LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

I club italiani in cima all’Europa. Grandi serate a San Siro ed una squadra, quella interista, rimasta viva nella memoria

di Giovanni Gaudiano

Il 20 febbraio 1979, 41 anni fa, ci ha lasciati Nereo Rocco. È singolare come la nostalgia per un uomo, un personaggio come il triestino si senta ogni giorno per chi ama il mondo del calcio. La storia della Coppa dei Campioni e del calcio italiano, proprio nella più importante manifestazione calcistica europea resta e resterà per sempre legata al nome di “el paròn”, un tecnico di cui ancora parlano tutti quelli che hanno giocato per lui. La lunga striscia del Real Madrid e quella breve ma intensa del Benfica furono interrotte nella stagione 1962-63 proprio dal Milan di Rocco. La Milano che si impose nel calcio europeo era in quegli anni una città in grande fermento. L’Italia viveva il suo boom economico e la capitale finanziaria del paese si apprestava a dominare dopo il calcio nazionale anche quello europeo. Furono tre anni intensi, dove la sponda rossonera bruciò quella nerazzurra con la seconda pronta però a prendersi la rivincita, vincendo poi la Coppa dei Campioni per due anni consecutivi.
In ogni caso Andrea Rizzoli, che subito dopo Wembley abbandonerà il ponte di comando, batterà Angelo Moratti iniziando un duello che la società rossonera negli anni a venire vincerà ampiamente.

Il fattore umano di Nereo Rocco

Dopo il bis del Benfica, la squadra lusitana sembrava potesse continuare a tenere il calcio della penisola iberica al primo posto in Europa. Le squadre italiane però, che nelle precedenti sette edizioni avevano già raggiunto la finale con la Fiorentina ed il Milan, mostrarono un’importante crescita. In particolare i campioni d’Italia del Milan affrontarono la competizione europea avendo consolidato il rinnovamento avviato l’anno precedente da Nereo Rocco, innestando nella struttura di una squadra vincente José Altafini, attaccante brasiliano campione del mondo con la nazionale carioca nel 1962, capace di sostituire senza farlo rimpiangere il fenomeno Pelé infortunato ed indisponibile per il mondiale cileno.
Rocco era un uomo semplice ma sul quale si poteva fare affidamento. Veniva da Trieste, una città di mare e di confine che aveva dovuto aspettare il 1920, dopo la prima guerra mondiale, per diventare italiana.
La famiglia del paròn vendeva carni ed anche lui avrebbe abbracciato quel lavoro se non fosse stato per la sua innata passione per il calcio. Era stato un buon giocatore Nereo, fisico importante da centrocampista con il vizio del gol. Il suo rapporto paterno con i giocatori era noto a tutti, come era evidente la sua capacità nel preparare le gare e nel tenere la compagnia su di morale. Si narra che a Wembley prima della finale vinta contro il Benfica avesse detto alla sua squadra in pullman “chi no xe omo, resti sul pullman” e poi fosse crollato sul sedile suscitando l’ilarità del suo gruppo. Quel Milan che non aveva più nelle sua file Schiaffino, Liedholm, Grillo e Cucchiaroni si impose segnando tanto (33 reti in 9 partite con Altafini capocannoniere con 14 realizzazioni).

La finale di Wembley

In quella squadra brillava non ancora ventenne il golden boy, Gianni Rivera, ed in campo con lui giocavano due allenatori aggiunti, Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni, senza dimenticare l’estro e la visione di gioco del brasiliano Dino Sani, un oriundo arrivato al Milan sulla soglia dei trent’anni. Il Milan dovette battere in finale il Benfica di Coluna ed Eusébio, allenato dal cileno Fernando Riera che aveva sostituito in panchina Béla Guttmann.
I portoghesi, che avevano il pronostico dalla loro parte, partirono forte ed Eusebio al 19’ del primo tempo portò in vantaggio la sua squadra. Rocco su consiglio di Maldini cambiò le marcature in difesa, spostando Trapattoni sulla “pantera nera” e Benitez su Torres. Altafini sbagliò una facile occasione per pareggiare nel primo tempo che si concluse con l’infortunio di Coluna. Nel secondo tempo il faro del gioco portoghese restò in campo ma visibilmente menomato. Il Milan ne approfittò e con una doppietta di Altafini fece sua la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Era il 22 maggio del 1963, a Wembley assistettero alla partita circa 50.000 spettatori (45.715 paganti). La squadra che si impose era così composta: Ghezzi, David, Maldini, Trebbi, Benitez, Trapattoni, Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera e Mora.
Il ritorno a Milano per il presidente Rizzoli, per Rocco e la squadra fu trionfale. Il presidente Andrea Rizzoli fu sostituito per la stagione successiva da Felice Riva e Rocco, in disaccordo su diversi aspetti, andò via approdando al Torino. Il Milan negli anni seguenti vinse solo la Coppa Italia del 1966. Le cose cambiarono quando il presidente Franco Carraro nella stagione 1966-67 riportò al Milan Nereo Rocco, i rossoneri vinsero il campionato e si aggiudicarono anche la Coppa delle Coppe.
A Rocco qualcuno voleva affibbiare la patente di catenacciaro. Il fatto strano è rappresentato dal particolare che le sue squadre segnavano sempre tanto. Il triestino si scherniva ed amava parlare di calcio con il suo amico Gianni Brera a tavola davanti ad una bottiglia di vino. Era in quei momenti che la sua simpatia, la sua umanità e le sue qualità, che ne avevano fatto un allenatore vincente, venivano prepotentemente fuori. Nel suo palmarés da allenatore brillano: due scudetti, due coppe dei Campioni, due coppe delle Coppe, una coppa Intercontinentale, tre coppe Italia tutte vinte alla guida del suo Milan. Per la stagione 1962-63 gli fu assegnato anche il Seminatore d’Oro e nel 2012, seppur alla memoria, è stato inserito nella Hall of Fame del Calcio Italiano.

Passaggio di testimone

Da Milano a Milano. La Coppa dei Campioni restò per tre anni di seguito nella città meneghina. Passò dal Milan all’Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera senza dimenticare il grande lavoro svolto da Italo Allodi, uno dei migliori dirigenti che il calcio italiano abbia mai avuto, la cui permanenza all’Inter dal 1959 al 1968 corrisponde all’epoca dei grandi successi della società nerazzurra. Il Milan detentore entrò in gioco nell’edizione del 1963-64 agli ottavi superando agevolmente gli svedesi del IFK Norrkoping. I detentori della coppa furono però eliminati ai quarti dal Real Madrid in virtù della sconfitta subita nella gara d’andata al Bernabéu per 4 a 1 che al ritorno i rossoneri non riuscirono a ribaltare, fermandosi sul 2 a 0. L’Inter arrivò invece alla finale, vincendo sei partite e pareggiandone due. La finale si sarebbe giocata al Prater di Vienna il 27 maggio del 1964.

Helenio Herrera

Per quanto fosse stato benvoluto Rocco, tanto fu difficile inizialmente per l’argentino naturalizzato francese farsi amare dal pubblico nerazzurro. Moratti pensava di aver sbagliato la sua scelta e se ne lamentava con i suoi amici anche per l’alto costo dell’ingaggio di H.H. D’altra parte l’ex difensore e zingaro del calcio aveva delle referenze importanti quando fu ingaggiato dall’Inter. Aveva vinto quattro campionati spagnoli: due con l’Atletico Madrid e due con il Barcellona. Con la squadra catalana aveva anche conquistato due coppe di Spagna ed una Coppa delle Fiere.
Moratti era impaziente, voleva vincere, la vittoria del Milan nella Coppa dei Campioni bruciava sulla pelle. Era ammaliato ed affascinato da questo personaggio che senza dubbio avrebbe lasciato nel mondo del calcio una sua precisa impronta. Dopo Herrera, infatti, il ruolo e l’importanza dell’allenatore in Europa sarebbe profondamente cambiato.
L’argentino era geniale. Aveva studiato il calcio come pochi. Aveva capito in anticipo che la preparazione atletica avrebbe finito per fare la differenza in campo. Inoltre controllava e faceva controllare i suoi giocatori e allenava anche la loro mente, infondendogli la consapevolezza di essere i migliori. Era un abile imbonitore e riusciva in qualche caso a suggestionare i suoi ragazzi al punto da vendergli per chissà quale diavoleria le bustine di zucchero.
Angelo Moratti nei primi due anni seguì sul mercato le indicazioni del suo tecnico che così, mentre il Milan vinceva la sua prima Coppa dei Campioni, si aggiudicò lo scudetto nel 1962-63 con questa formazione base: Buffon, Burgnich, Facchetti, Zaglio, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez e Corso. Nella rosa a disposizione di Herrera spiccavano anche i nomi di: Bugatti, Maschio, Bicicli, Masiero, Bolchi, Hitchens, Tagnin ed altri.

La grande Inter

Per comprendere quanto sia stata grande quella squadra che si impose due volte di seguito in Coppa dei Campioni, ovvero nel 63-64 e 64-65, e nelle stesse annate nella coppa Intercontinentale, è necessario chiamare in causa il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano. Nel suo splendido libro “Splendori e miserie del gioco del calcio” del 1997, lo scrittore citando la formazione di quella che fu definita la “Grande Inter”, ovvero Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani (Peiró, Domenghini), Suarez e Corso, scrisse: “Quale altra formazione, a distanza di tanti lustri, è impressa più di quella nella memoria di ogni tifoso, anche non nerazzurro?”
Galeano aveva ragione. Saranno state le telecronache di Carosio, le figurine Panini, la Domenica Sportiva e soprattutto tutti i giornali che in quegli anni si sono occupati di calcio a rendere questa squadra famosa e riconosciuta, quasi fosse il prototipo della perfezione.
Herrera costruì una macchina praticamente perfetta. La difesa integralmente italiana, in ossequio alla scuola del nostro paese alla quale si riconosceva di crescere ed allenare i miglior difensori del mondo, era granitica ed impenetrabile. Presentava anche la grande novità del terzino fluidificante e goleador, rappresentato da quel signore in campo e fuori che fu Giacinto Facchetti. A centrocampo ed in attacco l’argentino mischiò un po’ le carte inserendo nella formazione base la solidità di Bedin, il funambolismo di Jair da Costa e la classe e visione di gioco di Luisito Suarez che H.H. portò con sé da Barcellona. Inoltre don Helenio promosse come un titolare inamovibile, proprio nell’anno dello scudetto, Sandro Mazzola, figlio del grande Valentino perito con il Torino nell’incidente di Superga.
L’Inter di Herrera diede al “mago”, come venne soprannominato, una fama indelebile. Ne fece scoprire le qualità istrioniche, le capacità come motivatore e conoscitore di uomini. Nella prossima puntata parleremo delle due finali vinte dall’Inter perché racchiudono storie che i protagonisti di quel calcio hanno lasciato in eredità a questo meraviglioso sport.

(5 – continua)

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020