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Lorenzo Marone: la vita, la famiglia e le scelte

Da una scrivania d’avvocato a quella di scrittore. Con “Tutto sarà perfetto” Marone rinuncia a Napoli ed approda a Procida

di Lorenzo Gaudiano

Come può un avvocato lasciare la propria professione per diventare scrittore? Semplicemente percorrendo la strada intrapresa da Lorenzo Marone, che senza guardarsi indietro ha chiuso in un armadio la toga e riposto il codice in un cassetto per dedicarsi alla scrittura, la sua passione giovanile. Da una scrivania ad un’altra quindi, dal tribunale alla libreria con la determinazione, la volontà e la consapevolezza di dover ripartire da zero ma soprattutto con la certezza di aver imboccato la giusta direzione verso la propria felicità e soddisfazione. Editorialista de “la Repubblica” con la rubrica “Granelli”, l’autore napoletano oggi è impegnato in numerose presentazioni del nuovo romanzo “Tutto sarà perfetto”, che insieme ai precedenti lavori sta contribuendo alla sua crescita letteraria e al suo successo.

Dal primo romanzo ad oggi, quanto è cambiato Lorenzo Marone dal punto di vista narrativo e letterario?

«Sono cambiato come cambiamo tutti con il passare del tempo. Da questo punto di vista l’editoria è strana, perché oggi presento tutti i giorni un romanzo a cui in realtà ho lavorato circa tre anni fa. Per me rappresenta il passato, rispecchia una personalità completamente diversa. Nella scrittura a livello stilistico sono cambiato, credo di essere migliorato nel senso che ogni specie di lavoro spinge a perfezionarsi continuamente. Non penso di aver perso la mia voce, la mia tendenza a parlare di vita, di temi come la famiglia, le scelte, i rimpianti con uno sguardo prevalentemente ironico. Un filo che accomuna tutti i miei personaggi è rappresentato dalla loro capacità di guardarsi dentro e cambiare la propria vita».

La scrittura è sempre stata la sua passione. Era destino che la riabbracciasse.

«È sempre stata per me uno strumento terapeutico, un modo per dare un senso alle cose che succedevano attorno a me. Negli anni di studio e lavoro come avvocato non ho più scritto. Ne sentivo l’esigenza ed è per questo che a trentatré anni ho lasciato la professione per tornare a scrivere. Nessuno può decidere di diventare scrittore, si scrive per necessità di esternare il proprio mondo e rifugiarsi in altre storie. Nel corso degli anni poi, nonostante abbia incontrato tante ritrosie e sia sbattuto contro tanti muri, non mi sono mai arreso. Ci sono voluti anni perché arrivassi al grande pubblico».

Quindi un percorso lungo e difficile.

«Con Edizioni La Gru pubblicai il mio primo romanzo che fu letto da 200 persone. Mi sentivo frustrato perché non riuscivo a farmi leggere. Erano anni in cui non mi sono comunque fermato, anche se mi sentivo inascoltato. Conoscendo questo mondo, adesso capisco quanto sia difficile farsi notare. Quello dell’editoria è un mondo dove però la bravura prima o poi viene fuori».

Importante è stato il sostegno della sua famiglia.

«Ai tempi in cui non volevo più fare l’avvocato mia moglie Flavia avrebbe potuto ricordarmi l’importanza del lavoro che stavo lasciando e la responsabilità di una famiglia. Invece non mi ha mai tarpato le ali, anzi mi ha spronato a cercare la mia strada. Tutto quello che sono oggi lo devo a lei».

La presentazione di “Tutto sarà perfetto” alla Feltrinelli di Napoli
In merito alla sua passione, ha qualche aneddoto da condividere?

«Risale ad una decina di anni fa, quando ritornai a scrivere dopo un periodo di inattività. Ancora vedo dinanzi a me l’immagine di mia moglie che, distesa a letto, leggeva un racconto di due pagine a cui mi ero dedicato. Pendevo dalle sue labbra, era la prima volta nella mia vita che sottoponevo qualcosa di scritto ad una persona. Tutt’oggi lei è la mia prima lettrice».

Parlando di lettura, c’è probabilmente qualche autore che è stato importante per la sua formazione.

«In realtà non ho dei punti di riferimento veri e propri. Mi piace molto leggere e tutto quello che ho letto mi ha sempre assorbito. Amo particolarmente la letteratura americana perché descrive la società senza la prosopopea di quella europea, che guarda meno alla sostanza. Penso a Philip Roth, Jonathan Foer e Charles Bukowski, un uomo che secondo me aveva capito tutto della vita. Per la narrativa contemporanea invece amo i libri della Morante».

Come ne “L’isola di Arturo” anche “Tutto sarà perfetto” è ambientato a Procida. Gli altri suoi romanzi invece sono ambientati a Napoli.

«Dal punto di vista letterario Napoli offre innumerevoli spunti. Come diceva Eduardo De Filippo, è un teatro aperto, pieno di contraddizioni sulle quali si fonda anche la letteratura, fatto di personaggi più che di persone. È un calderone da cui attingere, una fonte di ispirazione narrativa. L’ho raccontata tanto e cambiare ha rappresentato per me una sfida divertente e stimolante per misurarmi con la descrizione dell’ambientazione. La città partenopea per me rimane fondamentale, mi ha regalato tanto».

Oltre ai suoi libri, anche la rubrica su “la Repubblica” di Napoli “Granelli”.

«Nei miei lavori cerco di parlare di vita attraverso piccole storie, piccoli mondi, cerco di puntare lo sguardo sul minuscolo. Volevo fare questo anche con una rubrica giornalistica, i granelli di sabbia sono una cosa minuscola che messa insieme fa spiaggia. Da qui l’idea di chiamarla così, perché sono le piccole cose attraverso cui si manifesta la poesia della vita».

Sono giunte quasi al termine le Universiadi, che hanno offerto un contributo importante al rilancio della città.

«Una manifestazione bellissima, che ha portato Napoli al centro dell’attenzione mediatica. Quando si riunisce, la nostra città riesce sempre a dare qualcosa in più a livello di accoglienza».

Avendone la possibilità, c’è qualche aspetto di Napoli che vorrebbe diverso?

«Dal punto di vista privato abbiamo la grande dote di essere empatici nel far sentire gli altri a proprio agio e farcene carico, ma della città ce ne freghiamo e non la sentiamo nostra. Ce ne freghiamo quando la attaccano, la sporcano, non reagiamo mai per difenderla se non a parole. Dal punto di vista pubblico, sarebbero necessari maggiori investimenti nella scuola, nei quartieri difficili con apertura di biblioteche e centri di accoglienza».

Passiamo al calcio. Grandissimo tifoso del Napoli, quest’anno si punta a giocatori di blasone per il salto di qualità.

«Con Benitez è successa la stessa cosa. È chiaro che su questa sessione di mercato ci sia la mano di Ancelotti. Mi piacerebbe che fosse sempre così, cioè che si riuscissero a prendere gli “scarti” delle squadre migliori d’Europa per continuare a crescere anno dopo anno e rimanere sempre competitivi».

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019