L’APPROFONDIMENTO 

La Roma tra i debiti e il sogno americano

La gestione di James Pallotta non ha risolto i problemi e complicato anche la trattativa con l’americano Friedkin

di Francesco Marchionibus

Nel suo difficile tentativo di rimonta il Napoli di mister Gattuso è chiamato ad affrontare la Roma, che lo precede in classifica.
La squadra capitolina arriva al San Paolo particolarmente agguerrita, visto che per la seconda stagione consecutiva rischia di restare fuori dalla Champions League, e dunque di dover rinunciare agli introiti della massima competizione europea, essenziali per le finanze del club di Pallotta.
Il manager italo-americano dopo otto anni di presidenza pare intenzionato a cedere la società giallorossa per tirarsi fuori da un’avventura avara di risultati sportivi e finanziariamente sempre più onerosa, e ovviamente la qualificazione Champions oltre ad assicurare una iniezione di denaro fondamentale per le casse della società, ne renderebbe più appetibile l’acquisto.
Le trattative per la cessione sono state avviate ormai da mesi con Thomas Friedkin, magnate americano alla testa di un impero con 5.600 dipendenti e 12 società, ma dopo essere state vicinissime alla conclusione si sono interrotte bruscamente, per poi riprendere solo nelle ultime settimane.
Eppure all’inizio della sua gestione James Pallotta, top manager già azionista negli USA dei mitici Boston Celtics, aveva suscitato l’entusiasmo dei tifosi giallorossi rilasciando dichiarazioni ambiziose che facevano immaginare per la Roma un futuro ai vertici del calcio nazionale e internazionale: “Stiamo lavorando per essere competitivi, entro 5 anni sicuramente lo saremo”, e ancora pensiamo di costruire il nuovo stadio entro i prossimi 5 anni perché vogliamo creare una squadra forte per i prossimi dieci anni e far arrivare il nostro brand a livello mondiale”.

Obiettivi molto ambiziosi per una società che si trovava in una situazione finanziaria molto difficile: il periodo d’oro vissuto con la presidenza di Franco Sensi, che aveva portato tra il 2000 e il 2008 alla conquista di uno Scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe italiane e cinque secondi posti, aveva però creato anche, a causa delle elevatissime spese sostenute per mantenere la squadra a quei livelli, una enorme esposizione debitoria (circa 665 milioni alla fine del 2003). Già all’inizio del 2004 il presidente Sensi era stato costretto a cedere il 49% della società a Capitalia, in seguito assorbita da Unicredit, che nel 2010 aveva poi acquisito l’intera proprietà del club con l’obiettivo di rivenderlo.
Ed è qui che le strade della Roma e di Pallotta si incontrano: il manager fa parte della cordata che in due fasi successive, tra il 2011 e il 2012, acquista da Unicredit l’intero pacchetto azionario della società giallorossa con un investimento di circa 130 milioni di euro e il 27 agosto 2012 ne diviene presidente.
Nei programmi di Pallotta il rilancio della Roma e il risanamento dei suoi conti dovevano e devono partire dalla costruzione dello stadio di proprietà, e dopo una prima fase di studio viene elaborato un progetto da circa un miliardo per costruire un impianto con annesso business park a Tor di Valle.
Il progetto però, che si trascina oramai dal 2014, dopo varie vicissitudini di carattere tecnico, burocratico ed anche giudiziario non è ancora stato approvato dal Comune di Roma, e al momento non sembra essere tra le priorità da realizzare entro la fine del mandato nel 2021.
E proprio le difficoltà incontrate nella realizzazione dello stadio sono state all’origine del progressivo disimpegno di Pallotta e della sua volontà di cedere la società, anche alla luce dei problemi finanziari in cui continua a dibattersi il club.
Solo negli ultimi tre anni la Roma ha accumulato perdite per oltre 90 milioni di euro, con una esposizione debitoria che nell’ultimo bilancio ha superato i 220 mln; e quest’anno le cose non stanno andando meglio, visto che l’assemblea tenutasi la scorsa settimana ha confermato per i primi 9 mesi dell’esercizio una perdita di oltre 126 mln, e la proprietà dovrà completare entro fine anno una ricapitalizzazione da 150 mln di euro.
Numeri preoccupanti, che continuano a caratterizzare i bilanci giallorossi nonostante le numerose cessioni eccellenti susseguitesi negli anni della presidenza Pallotta: il club ha venduto i suoi migliori giocatori, su tutti Pjanic, Salah e Alisson, incassando oltre 300 milioni e realizzandone quasi 200 di plusvalenze, ma non è riuscito a rimpiazzarli adeguatamente spendendo comunque tanto per calciatori (basti pensare a Schick o Nzonzi) di livello inferiore.
I risultati sono stati fallimentari, con un saldo complessivo di mercato di -58 mln, una squadra meno competitiva e una situazione finanziaria che si è mantenuta critica, tanto da far prevedere ulteriori cessioni di big nel prossimo mercato.
Di fronte a questo scenario e con queste prospettive Friedkin ha prima temporeggiato e poi ha modificato la propria offerta, riducendola da 800 a meno di 600 milioni, in attesa delle prossime mosse di Pallotta.
Il sogno americano insomma è ancora lontano, ed a rischio un brusco risveglio per la calda tifoseria giallorossa.

pubblicato su Napoli n. 26 del 5 luglio 2020