IL PERSONAGGIO

Nando Paone: la voglia di essere attore

Da Bagnoli a Roma, dal teatro al cinema e alla televisione. Il pallino per i classici e la voglia di salire sul palcoscenico

di Giovanni Gaudiano

Andare al Teatro San Ferdinando per vedere la rappresentazione de “La Grande Magia” è come fare senza dubbio un tuffo nel passato. Le teche presenti nel teatro, dove sono conservati cimeli dell’attività delle storiche famiglie teatrali napoletane a partire ovviamente da quella che da Scarpetta arriva ad Eduardo e poi Luca, riportano con il pensiero agli anni che furono anche se in qualche modo, mentre si osservano abiti di scena, fotografie, copioni, oggetti da camerino e tanto altro ti sembra che alle tue spalle ci sia il professor Keating del bellissimo film “L’attimo Fuggente” di Peter Weir che ti stia sussurrando “carpe diem”.
Le emozioni continuano quando sul palco inizia lo spettacolo. I due protagonisti: Otto Marvuglia e Calogero Di Spelta, nonostante la storia sia ampiamente nota, offrono letture nuove, sensazioni e particolarità diverse da quelle dettate dal grande Maestro alla sua compagnia. Così Nando Paone e Claudio Di Palma ridanno lustro e successo ad una commedia che si stenta a credere abbia 71 anni.
Nando Paone sembra quasi sia nato per recitare il ruolo che fu di Eduardo a partire dal suo fisico e dal volto scavato che lo avvicina al grande drammaturgo.
La storia di Paone nasce nel quartiere di Bagnoli, una parte di Napoli che negli ultimi cinquant’anni ha vissuto una trasformazione che avrebbe annientato chiunque ed invece non è stato così.

Per noi napoletani parlare di Bagnoli significa parlare dell’Ilva prima e dell’Italsider poi, un polo industriale che al massimo fulgore arrivò a dare lavoro a circa 8000 maestranze, “una folla” per utilizzare un’espressione eduardiana.

«Sono nato a Bagnoli e ci ho vissuto quasi fino a vent’anni – racconta Paone – poi quando il mio sogno di fare l’attore ha iniziato a concretizzarsi mi sono trasferito a Roma. A Bagnoli vivevo con mia sorella, appena più grande di me, dopo aver perso entrambi i genitori e si può dire che ero più libero di fare una scelta tanto radicale. Nella capitale sono rimasto 24 anni. A Bagnoli mi sono formato come uomo, è cresciuta la mia ideologia sociale-politica proprio perché vivevo in un grande quartiere popolare dove l’Italsider non era ancora la grande industria degli ultimi tempi. Per intenderci, quando ero piccolo era e veniva denominata ‘o cantiere per la sua ridotta dimensione».

Credo però che Bagnoli in quegli anni avesse una marcia in più indipendentemente dal polo siderurgico.

«La crescita dell’Italsider ha generato quel disastro ecologico che ancora non si è riusciti a sistemare ma aggiungo che Bagnoli è stata ed è rimasta ancora oggi una fucina di artisti: musicisti, pittori, attori. Cito così a memoria Eduardo Bennato, i fratelli Zurzolo, Gino Evangelista ed altri. Forse i fumi degli altiforni hanno contribuito in qualche maniera. Credo che in ogni caso abbia inciso anche la voglia di contestazione, di protesta, di provare a fare altre cose che ha finito per creare questa pulsione, questa spinta alla ricerca di un’altra identità. Oggi forse siamo tutti diventati dei reduci perché stentiamo a riconoscerci nella politica attuale».

Nel tuo caso credo che anche l’aver perso presto i genitori abbia avuto la sua parte…

«È stata sicuramente una scossa dal punto di vista umano. Non avere una guida e dovendo decidere tutto da solo senza nessuno che ti potesse consigliare, appoggiare moralmente ed anche economicamente mi ha creato qualche defiance. Con sincerità ed onestà debbo comunque dire che non mi sono mai pianto addosso, ho evitato accuratamente di compatirmi. Ho valorizzato quello che mi hanno potuto trasferire i miei genitori nel tempo relativamente breve vissuto insieme, quindi: l’educazione, l’essere perbene, avere uno sguardo sempre proiettato verso gli altri. D’altronde mia madre era una fervente cattolica al punto che fin quando è stata in vita ogni sera a casa si recitava il rosario e mio padre era stato, invece, da ragazzo prima della guerra uno scugnizzo, veniva in pratica dalla strada e mi ha insegnato a difendermi. Alla fine le due cose si sono fuse ed io ho ricevuto da loro forse una visione completa di quella che è la vita di tutti i giorni».

I tuoi genitori non hanno potuto godere del tuo successo, però credo che da bambino avessero intuito quale sarebbe stata la tua strada?

«È una storia che ho raccontato spesso. Mi piaceva imitare soprattutto quello che faceva Alighiero Noschese e quindi mi esibivo spontaneamente, facevo il mio teatrino davanti ai miei familiari, obbligandoli a seguirmi. Riproducevo anche i cartoni animati che venivano trasmessi dalla televisione. Tutto dipendeva dalla mia incapacità di stare fermo. Leggevo molto e mi interessavo un po’ a tutto, non mi limitavo ad un particolare genere, cosa che continuo a fare anche adesso anche se, quando incontro un autore che mi piace particolarmente, non mi lascio sfuggire i suoi lavori».

Per certi versi sembra che la tua attività artistica abbia ricalcato quella tua continua ricerca, visto le tante cose che hai fatto in questi anni.

«Dal punto di vista intellettuale è stato così, però mi sono calmato ed a questo proposito posso raccontare quando questo cambiamento è avvenuto. Un giorno sono sceso dal treno a Roma con una compagnia teatrale, avevo diciannove anni, ho respirato profondamente ed ho sentito pervadermi una pace interiore ed è stata anche questa la ragione che mi ha portato a restare tanto tempo proprio in quella città».

Era destino che Nando Paone facesse l’attore e la sua grande capacità è stata quella di trovare prima e costruire dopo la sua carriera facendo quello per cui era portato. Però c’è un momento in cui la decisione finale è arrivata…

«Convenzionalmente ho raccontato che dopo aver visto “L’inquilino del terzo piano” di Roman Polanski la mia decisione era presa. Non tanto per il film, che comunque resta una pellicola importante, ma proprio per l’interpretazione di Polanski divisa tra la realtà ed una sorta di psicosi che lo porta a vestire i panni della ragazza che abitava precedentemente il suo appartamento. Poi l’occasione è capitata molto casualmente grazie alla formazione che ho potuto fare con Mico Galdieri, che considero il mio mentore, e dopo quando mi sono trasferito a Roma mi sono iscritto all’Accademia Fersen, che era in quegli anni il tempio del teatro di ricerca e d’avanguardia, perché avvertivo di essere troppo istintivo e desideravo completare la mia formazione. Ho anche seguito corsi riservati ai mimi e ai clown che sono stati molto importanti per la mia crescita professionale».

Cosa hanno aggiunto queste esperienze alla tua capacità di recitare?

«Ho sempre sostenuto che l’attore debba avere un importante controllo del corpo, della gestualità e dell’espressione del viso. Con la voce, il corpo ed il viso sono fondamentali ed io ho avuto sempre una grande curiosità nella mia formazione per questi aspetti. Fa parte del desiderio di approfondire la mia ricerca professionale».

Esiste un vantaggio per il napoletano che pensa di fare l’attore o resta centrale la preparazione, la formazione culturale, lo studio?

«L’essere napoletano aiuta ma non è fondamentale. Poi tutti oggi vorrebbero fare gli attori perché pensano sia una cosa facile ed inoltre si pensa che il biglietto a teatro non si paghi e che non c’è bisogno di studiare per salire sul palcoscenico. Inoltre è convinzione generale che ognuno debba interpretare se stesso indipendentemente dal ruolo che gli venga affidato. Il risultato in questi casi è la mancanza della ricerca dell’interpretazione ed è per questo che io penso che essere napoletano per un attore sia un aiuto ma non sia fondamentale. Poi vanno avanti in molti se hanno tenacia ma chi ha intenzione di emergere deve lavorare su basi strutturate e non deve mancare quella “piccola cosa” che è il talento. Perché ci sono egregi uomini di spettacolo che nonostante una profonda e solida cultura non sono riusciti a fare gli attori e sono diventati invece degli ottimi e meravigliosi registi».

Nella storia artistica di Nando Paone c’è stato spazio anche per la televisione, alla Rai con Il Barattolo e Tandem e poi in Mediaset a Striscia la Notizia con Antonio Ricci. Pur consapevole dell’importanza crescente dello strumento televisivo Nando non lo ha mai preferito. Poi è nato il sodalizio con Vincenzo Salemme e di conseguenza con Carlo Buccirosso e Maurizio Casagrande.

«Il rapporto con Vincenzo nasce da una sincera amicizia e solo successivamente è diventato una collaborazione artistica. Per dirla tutta, Vincenzo mi ha sposato con Cetty dopo vent’anni di fidanzamento. Il percorso artistico durato un po’ più di 8 anni si è concluso solo perché ognuno di noi ha avvertito la voglia, l’esigenza, il bisogno, direi anche lo sfizio di continuare a fare quello che preferiva. Nel mio caso, prima degli anni passati con grandissima gioia con Vincenzo, avevo abbracciato il teatro classico e sentivo la voglia di ritornare a coltivare la mia inclinazione. Salemme dal suo canto invece stava compiendo la sua evoluzione diventando il vero capocomico, il leader, il primo attore e forse aveva necessità di affrancarsi da tutti noi. Scriveva, dirigeva, recitava e produceva, in fondo aveva il diritto di andare per la sua strada e meritare il successo che ha saputo costruirsi».

Da Eduardo a Dürrenmatt sei atteso al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre con “La Panne”…

«È stata una scelta fatta, oltre che per il testo e l’autore, per la presenza alla regia di Alessandro Maggi con il quale ho lavorato nel “Don Giovanni” con Alessandro Preziosi, dove Maggi era il supervisore alla regia. In quell’occasione curò minuziosamente l’impegno di ognuno di noi nell’interpretazione dei personaggi. Poi mi ha diretto nel “Diario di un pazzo” di Gogol che dopo la fortunata prima al Napoli Teatro Festival di due anni fa ho sempre in cantiere da portare in giro. Quando mi ha chiamato per La Panne ho letto il racconto, il copione non era ancora pronto, e ne sono rimasto affascinato. Si tratta di un testo davvero curioso ed interessante. Maggi ha superato la prima lettura del racconto arrivando a toccare una parte più sotterranea del testo, ha mantenuto lo spessore dell’opera letteraria ma ha cercato contemporaneamente di dargli una caratteristica introspettiva, toccando punte di leggerezza che smontano la convinzione di trovarsi di fronte al solito drammone alla Dürrenmatt».

Nel futuro di Nando ci sarà forse un po’ più l’attività di regista nella quale si è già cimentato, ci sarà l’impegno con la scuola di recitazione che già è presente ma di sicuro ci sarà il teatro, che è da sempre il suo grande amore. Nando Paone ha il merito di aver affrontato la vita guardandola negli occhi, sfidandola quando ha scelto la sua strada ma rispettando sempre il ruolo degli altri e non considerandosi mai arrivato, a caccia com’è ancora oggi, della novità, della conoscenza e dell’approfondimento.

pubblicato su Napoli n.18 del 23 novembre 2019