Gianni Di Marzio con Massimo Giletti e Fulvio Collovati

/ L’INTERVISTA

Gianni Di Marzio: “Non esisteva lo staff”

Oggi consulente ed opinionista, seminatore d’oro per due anni, parla del precampionato, della tattica e della tecnica

di Giovanni Gaudiano

Storie di ritiri, di lavoro sul campo per i giocatori e per gli allenatori. Di località alpine dove una volta la temperatura era sempre fresca ed ora spesso il caldo non molla la sua presa neanche a più di mille metri di altezza. Storie di allenatori, di quelli andati via, di quelli appena arrivati e di quelli confermati con la voglia di iniziare una nuova stagione vincente. Ma quanti sono stati i napoletani che hanno occupato la panchina del Napoli? Pochi, molto pochi e per troppo poco tempo, a scorrere la lista se ne trovano cinque: Egidio Di Costanzo, Rosario Rivellino, Gianni Di Marzio, Vincenzo Montefusco e Giovanni Galeone. Alla lista forse si potrebbe aggiungere l’indimenticabile Bruno Pesaola, argentino di nascita ma napoletano d’adozione e d’indole. Per i napoletani “veraci” spezzoni di stagione con l’unica eccezione di Gianni Di Marzio, al quale però non fu dato il tempo necessario per mettere in evidenza tutte le sue capacità, visto che nel suo primo anno, quello completo sulla panchina degli azzurri, ottenne un quinto posto qualificando la squadra per la coppa Uefa e perse in finale di coppa Italia a Roma con l’Inter, una gara condizionata dall’incolore prestazione del portiere Mattolini e di mister due miliardi, al secolo Giuseppe Savoldi, capocannoniere della manifestazione con 12 reti messe a segno in undici partite, rimasto a secco proprio nella finale di Roma. Gianni Di Marzio ha nella sua storia un palmarés importante ma bastano i due “Seminatore d’Oro” (premio antesignano dell’attuale panchina d’oro) ottenuti nel ‘72 e nel ‘76 per confermarne la capacità, il valore e la sua competenza che ha poi sviluppato con successo da direttore sportivo, da direttore generale e da responsabile dell’area estera della Juventus.

Il tecnico partenopeo con il Mago Helenio Herrera
Con lui iniziamo una chiacchierata partendo proprio dai ritiri, dall’evoluzione del pre-campionato e dalla differente preparazione che oggi svolgono le squadre nella fase estiva.

«Sono stato il primo allenatore a portare il Napoli in Alto Adige nel 1977 a Bressanone. La prima settimana di quel ritiro la squadra si allenò in alta montagna e poi scendemmo in città dove c’erano le attrezzature necessarie per rifinire la preparazione. A Bressanone infatti c’era una palestra grande quasi metà campo da calcio opportunamente attrezzata che ci consentiva di non interrompere il lavoro anche in caso di tempo cattivo. Ci trovammo molto bene».

Cosa è cambiato nel ritiro che oggi viene programmato per le squadre di calcio?

«Se parliamo della preparazione atletica, è giusto ricordare come l’allenatore fungesse anche da preparatore grazie ad una conoscenza approfondita della materia che si studiava a Coverciano con il professore Nicola Comucci, il primo valido insegnante di scienze motorie a cui la Federazione affidò i corsi riservati ai futuri allenatori. Vorrei ricordare come in quel periodo non esistesse lo staff che siamo abituati a vedere oggi, formato da 7/8 persone che collaborano con il tecnico in maniera specialistica. C’era solo l’allenatore in seconda. La preparazione (ed il suo studio) era interessante e importante soprattutto se, come ho fatto io, la si seguiva nei vari corsi delle varie categorie. Debbo dire che ho fatto l’allenatore per quasi 40 anni e grazie al tipo di preparazione atletica che ho adottato i miei giocatori non hanno mai sofferto per incidenti muscolari».

Parlando della preparazione cosa è cambiato nel programma e nella metodologia?

«Noi facevamo molto fondo, mettevamo tanta benzina nelle gambe. L’attenzione che veniva data alla capillarizzazione, che io considero ancora oggi la prima condizione per realizzare una valida preparazione, era massima. Si ricercava di dare ai muscoli dei giocatori la maggiore ossigenazione possibile, che poi aveva la sua funzione nello smaltimento dell’acido lattico accumulato nel corso di una partita di calcio. Si lavorava quindi sul potenziamento muscolare, sugli addominali e sulla resistenza con allenamenti sia in palestra sia soprattutto nei boschi che, presentando i classici sali/scendi, portavano anche ad un potenziamento delle gambe; poi arrivava la fase riservata alla velocità. Il mio programma di lavoro era distribuito su tutto l’arco della stagione, con l’ausilio di un diagramma che prevedeva le fasi e le riprese di lavoro mese per mese e che teneva in considerazione le variazioni climatiche e di conseguenza quelle dei campi da gioco».

Con Arrigo Sacchi
Cosa ne pensa della figura del preparatore?

«Nessuno discute la preparazione degli attuali specialisti ma voglio ribadire come la figura dell’allenatore racchiudesse in sé tutte le informazioni necessarie alla gestione della squadra. Non avevamo bisogno a fine partita di analizzare statistiche o particolari analisi per sapere quanto avesse reso questo e quel giocatore, mentre la valutazione dello stato di forma generale della squadra ci permetteva di programmare la settimana di lavoro variandola ed adeguandola alle esigenze che la gara ci aveva indicato. Era tutto concentrato nel bagaglio tecnico dell’allenatore. Nel mio caso, pur tenendo in grande considerazione la preparazione atletica, non ho mai tralasciato la parte riservata alla tecnica, con le mie squadre ho sempre lavorato moltissimo, come si fa in Brasile, sul pallone. Questo voleva dire sviluppo della tecnica individuale su tutti i cosiddetti fondamentali, velocità nell’esecuzione delle giocate e variazioni di ritmo; alla fine i giocatori non si annoiavano e lavoravamo molto bene con buoni risultati».

Cosa pensa delle tante amichevoli che si disputano oggi e delle lunghe ed a volte stressanti tournée alle quali molte squadre sono costrette?

«Ritengo che incida negativamente perché impone di accelerare la preparazione, che diventa di fatto una mini-preparazione, per permettere ai giocatori di andare in campo e rendere per i minuti stabiliti dal tecnico che è costretto ad alternarli nel corso di queste amichevoli. Alla fine si tratta di un compromesso che consente alle società di vendere il proprio brand a beneficio delle proprie casse ma la squadra finisce per risentirne per tutta la stagione».

Il Napoli ha iniziato la sua preparazione con assenze dovute agli impegni internazionali e con un mercato ancora in evoluzione. Cosa pensa che manchi alla squadra di Ancelotti per fare l’ultimo, decisivo salto di qualità?

«Manca la qualità (sorride ndr). Ci sono alcuni ruoli dove bisogna aumentare il coefficiente qualitativo. L’allenatore è indiscutibilmente un vincente, in squadra ci sono 6/7 giocatori all’altezza per lottare per lo scudetto ma non basta. Ci vogliono 3/4 giocatori di esperienza e qualità senza dover spendere cifre irragionevoli ma compiendo le scelte giuste. Il Napoli che ha vinto gli scudetti oltre a Maradona aveva in rosa tanti altri giocatori di grande qualità. Basta pensare a Giordano, Carnevale, Careca, Alemao, Bagni ed altri. I grandi giocatori, soprattutto negli ultimi trenta metri in attacco come in difesa, determinano la partita mentre al contrario gli errori dei giocatori non all’altezza condizionano i risultati in partite che andrebbero vinte. Tutto questo non intacca il percorso positivo che la nuova società ha saputo costruire in questi anni di crescita e che potrebbe avere un suo compimento con il definitivo innalzamento dell’asticella».

In tv con Andrea Carnevale
James Rodriguez rientra in questo tipo di giocatore necessario al Napoli?

«È un trequartista mancino di grande talento, sa calciare le punizioni, diciamo che è un classico numero 10 che deve giocare alla spalle di una prima punta. Non ha fatto sino ad oggi la carriera che poteva e può ancora fare, dipenderà anche da come Ancelotti deciderà di impiegarlo. Mi auguro che non ripeterà l’esperimento di adattare i giocatori al suo gioco».

Pensa che il Napoli con la coppia Koulibaly-Manolas si sia rinforzato in difesa?

«Si tratta di una coppia molto diversa rispetto a quella formata con Albiol. Lo spagnolo ha esperienza e carisma mentre Manolas è rapido, è un guerriero, con lui il Napoli acquista in forza fisica e la linea difensiva potrà giocare più alta. Alla fine c’è una sorta di compensazione ma va considerata anche l’età che è a favore del greco».

È stata una chiacchierata piacevole densa di spunti ma anche una piccola lezione erogata da un maestro di calcio che da molto tempo si diletta a fare anche l’opinionista televisivo in vari salotti, cercando di spiegare con la passione e la competenza che lo contraddistingue questo mondo che molti hanno voluto rendere complicato e difficile anche se in realtà, pur avendo le sue ben precise regole, è più semplice di quanto sembra.

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019