Giacomo Furia

SCAFFALE PARTENOPEO

Furia e l’importanza del caratterista

Francesca Crisci racconta in un libro edito da Graus Giacomo Furia dal punto di vista professionale e privato

di Lorenzo Gaudiano

Non si può consegnare all’oblio un personaggio come Giacomo Furia. Nella sua carriera tra mondo teatrale e cinematografico è vero che il ruolo di protagonista gli sia toccato poche volte, ma il suo protagonismo in realtà si è sempre fondato sulle sue grandi capacità da attore caratterista. Un ruolo apparentemente secondario che richiede qualità innate, una forza interpretativa non comune che nel corso degli anni l’attore originario di Arienzo ha saputo sempre rivestire in maniera eccellente e che purtroppo non gli ha donato la giusta fama.
Con il suo libro “Giacomo Furia. Vita e carriera di un attore caratterista”, edito da Graus Edizioni, la giornalista Francesca Crisci ha voluto ricostruire dal punto di vista pubblico e privato il percorso di un artista che merita di essere ricordato in maniera indelebile insieme a tanti protagonisti del mondo cinematografico e teatrale napoletano.

Alla base del tuo interesse per Giacomo Furia ci sono stati solo motivi didattici oppure altro?

«Durante il mio percorso di studi triennale all’università sostenni un esame di Storia del cinema che naturalmente non prevedeva in programma Giacomo Furia. Nonostante questo al mio relatore proposi come argomento per la tesi di laurea un approfondimento su questo personaggio per il quale avevo un forte interesse personale. Quando ero piccola abitavo a San Felice a Cancello, paese limitrofo a quello di Arienzo dove è nato l’attore caratterista. Mio padre me ne parlava in continuazione guardando i suoi film. A distanza di anni ho sentito la necessità di approfondire le mie conoscenze in merito, realizzare un lavoro che naturalmente riconoscesse a Furia quella rilevanza che non sempre gli è stata riservata nella maniera più opportuna».

Da tesi di laurea a libro, quando hai maturato l’idea di questa trasformazione?

«Nel 2019 ad Arienzo è stato inaugurato il museo-cineteca a lui dedicato. Pensai che potesse essere un’occasione propizia per riprendere in mano quella ricerca avviata all’università ed integrarla con ulteriori contributi. Ne è venuto fuori un libro che offre una visione completa su questo personaggio dal punto di vista sia professionale che privato».

Parlando di Furia viene naturale chiedere quanto sia importante il ruolo dell’attore caratterista nella dinamica di uno spettacolo teatrale o di un film?

«È di fondamentale importanza. Senza i personaggi secondari non esisterebbero azioni, sketch teatrali. Al cinema come a teatro ci sono sicuramente delle gerarchie ma naturalmente la rilevanza del primo attore oltre a venire fuori per le sue qualità artistiche beneficia anche della collaborazione degli attori secondari. Se non fosse così, ci si troverebbe di fronte ad un monologo, ad una tipologia di rappresentazione completamente diversa».

L’autrice del libro Francesca Crisci
Carlo Verdone qualche anno fa ha dichiarato che oggi è difficile creare quei prodotti cinematografici di un tempo dove impiegare i caratteristi, considerati in via d’estinzione. Come spieghi questo fenomeno?

«Verdone ha espresso un suo pensiero riguardante il cinema italiano in generale. Essendo partenopei, a teatro come al cinema il caratterista è sempre esistito e continuerà ad esserlo. L’esempio più efficace per chiarire questo concetto si può ricavare dal film “Benvenuti al Sud”. Tra i personaggi c’è il signor Scapece (interpretato da Salvatore Misticone, ndr) individuabile come attore caratterista per i tratti somatici, il modo di parlare e di gesticolare».

Si può paragonare l’importanza del caratterista con quella riconosciuta oggi agli attori non protagonisti nel cinema?

«Assolutamente sì. Nel mio libro scrivo ad un certo punto che è proprio dalla figura del caratterista nel mondo teatrale e nella commedia cinematografica che in un certo senso sarebbero scaturiti i premi riconosciuti nel cinema attuale agli attori non protagonisti. Parliamo sicuramente di un raggio più ampio ma ciò conferma come in un film tutti i personaggi abbiano la loro importanza».

Secondo te quali sono state le sue migliori interpretazioni?

«I film dove ha ricoperto il ruolo di protagonista, quindi “La banda degli onesti” e “L’oro di Napoli”. Nella sua interpretazione ha comunque mantenuto i tratti del caratterista, naturalmente il suo marchio di fabbrica».

Chiudiamo con una considerazione sul museo che Arienzo gli ha dedicato.

«Era inevitabile omaggiare un grande attore come Furia. Tra l’altro molti non lo conoscevano e non mi riferisco soltanto ai più giovani ma anche ad esempio a tanti quarantenni e cinquantenni. Aver allestito un museo nel paese in cui è nato, anche se per casualità visto che ha sempre vissuto tra Napoli e Roma, è stata anche una opportunità per Arienzo di rivendicarne l’appartenenza, considerato il suo grande prestigio ed il suo attaccamento al paese natale. L’iniziativa che fa parte del progetto “Terra’nnaMurata”, voluta dall’amministrazione comunale capitanata dal sindaco Davide Guida, mi ha offerto anche l’opportunità di guidare per quattro giorni le visite al museo in cui spiegavo ai visitatori i cimeli, le foto e gli oggetti esposti donati dal figlio Filippo».

IL RICORDO

Filippo Furia ricorda suo padre

Parlare esclusivamente della carriera di Giacomo Furia e della sua importanza a livello cinematografico e teatrale potrebbe essere riduttivo, per certi versi banale, poco interessante. Non c’è cosa più bella di scoprire come un personaggio sia al di fuori del palcoscenico, per raccontarne gli aneddoti, le storie più curiose e conoscerne qualche lato inaspettato. Chi meglio di Filippo Furia, figlio di Giacomo, che ha curato la postfazione del libro di Francesca Crisci, può aiutare in questa splendida avventura.

Suo padre è stato un personaggio importante a livello teatrale e cinematografico. Anche lei ha coltivato questa sua passione oppure si è dedicato ad altro?

«No, il sacro fuoco non ardeva dentro di me anche se tutta la mia infanzia e gran parte dell’adolescenza è stata vissuta ascoltando storie di teatro, di persone e personaggi, di progetti riferiti alla prossima stagione. Da giovanissimo cercavo di seguire con curiosità ma senza mai sentirmi coinvolto appieno, di quel mondo brillante per i più io stavo cominciando a conoscere la faccia nascosta che emergeva con forza al di là delle chiacchiere. Ed era un mondo che facevo fatica ad accettare per le sue difficoltà, per i sacrifici che sembrava richiedere, in fondo per la sua normalità. Oggi riesaminando le mie scelte, mi chiedo se alla fine pure il serioso o serissimo mondo del credito, dove ho operato per tutta la mia vita lavorativa, non possa o non debba essere considerato alla stregua di un grande palcoscenico sulle cui tavole ogni attore alla fine cerca solo una cosa: l’applauso del suo pubblico».

Tra pubblico e privato la figura di suo padre rimaneva sempre la stessa oppure c’era qualcosa di diverso?

«Non credo sia mai esistito un Giacomo Furia pubblico in contrapposizione ad uno privato. In ogni ambito lui si manifestava sempre per come era, una persona semplice e normale, al limite timido e schivo, ma sempre fermo e tenacemente ancorato ai valori che gli erano stati trasmessi da una educazione familiare tradizionale, da una mamma matriarca e da un padre idealista e, lui sì, attore in pectore. Ma il dato che a mio giudizio meglio caratterizza mio padre è il suo essere sempre estremamente rigoroso fino a diventare in alcuni casi quasi rigido, e qui è proprio il figlio che parla, che però non sconfinava mai nella prevaricazione».

Come viveva lei dall’esterno il rapporto professionale che Giacomo Furia aveva con personaggi illustri come Eduardo, Peppino e Totò?

«Consideravo queste persone attori famosi certo ma li sentivo e li vivevo maggiormente come persone. Non ho memoria di episodi particolari legati alla mia crescita derivante dalla frequentazione di questa gente famosa se non forse uno che è rimasto inciso dentro di me e credo che sia facilmente comprensibile il perché. Durante la lavorazione de “L’oro di Napoli” alla Mostra d’Oltremare papà mi portò sul set e con un bacio feci la conoscenza di… Sophia Loren».

Che emozione ha provato quando ha avuto tra le mani il libro dedicato a suo padre?

«Inutile negare che sia stato un momento di grossa emozione. Subito mi balenò una domanda: cosa avrebbe pensato lui! Certamente sarebbe arrossito, certamente avrebbe pronunciato centinaia di volte la parola grazie, avrebbe forse anche ceduto a qualche lacrimuccia perché il suo pensiero sarebbe andato alla moglie, alla sua compagna di vita cui forse avrebbe sussurrato: “Ci sei anche tu in queste pagine, ci sono i nostri sacrifici in qualche modo oggi ripagati”. Ritrovato anche io l’equilibrio, ho pensato che quello forse era il modo più bello per dare significato e valore alla sua carriera, quasi a compensare la mancanza nel suo palmarès di qualsiasi titolo o premio, vuoto cui faceva ora da supplenza l’affetto prima di Napoli e poi della sua città natale che si stringevano nel suo ricordo tributandogli l’onore più grande con il ricordo e la memoria».

È gratificante vedere una giovane studentessa che ha scelto a suo tempo di elaborare una tesi di laurea sulla figura di suo padre ed interessarsi a qualcosa che oggi praticamente non esiste più?

«Francesca merita grande affetto, quell’affetto che è riuscito a trasfondere nelle sue pagine nei confronti di mio padre, nei confronti della sua martoriata terra nel tentativo di creare un ideale passaggio di testimone tra generazioni utilizzando come strumento quello che ai più appare solo come un momento ludico. Ho sempre pensato che tra un frizzo e un lazzo in quei film si scrivesse un pezzetto della nostra storia, una raccolta di fotogrammi sul come eravamo o forse meglio sul come erano i nostri padri. Io credo che Francesca sia stata mossa da una grande curiosità, da un orgoglioso senso di appartenenza e nelle pagine che scorrono veloci ciascuno può ritrovare un frammento di vita con la leggerezza di un sorriso».

Non c’è modo migliore per mantenere vivo il ricordo di un personaggio che dedicargli un museo…

«Qui è più che dovuto il grazie alla città di Arienzo, alla sua gente, alle sue istituzioni, al sindaco Guida che tanto si è adoperato per la realizzazione di quella che sembrava un’utopia. L’augurio che mi sento di formulare è che tale iniziativa rimanga sempre viva e attiva, che adempia al suo mandato di trasmettere chi eravamo coinvolgendo sempre e soprattutto i giovani, ampliando l’offerta formativa, coinvolgendoli nell’approfondimento curioso del loro mondo. Tutto è iniziato con il piede giusto e ancora da parte mia un ringraziamento all’istituto d’arte di Maddaloni, che si è a suo tempo inserito splendidamente nel progetto dedicando una mostra a papà autoprodotta dagli studenti. A loro Cardone avrebbe detto…»

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020