/ L’INTERVISTA

Massimiliano Gallo

il palcoscenico è la seconda casa

A 5 anni già in scena.

Il suo mito è Robert De Niro.

La televisione di qualità con le fiction ambientate nella sua amata Napoli

di Giovanni Gaudiano

Il teatro, il cinema, la musica e poi tanti artisti in casa e tanti amici e conoscenti che hanno fatto parte della sua vita, della sua famiglia: cosa altro poteva fare Massimiliano Gallo se non dedicare il suo tempo al mondo dello spettacolo? La domanda, oggi, appare pleonastica, visti i risultati che hanno superato la vocazione del predestinato. Massimiliano Gallo a cinquant’anni è un attore capace di muoversi a suo agio sulle tavole del palcoscenico e davanti ad una cinepresa, cambiando pelle se necessario e ricoprendo ruoli sempre diversi affrontati con la giusta concentrazione e con la capacità di calarsi nel personaggio senza patemi e senza la superficialità del mestierante.

Il racconto di se stesso parte dalla curiosità di sapere cosa Massimiliano preferisca: il teatro o il cinema?

«A teatro mi sento a casa, lo frequento da quando ero piccolo. Il cinema, adesso, mi interessa molto, soprattutto come esperienza lavorativa per il percorso psicologico che fa il personaggio che vado ad interpretare. Mentre a teatro il personaggio, comunque, ha un excursus temporale preciso, per cui nasce e muore nello spettacolo, quando vai a girare per il cinema la precedenza viene data alle location per cui, se giri alla Prefettura, girerai tutte le scene previste in quel luogo nei giorni prestabiliti e può succedere magari che dovrai girare la scena finale al primo giorno di lavorazione. Questa diversa temporalità ti obbliga a fare un percorso tuo, psicologico, di grande concentrazione, di capacità di immedesimazione per comprendere come devi arrivare a girare quella scena. In sostanza è come se nella tua testa avessi già girato tutto il film e quindi ogni volta devi agganciare la scena a quella precedente che magari di fatto devi ancora affrontare».

È possibile che la cosa sia ancora più complessa nelle serie televisive?

«Sì, le scene vengono girate indipendentemente dalla puntata, con le storie che si intrecciano e magari ti capita di chiedere alla segretaria di redazione: “Ma questo che appare in questa scena lo abbiamo già arrestato? E come è successo? Magari dopo una rissa, ed allora come devi presentarti sulla scena che viene dopo tale evento?” È bello e interessante ma presenta alcune difficoltà nell’elaborazione di una giusta interpretazione delle varie scene».

Come si diventa attore, quando scatta la molla che ti fa capire che quella sarà la tua professione?

«Per me è stato facile, nel senso che il mio retaggio familiare mi ha aiutato in questo. A cinque anni mia madre (l’attrice Bianca Maria Varriale), che organizzava spettacolini riservati ai bambini, pensò di coinvolgermi. Poi dopo ho continuato a seguirla nel suo impegno con la Compagnia dei Piccoli perché la cosa mi piaceva. Ed ora eccomi qua».

Sfiorando la vita familiare, ci sarebbero tante cose da raccontare, quale è stato il rapporto con il grande Nunzio Gallo, tuo padre?

«Io ho le stesse pecche di mio padre, mi sono separato tre anni fa, mia figlia vive a Roma e la vedo non tutte le volte che vorrei. Proprio per questo sono l’ultimo che può giudicare, però mio padre qualitativamente io lo ricordo come un genitore che ci ha sempre dato tanto, direi tutto. Abbiamo avuto una vita bellissima, spensierata, con un tenore economico di buon livello grazie al suo modo intenso di lavorare. Nonostante questo è stato un padre amorevole, presente nelle occasioni importanti e molto partecipativo nella nostra vita. Poi io e mio fratello Gianfranco abbiamo avuto il privilegio di poter vivere il nostro rapporto con papà da colleghi. Lui ci ha insegnato, insieme a mia madre, il rispetto quasi sacrale per questo lavoro. Per me il lavoro dell’artista è come quello abbracciato dalle famiglie dei circensi, che non conoscono soste anche quando sarebbero comprensibili».

Tornando a parlare di teatro, come si passa dall’interpretazione classica di Eduardo a quella recente rivisitata da Mario Martone?

«Io credo che tutti i grandi autori siano universali e quindi non hanno né tempo, né mode, né nazionalità. Poi nel caso di Eduardo le dinamiche del suo teatro sono, praticamente sempre, orientate attorno alla famiglia. Fa leggermente eccezione proprio il Sindaco del Rione Sanità, anche se il tema di fondo è incentrato sui difficili rapporti tra padre e figlio. Io ho avuto il piacere di fare con Carlo Giuffrè prima Non ti pago e poi Natale in casa Cupiell”, l’edizione considerata storica perché andava in scena per la prima volta senza Eduardo, dove io facevo Nennillo. Quell’edizione incassò tantissimo, facemmo 500 repliche, fu premiata dall’Agis. La bellezza di Eduardo, però, risiede nella sua potenza di drammaturgo. Nell’operazione che ne ha fatto Mario Martone, attualizzandola, capisci che il testo ha una sua forza, una sua drammaticità ed una sua verità che ti consente di modificare il contesto storico senza che cambi nulla».

Passando al cinema, una curiosità, è vero che il tuo mito cinematografico è Robert De Niro? Se sì, perché?

«Sì, è vero. Sono cresciuto con i suoi film. Avendo l’idea di fare l’attore, cerchi un modello e per me De Niro rappresenta un pezzo di storia del cinema. Ho consumato Taxi Driver come Il Cacciatore, anche Gli Intoccabili per non parlare di C’era una volta in America, che per me rimane uno dei film più belli in assoluto. De Niro è uno che fa l’attore come piace a me. Lui sembra scomparire al cospetto del personaggio che interpreta, si cala completamente, poi lo devi scoprire nelle pieghe della sua interpretazione. Per me quello è l’attore».

Visto che parliamo di interpretazioni, penso alla tua in Nato a Casal di Principe, rivedendoti cosa ti senti di dire?

«È stato per me un personaggio difficile a cui tengo molto. Pensa, abbiamo girato nella casa di questa famiglia tanto colpita. Quando si raccontano queste storie, nei più c’è la convinzione che una persona che sparisce c’entra con chi la fa sparire, mentre nel caso specifico la storia è davvero assurda ed incomprensibile. Al punto che un pentito dopo 25 anni ha parlato dell’episodio, senza saper dire perché fosse accaduto né dove avessero nascosto il corpo».

Passiamo alla televisione, esiste per te una preferenza tra il vice questore Palma dei Bastardi e Carmine Gargiulo di Sirene?

«Io sono difficilmente collocabile, spesso mi accorgo che molti mi hanno visto nei film quasi senza riconoscermi. È una cosa questa che mi piace molto. Non credo ai generi, neanche nella musica. Io penso che o si è un buon attore o viceversa. A me piace pensare di fare il mio lavoro con lo stesso entusiasmo, con la stessa serietà ogni volta che mi scelgono per un personaggio. Ovviamente dopo finisco per affezionarmi ai personaggi che interpreto. Nel caso di Sirene Ivan Cotroneo ha scritto il mio personaggio, tarandolo su di me. Poi ho goduto nell’interpretazione di tanta libertà, cantavo anche, e mi sono divertito tanto. In fondo nel privato sono più commedia, anche se sono abbastanza solitario, non sono un festaiolo, però sono uno di compagnia quando sto con gli amici. Al vice questore Palma, invece, mi sto affezionando molto, soprattutto quando mi rivedo. Mi piace, lo trovo un dirigente aderente alla realtà al punto che, quando sono stato invitato alla festa della Polizia, la cosa mi è stata confermata dallo stesso Questore. Palma è un uomo di stato che si trova a metà tra il Pm ed il Questore, tenuto in alcuni casi a fare la paternale alla squadra anche se il fine è quello di proteggerla. Ne I Bastardi non ci sono vincenti, ma c’è il mondo di tutti i giorni. Non interpretiamo dei superpoliziotti e la gente lo apprezza, perché le vicende di ognuno sono quelle che toccano tutti».

Ne I Bastardi di Pizzofalcone il tuo rapporto con Ottavia ha le sue complicanze, hai parlato della tua separazione, ma oggi nella tua vita c’è una persona con la quale dividi le gioie ed i dolori di tutti i giorni?

«Con Shalana abbiamo ricostruito le nostre vite, uscendo da rapporti importanti e duraturi. Ora stiamo vivendo felicemente questo nostro rapporto. Condividiamo lo stesso lavoro e questo ci aiuta in un certo senso a capirci maggiormente».

Adesso tocca alla città. Di recente Napoli è stata definita una città in evoluzione, tu come la vedi?

«Napoli secondo me ha un valore aggiunto rispetto a tutte le altre metropoli, che è quello dell’umanità. Questo valore non è considerato nelle classifiche ma è un errore. Oltre alla bellezza della città, quindi, c’è il valore rappresentato dalle persone che ci vivono, che hanno un senso di comunanza particolare; inoltre Napoli è una città per certi versi modernissima e per altri antica ma, a differenza di altre metropoli, ha un’identità precisa, forte, difficile da trovare in altre grandi città. La nostra città, possiamo dirlo, è unica: o la capisci per come è oppure meglio lasciar stare. Penso anche che Napoli sia l’unica città italiana che abbia saputo reagire a questa realtà di degrado sociale e culturale che si è abbattuta sul nostro paese negli ultimi vent’anni. Dalla nostra città vengono fuori di continuo talenti in tutti campi, che dimostrano la vitalità di un tessuto culturale che neanche la malavita è riuscita ad annientare. È chiaro che nessuno voglia sottovalutare i problemi che ci sono ed in questo senso mi sento di fare un piccolo appunto al Sindaco, che potrebbe adoperarsi per una maggiore cura; in particolar modo sarebbe giusto garantire la sicurezza e la migliore fruibilità di tutto il centro storico».

Concludiamo questa chiacchierata parlando della squadra di questa città, cosa rappresenta per Massimiliano Gallo la maglia azzurra e cosa ne pensi dell’arrivo di Ancelotti al Napoli?

«È una malattia dalla quale vorrei disintossicarmi ma mi rendo conto che è impossibile. Pensa che l’anno scorso stavamo facendo lo spettacolo con Mario Martone ed abbiamo visto Juve – Napoli assieme. Abbiamo fatto lo spettacolo nello spettacolo: qualcuno è svenuto, qualcuno urlava nella gioia generale. Poi dopo Inter – Juventus leggo su Twitter una dichiarazione di Buffon, era la sua pagina ma non me ero accorto,  che definiva la vittoria meritata. Rispondo scrivendo “ladroni” e così mi sono arrivate 2000 minacce di vario genere da parte dei tifosi juventini, che mi rimproveravano di essere un attore e che quindi non dovevo fomentare la piazza, ingiungendomi addirittura di chiedere scusa al loro capitano. Allora rispondo che non avrei mai chiesto scusa a nessuno, perché il loro capitano non rappresenta per me un simbolo di legalità e sportività. Le minacce sono proseguite per mesi. Passando ad Ancelotti, io ero malato del comandante Sarri, al quale rimprovero solo il mancato utilizzo della panchina in determinate occasioni, ora con Ancelotti trovo che ci sia stata una rivoluzione nella gestione, che mi pare di una bellezza che potrei paragonare solo a quella del calcio di Sarri. Quello che l’attuale allenatore riesce a fare è il cambiamento con criterio, mantenendo ferme le caratteristiche di gioco della squadra. Ancelotti ha un grande aplomb e lo si vede anche quando risponde alle interviste, come ha fatto per esempio a Torino dopo la sconfitta. Non cerca alibi né per lui né per i giocatori, non parla di fatturati, non si lamenta del calendario né degli orari di gioco. Nel calcio conta un po’ tutto ma poi in campo ci vanno degli uomini che possono sempre sovvertire i pronostici».

Cosa ne pensi del presidente e cosa preferiresti che il Napoli vincesse: campionato o coppa?

«Preferisco vincere lo Scudetto, anche perché agguantare la Champions mi pare un’idea folle ed evito di pensarci. Per quanto riguarda De Laurentiis, da tifoso non ho nulla da eccepire sul suo operato. Il Napoli è da tempo sempre nelle prime posizioni e partecipa con costanza alle competizioni internazionali. Certo sarei ancora più contento se si vincesse ed in qualche occasione magari, se si fosse fatto un piccolo sforzo a gennaio, il Napoli forse ce l’avrebbe fatta».

Ora l’ultimissima, la classica domanda della torre, chi sacrificheresti tra Higuain e Cavani?

«Mi terrei tutta la vita Cavani e butterei giù Higuain, magari anche in malo modo. L’argentino mi ha deluso come uomo. Nella vita si può fare di tutto ma il modo è importante. Ritengo che Higuain non abbia grandi valori a cui fare riferimento».

 

pubblicato su Napoli n.2 del 06 novembre 2018