UN BATTERISTA PER GEGÈ

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Da buon maestro ha istruito Vincenzo Nemolato nell’interpretazione alla batteria del grande Gegè

di Lorenzo Gaudiano

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani». A Mariano Barba Junior per un attimo gli occhi hanno brillato parlando di un artista che insieme a tutta la band di Carosone rappresenterà per sempre un’icona della musica napoletana a livello sia nazionale che internazionale. Un pezzo di storia che riemerge ogni qual volta si canta il motivetto di una canzone e si riproducono i suoni dei vari strumenti musicali impiegati nelle varie esecuzioni. Un ricordo che è sempre bello tramandare alle generazioni successive anche se i gusti musicali con il tempo inevitabilmente cambiano.
Ad interpretare Gegè in “Carosello Carosone” sarà Vincenzo Nemolato, a cui sarebbe bastata anche soltanto l’impressionante somiglianza fisica con l’artista per interpretare al meglio la parte. Invece no, le cose vanno fatte per bene. E quindi chi meglio di un bravo batterista come Mariano Barba Junior poteva trasmettere all’attore la postura, la gestualità, il sincronismo dei movimenti che caratterizza la performance alla batteria, per omaggiare tutto quello che lo strepitoso Gegè ha rappresentato per gli appassionati di musica e non solo.

Mariano, quando è nata la passione, la voglia di utilizzare le bacchette?

«Provengo da una famiglia di batteristi, a partire da mio zio Gennaro Barba, batterista degli Osanna. Poi c’è mio cugino Mariano, suo figlio, e alla fine io, Mariano Junior. Ho cominciato da bambino per gioco, non mi è stato mai imposto di suonare la batteria o studiare musica. Fino a 17 anni ho suonato per passione, dopodiché ho cominciato a considerare la musica come ipotetico lavoro futuro. Andavo a casa di mio zio e invece di giocare a pallone mi ritrovavo a studiare sullo strumento per un paio d’ore, suonando le cose che mi piacevano».

Ma è vero che le bacchette sono un po’ come il telecomando per chi in casa gestisce la tv?

«Con l’esperienza arriva la consapevolezza che si tratta di un ruolo di grande responsabilità, perché la batteria fa da metronomo per tutta la band. Se durante l’esecuzione musicale per esempio ci dovesse essere qualche flessione nel tempo, automaticamente verrebbe addebitata al batterista. Ciò infatti può diventare un problema, soprattutto nella musica che ascoltiamo oggi dove tutto è organizzato metronomicamente. Ci si trova sempre più spesso a suonare in situazioni dove tutto è programmato in sequenze. In queste situazioni non basta soltanto guardarsi tra musicisti e ritrovare il tempo, perché il computer va avanti e se si perde il tempo, ci si perde in tutto».

C’è una grande tradizione partenopea di batteristi. Lo dobbiamo ai ritmi africani vicini a noi o alla musicalità naturale della nostra terra?

«Penso ci siano entrambe le componenti. Siamo un popolo che negli anni è stato dominato da molte culture di cui abbiamo assorbito i ritmi musicali. Al tempo stesso ritengo che comunque la musicalità faccia parte del nostro DNA. Ci sono tante città italiane influenzate da altre culture, che però non hanno lasciato ad esempio quella musicalità che invece noi napoletani musicalmente siamo riusciti ad assorbire».

Hai avuto un maestro in particolare o, come si dice a Napoli, guardando hai saputo rubare il mestiere?

«Ho studiato osservando e ascoltando molto mio cugino, il mio primo idolo, a cui sono legato non soltanto da interessi musicali ma soprattutto da un rapporto familiare molto stretto. Ci frequentiamo moltissimo, nonostante i dieci anni di differenza. Ho imparato da lui per emulazione finché non ho deciso di intraprendere questa carriera, studiando al conservatorio. Un maestro in particolare non l’ho avuto semplicemente perché mi sono sempre dilettato da solo a capire in cosa dovessi migliorare dal punto di vista tecnico per salire sempre più di livello».

L’insegnamento della batteria da parte tua è cosa di tutti i giorni.

«Insegno Educazione Musicale alla scuola pubblica e privatamente alla RR Sound ad Agnano e nel mio studio a Melito».

Quanti ragazzi di quelli che segui decidono di andare avanti per tentare di diventare dei buoni musicisti?

«Credo dipenda dalla cultura del genitore nei confronti della musica. Se viene percepita come un hobby, allora il ragazzo difficilmente andrà avanti perché non è invogliato e seguito. Se considerata come possibile sbocco o come cosa bella da fare, invece ci prova».

Arriviamo a “Carosello Carosone” ed al tuo impegno per istruire Vincenzo Nemolato. Prima di parlare di lui, ti chiedo però di dirmi due parole su Gegè di Giacomo, l’originale…

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani. Dalla sua scuola, dal suo modo di fare negli anni abbiamo preso spunto perché oltre ad essere batterista lui è stato anche musicista, nel senso che cercava di comporre melodie. Sappiamo che la batteria è uno strumento ritmico, ma con lui si è arrivati anche ad una concezione melodica dello strumento perché faceva cantare i tamburi, cercava il suono da qualsiasi oggetto. Ciò ha dato il La a tutti per poter seguire questa via e non basarsi esclusivamente sulla ritmica».

Vincenzo Nemolato nei panni di Gegè Di Giacomo (ph. Andrea Pirrello)

Ora tocca a Nemolato. Come hai fatto a mettere in condizione Vincenzo di interpretare la parte tecnica del personaggio in così breve tempo?

«Conosco Vincenzo da vent’anni, non mi sono dovuto preoccupare di avere quell’approccio empatico che solitamente si ha con l’alunno per motivarlo. Ho potuto parlargli in modo molto diretto e inoltre sapevo che quando si mette in testa qualcosa in un modo o in un altro riesce ad ottenerla. Abbiamo saltato quindi tutta la parte dedicata alle coccole e al benvenuto sullo strumento (ride ndr), poi sono stato per lui un grande rompiscatole così come lui con me, perché era preoccupato di non riuscire nell’intento ma gli ripetevo che per imparare le movenze del batterista occorreva studio, tempo. Molti che approcciano alla batteria non si rendono conto di quanto tempo ci voglia per riuscire ad allenare l’indipendenza corporea, perché si tratta di coordinare quattro arti in modo diverso simultaneamente, cose che nella vita quotidiana non si fanno abitualmente».

Gino Castaldo, il critico di La Repubblica, lo ha definito strepitoso… E quindi avrebbe dovuto fare un complimento anche a te…

«Mi prendo un po’ di merito allora (ride ndr), perché significa che abbiamo lavorato bene. Sin dall’inizio sapevo che avremmo compiuto un buon percorso, anche perché a lui interessava apprendere la gestualità del batterista senza preoccuparsi del suono che per noi è fondamentale. È stata per me un’esperienza nuova».

Concludiamo con i programmi futuri.

«Sinceramente non vedo l’ora che abbia fine questo tipo di scuola con la DAD, perché è difficile sia per i ragazzi che per i docenti. È mortificante per tutto il lavoro che c’è dietro pensare che l’insegnamento sia un modo per rubare uno stipendio o ottenere una possibilità di vaccinarsi prima di altri».

Molto belli i video su Instagram dove suoni la batteria sui testi di canzoni conosciute.

«È un modo per cercare di emergere. La bravura conta ma c’è anche bisogno dell’occasione. È necessario farsi trovare non solo al posto giusto al momento giusto, ma anche preparato. Vorrei avere sempre la mia occasione ed essere giudicato per la mia abilità musicale, ma occorre anche fare un altro percorso parallelo che riguarda l’immagine, la versatilità che si può avere sullo strumento e i generi musicali. Sono un amante del pop, ma artisticamente non bisogna precludersi nulla. Mi piace molto insegnare ma al momento preferirei andare in giro e suonare, soprattutto per l’emozione che trasmette questo tipo di attività».

L’intervista termina qui. Niente stretta di mano, ma soltanto schermi di computer che si chiudono con la promessa e l’augurio di incontrarsi al più presto da vicino. E soprattutto di ritornare a vedere dal vivo le performances di un batterista umile, sorridente e soprattutto molto bravo, anche come insegnante. Gegè ne sarebbe fiero.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021