime quattro. Aveva fatto la storia. Quasi sempre tra i primi in Italia. Spesso anche vicino, vicinissimo allo scudetto. E campione in Russia con lo Zenit San Pietroburgo. Lo zar.
Spalletti la decisione che si è imposta, si è fatta largo nel mercato. Il profilo di personalità e carattere in un ambiente che non è per quelli anonimi. Per i grigi. Spalletti arriva. E così anche in campo.
Evoluto, ricercatore, per certi versi rivoluzionario. La sua Roma tra le più belle squadre degli ultimi venti, venticinque anni. Quella del 4-2-3-1 con Totti falso centravanti e Perrotta incursore. La sua Roma, l’albero di Natale del Milan di Ancelotti e Kakà e la meraviglia del Napoli di Sarri. Quell’azzurra nostalgia che ha fatto ormai della bellezza un parametro molto napoletano per valutare gli allenatori: e l’indice di Spalletti è alto.
Due anni di contratto. L’opzione per il terzo ed eventualmente anche per un quarto.
Teoricamente, 4 anni.
A due milioni e sette/otto netti circa a stagione. Bonus Coppe e scudetto.
Un nuovo progetto. Un ciclo da aprire, ancora con un allenatore toscano. Mazzarri stupì Napoli: secondo in classifica e Champions con quaranta milioni di monte ingaggio. Sarri stava facendo il colpo di stato con 18 uomini. E una città dietro. Ora Spalletti. L’intuizione che è anche della continuità; con principi tattici nei quali il Napoli si riconosce. Che sente suoi. Il 4-2-3-1 da personalizzare e calibrare, esaltando individualità e gruppo. Una visione di un calcio di qualità, esaltante da proporre se hai i piedi di Zielinski, il genio di Insigne, i lampi di Lozano e la forza devastante di Osimhen; il centravanti forse mai avuto da Spalletti; differente per struttura e caratteristiche da quelli passati. Non è Totti. Non è Icardi. Forse un po’ Salah e Gervinho per la capacità di attaccare la profondità e trovarsi spazi a campo aperto.
Una sfida in più in una città che l’aspetta, ora incuriosita e sospesa, quasi diffidente per presa di posizione social, bulimica di considerazioni negli anni economicamente più duri per il calcio, disastrato dalla pandemia e che anche a Napoli ha prodotto un rosso in bilancio di quasi 20 milioni e la riflessione sul monte ingaggi, da provare a ridurre del trenta per cento.
Ma poi si tornerà a giocare. E ancor prima ci saranno il mercato e le notti stellate in ritiro. Napoli è pronta ad accendersi. A sognare. A stare dalla sua parte. A scendere in campo col Napoli di Spalletti.

*giornalista Sky Sport

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021