Lucio Pellegrini al centro con Vincenzo Nemolato a sinistra ed Eduardo Scarpetta a destra

IL REGISTA

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Il regista ha raccolto la sfida del suo primo film in costume e musicale perché dedicato ad un personaggio a lui caro

di Giovanni Gaudiano

Ph. di Andrea Pirrello

Forse Renato Carosone non ha mai pensato che un giorno qualcuno gli avrebbe dedicato un film e neanche che l’amico Federico Vacalebre avrebbe scritto la sua autobiografia e che addirittura l’avrebbe aggiornata per l’anniversario dei cento anni dalla nascita.
Non sappiamo con certezza se s’aspettasse magari di essere ricordato dopo tanti anni (circa 73) dalla sera in cui nel lontano 1948 allo Shaker Club, di via Nazario Sauro di proprietà della famiglia Rosolino, iniziò l’avventura con il trio formato con Gegè Di Giacomo e Peter Van Wood.
Qualche sentore l’avrà avuto Renato quando al suo rientro dopo quasi 16 anni dal ritiro l’accoglienza fu a dir poco trionfale. Ci volle tutta la determinazione di Sergio Bernardini per convincerlo ma poi arrivò il sì.
A questo punto, se poi gli si potesse far sapere che il regista del film a lui dedicato è un piemontese, cosa direbbe?
Forse risponderebbe alla sua maniera: “Che t’aggia di’”, ed ancora “Pigliate ‘na pastiglia”. Poi però basterebbe farlo chiacchierare per 10’ con Lucio Pellegrini ed il suo volto s’aprirebbe al suo proverbiale sorriso.
È vero, Pellegrini è nato ad Asti ma guarda caso è amico di Stefano Bollani, di Paolo Conte, ama la musica italiana e poi conosce Napoli, ne conosce la forza creativa, la sincerità, la disponibilità ed il buonumore raramente offuscato da inevitabili momenti di malinconia. Ed allora anche il maestro Carosone plauderebbe all’iniziativa, con la convinzione che magari un napoletano guardato, studiato, considerato da un altro punto di vista sarebbe pittato come si usa dire dalle nostre parti.
Ed allora parliamone a tutto tondo con Lucio Pellegrini, una persona amabile, aperta, capace e come si diceva una volta brava.

L’impegno, la responsabilità di dirigere un film che impatta con fatti conosciuti, storici, biografie presenta più o meno difficoltà rispetto ad una storia che il pubblico scoprirà guardandolo?

«La responsabilità è maggiore anche se si racconta, come in questo caso, di un personaggio lontano nel tempo ma molto conosciuto ed amato. Va tenuto in conto che l’intenzione di fare un film, non un documentario, porta il regista, gli sceneggiatori e gli attori stessi a cercare di reinterpretare il personaggio mostrando una forma di amore e di rispetto per il personaggio. Nel caso di Carosone, che è amatissimo, conoscendo meglio la sua storia, la sua famiglia, quello che ha fatto e i suoi luoghi, lo amiamo ancora di più. È importante che questa passione poi nel film si colga».

In America i lavori cinematografici sul mondo dello spettacolo, soprattutto quello musicale, sono molto ricorrenti. In Italia nonostante la nostra grande tradizione musicale mi sembra un po’ meno. C’è una ragione particolare? Forse siamo più fantasiosi e per questo abbiamo più piacere a scoprire e raccontare storie inedite?

«Credo che qualcosa sia stato fatto anche qui da noi. Certo abbiamo nella nostra tradizione la tendenza a raccontare altri fatti della nostra storia rispetto a quelli del mondo dello spettacolo. Credo anche che siano un po’ più difficili da raccontare le storie del mondo dello spettacolo perché occorre un lavoro di reinterpretazione, di studio, di visualizzazione molto preciso e si lavora su un immaginario che negli spettatori è già presente, anche se magari sotto forma di ricordo lontano. È più complicato ma è anche una sfida più affascinante per chi fa il mio lavoro. Sino ad ora non mi era mai successo ma aspettavo un’occasione simile e sono felice di averla avuta».

Al di là del fatto che siete molto controllati, quanto è stato complicato dirigere un film con tanti personaggi, tanto contorno, tanto movimento in un momento come questo?

«È stato molto complicato, anche se il protocollo molto preciso che abbiamo ci consente di lavorare in grande sicurezza. Raccontare una storia che è ambientata in tre continenti, partendo dall’Eritrea, passando per New York e arrivando a Napoli e Milano, ha prodotto dei condizionamenti. Abbiamo lavorato molto anche con effetti digitali e quello che non abbiamo potuto realizzare dal vivo abbiamo provato a realizzarlo con l’immaginazione e spero che non si veda molto la differenza».

Entriamo nel merito del film. Quanto conoscevi Carosone prima che le affidassero questa regia?

«Lo conoscevo benissimo. Vengo dal nord e sono molto amante della musica italiana. Carosone è un caposaldo, un punto di riferimento per tutto il movimento musicale nazionale e per tutti quelli che amano la storia e l’evoluzione della canzone italiana. Certo non conoscevo tutti i dettagli della sua vita personale ma conoscevo molto bene il tipo di spettacolo che era associato all’attività di Carosone, la sua idea di musica e la sua idea di rappresentazione della propria musica e mi interessava tantissimo mettere in scena il gruppo, prima il trio con Gegè e Van Wood, poi i sestetti dove trovavo Gegè Di Giacomo irresistibile. Nel film infatti c’è moltissima musica, tante canzoni oltre naturalmente alla storia personale e tanto spettacolo che era la parte che mi stimolava di più in partenza su cui abbiamo impiegato la maggior parte dei nostri sforzi. Sono felice del risultato finale anche perché ho lavorato con dei ragazzi fenomenali, molto bravi».

Una digressione, che tipo di musica le piace ascoltare di solito?

«Mi piace ascoltare molto la musica italiana, soprattutto quella che va proprio da quel periodo sino agli anni Ottanta. Poi devo dire che Carosone è stato un apripista nel mondo della canzone e per me è stato stimolante lavorarci. Sono tanti gli artisti, che sono miei amici, come Stefano Bollani, che ha lavorato sin dall’inizio alle musiche di questo film, e come il mio concittadino Paolo Conte che lo considerano un punto di riferimento. C’è stato un filo comune molto italiano e un approccio intimo a questo lavoro che mi ha fatto sentire vicino al mondo napoletano che considero esotico. Non è il posto dove sono cresciuto ma lo amo da morire e ho sempre avuto uno sguardo un po’ stupito nei confronti della città e dei napoletani».

Il richiamo nel titolo al primo disco inciso da Carosone e la sua band ha qualche particolare ragione o è stata una scelta naturale, come poteva essercene un’altra?

«Si è trattato di una scelta naturale, perché intitolarlo così ci è sembrato il modo migliore per rappresentare il nostro film che racconta il percorso di un cantante, di una persona, di un uomo estremamente curioso, dotato di un grande gusto per la rappresentazione modernissima del mondo dello spettacolo. Ci piaceva per questo, come avevo fatto anche lui, associare il suo nome ad un’idea di divertimento, di gioia, di ricchezza. È un film che racconta la rinascita di un paese anche attraverso la musica e che in questo momento speriamo possa rappresentare un momento di benessere di cui abbiamo tutti un po’ bisogno grazie proprio alle sue canzoni».

Il film vuole essere un omaggio nel centenario della nascita dell’artista ma non racconta tutta la vita di Carosone, il tempo sarebbe stato insufficiente. Qual è l’arco temporale che copre?

«In sostanza copre l’avventura artistico-musicale di Carosone dall’inizio quando era giovanissimo e parte per l’Eritrea sino alla decisione di ritirarsi dalle scene con questa scelta un po’ anomala, fuori dagli schemi, così personale. Ci piaceva raccontare la storia di un artista che a 39 anni decide di lasciare il mondo dello spettacolo compiendo una scelta che oggi sarebbe inimmaginabile».

La domanda che sto per fare ti sarà stata già rivolta: da piemontese come hai affrontato questa immersione nel mondo partenopeo? Ti ha aiutato anche la figura internazionale di Carosone?

«Sì, sono piemontese, ma sono oramai romanizzato da 30 anni e Napoli la frequento molto, ho tantissimi amici e collaboratori napoletani. Questo non toglie che Napoli sia una città sempre da scoprire e ogni volta che vengo o ci lavoro mi capita qualcosa di nuovo che non avrei mai immaginato. È una città che ti stupisce sempre. Poi credo che Carosone sia un patrimonio nazionale ed internazionale ed io ho cercato di realizzare un film che avesse quel respiro, che raccontasse una storia esemplare, la storia di un grande talento che senza dimenticare le proprie radici, arricchendosi con le esperienze vissute, riesce a fare una cosa che non ha mai fatto nessuno inventandosi uno stile diverso da tutto quello che lo circonda».

Eduardo Scarpetta interpreta il cantante e Gino Castaldo su La Repubblica ha definito la sua un’interpretazione da manuale ma parlando di Vincenzo Nemolato, che interpreta l’iconico Gegè Di Giacomo, lo ha tratteggiato come strepitoso per un’interpretazione dall’impressionante verosimiglianza. Cosa ti va di aggiungere…

«Mi ha fatto molto piacere leggere quello che ha scritto Castaldo. Il lavoro di casting non è stato semplice e poi quello di preparazione è stato molto lungo. Eduardo e Vincenzo hanno lavorato molto in fase di preparazione, di studio, di prove con Stefano Bollani e con Ciro Caravano dei “Neri per caso”, che è stato il nostro coach per le voci. Abbiamo provato tantissimo la parte di messa in scena cercando di replicare quello che facevano Carosone e Gegè. Abbiamo anche lavorato molto sui costumi. È stato un lavoro ricco fatto con molta passione e sono contento che i primi feedback siano molto positivi. Nei rispettivi ruoli devo dire che il ruolo di Renato era quello della persona seria del gruppo, mentre Gegè era il fantasioso e Vincenzo (Vincenzo Nemolato, ndr) ha fatto secondo me un lavoro strepitoso».

Andando verso la conclusione di questa chiacchierata, hai realizzato nella tua carriera regie importanti nel senso sia dell’interesse che della qualità senza parlare dei riconoscimenti che non sono mancati. Dove collochi “Carosello Carosone”?

«Lo considero un passo in avanti importante rispetto alle cose che ho fatto sino ad oggi. Ho per la prima volta realizzato un film in costume ed era una cosa che volevo fare da tanto tempo ed è stata anche la prima volta che ho diretto un film musicale. Per me è stato mettermi alla prova su qualcosa di diverso rispetto alle mie esperienze precedenti ed è stata senza dubbio una grande scommessa. Mi auguro che vada tutto bene e che ci sia una risposta di gradimento, ci tengo tanto».

Proprio in conclusione ed a proposito di musica, mi racconti di quel video realizzato diverso tempo fa per Piero Pelù?

«Andiamo nella notte dei tempi. Si trattò di una collaborazione molto veloce. Pelù era al suo esordio da solista, è una persona molto curiosa, molto viva che si è mantenuta così a distanza di tanti anni. Sono esperienze rapide che non sono paragonabili al resto del lavoro che un regista fa di solito, ma comunque ti restano».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021