TESTIMONE DEL TEMPO

Napoli 95 anni e una passione infinita

Il club azzurro nasce il 1° agosto 1926 sotto il segno del leone, ma nei primi anni fu definito ciuccio. Lo squadrone di Garbutt e altri

di Mimmo Carratelli

Il compleanno del Napoli: 95 anni, 75 campionati in serie A, 12 in serie B, 2 in serie C, 3 nella Divisione nazionale. Due scudetti, otto volte secondo, dieci volte terzo, sei Coppe Italia, una Coppa Uefa, due Supercoppe italiane, una Coppa delle Alpi ed un torneo italo-inglese. Quattro gli stadi: l’Arenaccia, un campo sportivo militare dal 1926 al 1930; l’Ascarelli dal 1930 al 1942, denominato all’inizio Stadio Vesuvio e dal 1934 Stadio Partenopeo; il Vomero dal dopoguerra al 1959; il San Paolo, inaugurato il 6 dicembre 1959, oggi Stadio Diego Armando Maradona. Nel campionato di serie A, il Napoli è la settima squadra per numeri di punti con l‘handicap di avere disputato meno campionati delle sei squadre che lo precedono (Juve, Inter, Milan, Roma, Fiorentina, Lazio), per media-punti è al quinto posto. Le vittorie del Napoli in serie A sono 1005, i gol 3406.
Questi i “numeri” soverchiati da una passione infinita. Era domenica il 1° agosto 1926 quando nacque il Napoli. C’erano state in città due squadre, il Naples e l’Internazionale, poi fuse nell’Internaples, presidente Giorgio Ascarelli, un industriale tessile di origine ebraica, noto anche per il suo sostegno alle arti e ai club sportivi. Ascarelli radunò i soci dell’Internaples nella sede di Piazza Carità. C’erano Gustavo Zinzaro, Emilio Reale, Davide Pichetti, Adriano Dumontet, Auricchio. Non senza una certa emozione disse: «Pur grati a coloro che sono stati la nostra matrice, l’importanza del momento e la maggiore dignità cui il nostro sodalizio è chiamato mi suggeriscono un nome nuovo, nuovo e antico come la terra che ci tiene, un nome che racchiude in sé tutto il cuore della città alla quale siamo riconoscenti per averci dato natali, lavoro e ricchezza. Io propongo che l’Internaples da oggi in poi, e per sempre, si chiami Associazione Calcio Napoli».
Era nato il Napoli. Un grande fenomeno popolare che legò la squadra di calcio alla città come in nessun altro posto del mondo. Il calcio, a Napoli, divenne il vessillo di ambizioni e rivalse nella contrapposizione al Nord, finendo con l’essere la valvola di sfogo della precarietà e delle umiliazioni quotidiane come se la squadra fosse l’unico strumento di riscatto di una realtà cittadina depressa. Il Napoli divenne la bandiera di un popolo che non trovava altre occasioni e strumenti per vivere pienamente la sua carica emotiva, le sue capacità di sogno e di fantasia, il bisogno di visibilità. Fu il mastice di una realtà controversa e disgregata di una città che finì col riversare sulla squadra di calcio il suo bisogno di identità, la sua tensione a conquistare una ribalta.

L’inizio non fu facile. Nella Divisione nazionale in due gironi, prima che nel 1929 nascesse la serie A a girone unico, com’è oggi, il Napoli raccolse solo insuccessi, due volte salvato dalla Federcalcio. Fu allora che al Bar Brasiliano, ritrovo del tifo all’esterno della Galleria Umberto, un tifoso esclamò: «Questa squadra nostra mi pare ‘o ciuccio ‘e fichelle, trentatré piaghe e ‘a coda fracida». E il Napoli fu per sempre “il ciuccio”.
Giorgio Ascarelli ne segnò il riscatto. Per il campionato 1929-30, ingaggiò l’allenatore inglese William Garbutt, che aveva vinto tre scudetti col Genoa, e investì mezzo milione di lire in sei acquisti: il portiere Cavanna, il terzino Vincenzi, le mezz’ali Vojak e Mihalic, l’ala Perani e il portiere di riserva Masetti. Completavano la squadra il centravanti Attila Sallustro, il primo idolo del calcio, il “motorino” di centrocampo Buscaglia, il terzino Pippone Innocenti di origini brasiliane, in seguito l‘attaccante Gino Rosetti, che era stato nel formidabile trio d’attacco del Torino con Libonatti e Baloncieri, il mediano Colombari per la cifra-record di 250mila lire, il portiere modenese Arnaldo Sentimenti che trascorse tutta la sua vita a Napoli. E al Rione Luzzatti, facendo prosciugare un terreno acquitrinoso, Ascarelli realizzò in sette mesi uno stadio per oltre ventimila posti con tribuna coperta in legno. Fu lo Stadio Vesuvio.
Il Napoli di Ascarelli e Garbutt conquistò due volte il terzo posto in sei campionati che gli valse la scena internazionale con la partecipazione alla Coppa Europa. Ascarelli morì a 36 anni, stroncato da una peritonite perforante il 12 marzo 1930. Gli fu intitolato lo stadio del Rione Luzzatti. Il regime fascista ne cancellò successivamente il nome, per le origini ebraiche di Ascarelli, denominandolo Stadio Partenopeo, ricostruito in muratura nel 1934 per 40mila posti, poi raso al suolo nel 1942 dai bombardamenti.

Cominciò l’epopea del Vomero, lo stadio sulla collina per tredici campionati e quattro domeniche, lo stadio di Jeppson e Vinicio, di Amadei e Pesaola, di Casari e Gramaglia, di Bugatti e Vinyei, dei sette campionati con Monzeglio in panchina.
Il San Paolo ha segnato il lungo regno di Corrado Ferlaino da quando l’Ingegnere aveva 38 anni (gennaio 1969) fino a che ne ebbe 71 (il 12 febbraio 2002 apparve per l’ultima volta al Campo Paradiso, andandosene su un’auto giapponese).
Nel campionato 1967-68 con Zoff e Altafini, Juliano e Canè, Orlando e Barison, Girardo e Panzanato, Nardin e Pogliana, in panchina Pesaola, il Napoli si piazzò per la prima volta al secondo posto.
L’epoca di Ferlaino cominciò con Chiappella in panchina (cinque anni) e il tentativo di scudetto rintuzzato a Milano (l’Inter, l’arbitro Gonella). L’avvento di Vinicio da allenatore portò il Napoli a lottare per lo scudetto per la seconda volta, impresa sfumata a Torino contro la Juventus. Mancato l’acquisto epocale di Paolo Rossi, arrivò Beppe-gol Savoldi alla cifra-record di due miliardi di lire (1400 milioni al Bologna più la cessione di Clerici e Rampanti). Terza illusione di scudetto nel campionato 1980-81, Rino Marchesi in panchina, in squadra Krol, Bruscolotti, Castellini, Damiani, Musella, Pellegrini, direttore generale Juliano. Il sogno si infranse nella gara casalinga contro il Perugia, decisivi l’autogol di Ferrario al primo minuto e le prodezze del portiere Malizia che inchiodarono il Napoli alla sconfitta.
Dopo due salvezze risicate, prima Pesaola e poi Marchesi al capezzale azzurro, l’arrivo clamoroso di Maradona. I due scudetti, la Coppa Uefa, la Coppa Italia e la Supercoppa italiana, due partecipazioni alla Coppa dei campioni, il Napoli eliminato dal Real Madrid la prima volta, dallo Spartak Mosca (ai rigori) la seconda volta.
Dopo Diego, il declino, l’ultimo grande acquisto (Fonseca dal Cagliari per 8 miliardi e 400 milioni nel 1992), Corbelli e Naldi, il disastro della stagione 1997-98, vergognoso ultimo posto e quinta retrocessione in serie B, il fallimento e la rinascita, cronaca recente o quasi, il Napoli di De Laurentiis sedici volte in Europa (7 in Champions, 9 in Europa League).
Nell’albo d’oro azzurro, i record di Hamsik (520 presenze davanti a Bruscolotti 511 e Juliano 505); i 135 gol di Mertens (Maradona 115); le 252 panchine di Pesaola, davanti a Monzeglio (236) e Bianchi (211); tre capocannonieri in serie A (15 gol Maradona nel 1987-88; 29 gol Cavani nel 2012-13; 36 gol Higuain nel 2015-16).
Tanti numeri, tante storie. E il 1° agosto 2021, il Napoli compie 95 anni.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021