STORIE AZZURRE

Il primo presidente-manager del calcio italiano

Breve storia di Giorgio Ascarelli attaccato alla sua terra ed ai suoi valori, con le idee chiare su come portare il Napoli al vertice

di Giovanni Gaudiano

Gli indimenticabili

Una storia tanto lunga come quella del Napoli è fatta di tanti avvenimenti animati da tanti personaggi. Certo su tutti aleggia il “genio” arrivato in una calda nottata d’estate da Lanùs via Barcellona al quale, forse anche tardivamente, è stato intitolato lo stadio di Fuorigrotta.
Prima di lui, con lui e dopo di lui sono stati tanti però gli uomini che hanno scritto la storia del Napoli che andrebbero opportunamente ricordati.
Se parliamo della società al massimo livello come fare a non pensare a Giorgio Ascarelli, Achille Lauro, Roberto Fiore, Corrado Ferlaino, Dino Celentano e Aurelio De Laurentiis. Se ci spostiamo tra i dirigenti e addetti della società è impossibile non ricordare Italo Allodi, Pierpaolo Marino, Luciano Moggi e poi tra gli addetti e specialisti a disposizione della società Michelangelo Beato, Giovanni Lambiase, Salvatore Carmando, Gaetano Masturzo e Tommaso Starace.
Ci tocca a questo punto scendere in campo partendo dagli allenatori, ed allora spazio a William Garbutt, Eraldo Monzeglio, Bruno Pesaola e Luis Vinicio nella doppia veste anche di calciatori, Rino Marchesi, Ottavio Bianchi, Alberto Bigon, Walter Novellino, Edy Reja, Walter Mazzarri, Rafa Benitez, Maurizio Sarri e Carlo Ancelotti. Siamo arrivati ai giocatori e qui occupano uno spazio importante Attila Sallustro, Antonio Vojak, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Hasse Jeppson, Omar Sivori, José Altafini, Antonio Juliano, Jarbas Faustinho Cané, Vincenzo Montefusco, Gianni Improta, Dino Zoff, Beppe Bruscolotti e Ruud Krol per gli anni più indietro nel tempo e Paolo Cannavaro, Gennaro Iezzo, Marek Hamsik, Edinson Cavani, Gonzalo Higuain, Dries Mertens e Lorenzo Insigne più di recente.
Si tratta di un elenco fatto su due piedi che avrà le sue carenze. Chi ricorderà questo o quel nome, chi dirà ma come avete fatto a dimenticare proprio quello. Chiediamo venia sin da ora e promettiamo che, scrivendo prossimamente una storia analitica del Napoli anno per anno, ricorderemo tutti, ma proprio tutti.
Dovendo però cercare davvero una sintesi per poter individuare i cosiddetti indimenticabili, gli imprescindibili, a parte l’extraterrestre argentino sceso a Fuorigrotta, a nostro avviso i punti cardine della storia del Napoli sono rappresentati da: Giorgio Ascarelli, Attila Sallustro, Bruno Pesaola, Luis Vinicio, Antonio Juliano, Corrado Ferlaino ed Aurelio De Laurentiis.
Da questo numero come detto, partendo dall’anniversario della squadra del Napoli, parleremo di alcuni di loro iniziando con questo servizio da Giorgio Ascarelli, un personaggio diventato mitico per quello che accade nel calcio ai nostri giorni. Un uomo dalla grande visione che sfortunatamente per lui, per la città e per la squadra scomparve troppo presto. Nonostante qualcuno storcerà il naso, pensiamo che si possa dire che Ascarelli sarebbe potuto essere per Napoli e la sua squadra quello che è stato e continua ad essere Santiago Bernabéu per il Real Madrid. E se il lettore mostrerà un po’ di pazienza e fiducia, cercheremo di motivare questa similitudine.

Il 1926

Si è già detto (nell’editoriale di apertura di questo numero ndr) che la data del 1° agosto del 1926 per la nascita del Napoli debba ritenersi indicativa, ma visto che da qualche parte si deve iniziare partiamo da quell’anno tanto lontano nel quale si verificarono tanti avvenimenti che avranno delle ripercussioni negli anni che seguiranno.
Nasce infatti proprio quell’anno l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, una scienza affatto esatta che nel tempo condizionerà sempre più la nostra vita di tutti i giorni. In Gran Bretagna l’ingegnere John Logie Baird presenta il primo prototipo di apparecchio televisivo che oggi occupa in ogni stanza delle nostre case un posto privilegiato. Il fascismo scioglie tutti i consigli comunali e provinciali. L’elezione del sindaco è sostituita dalla nomina governativa dei famigerati podestà che tanto influenzeranno la vita degli italiani. Con un regio decreto viene attuato il primo riordino nella storia del Regno d’Italia del sistema bancario (rafforzamento del ruolo della Banca d’Italia e del ministero del tesoro), sottraendo definitivamente al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia la facoltà di stampare moneta. In questo caso si trattava di completare la spoliazione avviata con la “famosa impresa” dei Mille. A Bologna lo studente quindicenne Anteo Zamboni spara a Benito Mussolini, e viene in seguito linciato dalla folla. Si tratta di una vicenda poco chiara e spregevole con il Duce scampato all’attentato con il rinvio della sua morte, linciaggio compreso. E poi lo scioglimento di tutti i partiti dell’opposizione con le devastazioni a danno delle Camere del Lavoro operate dalle squadracce fasciste. La chiusura dei quotidiani che si opponevano al regime. La pena di morte, il confino per i dissidenti, etc.
In uno scenario simile sembra inverosimile che a Napoli un ricco industriale e commerciante di origini ebraiche abbia avuto l’idea di opporsi al monopolio calcistico del nord fondando una società di calcio, costruendo uno stadio e modificando il tiro dopo i primi insuccessi ottenendo così i primi risultati di rilievo della storia azzurra.

Giorgio Ascarelli

Era un uomo minuto, non alto, Giorgio Ascarelli. Nato a Napoli il 18 maggio del 1894 nel quartiere Pendino, proveniva da una famiglia di commercianti di tessuti. Era figlio di secondo letto, la madre si chiamava Bice Foà. Nella sua educazione ci sono la musica e l’arte grazie proprio alla giovane madre ed il fiuto per gli affari ereditato dall’attempato padre Pacifico. La famiglia Ascarelli, oltre ad essere di tendenze mazziniane e garibaldine, è anche vicina alla Loggia massonica “Losanna” di rito scozzese. Il giovane Giorgio non si sottrae alle influenze familiari, anzi va oltre.
È un convinto socialista, prende in mano le redini dell’azienda familiare e la trasforma, sviluppandola e dandole un respiro internazionale stabilendo una sede a Milano. Come politico e imprenditore però fa tutto questo per la sua città. Partecipa allo sviluppo economico di Napoli facendo suoi i concetti della legge approvata dal governo Giolitti proprio per lo sviluppo della sua città. Sono tante le cose che fa per la sua Napoli, la sua impresa, la sua gente, senza dimenticare lo sport. Viene considerato un filantropo e nessuno fa caso in quel momento alla sua provenienza ebraica. Napoli dimostra anche a quei tempi come nessuna differenza di qualunque genere possa incidere nei rapporti della vita di tutti i giorni. Poi arriveranno i tempi bui imposti dal regime quando però il primo presidente della storia ufficiale del Napoli sarà già scomparso.

Un manager precursore

Il 12 marzo del 1930 un attacco di peritonite perforante portò via ai napoletani Giorgio Ascarelli. Sulla sua attività hanno scritto molto alcuni giornalisti di qualche tempo fa. Tra gli altri Giuseppe Pacileo, attribuendo ad Ascarelli una serie di intuizioni, parla chiaramente dell’impostazione aziendale data al club e dell’idea di dotare la società di uno stadio proprio.
Fece a tempo a vederlo l’elegante Giorgio, visto che il 23 febbraio del 1930 inaugurò lo stadio “Vesuvio” dove la settimana precedente il suo Napoli aveva strapazzato la Triestina con un netto 4 a 1.
Ed i napoletani il 13 marzo ai funerali si riversarono per la strada per rendere al loro presidente l’estremo saluto, al punto che una parte della città dovette essere chiusa al traffico, e non si fermarono chiedendo che quello stadio da lui fortemente voluto gli venisse intitolato.
E fu cosa fatta. Lo stadio voluto da Ascarelli, costruito con una struttura interamente in legno al Rione Luzzatti, capace di ospitare 20.000 spettatori e con una tribuna centrale coperta, prese il suo nome.
Poi all’Italia fu assegnato il secondo Campionato del Mondo – Coppa Rimet nel 1934. Lo stadio Ascarelli fu oggetto di lavori di ampliamento da parte del regime che cavalcava per la sua propaganda l’enorme seguito acquisito dal calcio. Lo stadio fu trasformato in una costruzione di cemento armato con una capacità elevata a 40.000 spettatori. Le pressioni a quel punto per modificarne il nome presero il sopravvento. Il fascismo decise sotto la spinta di una vasta campagna di stampa e d’opinione di chiamarlo Stadio Partenopeo anche per evitare che l’alleato tedesco storcesse il naso per l’intitolazione ad un ebreo. Alla fine in quello stadio si giocò la finale per il terzo e quarto posto proprio tra Germania ed Austria e Mussolini ringraziò quelli che avevano fatto pressioni per il cambiamento del nome dello stadio.

La fine di un sogno

Come tutti i sogni il risveglio fu brusco. Lo stadio fu bombardato durante la guerra, distrutto, vandalizzato da chi ne utilizzò i materiali per alcune costruzioni nell’immediato dopoguerra.
Oggi di quella struttura non c’è più traccia. Si fosse salvata dalla guerra con molte probabilità avrebbe recuperato il suo nome. Forse si dovrebbe pensare ad intitolare una strada, una piazza nei pressi dello stadio Maradona al primo presidente azzurro. Alla stazione della Cumana della Mostra d’Oltremare nell’allestimento dedicato al Calcio Napoli figura per fortuna l’immagine di Giorgio Ascarelli, ma non basta.
Quell’uomo in pochi anni, lavorando anche dietro le quinte ed animato da una vera passione, aveva prima di tutto compreso che dal nome della società dovessero sparire altre dizioni che non fossero quelle della città (suoni da esempio per chi di recente cerca di confondere le carte pensando di lanciare un brand Campania dimenticando volutamente che il brand già esiste e si chiama Napoli) e poi aveva allestito una squadra attorno alla prima grande stella azzurra, Attila Sallustro, ingaggiando Marcello Mihalich, Antonio Vojak, Giuseppe Cavanna, Paulo Innocenti, Carlo Buscaglia ed affidandola a William Garbutt che aveva vinto tre scudetti con il Genoa. L’anno della scomparsa di Ascarelli il Napoli si classificherà al 5° posto in campionato ma solo due stagioni dopo arriverà a raggiungere il terzo posto.
Per queste ragioni riteniamo che se Giorgio Ascarelli avesse vissuto gli stessi 83 anni di Santiago Bernabéu quasi certamente avrebbe potuto elevare il Napoli nell’Olimpo delle squadre italiane in pianta stabile e siamo sicuri che, una volta passata la bufera del regime e della guerra, avrebbe fatto riedificare lo stadio dove il suo/nostro Napoli avrebbe agguantato tante vittorie.

pubblicato su Napoli n.43 del 24 luglio 2021