Lara Sansone, Leopoldo Mastelloni e Carmine Recano

LO SPETTACOLO

La rivolta di Masaniello rivive al Sannazaro

Lara Sansone porta in scena le vicende del rivoluzionario partenopeo insieme ad un cast d’eccezione

di Bruno Marchionibus

Il mito di Masaniello, il celebre capopopolo napoletano che guidò la rivolta del 1647 contro il Vicereame spagnolo del duca d’Arcos, rivive in città da ieri e sino al 2 febbraio al Teatro Sannazaro in via Chiaia. A raccogliere la sfida di rappresentare un episodio così centrale nella storia della città partenopea è la direttrice della Compagnia intitolata a Luisa Conte, Lara Sansone, artista che non ha bisogno di presentazioni e che in quest’occasione è impegnata nella duplice veste di regista e interprete. Nel “suo” Sannazaro, l’attrice napoletana regala, anche quest’anno, al pubblico un “gioiello” in grado di commuovere ed emozionare, tra dialoghi intensi, eventi che si susseguono in un climax di drammaticità accompagnati dalla musica, a cura di Antonio Sinagra, che segue le vicende del pescatore divenuto rivoluzionario.
Il testo, scritto nel 1974 da Elvio Porta ed Armando Pugliese e messo in scena per la prima volta in quello stesso anno, fregiandosi delle musiche di Roberto De Simone e dell’interpretazione di Lina Sastri, come ha avuto modo di ricordare la stessa regista, ebbe sin da subito un carattere rivoluzionario per il modo in cui riuscì ad abbattere ogni barriera tra attori protagonisti e platea. E proprio per non tradire questo spirito, la scenografia di Francesca Mercurio ha previsto l’installazione di un ulteriore palcoscenico e di una pedana nella navata principale della sala. In tal modo gli spettatori, dividendosi tra le vicende della Corte da un lato e dei popolani dall’altro, possono di fatto immergersi in quei giorni del 1647 compiendo una sorta di viaggio nel tempo di quasi quattro secoli. Il 7 luglio di quell’anno il popolo napoletano, vessato da mesi dalle gabelle imposte dal Duca d’Arcos, insorse contro il Vicerè, costretto a riparare prima nel Convento di San Luigi e poi a Castel Nuovo. Masaniello, consigliato dall’abate Giulio Genoino, il quale progettava un disegno rivoluzionario che andava ben oltre l’abolizione delle tasse, assunse di fatto la guida della rivolta, e gruppi di “lazzari” da lui guidati fecero irruzione nella Reggia, diedero alle fiamme i registri daziari ed aprirono le carceri, anticipando di quasi 150 anni quanto fatto dai parigini nel 1789. I rivoltosi, riunitisi nella Chiesa del Carmine, istituirono poi un Comitato Rivoluzionario che riuscì ad ottenere i provvedimenti tanto bramati; risultato, tuttavia, che si rivelò ben presto effimero. La conclusione, nefasta per la popolazione e soprattutto per colui che l’aveva capeggiata, ucciso a tradimento nella stessa Basilica il 16 luglio, è infatti cosa risaputa. 

L’importanza che gli avvenimenti di quelle giornate e Masaniello in particolare rivestono per Napoli, tuttavia, risulta evidente da quanto ancor oggi il personaggio del capopopolo sia presente nel linguaggio parlato e nei dibattiti a sfondo sociologico sul popolo partenopeo, capace com’è la sua figura di raccogliere in sé lo spirito rivoluzionario, indomito, ma anche troppo spesso tremendamente incompiuto di Partenope e dei suoi figli.
Oltre alla Sansone, che veste i panni di Bernardina, moglie di Masaniello, ruolo che le consente di dare sfoggio a tutte le sue doti attoriali nel dialogo con la Viceregina e nello straziante monologo ai piedi del marito, lo spettacolo può contare su altri fuoriclasse del palcoscenico, come Leopoldo Mastelloni e Carmine Recano. Il primo, mostro sacro della recitazione, veste i panni del Duca d’Arcos delineando una figura infida ed enigmatica, particolareggiata, tra scatti improvvisi e sguardi cattivi, in modo da riprodurre al meglio quelli che potevano essere i tratti di un Vicerè del ‘600 dedito alla vita mondana e senza esperienza di governo, come il Duca stesso si rivelò essere. Il secondo, già protagonista di numerosi prodotti di successo tra cinema e tv, impersona proprio Masaniello, tratteggiato in tutti i suoi lati più difficoltosi e caratterizzanti con un’interpretazione magistrale, con cui probabilmente solo un napoletano avrebbe potuto omaggiare un personaggio che, dopo quasi 400 anni, ha un’eco ancora così forte nella città che fu teatro della sua rapida parabola.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020