STORIE E LEGGENDE

Il PAN: Palazzo Carafa di Roccella

Regalo di nozze, salotto culturale e una demolizione scansata. Oggi è di proprietà del Comune ed ospita mostre temporanee

di Paola Parisi

Grazie al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) gli uomini d’amore, a differenza di quelli di libertà, tornano a parlare nuovamente di Palazzo Carafa. Eh sì perché, pur essendo non molto valorizzato, questo edificio è degno di entrare a far parte a pieno titolo dell’immenso patrimonio storico della città partenopea sia dal punto di vista architettonico che culturale.
La storia e la fortuna di questo palazzo cominciarono con l’acquisizione nel 1667 da parte di Don Francesco di Sangro, che a sua volta la donò al genero Giuseppe Carafa come regalo di nozze. Ma è soltanto nel 1717, quando vi dimorarono Vincenzo Maria Carafa e sua moglie Ippolita Cantelmo Stuart, che divenne uno dei salotti culturali più in voga in quel tempo fino a quando Diomede Carafa, uno degli uomini più influenti sotto il regno degli Aragona, ne fece un vero e proprio museo dell’antichità, ospitando reperti rinvenuti da ogni ove.
I Carafa erano una famiglia molto ricca e potente di commercianti di pellami. Per farsene un’idea è sufficiente guardare i battenti del palazzo, interamente rivestiti in pelle (rosso marocchino) con tanto di stemma araldico: una stadera ed un telaio dove è tesata una pelle d’animale di cui ancora se ne scorgono le trame, guardando con attenzione. Se per un attimo si potesse immaginare di percorrere queste strade senza cartine topografiche, mappe satellitari, cellulari e soprattutto senza caos (e ‘na parola!) e ci si soffermasse a parlare con gli anziani del posto, le cosiddette “memorie storiche”, ci si immergerebbe in un’altra dimensione, una storia nella storia, proiettandoci in questo viaggio nel tempo, vivendo i fasti e il fascino di questi luoghi nella loro interezza e percependone persino gli odori con un pizzico di immaginazione creativa in più: il rumore delle carrozze, il fruscio dei sontuosi abiti delle dame che scendevano da esse, le pompose pettinature adornate con nastri e fiori, i cavalieri impettiti, lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli.

Ecco, appunto i cavalli. Elementi di traino non solo delle carrozze ma anche di una leggenda che li riguarda e con esso il Palazzo. Ma d’altronde, quando si parla di famiglie come Di Sangro, Carafa e Sansevero, poteva mai mancare? Certo che no, ci mancherebbe altro! In questo caso il cavallo è uno e si tratta della testa bronzea posizionata sulla facciata destra del cortile. Tale scultura, dopo diverse diatribe, ebbe finalmente una paternità, ovvero che fosse parte di un monumento equestre che Donatello non ultimò mai per il re Alfonso V d’Aragona, il quale la commissionò probabilmente per collocarla al livello superiore dell’Arco Trionfale del Maschio Angioino. Trattandosi di caval donato, come tradizione vuole, non si guarda in bocca ma si guarda ben oltre ovvero: il resto del cavallo è esistito oppure no? Secondo la tesi che affascina i su menzionati uomini d’amore, la statua per intero fu scolpita non da Donatello ma da… (rullo di tamburi) Virgilio. Sempre lui, onnipresente come ‘o prutusin rint ‘a menesta (il prezzemolo nella minestra). Egli non solo scolpì la statua ma la infuse di un magico potere (non a caso era appellato Virgilio Mago) in grado di donare la guarigione a tutti gli animali affetti da ogni sorta di patologia, qualora avessero effettuato tre giri intorno ad essa. Con buona pace per i veterinari locali e un po’ meno per le povere bestiole, si tratta purtroppo di una leggenda.
Con il trascorrere del tempo si narra che alcuni maniscalchi senza scrupoli distrussero la scultura risparmiandone la testa. Fusero il bronzo per la costruzione delle campane del Duomo e pare che, quando esse suonano, si odono anche dei nitriti cavalcando, ed è proprio il caso di dirlo, con la fantasia. Leggenda a parte, dopo anni di abbandono nel 1964, periodo di una forte speculazione edilizia, un costruttore napoletano iniziò la demolizione del Palazzo di Roccella, senza riuscire a completarla grazie a una protesta di residenti e commercianti: in poche ore il palazzo era stato però già danneggiato in alcuni punti e depredato di molti stucchi e fregi. Venti anni dopo, nel 1984, il Comune di Napoli riuscì ad acquisirne la proprietà, avviandone anche un lungo e complesso restauro. Dal 2004 è diventato il Palazzo delle Arti di Napoli che ospita mostre temporanee, installazioni, una mediateca, spazi di consultazione e focus su fotografia, pittura, scultura, video-arte e design e anche quella faccia di… bronzo del cavallo, che ai rintocchi protesta anch’esso perché s’adda piglià tutt chell che è o suojo. E nun sta’ senza penzier ‘a povera bestia!

pubblicato su Napoli numero 17 del 2 novembre 2019