Il mago Herrera con Joaquin Peiró

STORIE DI CALCIO

Joaquin Peiró: un gol per la storia

Dall’Atletico all’Inter fino alla Roma. Storia di un colpo di genio che ha scritto il suo nome per sempre nella storia del calcio

di Giovanni Gaudiano

Introduzione

Come riconoscere il genio nel calcio?
Lo sguardo potrebbe essere attirato dalla prontezza, dalla capacità di pensare e realizzare rapidamente quel pensiero, forse anche dalla furbizia. Altri potrebbero individuare il genio nelle esaltanti caratteristiche tecniche di un calciatore. Per dirimere la questione forse potrebbe tornare utile la famosa frase di Vujadin Boskov: “Un grande giocatore vede autostrade dove altri vedono solo sentieri”.
Il giocatore e tecnico serbo è stato intelligente, astuto, pratico, realista ma soprattutto lui per primo geniale. Quella sua frase ha un significato semplice e chiaro: per essere davvero grandi nel calcio, come nella vita, è necessario guardare sempre avanti, sempre più in là ed è indispensabile rendere, con la propria capacità, le cose più facili in modo da poter far gridare allo spettatore che quello con la palla tra i piedi in campo non è un calciatore ma un genio prestato al mondo del calcio.

Milano 12 maggio 1965

Ed allora oggi parliamo di un colpo di genio, di un’invenzione, di un gesto che a distanza di 56 anni continua a restare nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo allo stadio o in tv. Si tratta di un gesto che ha concesso al suo autore di diventare indimenticabile indipendentemente dalla sua carriera e di traguardare il confine della genialità.
È il 12 maggio del 1965, un mercoledì. Già, in quegli anni le coppe europee di calcio si giocavano solo di mercoledì e c’era il tempo di poter disputare spareggi se i confronti di andata e ritorno non avevano decretato una superiorità. Non esisteva neanche quella poco sportiva regola delle reti realizzate in trasferta che a parità di segnature assumevano un valore doppio (la regola, che aveva un sua parvenza di logica in quel tempo, oggi è superata e su richiesta degli allenatori l’Uefa dovrebbe cancellarla a breve).
La serata televisiva di maggio viene aperta dalla classica espressione di Nicolò Carosio: “Gentili telespettatori buonasera”. Lo storico telecronista avvisa che in radio la voce è quella di Nando Martellini, che poi lo sostituirà. Inizia così una serata storica per il calcio italiano. Quella sera in moltissime case in tutto il paese si aspetta la partita per tifare Inter, da Milano a Bari passando per Firenze, Napoli e Palermo e arrivando addirittura a Torino. Chi non ha una tv va dal vicino o al bar dove potrà vedere quella che poi resterà una piccola impresa realizzata da una grande squadra.
Anche i ragazzi come me vogliono guardarla nonostante vi sia scuola l’indomani e quindi si dovrebbe andare a letto presto. Prevale la passione giovanile ed i genitori per una volta concedono la trasgressione, altri tempi.

La Coppa dei Campioni

Si diceva la tv. Sta per iniziare la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni. Di fronte l’Inter del mago Herrera costruita da Moratti padre e il Liverpool di Bill Shankly, l’allenatore scozzese capace di iniziare con quella squadra un ciclo di vittorie tra i più lunghi nella storia dei reds. La squadra inglese all’andata ad Anfield Road ha messo una seria ipoteca al raggiungimento della finale prevista per quell’anno proprio allo stadio San Siro di Milano. Il Liverpool si è imposto per 3 a 1 sfiorando più volte altre segnature. Mazzola racconterà che gli inglesi cantavano, bevevano e si divertivano sugli spalti e come in campo s’avvertisse il disagio di un ambiente che sembrava non lasciare scampo.
Herrera però ha preparato l’ambiente. Ha dichiarato di essere sicuro di rimontare. Si va in campo, segna Corso su punizione, la famosa “foglia morta” del mancino di San Michele Extra, frazione di Verona. Non basta.

La Roma del 1966-67. In piedi da sinistra: Pizzaballa, Olivieri, Carpanesi, l’allenatore Oronzo Pugliese, Carpenetti, Barison. Accosciati da sinistra: capitan Losi, Tamborini, Colausig, Peiró, Pellizzaro e Spanio

Il colpo di genio

L’Inter gioca. La sfera di cuoio arriva a Sandro Mazzola dopo una rimessa laterale battuta da Corso con tocco di Peiró proprio per Sandrino che di prima intenzione, di destro, lancia in verticale proprio Peiró che cerca di infilarsi scattando con la sua classica andatura e i calzettoni abbassati. Il protagonista della genialata tra qualche istante sarà proprio lui. Corre lo spagnolo ma inesorabilmente il portiere scozzese del Liverpool, Lawrence, lo anticipa ed abbranca la palla. Poi non contento l’estremo difensore dà anche una spallata allo spagnolo che finisce sul prato di San Siro. Ha la palla tra le mani e padrone assoluto lo scozzese palleggia la palla prima di effettuare il rilancio. Non si accorge ma neanche ci pensa che quello spagnolo potrebbe rialzarsi e correre verso di lui da dietro e rubargli la palla durante uno dei palleggi. Ed invece Joaquin il “bandolero” è in agguato. È stata quella spinta che lo ha mandato per le terre ad aguzzare il suo ingegno. Corre, prende il tempo al portiere e gli scippa la palla per poi depositarla in rete con un beffardo tocco di piede destro. È rete, esulta Carosio: “Bello”, dice. La partita è iniziata da appena nove minuti e l’Inter l’ha rimessa sul piano della parità. Segnerà ancora nel secondo tempo con il gigante di Treviglio, Giacinto Facchetti, conquistando il diritto di giocarsi per il secondo anno consecutivo la finale della Coppa dei Campioni.

Il racconto di Mazzola

Anni dopo Mazzola dirà: «Mai visto un gol simile. No, non potrei mai dimenticarlo. Ho scordato alcuni particolari, ad esempio non avrei mai detto di essere stato io a lanciare l’azione, ma quel che fece Peirò lo ricordo benissimo, anche perché non era un’azione abituale per lui. Quella prodezza fu importantissima, dopo meno di dieci minuti infatti eravamo sul 2 a 0 e ci mancava soltanto un gol per andare in finale».
Joaquin Peiró era un ragazzo semplice, tranquillo, simpatico quanto abile e utile in campo. Andrà via dall’Inter perché era un lusso non poterlo schierare sempre essendo il terzo straniero in rosa, veramente altri tempi.
La sua carriera calcistica era di fatto iniziata nei colchoneros, i materassai dell’Atletico Madrid, ed aveva trovato in Italia spazi di sviluppo e crescita. Prima al Torino, poi all’Inter ed ancora alla Roma per poi tornare a Madrid senza più però entrare al Vicente Calderon neanche per una partita. Sempre Mazzola parlerà di Peiró subito dopo la sua scomparsa, avvenuta quasi un anno fa, raccontando come si trattasse di un calciatore abile al di là della rete segnata al Liverpool. «Era rapido e tecnico, ma soprattutto era in possesso di un’incredibile progressione sui 30 metri. In campo era un compagno perfetto, fuori un ragazzo simpaticissimo». Mazzola ha anche svelato un loro piccolo segreto: «Con lui facevamo ogni tanto una fuga. Herrera, infatti, in ritiro ci concedeva pochissimo, sul bere poi era inflessibile. Al massimo potevamo concederci un bicchiere di vino durante il pasto. Così Peiró veniva da me e mi diceva: “Cervesiña?” (birretta?). E fuggivamo insieme per una bevutina segreta».

In panchina al Granada

Anche a Roma, dove ritroverà al secondo anno il mago Herrera, lascerà una sua impronta Joaquin lo spagnolo. Ed anche a Roma gli appassionati si ricordano ancora oggi di lui. Poi, appese le scarpette al chiodo, diventerà allenatore e la sua prima squadra sarà proprio il Granada opposto al Napoli in Europa League. Parlando alla fine della sua carriera anche da allenatore, Peiró ebbe a dire: «Non posso dire io se fossi bravo o meno, qualche successo l’ho avuto, di sicuro cercavo di adattare le squadre ai giocatori che mi mettevano a disposizione. Ho assimilato qualcosa un po’ da tutti i tecnici che ho avuto da giocatore ed Helenio Herrera mi ha trasmesso tanto, di certo».

pubblicato su Napoli n. 34 del 25 febbraio 2021