DIALOGO RAGIONATO SUL CALCIO

La grande importanza del centrocampo

Gianni Di Marzio spiega dal punto di vista tecnico, tattico ed atletico il reparto nevralgico della squadra di calcio

di Lorenzo Gaudiano

Ci sono sempre dietro gli inglesi quando si parla di calcio. Del resto, come potrebbe essere altrimenti visto che sono stati proprio loro ad inventarlo. Anche a proposito di una parola come “centrocampista”, che a tutti gli effetti sembra italiana nella sua struttura morfologica, il loro zampino non manca, perché Gianni Brera le diede vita traducendo proprio dall’inglese “midfielder”.
Nel corso degli anni grazie al Grangiuàn il vocabolario calcistico si è enormemente arricchito, perché anche il calcio stesso non ha mai smesso di evolversi, come un essere vivente vero e proprio. Un aspetto si può dire però che non sia cambiato, ovvero che il centrocampo costituisce il reparto nevralgico di una squadra di calcio. Il giornalista lombardo scrisse che «il centro­campista ha da avere istintivo o quasi il senso geometrico del gioco. Senza quello è votato al fallimento perché il centrocampo è un mare nel quale facilmente si affoga…», definizione ancora oggi attuale, come se il gioco fosse rimasto sempre uguale a se stesso e gli interpreti a cambiare.
Per affrontare un argomento così delicato come l’importanza del centrocampo occorreva una figura professionale che dal punto di vista tecnico-tattico consentisse di andare in fondo alla questione, aiutasse con la sua esperienza dentro e fuori dal terreno di gioco a capire le difficoltà nella costruzione di questo reparto, chiarisse una volta per tutte che per quanto il calcio cambi nel tempo le nozioni basilari restano sempre le stesse. Gianni Di Marzio, ex allenatore, consulente di mercato in campo internazionale ed attualmente opinionista televisivo, è la persona più adatta con cui iniziare una simile conversazione.

Tecnicamente parlando, qual è la funzione del centrocampo?

«Il centrocampo è il fulcro del gioco. A prescindere dai moduli impiegati è chiaro che in mezzo al campo occorrano giocatori dai piedi buoni che vedano il gioco, sappiano giocare sul lungo e sul corto, siano in grado di servire gli attaccanti in fase offensiva ma al tempo stesso in quella difensiva compiano i giusti movimenti sia sugli esterni che nelle zone centrali della retroguardia difensiva».

Per fare tutto questo occorre una certa prestanza fisica.

«La fisicità deve essere complementare alla tecnica e all’acume tattico. In una squadra oltre ai calciatori dotati di fantasia sono necessari anche i cosiddetti portatori di acqua. Del resto, per costruire una casa infatti non c’è bisogno solo di un architetto ma anche di un ingegnere, un geometra».

Anche perché oggi senza forza fisica non si va da nessuna parte.

«In Europa, guardando le partite dei campionati internazionali, si soffre molto se a centrocampo non si schierano giocatori molto dotati dal punto di vista fisico. A fare la differenza è anche la rapidità del passo, perché solitamente quando si parla di atleti prevalentemente muscolari il passo è cadenzato mentre il calcio di oggi deve essere necessariamente veloce».

Quindi il centrocampo, se possibile, va costruito così.

«Naturalmente la difficoltà principale consiste nell’abbinare tra loro le caratteristiche dei giocatori. Non è sufficiente avere in campo un regista che con la sua tecnica veda il gioco a 180 gradi e sappia eludere il pressing alto degli avversari anche essendo di spalle alla porta avversaria o palla al piede in zone pericolose. Accanto a lui è importante disporre di calciatori che abbiano gamba, corsa e il giusto tempismo nei raddoppi di marcatura e negli inserimenti senza palla. Per chi ne ha in rosa, anche il trequartista è importante perché oltre al grande lavoro in fase offensiva per servire gli attaccanti o i compagni che partono da dietro gli viene richiesto grande sacrificio in copertura».

Oggi però sembra che la fisicità stia prevalendo sulla tecnica individuale.

«Rispetto al passato il gioco è cambiato in maniera significativa. Prima la mentalità di gioco era senza dubbio più difensiva, si lanciavano più palle lunghe in verticale con cinque/sei giocatori che ripartivano in contropiede sfruttando la profondità. Oggi tutti gli allenatori moderni vogliono far iniziare l’azione di gioco dal portiere, che si allena più con i piedi che con le mani. Senza giocatori dai piedi brasiliani o croati, per me i più forti dal punto di vista tecnico, questa tipologia di gioco è difficile da realizzare».

Il centrocampo, quindi, non è soltanto una questione di numeri.

«Ci sono tanti moduli di gioco che ti garantiscono una differente copertura del campo, fattore importante per vincere le partite. In caso di uno schieramento a tre per esempio, il più frequente oggi, bisognerebbe avere un playmaker con visione di gioco, buona proprietà di palleggio e intelligenza tattica in fase di non possesso, utile a supportare la difesa in caso di attacco sugli esterni nel gioco aereo e nelle marcature. Gli altri due centrocampisti invece dovrebbero creare le famose catene a destra e sinistra con raddoppi di marcatura e sovrapposizioni».

Cosa cambia con un centrocampo a quattro?

«Le linee tra difesa e centrocampo si accorciano. C’è minor fatica dal punto di vista atletico e una maggiore distribuzione di energie a centrocampo con un uomo in più. Si gioca in uno spazio più stretto che permette alla squadra in possesso di palla di partire con più di un giocatore in fase offensiva e mettere in difficoltà gli avversari. Naturalmente per far questo i centrocampisti devono essere completi, avere caratteristiche sia difensive che offensive».

A questo punto completiamo, a cinque invece?

«C’è maggiore copertura sia sugli esterni che in mezzo al campo. Il difetto principale però è la carenza di uomini che attaccano l’area di rigore. È un po’ come avere una coperta corta: ci si copre i piedi ma la parte superiore rimane scoperta».

Dovendo identificare a tuo avviso una squadra con un centrocampo forte in Italia, chi mi indicheresti?

«In questo momento il Milan, perché propone il giusto abbinamento tra qualità individuale e fisicità. Oltre a questo, i suoi centrocampisti hanno grande personalità e beneficiano dell’aiuto degli attaccanti in copertura e nella transizione dalla fase difensiva a quella offensiva».

Ora spazio ai ricordi. Qualche centrocampista tra i più forti a tuo avviso.

«Beh, ce ne sono davvero tanti. Boniek per esempio, Suarez, Corso, Rivera, Mazzola. Più ne dico, più me ne vengono in mente».

Invece il centrocampo più forte nella storia del Napoli?

«Quello degli Scudetti senza ombra di dubbio. È vero che c’era Maradona ma attorno aveva centrocampisti straordinari come Alemao, Bagni, Romano etc.».

Per chiudere, in Supercoppa non è andata come ci si augurava.

«Per le caratteristiche del Napoli la gara è stata impostata bene, con una linea difensiva bassa finalizzata alla ripartenza in contropiede, anche se è venuta a mancare un po’ di personalità. È chiaro che contro la Juventus peggiore degli ultimi dieci anni con una squadra più propensa al pressing alto e maggiormente capace di giocare con una difesa più alta la partita sarebbe stata diversa ma ciò non rientra nelle caratteristiche degli azzurri».

In tante partite però si è visto comunque questo tipo di gioco. Il Napoli quindi ha i centrocampisti giusti?

«Credo di no. Ruiz e Bakayoko hanno un passo simile ma con caratteristiche diverse. Se uno dei due non gioca, c’è Demme che comunque non è un vero e proprio costruttore di gioco. Zielinski ora sta giocando da trequartista ma in realtà è una mezzala sinistra. Un giocatore utile che subentra nella maggior parte delle partite come primo cambio è Elmas. È vivace, ha carattere, sa dribblare, ha piedi buoni, non è ancora potente fisicamente ma può diventare un giocatore importante. A mio avviso Gattuso lo farebbe giocare ad occhi chiusi dal primo minuto ma evidentemente deve stare attento a certe gerarchie nello spogliatoio».

pubblicato su Napoli n.32 del 30 gennaio 2021