DA SAN SIRO AL SAN PAOLO

Novellino tra i ricordi e la voglia di panchina

Dallo scudetto coi rossoneri del 1979 fino alla promozione col Napoli del 2000, Il tecnico irpino è un pezzo di storia delle due squadre

di Bruno Marchionibus

Per un’intera generazione di tifosi il suo è stato l’unico Napoli vincente visto durante la propria infanzia. Ma Walter Novellino da Montemarano, dal canto suo, vincente lo è stato per tutta la carriera. Da calciatore con lo Scudetto al Milan del ‘79, quello della “Stella” e dell’ultimo Rivera. Da allenatore con cinque promozioni conquistate, di cui quattro in massima serie e tutte in piazze diverse; tra queste, appunto, quella del 2000 con gli azzurri, al termine di una stagione segnata dal suo carisma in panchina e dai gol di Stefan Schwoch.

Mister, per lei Milan-Napoli è un po’ una partita del cuore. Che ricordi ha dello scudetto vinto coi rossoneri nel ‘79?

«Quella nel Milan è stata un’esperienza straordinaria, coronata dal decimo Scudetto vinto col grande Liedholm in panchina. Grazie a lui eravamo già avanti rispetto agli altri; in attacco c’era Chiodi e poi tanti trequartisti e centrocampisti difficili da marcare per i difensori avversari. Molti di noi erano ragazzi giovani con grande voglia; partimmo in sordina ma poi conquistammo un titolo storico».

Tra tanti ragazzi giovani, c’erano anche due “senatori” come Rivera e Capello. Quanto è importante in una squadra avere giocatori di esperienza che guidino i compagni come facevano loro?

«È molto importante perché nei momenti di difficoltà la loro esperienza veniva fuori. In campo davano i tempi di gioco ed erano sempre pronti a dare i consigli giusti a noi altri. Erano un po’ degli allenatori in campo, e Capello in particolare poi ha valorizzato ampiamente questa sua attitudine nella carriera da tecnico».

Quanto è cambiato il calcio di oggi rispetto ad allora?

«Sicuramente sono cambiate le metodologie di lavoro. Oggi si predilige la corsa, all’epoca veniva dato più spazio alla tecnica e la qualità ne risentiva in positivo. Al di là di questo, però, c’è da dire che attualmente sono migliorate tante situazioni; nel calcio odierno si cerca di partire più da dietro, mentre allora si scavalcava spesso e volentieri il centrocampo con palle lunghe, anche se noi, con Liedholm, già mettevamo in pratica un gioco più “moderno”».

A proposito del partire da dietro, trova che a volte l’uscita dal basso a tutti i costi sia un po’ eccessiva?

«Beh, secondo il mio punto di vista l’uscita dal basso è importante, ma è importante che tale concetto non venga estremizzato. Si cerca sempre il palleggio basso per poter poi trovare spazio in avanti, mentre secondo me lo spazio in avanti si trova anche andando in verticale. Il punto è che bisogna valutare sempre le situazioni, i momenti in cui ciò può esser fatto e i momenti in cui vanno provate altre soluzioni, ed anche, soprattutto, la qualità dei giocatori a disposizione».

Passando alla sua carriera da allenatore, lei ha ottenuto cinque promozioni di cui quattro in Serie A, e tutte in piazze diverse. Qual è il segreto per far bene in così tante realtà differenti tra loro?

«Il primo segreto è sicuramente coinvolgere tutti e farli sentire parte importante del progetto. Al di là delle promozioni, poi, ho avuto anche tante altre soddisfazioni; con la Samp, ad esempio, abbiamo giocato la Coppa Uefa. In panchina ho vissuto anni bellissimi, e con molta sincerità dico che ho ancora grande voglia di allenare. Purtroppo, però, quello che si è fatto non basta, e ad oggi va molto di moda puntare sugli allenatori che fanno giocare le squadre in un determinato modo. A volte, invece, la strada giusta è quella della semplicità e si dovrebbe badare di più ad essere concreti. Prendiamo, ad esempio, Semplici al Cagliari: ha apportato giusto un paio di accorgimenti e subito sono arrivati i risultati».

Tra le promozioni ottenute c’è quella del 2000 a Napoli. Che ricordo ha di quella esperienza e quanto è difficile gestire la pressione in una piazza come quella partenopea?

«Innanzitutto per me è stata una bellissima esperienza poter allenare in una città meravigliosa con tifosi meravigliosi come Napoli. Quell’anno ho avuto la fortuna di avere alle spalle una società in cui Carlo Juliano, ogni volta che io “sbroccavo”, era in grado di ricucire il tutto. In seguito, tra l’altro, sono diventato amico di molti giornalisti napoletani, con cui instaurai un rapporto straordinario al di là di quelli che poi furono i risultati sul campo».

Forse una delle mancanze del Napoli attuale è proprio quella di non avere figure in società col compito di mediare tra squadra, proprietà e ambiente esterno?

«Mah, questo non lo so, però io credo che Giuntoli sia un direttore sportivo molto bravo che ritengo assolutamente all’altezza. Ed anche lo stesso De Laurentiis, devo dire, nel momento di difficoltà di Gattuso si è ben comportato; non mi pare si siano ascoltate parole fuori posto del Presidente a riguardo, pur considerando che, molto probabilmente, ADL e il mister hanno avuto modo di parlarsi in privato».

Sempre a proposito degli azzurri, a distanza di anni quanto è forte il rimpianto per non aver potuto guidare il “suo” Napoli anche in Serie A?

«Certamente il rimpianto è grande. Io ricordo che comparvero foto di Zeman, prima ancora che fosse ufficializzato il suo ingaggio, che già indossava la maglia del Napoli. Quello a Napoli era il periodo dei “due presidenti” (Ferlaino e Corbelli, ndr), e quando intuii la piega che avrebbero preso le cose, preferii andare via senza creare nessun problema».

Quella separazione quindi dipese dai cambiamenti in atto in società in quel periodo?

«Sì. Corbelli e qualcun altro volevano fortemente portare Zeman alla guida della squadra. Certamente tra questi non c’era Ferlaino, che avrebbe voluto confermare me per affrontare quella stagione in Serie A».

Il “suo” Napoli, ad ogni modo, era una squadra molto forte, così come erano tante le squadre della Serie B di quegli anni che ad oggi, probabilmente, disputerebbero senza grossi problemi la massima serie. Crede che mediamente il livello tecnico del campionato italiano sia sceso rispetto ad allora?

«Sì. All’epoca il livello tecnico era molto più alto rispetto a quello attuale, e non c’era questa enorme differenza tra le diverse squadre. Adesso la lotta al vertice riguarda davvero pochi club, mentre allora erano in tante a lottare. Ad oggi il fattore economico ha assunto davvero un valore enorme».

Cosa pensa del Napoli attuale e di Gattuso?

«In primis mi auguro di cuore che la squadra possa raggiungere il quarto posto, e me lo auguro anche per Rino, che sta soffrendo tanto. Io un consiglio al mister voglio darlo: Napoli è una città davvero fantastica, e lui deve proseguire dritto per la sua strada. A me il Napoli di Gattuso piace; è vero che il rendimento ultimamente è stato altalenante, ma su questo hanno inciso vari fattori, dall’impossibilità di fare allenamenti, giocando ogni tre giorni, fino ai tanti indisponibili tra infortuni e positività al Covid. Non si tratta di trovare alibi, ma di valutare dati oggettivi».

Il suo giudizio sul Milan di Pioli?

«I rossoneri stanno facendo grandi cose, mi ricordano molto il “mio” Milan, pieno di giovani di valore, e sono convinto che possano ancora dire la loro nella lotta per il primato. È chiaro, tuttavia, che in questo momento la squadra favorita per vincere il campionato è l’Inter».

In conclusione, una curiosità: c’è qualche giocatore in particolare del Napoli attuale che le piacerebbe allenare?

«Insigne sicuramente. Ma anche Fabian, Koulibaly quando sta bene, Mertens. Nella mia squadra non farei mai a meno di loro».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021