/ L’INTERVISTA

Maurizio de Giovanni e la sua scelta inevitabile

Le ragioni dell’addio al commissario Ricciardi a cui l’autore sentiva di dover mettere un punto con l’arrivo della guerra mondiale

di Giovanni Gaudiano

“Devi imparare presto che la vita è strana, amore mio. Devi capire che non tutto ciò che si vuole lo si ottiene, e non tutto ciò che si ottiene lo si vuole”.

Sono poche battute tratte dal bellissimo racconto “Il Pianto dell’Alba” di Maurizio de Giovanni che dovrebbe segnare la conclusione di una storia durata 15 romanzi in 13 anni. Siamo a metà di questo racconto a parlare è Enrica la moglie del commissario Ricciardi che si rivolge silenziosamente alla loro bambina ancora nel suo grembo. Ho scelto queste poche parole perché credo che possono aiutarci a comprendere le scelte di de Giovanni. Chi mai avrebbe interrotto volontariamente un rapporto tanto viscerale e simbiotico con i propri lettori? E poi poteva esserci un modo meno doloroso di farlo? Sono domande che Maurizio de Giovanni si sarà poste più volte ed alle quali ha voluto dare una risposta coerente col suo pensiero e coraggiosa per tutte le implicazioni che una tale decisione avrebbe comportato. Luigi Alfredo Ricciardi, il commissario venuto dal Cilento nella Napoli dell’era fascista, ha rappresentato nel panorama letterario una figura solida, un punto di riferimento per tutti gli amanti del genere noir ed è stato un grande successo. Con il commissario al centro è stato naturale iniziare una conversazione con de Giovanni partendo proprio dalle risultanze de “Il Pianto dell’Alba” che ha un sottotitolo comprensibile fino in fondo a chi saprà dedicare un po’ del suo tempo alla lettura di un romanzo: bellissimo, intriso di pensieri, triste al di là di tutto e quindi in linea con il personaggio venuto fuori dalla penna di Maurizio de Giovanni. È una lettura consigliabile anche ad un neofita che poi troverà spunto per partire dal primo libro della serie per recuperare l’intera storia del commissario.

L’argomento del giorno è il pensionamento di Ricciardi. La scelta di fargli seguire un percorso legato al tempo e quindi farlo avanzare negli anni la rifaresti?

«In effetti, avrei potuto cristallizzarlo, come miei illustri predecessori (Simenon, Camilleri) hanno fatto. Ma mi sarei annoiato: ho preferito raccontare l’evoluzione personale di Luigi Alfredo, e questo mi ha costretto a mettere un punto. Non me la sono sentita di continuare a seguire Ricciardi durante la guerra mondiale, quando i morti di morte violenta, soprattutto a Napoli, in alcuni quartieri furono più dei sopravvissuti. Sarebbe stato il racconto di un uomo allucinato, ai limiti della follia».

Perché decidesti di ambientare il suo percorso negli anni ‘30? Ti piaceva il periodo, volevi descrivere la Napoli del tempo o volevi evitare che da contemporaneo fosse uno dei tanti commissari?

«Il personaggio è nato al Gambrinus durante un concorso, per cui sono stato influenzato dall’ambientazione liberty. Avrei senz’altro potuto spostarlo in avanti in occasione della stesura dei romanzi, ma ho preferito lasciarlo dove era. Odio la polizia scientifica e gli Anni Trenta sono stati gli ultimi in cui l’investigazione era ancora affidata in buona sostanza all’analisi delle passioni».

Cosa provi oggi che “Il pianto dell’alba” dovrebbe essere l’ultima inchiesta di Ricciardi, e un po’ come se stessi chiudendo una parte di te in un cassetto?

«Sono pervaso dalla malinconia. Tra l’altro Ricciardi è ispirato a mio padre, morto giovanissimo tanti anni fa, e chiudendo il ciclo in qualche modo saluto di nuovo anche lui. Mi fa tristezza soprattutto perché finora, appena finivo di scrivere un romanzo, nella mia mente redigevo un’altra pagina, l’inizio del successivo. Stavolta invece ho dovuto frenare l’immaginazione e non è stato semplice».

Senza voler dare informazioni o speranze è possibile che questa tua decisione venga rivista?

«Per ora no, per quanto ti dicevo prima a proposito della impossibilità di continuare a seguire Ricciardi durante la guerra. Potrei tornare a trovarlo più avanti, per esempio negli anni Sessanta. Ma non ne sono affatto certo. Tra un anno però affiderò a Bambinella la narrazione delle vicende dei personaggi minori. Nel frattempo nel corso dell’anno usciranno “Dodici Rose a Settembre” (il primo romanzo che l’autore dedica al personaggio di Gelsomina “Mina” già conosciuto in due racconti brevi, ndr) edito da Sellerio e un nuovo racconto dei Bastardi, previsto per novembre, che si intitolerà “Nozze”».

Ho letto da qualche parte che nel 2021 o giù di lì vorresti andare in pensione. Non pensi che sia ingiusto per i lettori, per i tuoi personaggi tanto amati e anche per te stesso? O il sentimento che prevale è quello di aver dato tutto, il massimo e quindi per evitare inutili cadute preferisci chiudere tu la storia?

«Non è vero. Chiudo solo Ricciardi. Le altre serie (Bastardi e Sara) proseguiranno, e magari saranno affiancate da altro. Per scaramanzia non ti darò particolari».

Hai già detto qualcosa durante questi anni ma ti chiedo in maniera conclusiva il tuo commissario assomiglia a qualcuno?

«Senz’altro a mio padre, fisicamente e di carattere. A parte il “fatto”, è ovvio».

L’informatore “Bambinella” appartiene ad una doppia categoria di persone considerate al margine della società in quel periodo storico. Hai scelto questa figura per valorizzare l’umanità presente nel personaggio o al contrario per evidenziare la serenità di pensiero che in fondo è insita in Ricciardi?

«Non sono d’accordo. Napoli è stata sempre una città inclusiva. Ho trovato dei documenti da cui si evince che i “femminelli” erano mantenuti dalla collettività perché ritenuti esseri superiori, dotati di entrambe le nature, maschile e femminile. Probabilmente il regime ha inciso negativamente sulla considerazione sociale di queste persone, ma a Napoli ha avuto poco peso, almeno fino ai giorni che arrivo a raccontare io».

Non so se ti è stato chiesto in precedenza. “Il fatto” appartiene in qualche modo alla tua vita o alle cupe sensazioni ed agli incubi che fanno parte della vita di tutti noi?

«Il “fatto” è l’empatia, l’impossibilità di essere felici vicino a persone che soffrono. Dico sempre che siamo abituati a cambiare canale davanti alle atrocità cui la società ci mette davanti. Ebbene, Ricciardi è un uomo senza telecomando».

Tra i quindici racconti dedicati a Ricciardi ne hai uno che si può ritrovare più spesso sul tuo comodino? O non ti capita mai di rileggerne qualcuno?

«Non rileggo mai quello che scrivo. Mi annoia. Anche in fase di redazione l’editing è affidato a mia moglie Paola, che si interfaccia direttamente con l’editore».

È necessario che io ti chieda un giudizio sull’attore, Lino Guanciale, che interpreterà Ricciardi. Non è importante stabilire se fosse quello più adatto dal tuo punto di vista ma mi sembra giusto che tu ci dica se non fosse quello giusto nel tuo immaginario.

«È un attore bravissimo. Non somiglia al mio Ricciardi».

La riproduzione della Bonelli di Ricciardi pensi sia: un’operazione editoriale, un modo per avvicinare un certo tipo di lettori o il completamento di un successo che il personaggio si è guadagnato nel tempo?

«Trovo sia un arricchimento: le mie storie mi appaiono migliori nei fumetti, perché la grafica potenzia i personaggi. Sono davvero orgoglioso che Bonelli si sia rivolto a me, visto che finora non era mai successo che utilizzasse personaggi “esterni”».

pubblicato nell’inserto dedicato a de Giovanni ed al noir di Napoli n.13 del 07 agosto 2019

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