Jorginho con la maglia del Chelsea

/ L’APPROFONDIMENTO

Le plusvalenze: apparenza e realtà

Il Napoli dell’era De Laurentiis è una delle società che meglio ha saputo gestire questa determinante posta di bilancio

di Francesco Marchionibus

Come ogni anno, alla conclusione del campionato l’attenzione generale viene catturata dai temi del calciomercato, e tra i tifosi oltre che di voci, ipotesi, sogni e speranze, da qualche tempo si discute sempre più di contratti, bilanci e plusvalenze. E in effetti nel calcio di oggi, che è (o dovrebbe essere) caratterizzato dal Fair Play finanziario e dunque da ben precisi equilibri di bilancio, per le società il mercato rappresenta l’occasione, oltre che per migliorare le proprie squadre, anche per ottenere ricavi attraverso le “plusvalenze” generate dalla vendita dei giocatori.

Ma cerchiamo di approfondire un po’ cosa sono e come maturano le plusvalenze di bilancio in una società di calcio.
Tecnicamente la “plusvalenza” sulla cessione di un calciatore è il ricavo che deriva dalla differenza fra il valore di vendita e il valore che è registrato in quel momento nel bilancio della società dopo aver sottratto gli ammortamenti del periodo in cui è stato di sua proprietà.

Acquistando un calciatore, la società acquisisce il diritto a godere delle sue prestazioni sportive per la durata del contratto sottoscritto: questo vuol dire che il costo di acquisto, per essere correlato correttamente all’utilità che ne deriva per la società, dovrà essere imputato a bilancio suddividendolo negli anni di durata del contratto del calciatore.

Se ad esempio la società acquista un calciatore pagandolo 10 milioni con un contratto di cinque anni, il costo del calciatore andrà “ammortizzato” in cinque anni, imputando a bilancio per ogni anno un costo di 2 milioni.

Gonzalo Higuain e la plusvalenza di 86.300.000 milioni di euro

Parallelamente, nel bilancio della società il valore del calciatore diminuirà di un quinto al termine di ogni stagione, perché la sua utilità si ridurrà progressivamente all’avvicinarsi della scadenza del contratto.

Questo vuol dire che se la società cederà il calciatore dopo tre anni di contratto sui cinque previsti, in quel momento il valore di bilancio sarà di 4 milioni: se la cessione avverrà ad un “prezzo” superiore, la società otterrà una plusvalenza, e dunque un ricavo da imputare a bilancio, altrimenti dovrà sopportare una minusvalenza e cioè un costo che andrà a gravare sul bilancio.
In altri termini, se la società dopo tre anni di contratto decide di vendere per 7 milioni il giocatore acquistato a 10, anche se apparentemente “ci perde” tre milioni in realtà ottiene una plusvalenza, e dunque un ricavo, di 3 milioni rispetto al valore residuo del calciatore.

Per alcune società i ricavi da plusvalenza in realtà sono complementari se non secondari rispetto a quelli ottenuti da biglietti e abbonamenti, diritti TV, sponsorizzazioni, sfruttamento dei marchi, vendita di gadgets, magliette, ect; per altre invece le plusvalenze da cessioni diventano una voce fondamentale per mantenere i bilanci in equilibrio.

Il Napoli, che rientra tendenzialmente in questa seconda categoria di società, ha realizzato negli ultimi dieci anni plusvalenze complessive per oltre 250 milioni (al netto delle minusvalenze), supportando così in maniera significativa i risultati di bilancio, ma è riuscito sempre a conciliare l’esigenza di ottenere plusvalenze con quella di mantenere la squadra competitiva.

Nell’ultimo decennio infatti se da un lato le cessioni eccellenti sono state solo cinque (Lavezzi, Cavani, Higuain, Jorginho e Hamsik), tanto che il Napoli statisticamente è la prima squadra in Italia e la nona in Europa per stabilità dell’organico (come certificato da un recente studio del CIES Football Observatory), dall’altro il valore complessivo della rosa è costantemente aumentato e la squadra si è oramai stabilizzata ai vertici del calcio italiano.

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019