Antonio Parlati con Francesco Pinto

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La cultura è un motore per la nostra società

Il Direttore del Centro produzione Rai di Napoli Antonio Parlati si racconta e parla del suo lavoro al Salone del Libro

di Giovanni Gaudiano

Il napoletano è oramai lingua da qualche tempo, ma a differenza dell’unità italiana non c’è stato bisogno di attendere per creare i napoletani. Quelli vengono da prima, da sempre. Quelli li riconosci da lontano e non per le classiche caratteristiche negative che qualcuno ha voluto subdolamente evidenziare, ma al contrario per tutto quanto di positivo fa parte dell’essere napoletano. Fantasia, inventiva, capacità di arrangiarsi, apertura mentale al nuovo, al diverso, voglia di imporsi, di scalare le posizioni e poi la bonarietà, il sorriso, la simpatia e quella determinante capacità di sapersi non prendere troppo sul serio. Il Direttore del Centro di Produzione Rai di Napoli Antonio Parlati è un napoletano, per fortuna, e basta parlargli ed ascoltarlo per capire come è la maggior parte dei napoletani che grazie alla proprie capacità e caratteristiche ce l’hanno fatta. Chiacchierare con Antonio Parlati è semplice, significa trascorrere il tempo piacevolmente e poi man mano ti rendi conto che come tutti i napoletani che si rispettino è lì davanti a te con il cuore in una mano e la tazzina di caffè pronta nell’altra.

Lei è nato a Napoli nel 1958. Quali sono i ricordi legati alla sua gioventù, al suo quartiere?

«Sono cresciuto a Santa Lucia dove vivo anche adesso e mi considero un luciano a tutti gli effetti. Se debbo parlare di quando ero ragazzo, mi ricordo come il mio quartiere fosse considerato quello del contrabbando, quello degli inseguimenti a mare, proprio davanti alla costa, da parte della Guardia di Finanza che cercava di fermare quei velocissimi e famosi motoscafi blu. Sembrava per noi ragazzini di assistere ad un film dal vivo. Poi la mia gioventù è stata condita da tante partite di pallone tra ragazzi, una passione che mi è rimasta; e poi c’erano le comitive, quelle formate da un gruppo di amici, ragazzi e ragazze, che al sabato pomeriggio si riunivano per stare insieme, per andare in giro, per conoscersi».

Come ed in cosa è cambiata la nostra città dagli anni della sua gioventù?

«Parto sempre dal presupposto che con l’età si acquisisca una percezione del mondo che ti circonda completamente diversa. Passando dalla gioventù alla maturità cambia il modo di rapportarsi al posto in cui vivi. Nel tempo acquisisci il concetto del pericolo. Se ripenso alla mia gioventù, ricordo che se a mezzanotte un amico ti diceva andiamo a Roma a prenderci una birra lo si faceva senza pensare se ne valesse la pena, per stare con gli amici si restava nel traffico anche per diverse ore».

E Santa Lucia come è cambiata?

«Santa Lucia, che a me piace molto, a partire dalla sua posizione invidiabile non è mai diventato un quartiere commerciale. Nonostante questo è cambiato molto, resta un punto di riferimento perché si trova al centro della città. Volendo, puoi andare a piedi ovunque senza dover partire dai quartieri periferici per trascorrere una serata nella nostra splendida Napoli. Penso che tutta la zona andrebbe valorizzata molto di più. Il progetto di pedonalizzazione che avrebbe dovuto coinvolgerla del tutto si è fermato e ritengo sia stata un’occasione persa».

Perché decise di andare in Brasile? Che tipo di scelta poteva essere raggiungere un paese tanto lontano e tanto diverso?

«Lo feci per seguire un carissimo amico dell’università che ci si trasferì perché aveva uno zio che viveva in quel paese. Ero attirato dal fatto di andare a vivere in un posto straniero tanto lontano, poi ci andai prima con un mio zio e ne rimasi folgorato e la mia decisione si rafforzò. Mio padre fu d’accordo ma mi lasciò la possibilità di ritornare se mi fossi ricreduto. Quando mi sono trasferito, le cose in Brasile cambiarono e mi resi conto dopo un po’ che sarebbe stato meglio tornare nonostante ad appena 22 anni vivessi ad Ipanema con la massima libertà. Fu dura tornare indietro».

A proposito del Brasile, che squadra seguiva?

«La Fluminense che aveva la maglia con i colori della nostra bandiera e che aveva un’accesa rivalità con il Flamengo, squadra più titolata e forte ma che non raccoglieva molte simpatie».

Aveva solo cinque anni il 7 marzo del 1963 quando Amintore Fanfani inaugurava il Centro di Produzione Rai in via Marconi a Fuorigrotta. Conosceva questo edificio così all’avanguardia a partire dalla sua architettura per quei tempi?

«No. Non conoscevo la struttura. Vivevo dall’altra parte della città. Certo attorno al Centro di Produzione della Rai nacque in quegli anni un polo, una zona intera e nuova del quartiere Fuorigrotta. Era un’epoca dove si parlava di meno e forse si faceva di più».

Dopo pochi mesi nel suo nuovo incarico ha parlato di un possibile e forse necessario refreshing della struttura. Si riferiva alla struttura portante o a quella che vi lavora?

«La struttura portante ne ha bisogno. Ha una sua bellezza inalterata negli anni che va conservata ed è un impegno non facile da mantenere. C’è d’altronde grande rispetto per questa meraviglia per quello che ha rappresentato e continua a rappresentare, perché chi l’ha progettata ha avuto una grande lungimiranza. C’è una coerenza funzionale nella sua struttura e quindi è giusto pensare di tenerla sempre al meglio. D’altra parte è giusto ricordare che si tratta dell’unico Centro di Produzione Rai che abbia al suo interno un Auditorium».

Si può dire che lei sia uno che ce l’ha fatta. Che suggerimento darebbe ad un giovane che oggi pensa di trovare il suo posto nel mondo del lavoro?

«Non è facile. Gli direi probabilmente di non spaventarsi ed accettare qualunque sfida la vita ti proponga e soprattutto di insistere se un tentativo dovesse andare male».

Veniamo a NapoliCittàLibro. Qual è stato il primo pensiero che da socio fondatore le è passato per la testa quando ha saputo che il salone si sarebbe tenuto?

«C’era il desiderio e la voglia di ricominciare, anche se la situazione complicata nella quale ci si è trovati imponeva altre priorità. E devo ammettere che tutto sembrava remare contro al punto che abbiamo anche pensato di mollare, ma in virtù di quanto dicevo prima abbiamo resistito, abbiamo guardato avanti grazie anche alla verve da trascinatore di Diego Guida, ci siamo fatti coraggio a vicenda pensando che ce l’avremmo fatta. Ritengo che la cultura sia un vero motore per la società ed è anche un’occasione di grande arricchimento personale e quindi l’impegno a ripartire era dovuto».

Come seguirà NapoliCittàLibro la Rai?

«Rai Cultura seguirà certamente l’evento, visto che tra l’altro con il nostro Centro di Produzione c’è una proficua collaborazione. Per quanto riguarda l’impegno più specifico, quello quotidiano e di approfondimento, gli organizzatori del Salone sono in contatto per riuscire ad ottenere la migliore copertura possibile, tenuto conto che la questione pandemica non è ancora risolta. C’è comunque attorno al Salone un grande interesse anche perché sarà la prima manifestazione di questo genere che riaprirà i battenti».

Lei è anche presidente della Sezione Industria Culturale e Creativa dell’Unione Industriali di Napoli. Qual è l’impegno che bisogna profondere per rilanciare un comparto tanto vitale per la nostra città?

«Sento sempre parlare che sarebbe necessario fare rete, stare insieme e condividere gli obiettivi, poi alla fine, e non so se al Meridione la cosa è più accentuata, ognuno va per la sua strada. Non so quale sia il motivo principale che porta a questo stato di cose ma oggettivamente il problema dello stare insieme e della condivisione esiste. A parole sembriamo imbattibili ma nella realtà i problemi sono davvero tanti. Ritengo che questo stato di cose non aiuti nessuno e che certi gap che abbiamo con altre zone del Paese possano essere annullati solo con un maggiore e convinto sforzo collettivo».

Quanto mancherà la presenza di Luis Sepùlveda, anche se la manifestazione resta dedicata a lui, portato via proprio dal Covid?

«Mancherà tantissimo. La notizia ci ha colto impreparati anche dal punto di vista emotivo. Ci resterà la sua umanità, la sua sensibilità oltre che la profondità del grande scrittore-poeta. Certo sarebbe stato bello averlo qui tra di noi dal vivo, ascoltare la sua voce. Sarebbe stata un’occasione di arricchimento del patrimonio personale per ognuno di noi, ma purtroppo non sarà così».

pubblicato su Napoli n.40 del 5 giugno 2021