IL CALCIO VISTO DALLE DONNE

Il rituale familiare e la partita di calcio

“Chi ama non dimentica” di Alessia Bartiromo è un racconto autobiografico nella raccolta “Interrompo dal San Paolo”

di Marina Topa

“Chi ama non dimentica” è il titolo del racconto con il quale Alessia Bartiromo, giornalista televisiva e della carta stampata, oltre che telecronista, ha collaborato alla stesura di “Interrompo dal San Paolo”, curato da Pietro Nardiello, insieme ad altre diciannove donne provenienti da diversi ambienti lavorativi ma con in comune una vera e propria professione, anche se non prevede pensionamenti: essere tifose del Napoli!
L’esperienza ci insegna che l’amore del tifoso per la sua squadra è tra quelli meno suscettibili all’infedeltà e questa affermazione è sostenuta anche dalla testimonianza di Alessia: quello per il Napoli è un amore trasmesso nel DNA da generazioni ed interiorizzato dall’esempio quotidiano degli adulti di famiglia.
Anche il suo racconto, come gli altri, testimonia che l’amore per la squadra del cuore di fatto è uno degli strumenti più validi per trasmettere valori essenziali come i sentimenti, il rispetto per la condivisione di ideali e per gli stati emotivi dell’altro, la tradizione, la conoscenza della cultura del popolo di appartenenza.
Gli aneddoti di “Interrompo dal San Paolo” sono tutti legati al modo di vivere il calcio nella maggior parte delle famiglie partenopee, vissuti e narrati con animo femminile; leggendoli quasi tutti possiamo ritrovarci nell’elemento autobiografico dell’autrice. Nel racconto della Bartiromo, specialmente per le donne non proprio giovanissime, è facile condividere la consapevolezza del ruolo aggregante del calcio con la figura della signora Anna, la nonna, e la saggezza nell’utilizzarlo con una maestria (perdonino gli uomini) tutta femminile. È dedicato alla sua famiglia e ruota attorno a Roberto Sosa, l’attaccante argentino che ha segnato il goal con il quale il Napoli ha riconquistato la serie B. Con sensibilità descrive come quel giorno, che per un bambino al quale è stato negato di andare allo stadio era destinato a restare nella memoria come uno dei più tristi della sua vita, grazie all’amorevole intervento della nonna riesce a trasformarsi in uno dei ricordi più belli ed entusiasmanti.
L’autrice evidenzia un altro elemento importante: quanto profonda sia stata l’umiliazione che molti tifosi hanno vissuto con la retrocessione e quanto sia stato dignitoso il saper contenere l’esplosione di gioia nel riavvicinarsi alla serie A. Poteva apparire scontato il ritorno nella massima serie per una squadra come il Napoli ma di fatto non lo era e di sicuro il contenimento dell’entusiasmo era un modo per sconfiggere la paura di non farcela!

Nel tuo racconto si evince un forte coinvolgimento emotivo, in quale dei protagonisti incontriamo Alessia?

«Io, Alessia, sono il sottofondo di tutto il racconto. In ogni personaggio ci sono delle sfumature del mio vissuto emotivo in una famiglia meravigliosa, nella quale l’unione era alimentata molto anche dal rituale domenicale scandito dalla partita del Napoli. Sono molto grata ai miei familiari ed in particolare a mio nonno per avermi trasmesso questa passione… In realtà i miei nonni non abitavano nei pressi del San Paolo ma al Vomero; ricordo, però, che dal loro terrazzo vedevamo lo stadio da lontano e vivevamo tutte le vibrazioni a distanza e ne ho un ricordo bellissimo. Mia nonna era meno tifosa della signora Anna, il suo coinvolgimento calcistico era legato soprattutto all’amore per i singoli membri della famiglia ed al ruolo che il tifo per il Napoli giocava nell’unità della famiglia stessa. Ricordo poi il diverso modo di vivere la promozione di categoria della squadra: per noi giovani era un’esplosione di gioia mentre per i più adulti, che avevano vissuto il Napoli di Maradona, non poteva essere così».

Tra i racconti sentiti su Maradona e la tua conoscenza del Pampa sicuramente un calciatore argentino rappresentava una garanzia. Per affrontare i 90 minuti di gioco con serenità, però, è necessario anche aver fiducia nel portiere… da quando hai iniziato a seguire il calcio chi è stato per te il “number one” dei portieri?

«Da sempre sono stata molto legata ai portieri del Napoli. Fin da piccola andavo in curva e lì c’è proprio una vicinanza fisica con il portiere. Nello svolgimento del mio lavoro ho avuto anche l’opportunità di incontrare in più occasioni Pino Taglialatela: una persona eccezionale a tutto tondo! Lo considero un simbolo della storia del Napoli ed è lui il mio “number one”.

Condividi il dualismo tra Meret e Ospina o credi che ci dovrebbe essere una gerarchia ben definita? In tal caso su chi dei due punteresti?

«È sicuramente un dualismo molto particolare che soprattutto in Serie A raramente abbiamo visto, anche considerando che quasi sempre c’è almeno una propensione per uno dei portieri in rosa. Tuttavia questa alternanza, con Gattuso, sta proseguendo anche in questo avvio di stagione, col mister che pare ancora preferire Ospina per la sua capacità di giocare coi piedi. Sicuramente mi dispiace per un giovane di talento come Meret che rappresenta il calcio del futuro non solo del Napoli ma anche della Nazionale. Credo che con una stagione durante la quale si disputeranno tante partite, ad ogni modo, si arriverà ad una gerarchia più definita. Chissà, magari schierando, ad esempio un portiere in campionato ed un altro nelle Coppe, in modo che anche Alex possa avere le sue chances».

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020