LE STORIE DI NAPOLI

L’estate e la movida al tempo dei Borbone

Portici era diventata non solo un’importante arteria per i trasporti ma anche il centro della movida estiva nobiliare

di Paola Parisi

Storia del nome

Il nome di Portici, secondo alcuni autori, deriverebbe dai portici del foro dell’antica Ercolano, mentre secondo un’antica leggenda sarebbe stata fondata dai Romani intorno alla villa di Quinto Ponzio Aquila, nobile romano, congiurato contro Cesare, caduto nella battaglia di Modena del 43 a.C.
A conferma di tale leggenda ci sarebbe il reperto, ritrovato sotto gli scavi di Palazzo Mascabruno, raffigurante un’aquila, attualmente emblema dello stemma comunale, che reca sotto gli artigli le iniziali Q.P.A. Portici, agli albori un piccolo casale che nel 1415, per volere della Regina Giovanna II, fu ceduto al nobiluomo e avventuriero napoletano Sergianni Caracciolo insieme ad altri territori vesuviani, in cambio di denaro. Il periodo aureo di Portici, libera ed autonoma, iniziò con l’arrivo di Carlo III di Borbone che decise nel 1738 di costruirvi la propria residenza estiva. Attorno al Palazzo Reale, l’aristocrazia napoletana fece edificare le proprie residenze dando vita al fenomeno architettonico noto come “Ville Vesuviane del Miglio d’Oro”. I semi dell’indipendenza pian piano presero corpo. Centouno anni dopo, ovvero il 3 ottobre 1839 quando alla presenza di Re Ferdinando II di Borbone, venne inaugurata la Napoli-Portici, prima linea ferroviaria italiana a doppio binario, lunga complessivamente 7,2 chilometri.

La movida al tempo dei Borbone

Dunque possiamo dire, senza ombra di dubbio, che con l’avvento dei Borbone era diventata non solo un’importante arteria per i trasporti ma anche il centro della movida estiva nobiliare. Niente male per chi, seppur simpaticamente, all’interno di uno sketch, la definì “nu murzillo ‘e città”. La scenetta in questione, interpretata dal duo comico “I Sadici piangenti” intitolata San Ciro e ‘o Pataterno narra le lamentele di un Patrono (San Ciro appunto) che soffre di bassa autostima incentivata dal fatto che la sua nomina a Santo protettore l’avesse avuta per una piccola cittadina anziché per Napoli, affidata a San Gennaro. Ma in questa sede, è meglio scherzare con i fanti lasciando stare i santi che hanno ben altre faccende di cui occuparsi!

Fantasmi ed apparizioni

Molte di queste dimore patrizie dianzi accennate hanno una storia particolare: la fantasia popolare dei porticesi ha fatto aleggiare intorno ad esse leggende di fantasmi ed apparizioni. Nel Palazzo dei Principi Serra di Cassano sembra che compaia il fantasma tormentato del principe cadetto Gennaro, giustiziato il 20 agosto 1799 in piazza Mercato a Napoli.
Un’altra presunta apparizione si verifica a Villa Meola: si dice che il primo proprietario, il marchese Carlo Danza, appassionato di teatro, di tanto in tanto appaia insieme con un gruppo di fantasmi attori comici e si prenda gioco dei passanti. E poi personaggi veramente illustri: il principe Carlo Ferdinando di Borbone che nel 1835 litigò nella Reggia di Portici con il re Ferdinando II, suo fratello, per richiedere la sua parte di eredità e il riconoscimento del suo matrimonio con l’inglese Penelope Smyth, non nobile. Morì poco dopo, senza aver ottenuto ciò che voleva. Pare che il fantasma si aggiri ancora disperato tra le stanze del Palazzo Reale. E dulcis in fundo… In un altro vecchio palazzo abiterebbero gli spiriti di due bambini dispettosi che si divertirebbero a fare scherzi e tirare pietre ai passanti. La loro storia però è molto triste. Un giorno, lasciati soli per un po’ di tempo dalla loro mamma, mentre giocavano con dei fiammiferi, appiccarono per errore un incendio alla loro abitazione, morendo tragicamente tra le fiamme.

Il Granatello, il luogo dell’anima

Il Granatello, antico molo borbonico il cui legame con la Reggia di Portici è e resta indissolubile. Il suo nome avrebbe origine dalla presenza di alcuni alberi di melograno presenti nella zona, scomparsi poi a causa di un’eruzione del Vesuvio. Il re Carlo di Borbone fece costruire il fortino del Granatello per impedire gli attacchi esterni via mare. Successivamente, un progetto di trasformazione da un fortino ad un vero e proprio porto fu finanziato da Ferdinando IV. Una spesa faraonica che però incrementò l’attività mercantile e raggiunse il massimo splendore durante la seconda guerra mondiale quando divenne un vero e proprio “satellite” del porto di Napoli. Con il tempo, l’antico fulgore andò spegnendosi. A causa di incurie ed abbandono tutto fu ridotto in uno stato di autentico degrado. Attualmente, grazie a lavori di riqualificazione, è diventato il punto di riferimento e di raduno per trascorrere piacevoli serate. Gli abitanti lo definiscono il “luogo dell’anima” ovvero un posto che fa parte delle loro storie di vita. Una piccola oasi ove ci si reca per ritrovare pace e serenità.

Finalino

Dopo tutto ciò che finora si è letto, chi avrà il coraggio di dire “jamm a Puortece pe’ na’ rapesta”? L’antica locuzione andrebbe riveduta e corretta con buona pace di chi ha faticato umanamente ed economicamente per renderla così paradisiaca e suggestiva. I risultati raggiunti non possono essere denominati “rapeste” pur essendo queste ultime degne di tutto rispetto. Ma non è il caso di scomodare Portici per comprare il suddetto ortaggio. Possiamo andare benissimo dal fruttivendolo sotto casa!

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021